Feste artusiane

28 giugno, 2009 § Lascia un commento

Ricordo d’essere nato a Forlimpopoli quando mi avventuro nelle strade strette del paese riconvertito in città artusiana ogni anno a fine giugno, con le bancarelle sovraffollate di odori e di gente strillante nei ristoranti posticci sui marciapiedi, dentro i cortili, appesi ai balconi, ovunque c’è posto.  Non so se tutto ciò sia davvero democratico, o se sia una manifestazione di potere popolare: il Forlim-popolo delle Libertà.  L’impeto della gola riesplode comunque ogni anno, con la benedizione della Madonna, del Popolo pure quella.


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Week end contro mano

23 giugno, 2009 § Lascia un commento

Un altro fine settimana di pioggia, per i bagnini della riviera è un affronto all’intraprendenza degli spiriti liberi, lo leggo negli occhi di Avio bagnino in voga, che condivide il mio pianerettolo e le scale della rampa B, su e giù dal condominio alla spiaggia, mattina, mezzogiorno e sera.  Avio è un nome buffo delle campagne di questa Romagna prodiga di fantasia onomastica, ispirato dal caso oppure chissà, dalla vicinanza della pista di decollo dell’aeroporto militare di  Pisignano.  Sabato sera avevo gente a cena ed Avio, di ritorno dal compito arduo della spiaggia burrascosa, si è fermato ad intrattenere vivacemente i miei ospiti.  Lo ha fatto senza timore, con lo slancio di chi ha già bevuto un caricatore di aperitivi, bottiglie su bottiglie col rastrello in mano prima di avventurarsi sulla via, a cavallo della moto (un cinquantino strombettante).   Gli ho offerto vino bianco in un bicchiere, ovvia abitudine ispirata dai nonni contadini.  Il vino ha funzionato da  supercombustibile ed Avio per mezz’ora ha intrattenuto gli astanti in uno spettacolo di varietà moderatamente smisurato. Per il fine settimana cerca una barista volenterosa e bella “che abbia voglia di lavorare” senza pretendere uno stipendio subito.  Ai soldi ci penseremo, detto in dialetto romagnolo suona piuttosto consolante: ai pinsarèm.   Chi vuole, può rendersi disponibile per un colloquio.

La cena è sgusciata via morbida attraverso la sera fresca ed umida incontro al solstizio d’estate. Quattro antipasti di pesce e gli spaghetti alla marinara avrebbero evocato magie notturne fino all’altro ieri, ma oggi quel rito è logorato dalle abitudini.  Le parole magiche vanno modificate di tanto in tanto, come le password di accesso al web 2.0, sennò si cede alla noia. Così all’indomani ho accettato volentieri di viaggiare controcorrente, dal mare a Milano la domenica mattina.  Fuori dal groviglio di strade e di case litoranee in perenne costruzione ho capito che il brutto è dopotutto relativo.  La gente diretta al mare la domenica mattina riconosce la bellezza per contrasto, dove il brutto è meno brutto.  Il cumulo di cemento litoraneo segna il colmo di una bellezza relativa (o il minimo di una bruttezza) dove la brezza del mare rinfresca il sudore sulla fronte, nei margini di una breve vacanza febbrile fra il sabato e il lunedì.  All’entroterra l’orizzonte avvinghia le tempie in una tenaglia di calore turpe, isotropo e giallo paglierino, senza che le inutili apparizioni di  cemento diano ragione ad una direzione dominante contro le altre ugualmente possibili e vanamente raggiungibili.

Gli amici di un tempo, studenti insieme a Bologna, hanno famiglie a Milano e figli splendidi.  Là affrontano lavoro e vita con energico spontaneo coraggio, come se fosse normale vivere a Milano e come se l’Italia intera fosse un luogo di natura e di storia, dove la vita scorre senza affanno.  Di lunedì mattina ho percorso a piedi Milano, dal quadrante nord al quadrante sud est fino allo scalo merci fantasma di Porta Romana, oltre il quale un recupero edilizio sorprendente ravviva le fabbriche dismesse della Schering farma.   Mi ha accolto un grande filosofo, non faccio per dire, ma  l’amico Giovanni è un filosofo di professione, direttore del dottorato internazionale in bioetica negli uffici ex industriali rinnovati di fresco per IFOM, dove la ricerca si fa sul serio come su astronavi extraterrestri, all’insaputa dell’Italia intera e dell’accademia ivi inclusa.   Giovanni dice d’essere invisibile in Italia, dove di bioetica al posto dei filosofi parlano i giornalisti, dilettanti e delittuosi scrittori d’appendicite, laici ghibellini contro guelfi.  Gli allievi della scuola di Giovanni Boniolo avranno migliore sorte all’estero, lontano lontano dalle fabbriche dismesse riconvertite in astronavi, già pronti per fuggire altrove.

Adesso è martedì e piove ancora, Avio scuote la testa e guarda il cielo come un aruspice di Pinarella: niente astronavi in partenza da questo lembo di costa, solo vacanze, vacanze fangose.

Aria fresca & Mario Resca

15 giugno, 2009 § Lascia un commento

Il nome “Mario Resca” fa odore di fritto. Un brillante curriculum da supermanager del fast food non dovrebbe costituire reato, a patto di non diventare all’improvviso braccio destro del Ministro Sandro Bondi, con l’incarico di rilanciare il patrimonio culturale  italiano. A che servono i musei? Roba polverosa, ammuffita, insalubre…  Vuoi mettere la fragranza di un cheeseburger! quello sì che risveglia gli appetiti e mette in moto l’economia. Ecco allora, se la cultura va a nozze col turismo, l’economia resuscita come la carne lurida degli hamburger quando metti il ketchup sopra. Why not? L’Italia è un bel panino turistico-culturale da gustare tutti insieme, con il “sinistro” Bondi alle friggitrici e la Brambilla in vacanza.

Cultura loves turismo, che idillio, che spettacolo! Ma c’è un imprevisto. Sembrava quasi fatta  e invece… peccato!  Chi  rompe?  La classifica  mondiale delle città a misura d’uomo, ieri sul Sole24ore, non include città italiane. L’Italia non piace più come una volta.  Perchè?   L’hanno chiesto a Mario Resca e lui ha risposto che ci sono troppi capannoni senza stile che deturpano il paesaggio. Giusto! Probabilmente ha letto un libro sul paesaggio italiano, fra un panino e l’altro.   Però (il lupo perde soltanto il pelo) dice che il vero problema sta nella comunicazione, gli errori di comunicazione penalizzano l’immagine dell’Italia agli occhi del mondo. Parliamo dei rifiuti di Napoli e dimentichiamo le campagne, le spiagge, i laghi e le montagne.

L’immagine, per l’appunto, è quella delle cartoline che si possono anche truccare, ma la vacanza è un’esperienza reale, vuole poco stress e tante belle sensazioni da raccogliere nel territorio, città, campagne, autostrade e ferrovie. Un viaggio assediato dai TIR in autostrada, come cento minuti di ritardo alla stazione Termini, lasciano in bocca un sapore disgustoso. Quanto ketchup dovremo aggiungere, per dimenticare?

Cena a Kreuzberg (con Maràl)

13 giugno, 2009 § Lascia un commento

DSC01287Coi loro nomi neri in caratteri gotici, le stazioni della mètro stampano immagini fugaci di un passato torvo che scorre via rapidamente al di là del finestrino. Moritzplatz è effettivamente vicina, Maràl fa appena in tempo ad abbozzare una risposta a Jonny, che vorrebbe portarla via con sé in un campo dove lui e Maràl giocano la stessa partita: quando rientri a Berlino? Maràl risponde: domenica ”possiamo rivederci domenica sera, non voglio star sola, ho un appartamento con una bella cucina e potremmo trovarci là tutti insieme per mangiare”. Io non aggiungo nulla, per me non è più il tempo delle competizioni aggressive, ma non sono invecchiato invano, i miei quarant’anni parlano anche in silenzio come un capo indiano che aspetta la pioggia. Maràl lancia un’occhiata proprio a me, perché devo ancora spiegarle come si fa la carbonara. Gli spaghetti alla carbonara eccitano la fantasia del mondo intero: è la mescolanza di dolce e di affumicato, di sale e di pepe, ma io aggiungo anche il soffritto di cipolla, che non è un fritto, ma un mistero tutto italiano che sfrigola nell’olio d’oliva e fa spalancare gli occhioni a mandorla di Maràl. Rispondo con un cenno, come per dire: “non me ne sono dimenticato” mentre Maràl parla vivace con Jonny, educatamente.

La corsa nel tunnel si arresta sulla scritta gotica e nera di Moritzplatz, incorniciata dal finestrino di fronte. Siamo dove Jan aveva detto di scendere, lui dovrebbe essere ormai arrivato in bicicletta. A Moritzplatz la stazione della metropolitana è talmente grande che non si affolla neanche alle ore di punta, alle sette di sera soltanto qualcuno si affretta sulle scale e noi scegliamo a caso un’uscita fra le varie possibilità dirette ai quattro angoli della piazza, sperando di vedere in lontananza i capelli e la bicicletta di Jan.  “Ei, boys!” è la voce di Maràl che chiama, lei alle nostre spalle ha cambiato direzione, sta salendo da un’altra parte, dove una carrozzina in stoffa e lega leggera col pargolo dentro fa i gradini uno alla volta, trainata verso l’alto da una giovane mamma compiaciuta. Maràl riconosce l’esigenza e in un attimo prende e solleva l’estremità inferiore della carrozzina, la sorregge e la spinge senza fatica verso l’alto. Scene come questa si vedono spesso a Berlino, per gli abitanti della città non è solo cortesia ma è un segno di cività che mi coglie ogni volta impreparato. In Italia, mamme meno giovani suggeriscono di stare alla larga dalle loro culle, per non incorrere in atti giudiziari come “molestie” e “pedofilia”, qui invece è ancora normale darsi aiuto nei pochi istanti che bastano a sorreggere una culla e sorridere per strada ai bambini, che rispondono divertiti insieme ai loro genitori. Mi aspetto un rimprovero da Maràl per non aver colto al volo la situazione, poichè nelle tribù italiane certi gesti di solidarietà nascondono un rituale galante, appartengono di competenza al maschio anziano del gruppo. Si vede che in Asia funziona diversamente, Maràl non è contrariata, lei l’ha visto e lei l’ha fatto, adesso ha finito e sorride: da quel sorriso arriva l’eco di una civiltà matriarcale vecchia di millenni, matriarcale e nomade della steppa.

DSC01283Il cielo blu senza nuvole sovrasta l’uscita della metropolitana. Il sole della sera ritaglia di giallo le sagome dei palazzi che spuntano davanti a noi sul lato opposto della piazza, mentre saliamo gli ultimi gradini. “Dov’è Jan?” Lo riconosciamo appoggiato alla bicicletta sull’altro lato della strada. Ci ha visti ma ancora non si muove, accenna un passo lentamente per venirci incontro e con la mano indica dove andare. Camminiamo sul marciapiede in ombra, a piedi e con la bicicletta. I semafori si susseguono fra una strada e l’altra, le luci verdi e rosse degli attraversamenti pedonali rompono di tanto in tanto il ritmo blando della passeggiata nel quartiere. “Quanta strada manca?” chiede Jonny. “Non molta, ancora un po’ più avanti…”.  La passeggiata si allunga più del previsto, Jan cammina volentieri ma il suo sguardo si perde mentre noi lo seguiamo incerti. Ad un semaforo indica a sinistra una via perpendicolare, quardiamo tutti da quella parte perchè crediamo che il vietnamita sia là. “No, non è il ristorante” dice Jan “là c’era il muro, quella strada era interrotta e così anche l’altra strada, e pure l’altra, queste strade morivano tutte a sinistra contro il muro.” Il quartiere di Kreuzberg era schiacciato dal muro. Maràl guarda Jan con attenzione come se ascoltasse una lezione di storia: il Muro di Berlino, l’Unione Sovietica, il Patto di Varsavia. Fino a vent’anni fa i Berlinesi dell’Ovest non volevano abitare così vicino alle torri di guardia dell’Est, letteralmente ad un tiro di schioppo. Quante cose sono cambiate in vent’anni: vent’anni fa nessuno immaginava quanto fossero vasti i giacimenti di petrolio del Mar Caspio ed il Kazakistan non aveva ancora una capitale. Dal 1989 ad oggi, per Maràl è già una vita.

I palazzi di Kreuzberg si erano svuotati il 13 Agosto del 1961, quando Berlino si svegliò divisa con la polizia dell’Est in armi che  stendeva centodieci chilometri di cemento e di filo spinato. Alcuni palazzi vennero assorbiti dal muro, le finestre accecate in una sola notte coi mattoni ed il cemento fresco (gli abitanti disperati in fuga) mentre altri edifici furono abbattuti per fare spazio alla terra di nessuno. All’ingresso della città storica, la periferia di inizio Novecento si ribaltò all’improvviso e divenne l’immagine lugubre di un’amputazione violenta.  In quelle case di nessun valore arrivarono subito i Turchi: muratori, manovali e donne al servizio dei ricchi dell’Ovest.  Da allora non se ne sono più andati e molti dei loro figli, che da bambini giocavano a pallone contro il muro, respirano ancora l’aria latina di Kreuzberg.  Oggi condividono il quartiere con altre immigrazioni asiatiche più recenti e con i vietnamiti del nostro ristorante.   Eccolo finalmente!  E’ un posto piccolissimo, caldo umido come una giungla, con la cucina aperta ed i tavoli fitti che traboccano  nel marciapiede. Sulla lavagna nera appesa fuori leggiamo il menù, cioè un elenco di sei possibilità fast-food.  E’ scritto in tedesco, ma è una traduzione (incomprensibile) dalla lingua vietnamita.  Jan suggerisce il piatto numero quattro, dobbiamo fidarci, dentro c’è di tutto: verdura, carne, ma non è piccante.  Nonostante la confusione in cui si agita la cuoca al di là del banco, l’ordinazione arriva fulminea, accompagnata da una birra fresca, vietnamita pure quella.  C’è  solo un tavolo disponibile, è fuori, proprio sotto la lavagna dei menù. Prendiamo posto, Jan davanti a me e Jonny di fianco.  Jonny non molla, vuole Maràl  tutta per sè e le offre addirittura la cena, una ciotola verde da sei euro traboccante di foglie e di semi di soia.

Piove sulla realtà

9 giugno, 2009 § 1 Commento

Ho cominciato a scrivere commenti elettorali, pre-elettorali e post-elettorali,  ma non ho trovato niente che fosse più interessante delle previsioni del tempo di domenica scorsa, che negavano categoricamente la pioggia.  Invece mentre andavo a votare pioveva forte, ed è piovuto anche nei giorni precedenti, durante il ponte di inizio Giugno.  Per non turbare i sogni dei turisti, i canali TV dicevano che al mare non sarebbe piovuto.  La potenza dei telegiornali non ha impedito le precipitazioni, ma le ha rese irrilevanti.  Se riescono a farlo con la pioggia, figuriamoci con il resto.

A Kreuzberg con Maràl (prima di cena)

5 giugno, 2009 § 4 commenti

DSC01145Maràl è la giovane Kazaka di vent’anni con gli occhi cinesi e il profilo scandinavo.  A Berlino era entrata nella nostra classe di tedesco con qualche giorno di ritardo.  La fiducia vivace dei suoi occhi aveva stupito tutti noi, che eravam persi negli sguardi obliqui delle americane stanche, smalti freschi ed unghie mangiate, capelli lunghi e ciabatte infradito.  Le donne del Kazakistan le immaginavo ancora col colbacco, accovacciate in balli pesanti attorno al fuoco, nel vuoto della steppa.  Mi sono dovuto ricredere, l’evoluzione della specie ha fatto passi da gigante in Asia.  A lezione guardavo Maràl, qualche volta mi sedevo al tavolo con lei per i lavori di gruppo.  Nel suo viso brillava una bellezza difficile, istintiva e vitale, lontana un abisso dai modelli estetici dei calciatori e delle veline, sempre a suo agio in vestiti leggeri e svolazzanti, mai pantaloni, mai ciabatte, tanti colori ed il gusto primitivo per la decorazione appariscente: una collana verde di plastica, l’asimmetria di una treccia nera che scende sulla spalla, un solo orecchino, ma lungo, complicato come i gioielli dell’ età del bronzo.  Mi domandavo chi fosse suo padre, a quale mafia del gas o del petrolio appartenesse il suo clan, così ricco da mandarla a Londra per studiare.  Così come è arrivata, Maràl è ripartita, all’improvviso, dicendo che doveva rientrare a Londra per un esame all’università, che si sovrapponeva, purtroppo, col corso di tedesco.  La sera prima che lei partisse nessuno aveva voglia di affrettarsi verso casa. Un gruppo più numeroso si era fermato nella sala da biliardo, insieme a Miroslav c’erano i soliti Henry e Jonny, ma anche il giovane Erka e perfino Jan, il giornalista di Praga, aveva chiuso in anticipo il computer portatile per godersi in pace la serata.  Quel giorno non aveva altro da scrivere per la pagina culturale del kritik, era meglio per lui restare in giro e cercare nuove storie fra la gente.

DSC01196Jan è ancora giovane, non dimostra affatto gli anni che ha.  I suoi lineamenti decisi si stemperano su un viso tutto sommato delicato, con gli occhi e la bocca da etrusco sorridente disteso, di terracotta. E’ quieto e solenne coi quei capelli  “rasta” che porta come un trofeo: non se ne vuole disfare nonostante le perquisizioni aggiuntive che deve subire ogni volta che attraversa la frontiera.  La pazienza di Jan, la quiete, la calma lo assistono soprattutto in quelle circostanze, non gli hanno mai trovato niente di compromettente addosso, così dice. Sullo sgabello più alto, Maràl appoggia un fianco al banco dove in fretta compaiono e spariscono piccoli bicchieri di Tequila. Attorno, i maschi del gruppo parlano educatatamente, a turno come se avessero fissato appuntamenti in sequenza: prima Jan, poi Henry, poi Jonny…  La ragazza dagli occhi a mandorla risponde in inglese col ritmo di Oxford,  appena velato da una cantilena orientale che potrebbe essere solo il ricordo di una filastrocca infantile.   Jonny parla più degli altri.  Anche lui ha studiato a Londra ed ha l’età giusta per corteggiarla senza equivoci: conosci anche tu  il… ? Dice il nome di un posto, una discoteca londinese dove vanno gli universitari, ma non capisco, sono troppo lontano. Nel mezzo ci sono i capelli di Jan, il quale all’improvviso è silenzioso, assorto, forse triste, col bicchiere di birra e la sigaretta accesa.  Mi guarda ancora con un po’ di diffidenza: dice d’essere facile preda dei corteggiatori omosessuali, per cui non si sbilancia con le persone che conosce poco.  Lo rassicuro affermando che i gay hanno altre abitudini, dove vivo io sono ancora una minoranza, non è come a Berlino.   In Romagna quando un uomo sorride ad un altro uomo non è per fotterlo, o forse sì, ma solo metaforicamente.

DSC01156La luce della sera filtra agli angoli della sala attraverso due finestre orizzontali strette contro il soffitto come i lucernai di una cantina.  Il calore dorato del sole entra nella sala ed illumina con una lama il tavolo da biliardo.  Miroslav è concentrato, quella luce lo disturba.  Sul biliardo cerca un’altra posizione per il tiro, gira attorno al tavolo e inventa un colpo di sponda inaspettato.  Un’altra palla in buca.  Henry ha ormai perso la partita ma non si dà pena, dice: fuori il tempo è bello, c’è un ristorante vietnamita verso Charlottenburg, il migliore della città, venite?  E’ l’ora giusta per la cena, dopo la seconda birra il nostro stomaco ha bisogno di qualcosa di solido: chissà com’è questa cucina vietnamita.  Anche Maràl ha fame e sorride, non se ne vergogna.  Pigri e indolenti come un branco, andiamo al pascolo nella luce del cortile con la cena vietnamita in testa. Nel cortile della scuola c’è un gruppo di Italiani, sono appena usciti dalla biblioteca e chiedono dove siamo diretti.  L’idea vietnamita li eccita, c’era da aspettarselo.  Il gruppo si allarga e  tutti insieme usciamo per strada.  Sulle scale della metropolitana cominciamo ad aspettare, quale linea conviene prendere per Charlottenburg?  La U-bahn oppure la S-bahn, prima la 8 poi la 2, oppure la circolare con l’autobus.  Roberto afferra la situazione con il piglio di un generale.  Con due cartine aperte, sui gradini della metropolitana discute i vantaggi e gli svantaggi delle varie possibilità.  Erka il Mongolo si stanca e fugge all’improvviso nel tunnel della linea 8 della U-bahn, rinuncia così al sogno di una cena vietnamita.

Roberto indica sulla carta il punto dove dobbiamo andare. “Ma è lontano!” dice Maràl “devo alzarmi presto domattina e non posso fare tardi”.  E’ vero, è piuttosto lontano, incalza Jan, quel ristorante è quasi fuori città: non ho voglia arrivare fin là, sono in bicicletta.     Jan prende le distanze, vorebbe quasi congedarsi, ma guarda negli occhi Maràl, vuole capire cosa farà lei, è lei l’unica cosa che lo interessa veramente là in mezzo.  Dovendo scegliere fra il gourmet vietnamita e il sorriso di Maràl, Jan e Jonny non hanno dubbi, quel sorriso al chiaro di luna è più interessante del miglior ristorante di Berlino.  Così Jan si fa avanti e dice che c’è un altro posto vietnamita più vicino, non è famoso ma si mangia bene, un self service coi tavolini sul marciapiede lontano appena tre fermate della linea 8, a Kreuzberg.  Si mangia bene e si spende poco, è il posto giusto per il giornalista di Praga che viaggia sempre in bicicletta. Dobbiamo scendere a Moritzplatz,  è semplice dice Jan: “voi in metropolitana e io in bicicletta, impiegheremo pressapoco lo stesso tempo per arrivare, poi raggiungeremo insieme il posto vietnamita dove la cena non vi deluderà, ne sono certo.”   Jan è felice di portare Maràl a Kreuzberg, è là che sente veramente di essere a casa quando viene a Berlino.

DSC01291Kreuzberg era un quartiere diviso fino al 1990. La linea feroce del muro scendeva diritta da nord a sud su un antico confine della cittá, dalla Porta di Brandeburgo fino a Potsdamer Platz.  Poi cominciava l´incertezza, si vedevano i dubbi della storia nel percorso frastagliato, l´avanti e indietro del muro che ritagliava a caso gli isolati urbani per farne bastioni protesi verso ovest e ne dimenticava altri  in una terra di nessuno dispersa fra le torri di guardia ed il filo spinato sul lato cosiddetto socialista: una pazzia che si ingarbugliava proprio a Kreuzberg. Da qui le metropolitane dell’Ovest si inabissavano sotto il muro attraverso il settore orientale, tutto d’un fiato senza fermate fino al 1990.  Weinmaisterstrasse è stata per trent’anni una stazione fantasma, protetta e proibita ai cittadini dell’est che camminavano sopra.  Adesso siamo liberi di scendere i gradini di questa metropolitana, talmente liberi che possiamo addirittura indugiare nella scelta della direzione: verso Charlottenburg con Henry e con gli italiani, oppure a Kreuzberg con Jonny e con Maràl.  Non sto a pensarci, scelgo Maràl.   L’enorme stazione di Weinmaisterstrasse si apre inaspettata sotto i marciapiedi amichevoli della città di oggi: quel tunnel era grande abbastanza per il traffico di una city, settant’anni fa, quando Berlino voleva essere capitale del mondo intero.  Guardo Maràl che sorride,  sta per arrivare il treno nella direzione giusta per noi. Le porte scorrevoli si aprono fluide e si richiudono automaticamente, anche la voce sintetica  zuruck bitte risuona felice. Saliamo al volo e ci sediamo di spalle ai finestrini uno accanto all’altro, Maràl nel mezzo con due uomini di scorta, io e Jonny. Salutiamo gli Italiani rimasti a terra al di là del vetro. Non capiscono: dove state andando?

Dove sono?

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