Ultimo rango a Berlino

30 Mag, 2009 § 1 Commento

La TV tedesca sapeva già da qualche giorno che Marchionne non ce l’avrebbe fatta. Nel canale satellitare delle News, fra le notizie in breve, scorreva un commento che giudicava addiritura “offensiva” la proposta di acquisto FIAT. Quel commento sembrava eccessivo pure a me, che non coglievo le ragioni dell’offesa. Oggi i giornali italiani perlopiù si consolano dicendo che ancora una volta ha vinto lo statalismo contro il libero mercato, una ragione in più per trasmettere la sensazione d’essere ancora accerchiati dai comunisti del vecchio continente, noi Italiani liberi paladini del “liberismo reale”. Per il governo tedesco è stato difficile accettare i soldi dei Russi arricchiti, ma è stato semplice escludere le alchimie del nostro Amministratore: senza trucco e senza inganno, i soldi chi li mette?

Qualche minuto fa, la  ZDF ha trasmesso l’intervista ad un rappresentante dei lavoratori Opel, il quale ha detto d’essere soddisfatto dell’accordo: non ha parlato delle alternative, per lui non c’erano alternative. Poco prima la stessa TV aveva trasmesso l’intervista alle veline italiane candidate alle elezioni europee.  La giornalista, una signora bionda,  domandava: “Mi dici qualcosa sulla tua formazione?” La bocca della ragazza culo-e-tette replicava: “…in che senso!?”.  La giornalista tornava a chiedere, avrai fatto qualcosa nella tua vita, raccontalo! “…in che senso” era l’unica espressione verbale della bocca culo-e-tette, tradotta fedelmente in Tedesco dal cronista, impietosamente, tre, quattro volte.

Se in Germania l’Italia non è più credibile, sarà mica colpa dei giornalisti che fanno domande difficili?

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60 anni di Repubblica alla Porta di Brandeburgo

26 Mag, 2009 § 3 commenti

DSC01277I festeggiamenti per il sessantesimo anniversario della Repubblica Federale Tedesca sono cominciati con un concerto alla Porta di Brandeburgo, sabato 23 Maggio. Faceva caldo e mi ero attardato con un gruppo di Italiani all’ombra del campanile diroccato della Gedaechtniskirche, monumento alla memoria. Gli Italiani sono sempre gli stessi, non importa se stanno ad aspettare a Roma oppure a Berlino, si annoiano oltremisura nelle attese e rimandano le decisioni: a piedi oppure in autobus? Adesso oppure fra cinque minuti? Ma siamo sicuri di volerci andare veramente? Dov’è il bagno? Voglio una foto, ma non qui…laggiù! I minuti passano e la nona sinfonia di Beethoven sta per cominciare, al di là del Tiergarten proprio sotto la Porta di Brandeburgo, quando finalmente cominciamo a marciare nella direzione giusta. Il gruppo di Italiani si sfilaccia ed io mi inoltro nel verde del parco solo con Andrea e con la sorella che è appena arrivata da Londra per il fine settimana: Berlino ha un’anima piú tranquilla, è più colorata di Londra, Berlino è ancora una città del dopoguerra e il Tiergarten è una selva profumata lussureggiante, con gli stagni ed i vialetti tortuosi per perdersi in libertà. Tendo l’orecchio, casomai il vento portasse qualche accenno dell’orchestra che alle cinque e mezzo ha cominciato l‘Allegro ma non troppo. L’inizio tumultuoso della nona sinfonia è un’accordatura generale, un universo sonoro che si intonerebbe bene con gli alberi del Tiergarten. Purtroppo nell’aria non c’è nulla di orchestrale, solo le voci della folla sul Viale del 17 Giugno. Il percorso verso la Porta di Brandeburgo è una fiera di bancarelle, wurstel e birra, odore di fritto e farciture a perdita d’olfatto. La folla ristagna ed è difficile camminare mentre la Porta di Brandeburgo appare minuscola in fondo, per niente monumentale così lontana, coperta da tanta gente. Come pietre miliari nella strada ci sono i pannelli con la storia della Repubblica Federale Tedesca, anno dopo anno a ritroso, dal 2009 fino a sessant´anni fa. Qu la storia è più pesante che altrove ed il presente diventa subito storia, ormai per abitudine. Per camminare in fretta rientriamo fra gli alberi del Tiergarten, mentre l’Orchestra è già sulle note impercettibili di un presunto Allegro vivace chissà dove. Non è facile orientarsi in mezzo alla vegetazione, così ritorniamo nel viale fra la folla, nel punto esatto in cui un pannello della storia tedesca parla dell’ultima visita di Kennedy a Berlino, nel 1963. Abbiamo già percorso quarantacinque anni a ritroso, per arrivare al concerto ne mancano ancora quindici sempre più affollati di bancarelle, wurstel e palloncini. Schermi giganti ai lati del viale mostrano i violini giá impegnati nell‘Adagio cantabile, ma la musica dell’orchestra non arriva ancora. Melodie folk affollano lo spazio sonoro delle bancarelle col sottofondo dei generatori elettrici, ma la gente guarda finalmente verso una direzione in fondo al viale, verso il palco che è un hangar trasparente deposto con imbarazzo accanto alle colonne trionfali della Porta di Brandeburgo. Oltre l’ultima bancarella le ondate di fritto si mescolano con le ventate della nona sinfonia di Beethoven, quando ormai i violini si muovono sull’Andante moderato del terzo movimento. Di tanto in tanto scroscia un applauso fra la folla rumorosa. La gente parla sulla musica in sottofondo come se qualcuno avesse dimenticato la radio accesa.

DSC01275Il coro si alza in piedi sul palco per intonare il canto. Siamo arrivati in tempo per ascoltare l’ultima parte del concerto, quando la sinfonia di Beethoven diventa corale: Allegro assai, Andante maestoso, Allegro energico… Sembra strano, ma é proprio l’inno europeo che davanti alla Porta di Brandeburgo fa un’impressione diversa, rivolto al popolo tedesco diventa un inno nazionale. Mi fermo dove la folla è più fitta: davanti a me, due giovanotti robusti si guardano vivacemente, sorridono e giocano con gli occhi prima di perdersi nella femminilità diffusa di un bacio sulle labbra. E´ una risposta gay all’Inno alla Gioia, anche loro appartengono al popolo tedesco qui a Berlino. Al più massiccio dei due, che sembra l’uomo, squilla il cellulare. Sulle parole di Schiller e sulla musica di Beethoven parla ad alta voce come se la musica non lo interessasse affatto. Con una spinta mi faccio avanti verso il palco. In prima fila c’è Angela Merkel: una telecamera la inquadra nello schermo gigante, poi sale e mostra con uno zoom ravvicinato la quadriga in bronzo in alto sulla Porta di Brandeburgo. Che strano, è di spalle. I cavalli in marcia non guardano verso il Brandeburgo da cui la porta prende il nome ma sono rivolti ad Est, verso il centro della cittá storica. Sono ancora in bilico fra l’est e l’ovest su quella porta a lungo sospesa, come un passaggio rituale senza un dentro e senza un fuori, bifronte come un arco di Giano.

Dopo la lezione

22 Mag, 2009 § Lascia un commento

Appena fuori accanto al portone del Goethe Institut di Berlino c’è l´ingresso della sala da biliardo, un posto interrato, scuro e fumoso, dove di pomeriggio non c´é gente ed i baristi, gestori in affitto, aspettano i primi clienti della sera annoiati davanti ai cartoni animati dei Simpson su un grande divano di pelle messo di traverso, nell’angolo meno buio della sala. Le pareti lunghe bianche piastrellate riflettono ancora l’unto opaco di un dopolavoro operaio, anche se sono state riconvertite in salagiochi dagli attori del cinema americano, con le loro facce compiaciute sui poster appesi a decine, una accanto all’altra in ordine come un catalogo meticoloso dell’occidente che era stato proibito.

Myroslav l’Ucraino l’ha scoperto subito, in quel posto ci è entrato il primo giorno, con la solita aria brusca al termine della lezione del pomeriggio. I suoi occhi blu spalancati hanno afferrato la stecca senza esitazione, come l’arma di un duello che va fatto senza pensarci troppo, come la wodka trangugiata nel bicchiere, aperitivo o digestivo, non c’è differenza. Henry e Jonny hanno accettato la sfida, ma solo dopo qualche istate. Si sono fatti largo nella sala con una falsa esitazione, forse perchè il gin-lemon richiede piú tempo della Wodka pura. Il gin-lemon non è un colpo di cannone, va sorseggiato lentamente, con tutte quelle bollicine e la fettina di limone.

Personaggi di un’avvenutura, Henry e Jonny ricordano volentieri la vita che facevano nel College fino a qualche mese fa. I loro nomi sembrano americani ma non é vero. Qualcosa li lega invece all’Italia, in modo diverso l’uno dall’altro. Henry proviene da Melbourne, ma ha un cognome italiano. I suoi bisnonni arrivarono in Argentina ed i suoi nonni,affatto convinti della nuova destinazione, fecero il passo definitivo fino agli antipodi. Adesso Henry viaggia in aereo fra i continenti come in autostop e sceglie le tariffe più convenienti, non importa se impiega il triplo del tempo: da Melbourne a Berlino, quattro voli in tre giorni. Jonny ha il passaporto Olandese ma dell’Olanda non ne sa quasi nulla. Ora vive sul lago di Ginevra, ma è cresciuto in Italia, prima in Liguria poi a Milano, figlio di padre olandese e di madre scozzese. Quando gli chiedo qual’e la sua lingua madre mi risponde che non lo sa, forse l’Inglese, o forse l’Italiano con cui ha imparato a scrivere alle scuole elementari di Rapallo. Con Jonny scambio battute in italiano, come in un dialetto tribale.

Tedesco per stranieri

11 Mag, 2009 § 1 Commento

photoQuando le direzioni sono tutte uguali, quando sembra di tornare al punto di partenza senza passare dal via, mi si accende il desiderio di imparare una lingua nuova. Azzerare il linguaggio é il mio tasto di reset, perché una lingua nuova riaccende lo sguardo e cancella in fretta le abitudini. Ma se vuoi imparare il tedesco sará comunque facile smarrire le lingue vecchie, avendo in cambio tuttavia, tanto per cominciare, solo lunghe settimane dadaiste.

Al Goehte di Berlino c’è aria intercontinentale.  Agli Americani, agli Asiatici, agli Australiani venuti qui per imparare una lingua europea, sembra strano che la Germania sia ancora stretta fra tante lingue diverse che si ignorano a vicenda. Le facce delle giovani asiatiche sono più belle, sorridenti molto più delle americane stanche coi capelli lunghi e gli smalti mangiati sulle unghie. Gli occhi asiatici esplorano geometrie ribelli, girati all’insù, ribaltati e nerissimi su visi che paiono capovolti tanto sono larghi. Pensavo che l’Asia fosse soltanto Medio Oriente e Cina: invece è nel mezzo che diventa interessante una razza di nuovi nati, come extraterrestri di moderne cittá fantastiche delle steppe dell’Asia centrale, Kazakistan e Mongolia, dall’est giunti a Berlino.

Deutsch Markionne

8 Mag, 2009 § Lascia un commento

Non gli era bastata l’America, adesso il nostro amministratore delegato vuole anche la Germania. Vedremo se almeno qui la spunterà, con il suo risiko di soldi pubblici americani, industrie tedesche e fantasia italiana. Lui continua imperterrito le proposte di baratto, quote aziendali in cambio di promesse tipo: non chiuderemo nessuno stabilimento produttivo ma snelliremo l’intera rete, ridurremo ovunque la produzione facendo leva su amortizzatori sociali e blocco del turn-over. Questo discorso non piace agli Inglesi, che fanno i conti della serva e proprio non capiscono perché una crisi tirata per le lunghe sia più conveniente di una crisi breve e conclamata. Più da vicino, visto che in questo momento mi trovo anch’io in Germania, intravvedo imminenti programmi di esodo incentivato per i dipendenti Opel e nuovi spazi professionali per i consulenti di Outplacement che sanno parlare tedesco.

Ma riguardo all’esito delle trattative, ho un brutto presagio quando sento i tedeschi pronunciare il nome del nostro amministratore. Nella lingua di Goethe e di Schiller,Markionne senza kappa diventa Marcione.

Atombunker

5 Mag, 2009 § 2 commenti

Prima di lasciare l´Hotel Plaza a Kurfurstendamm, nel centro occidentale di Berlino, ho pensato di entrare in quel museo della storia di Berlino che é annunciato dall´ala di un piccolo aeroplano piantata verticale, sotto i tigli del Kurfurstendamm. L´esposizione multimediale é un ammasso di oggetti, foto, film, rievocazioni da museo delle cere; tutto é sorprendente come un circo o un luna park, ma é in cantina che si rimane davvero sconvolti. Nei sotterranei dell´edificio dov´ é il museo, nello stesso isolato dov´é anche l´Hotel Plaza, é concessa la visita guidata ad un luogo eccezionale della storia piú recente, un rifugio antiatomico “pubblico” costruito nel 1974 dal governo federale per i berlinesi dell´ Ovest.

La guida che accompagna giú per le scale é una giovane tedesca bionda dalle movenze aggraziate, che parla bene Inglese. Dice che lá dentro c´é ancora posto per tremilaseicento persone, da fare entrare a gruppi di venti, dopo una doccia decontaminante. Le riserve d´aria e di cibo permettono di sopravvivere nella semioscuritá fra i muri di cemento armato per due settimane, tutti stesi stretti su file interminabili di cuccette a quattro piani in caso di guerra termonucleare. Poi, dopo le prime due settimane… Poi? Tutti di nuovo fuori, a farsi illuminare dalle radiazioni ionizzanti, che di certo non si esauriscono in solo due settimane, in caso di attacco nucleare.

Entrando si capisce che questo rifugio é perfettamente inutile oltre che ingestibile. Un´idea cosí poteva venire solo ai tedeschi memori dei campi di sterminio nazisti. Di rifugi siffatti a Berlino ce ne sono ancora venti, nell´ex settore occidentale, tutti costruiti negli anni Settanta del Novecento. Erano una risposta surreale alla minaccia ancor piú surreale di un attacco nucleare da Est. Una storia da guerra fredda.

Tempelhof

4 Mag, 2009 § 2 commenti

DSC01138Ieri sono arrivato a Tempelhof nella casa di Adolf-Scheidt Platz dove mi fermeró tutto il mese di Maggio. La signora Renate era fuori, sapevo che non sarebbe stata in casa, era a Kassel con il marito per un incontro di famiglia. A lei non piace andare a quei raduni con tutti i convenevoli e le frasi di circostanza, ma qualche volta le tocca, almeno due volte l´anno. Il primo maggio mi aveva accolto nel suo giardino per consegnarmi le chiavi di casa. Per un´ora siamo stati a conversare davanti alla torta di mele appena sfornata, la gatta bianconera miagolante ed il fratello sull´uscio in bicicletta, un quarantenne dall´aria un po´sbiadita, i capelli neri e grigi e lo sguardo strisciante di chi non ha voglia di fidarsi subito. Anch´io come Berlusconi ho dovuto affrontare un pregiudizio anti italiano, ma ho preferito tenere il cellulare spento ed ho evitato il gioco del cucú.

La terrazza della signora Renate si affaccia al piano terra su un piccolo giardino verde fiorito ed anche selvatico negli angoli incolti. La recinzione converge all´angolo opposto su un vecchio sempreverde solenne dalla cima spuntata. Di lassú, quella cima senza punta deve aver visto partire molti aerei della storia di Tempelhof, almeno da quando (era il 1949) Berlino ovest circondata dai russi restó indipendente con il supporto degli aerei occidentali avanti e indietro giorno e notte a rifornirla dei beni essenziali. L´aeroporto é a un tiro di schioppo ma il verde lo nasconde, spuntano solo le torrette dismesse dei radar come fabbriche abbandonate. Ora é definitivamente chiuso, per fortuna, dice la signora Renate: l´aeroporto di Tempelhof era troppo vicino al centro di Berlino. Se il vento soffiava dalla parte sbagliata, quando partivano gli aerei sentivi perfino l´odore.

Adesso resta l´architettura monumentale di quell´aeroporto senza nuova destinazione. Le finestre alte e strette, serrate una dopo l´altra come soldati in marcia, sono lunghe il triplo: il razionalismo nazista si eleva su quello fascista, come il gotico sul romanico. Quando nel 1908 i fratelli Wright alzarono per gioco il loro primo aereo dai prati di Tempelhof, non immaginavano cosa sarebbe accaduto nei cent´anni successivi.

Dove sono?

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