Know how

29 aprile, 2009 § 1 Commento

La FIAT si sta aggiudicando il 35% di Crysler, il 55% andrà al sindacato dei lavoratori UAW mentre il 10% finirà nelle mani del governo americano e dei creditori, banche americane, suppongo.  Questa storia non finisce di stupirmi per quello che succede e ancor più per quello che si dice.   Ecco alcune frasi celebri: “siamo tornati all’epoca del baratto”, “nessuno ha soldi veri da investire”, “la FIAT offre organizzazione”,  “Il Know How degli italiani vale di più”.  La storia del Know How mi lascia davvero esterrefatto. Cos’è che gli italiani sanno fare meglio di tutti gli altri? Forse la Ferrari, forse, perchè è rossa, bella, scattante, veloce: fumo e arrosto insieme. Ma una FIAT, cosa  offre di più?  Non il cambio e neppure la centralina elettrica. Neanche il cruscotto: mi pare che il tachimetro, il contachilometri delle automobili FIAT non abbiano niente di speciale da offrire. Sarà allora la moda del restyling, quella nuova Cinquecento tanto amata dagli stranieri che cercano un’Italia immaginaria? Bisognerebbe chiederlo a Lapo Elkan e sentire cosa risponde questo erede di casa Agnelli esperto in viaggi allucinogeni.

E’ evidente che il Know How sbandierato nelle trattative con Crysler è un insieme di competenze poco tecnologiche. Se è vero che siamo tornati all’epoca del baratto e che nessuno ha più soldi veri da investire, il know how che serve è tutto qui:  è l’abilità di incrociare ricatti, di tenere il concorrente stretto per le palle nelle trattative di un’alleanza fumosa, dove il più furbo (ecco il know how!) massimizza il proprio potere, minimizzandone i rischi.

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Ci sono un Tedesco, un Americano e un Italiano…

25 aprile, 2009 § Lascia un commento

…non cominciate subito a ridere: non è una barzellettà, è una cosa seria.  L’Italiano è squattrinato, si sa, però è brillante, simpatico e sorridente, mentre gli Americani sono sempre esagerati, anche quando fanno debiti.  Allora l’Italiano va dall’Americano e dice: “io… comperare tua fabbrica di automobili… e anche tuoi debiti”.  L’Americano con le bretelle e il sigaro guarda incredulo l’italiano, come a Napoli quando ti fermano al volo in strada per il gioco delle tre carte: non c’è trucco e non c’è inganno. L’Americano ci pensa un attimo, tiene le bretelle un po’ tese con le dita, poi esplode in una esclamazione “oh yes!”: gli esce una risata grassa ed eccolo felice, soddisfato, che ci sta.  La fiducia è la forza dell’etica americana: in God we trust,  crediamo in Dio c’è scritto sulle loro banconote.  Evidentemente credono anche negli Italiani, sebbene Totò li abbia messi in guardia già parecchi anni fa con la storia della Fontana di Trevi.

Affare fatto!  Stanno per stringersi la mano, l’Italiano e l’Americano gongolante, quando sbuca quel rompicoglioni del Tedesco che non si accontenta di stare in bermuda e ciabatte a fotografare la Fontana di Trevi.  Alza il dito contro l’Italiano, pensate un po’, osa attirare l’attenzione su di sè.  Domanda: “Italiano, con ke zoldi tu komperare ditta amerikana, ja?  Tu niente più zoldi in tue kasse!”  L’Italiano guarda male quel Tedesco che non era previsto dal copione della libertà, si ferma, lo fissa con aria di sfida (riprovaci se hai coraggio!) e lo denuncia per stalking.

E’ terribile che un reality check sull’accordo fra FIAT e Chrysler, suggerito dal commissario europeo Verheugen, sia stato ribaltato in una chiamata alle armi contro il pregiudizio anti-italiano che si aggira per l’europa. Colpa della sinistra, secondo il ministro delle politiche comunitarie Andrea Ronchi.


Tu vo’ fà l’Americhionne

24 aprile, 2009 § 2 commenti

L’amministratore delegato FIAT Sergio Marchionne è volato negli Stati Uniti la notte scorsa per proseguire la trattativa con Chrysler. La FIAT comprerà una quota del colosso americano dell’auto sull’orlo della bancarotta, lo farà perchè conviene, dicono. Marchionne su quell’aereo dovete immaginarvelo come Giovanni Rana, sorridente e trasognato nella sua pubblicità di qualche tempo fa, quella ambientata a Hollywood. Ma il sogno del signor Rana era semplice e innocente, invece quello di Marchionne sembra un sogno di grandezza fuori misura. Cosa hanno fiutato questi italiani in anticipo su tutti gli altri? Mentre i francesi, i tedeschi e i giapponesi  stanno alla larga dai fallimenti americani, gli italiani ci si buttano a capofitto. Sono davvero più furbi, oppure sono i soliti italiani da barzelletta?  Non lo so e non vorrei perderci troppo tempo, però ci penso e mi sembra sconcertante.

Di solito gli italiani vendono agli stranieri le aziende migliori  (andate a vedere cosa succede in provincia di Lucca, polo mondiale della produzione cartaria) e comprano quelle destinate alla chiusura (otto zuccherifici sono stati venduti dai francesi agli italiani nel 2002  in vista dell’imminente dismissione). Dietro queste azioni ci sono giochi da funambolo per arricchire qualcuno  e di certo Marchionne sente già l’acquolina in bocca. Ma non è facile capire come funziona il gioco: non credo che la Fiat sposterà la produzione delle sue auto in America (la Punto e la Panda non piacciono agli Americani) e neppure fabbricherà le Chrysler a Torino. La sede americana potrebbe essere un diversivo interessante per i tecnici torinesi in cassa integrazione, stanchi di passeggiare sui murazzi del Po: è giusto che girino un po’ il mondo, diamine! Ed è giusto che gli Americani vengano in italia per fotografare la cima innevata del Monte Bianco. Ma non sarà soltanto il piacere di un home exchange che ha spinto Marchionne al di là dell’oceano questa notte. No, proprio no.

La politica di aiuti pubblici inaugurata da Obama pochi mesi fa avvicina stranamente gli Stati Uniti d’America alla dinamica dell’economia italiana. Marchionne deve aver fiutato la possibilità di una grande Italia nello spazio della globalizzazione, uno spazio virtuale attraverso i continenti dove è consentito socializzare le perdite e privatizzare gli utili, come in Italia. Forse Marchionne ha ricevuto rassicurazioni, ma non credo che l’opinione pubblica americana tollererà a lungo le sovvenzioni all’industria privata; i repubblicani sono in agguato con le loro idee di segno opposto.

Oppure chissà, forse Marchionne interpreta una volontà suggerita dall’uomo solo al comando, sempre Lui: quello basso coi tacchi e i capelli finti che cerca azioni di ampia visibilità per fare assumere all’Italia una statura internazionale. Allora gridiamo: forza Italia! Coraggio, il popolo della libertà, o quello presunto tale, sarà contento di lavorare quarantotto ore al giorno e di socializzare sia le proprie perdite, sia quelle degli amici americani.

Sabato, domenica e lunedì

21 aprile, 2009 § 2 commenti

dsc05484-pinarella-spiaggiaDopo il sole di venerdì, dopo le nuvole di sabato e la pioggia di domenica, oggi è tornata la nebbia a nascondere la prospettiva dell’estate ormai imminente.  Nel ristagno vaporoso del cielo sbucano i voli a singhiozzo dei nuovi nati, stanziali e migratori.   In spiaggia la duna artificiale non è  più l’argine aguzzo di Novembre, segnato dal rumore lungo e frettoloso delle ruspe che lo hanno alzato.   Quel cordone litoraneo è smussato, arrotondato: è stata la pioggia con il maestrale, sono state le corse dei bambini imbacuccati nei cappotti a farlo abbassare,  assorbiti tutti insieme nel litorale vago.  Fra pochi giorni comincerà la semina degli ombrelloni e succederà di smarrirlo completamente sotto le ruspe ed i trattori aitanti.

La carovana di Radio3 è ripartita da Cervia dopo il festival sotto una pioggia grigia e verdeggiante.  Le voci hanno abbandonato le maschere dei volti e sono rientrate in radio, mentre noi spettatori ritorniamo ciechi dopo lo spettacolo visibile.   Di quelle voci intimamente familiari avevamo già in mente i visi ipotetici, supposizioni convincenti: ora restano confuse nel ricordo di nuovi volti così diversi dalle aspettative.    Marino Sinibaldi ha la presenza scenica di Paolo Hendel ma è più gentile.  Gabriella Caramore non è soltanto voce d’angelo, sta seduta sul palco in punta di piedi  e vibra di femminilità casalinga.  La perfezione della voce dei conduttori radiofonici non si addice alla quotidianità del loro aspetto.  In televisione potrebbero recitare la parte del cameraman: sempre dietro la macchina da presa con quelle giacche sgualcite, quei foulard svolazzanti e il bavero stropicciato di colore indefinito.   La dittatura televisiva vorrebbe immagini perfette anche per i conduttori radiofonici, immagini belle come la  loro voce.   Quella che mostrano invece è la bellezza della normalità, l’unica degna cornice ai discorsi sensati.

Ora che la nebbia si dissolve in fretta e l’estate riappare, prospettiva imminente, non so se assecondare l’impeto e ripartire anch’io d’istinto, all’improvviso come la primavera. Si ma dove?  L’esito del progetto all’inceneritore di Sesto è incerto. La risposta dell’ingegner Parvang è vaga, sfumata, neanche lui sa se funziona oppure no.  Il suo cervello deve aver subito gli effetti psicologici dei sistemi di controllo in logica sfumata, come una malattia professionale serpeggiante che adesso gli fa vedere tutto sfumato, in parte vero, in parte falso, senza più risposte certe.  Per un disagio così grave in Italia ci sarebbe una azione legale contro i datori di lavoro. Ma Parvang vive a Copenhagen e ancora non lo ha capito.

Radio3 in festival

14 aprile, 2009 § Lascia un commento

Radio 3 trasmette da Cervia il prossimo fine settimana, dal 17 al 19 Aprile.  Succede una volta l’anno e, almeno per me, è un valido motivo per risiedere a Cervia.   Chi di voi si trovasse fra la folla stordita di turisti fuori stagione in transito sulla Statale Adriatica, se lo rammenti.  L’illusione di mettere a bagno il calcagno condurrà su spiagge nebbiose come il Mare del Nord, ma l’intraprendenza dei Cervesi ha già risolto l’inconveniente proponendo un evento radiofonico di primo piano, sostitutivo della balneabilità.  Il mare può anche scomparire, ma il turismo balneare, in Romagna, è evidente che non finirà: è una forza della natura coltivata da decenni dai contadini-albergatori, con grande successo.

Fra il traffico, fra i camper in sosta in mezzo alla strada, fra le piadine e i luna park troverete anche me, in Via Calabria numero 16. Sarò felice di accogliervi: ci inventeremo qualcosa con le vongole e la seppia!

Il cortile dei fiori senza nome

8 aprile, 2009 § 2 commenti

dsc010156Il sole riscalda la pelle, anche l’erba se ne è accorta e spinge in su i colori di una fioritura fragile e generosa. Non sono margherite queste piante minuscole…  chissà qual’è il loro nome. Hanno forme sorprendenti ma l’occhio automatico guarda distratto e vede solo una tavolozza sporca di colori: è difficile cogliere fiori così piccoli, senza nome. L’incanto delle forme e dei colori riappare solo con l’occhio “in manuale” in una esplorazione fuori dalle abitudini. Fino a sessant’anni fa il nome dei fiori era ovvio per chi viveva in campagna: significava conoscere la terra, quando “conoscere” voleva dire “possedere”. Ora non si possiede nulla sulla terra, se non è di calcestruzzo.  Ma questi fiori compaiono ancora in anonimato ad ogni primavera per dirci quanto siamo stupidi.

Ma cosa fanno i geofisici…?

6 aprile, 2009 § 4 commenti

Almeno gli astrologi predicono il futuro, invece i geofisici passano le giornate a riempire i computer con i dati, tantissimi dati, e studiano improbabili modelli predittivi. Quando arriva un terremoto sono in mutande e scendono le scale al volo col cuore in gola, come tutti gli altri che di geofisica non capiscono una mazza. Ecco allora il disappunto della collettività (e del Ministro Brunetta) che li mette fra i fannulloni.  Con gli oroscopi gli astrologi indovinano il futuro, i geofisici invece non ci azzeccano mai. Le scienze esatte non sono di questo mondo e chi le pratica dovrà inventarsi qualcosa di più appetitoso per farsi amare. Alla comunità di geofisici, di cui l’amico Olivo è un degno rappresentante, suggerisco allora di fare previsione sui “non terremoti” che sono statisticamente  più probabili dei terremoti, con affermazioni tipo: “nelle prossime quarantott’ore non ci saranno scosse nell’area urbana di Roma” oppure “dal 18 al 21 Aprile non ci saranno terremoti alle sorgenti del Tevere”.

Per affermazioni come queste, che hanno un’altissima probabilità di avverarsi,  le comunità locali interessate pagherebbero volentieri. Sai quante persone richiederebbero l’intervento di Enzo Boschi per sentirsi rassicurare! Con quei capelli folti, bianchi, da menagramo, Boschi potrebbe anche spingersi oltre ed esigere il pagamento di una protezione, senza la quale scatenerebbe la forza del terremoto. Non sarebbe scientifico, d’accordo, ma riempirebbe le casse dell’ Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia in sintonia con lo stile di casa (e di cosa) nostra.

Dove sono?

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