Out out

18 marzo, 2009 § 3 commenti

Da tre anni vivo con una squadra di consulenti di outplacement alle calcagna, è un effetto della “persistente crisi del mercato dello zucchero che comporta un drastico ridimensionamento dell’attività industriale saccarifera europea e nazionale”. Ho conosciuto uomini e donne,  sedicenti manager e brillanti venditori che avrebbero dovuto assistermi nel rito di passaggio verso un lavoro nuovo se io l’avessi desiderato veramente, fino in fondo.  L’ultimo tentativo, il mio consulente di outplacement l’ha fatto al telefono qualche giorno giorno fa.  Non lo sentivo da un po’ di tempo, da quando lui avrebbe giocato volentieri l’ultima carta, l’asso di bastoni contro la mia attitudine a svicolare.  Di ritorno dal lavoro in Texas, dopo l’uragano, allo scoppio della crisi finanziaria mi diceva che era il momento giusto per mordere, che ero pronto, che non dovevo mollare.   Dovevo fare presto per non perdere altre occasioni, mettere subito la firma sul mio licenziamento, andare nella sede dell’associazione degli industriali di Forlì dove un manipolo di funzionari avrebbe officiato il rito.  Secondo la società di outplacement, la condizione di attesa in cui stavo precipitando era una droga da cui occorreva disintossicarsi.  Dovevo rinunciare subito ai milletrecentocinquanta euro mensili di cassa integrazione accettando, in cambio, i novecentocinquanta di mobilità che avrebbero avuto sulla mia psiche un effetto energizzante.   Non c’era più tempo: l’idea della riconversione aziendale per i dipendenti in esubero era evidentemente una balla, una copertura per la spartizione privata del fondo europeo di liquidazione che avrebbe arricchito spudoratamente solo qualcuno, che non ero io.

Con me si era sbottonato fin troppo, il consulente Robero, davvero giovane: gli ero simpatico, forse per effetto dei suoi trent’anni ancora spettinati, con la barba ispida, di corsa fra un treno e un autobus sotto i portici di Bologna.   La mia storia l’avevo già tirata abbastanza per le lunghe durante la scorsa primavera, con la promessa di andarmente dall’azienda al compimento del quarantesimo anno di età, quando avrei beneficiato del raddoppio del periodo di mobilità, da uno a due anni allo scoccare dei quaranta.   Ma l’estate era passata ed io ero ancora lì, con i miei quarant’anni suonati, ad aspettare.  Roberto chiamava due, tre, quattro volte ogni settimana da telefoni sempre diversi ed io non rispondevo.  Ha aspettato sapientemente, ha lasciato passare un mese prima di telefonare di nuovo la settimana scorsa, con un tono perentorio da ultimatum: non c’erano altre possibiltà, diceva, non ci sarebbe stata più un’occasione come quella.  Il tempo stava per finire, l’azienda mi avrebbe richiamato al lavoro molto presto per un incarico inadeguato, lui lo sapeva bene, perchè conosceva le mie potenzialità.  Se volevo dare una svolta alla mia vita non dovevo perdere altro tempo, c’erano ancora due-tre posti disponibili sulla giostra dell’outplacement, per  salvarmi dovevo decidere: o la mobilità, o la morte.  Credo di non aver colto subito il senso della “fine del tempo” su cui Roberto ritornava insistentemente.  Non capivo di quale tempo stesse parlando, sembrava alludere al giudizio finale, alla separazione fra santi e reprobi, dove i santi sono quelli che si incamminano “per tempo” sulla via dell’outplacement.

Ascoltavo meglio ciò che ripeteva la sua voce morbida ma decisa, eravamo al telefono da mezz’ora.   La “fine del tempo” non riguardava me e nemmeno il gruppo dei tecnici agricoli, un bel numero di esperti cinquantenni inoccupati nel cuore della Romagna agricola, tutti insieme in una attesa senza capo nè coda nel sacco a pelo delle tutele sindacali.  La fine, udite udite, riguardava i consulenti, Roberto e la società di outplacement alla quale non era stato rinnovato il contratto in scadenza a metà marzo.  Quella telefonata era un commiato travestito da ultimatum, l’avevo capito, finalmente.  Avrei chiesto volentieri cosa potevo fare per loro, se potevo essere d’aiuto in qualche modo, ma tacevo: con il mio licenziamento gli avrei permesso di strappare almeno un successo; attivando un programma di outplacement individuale,  la performance del servizio di consulenza non sarebbe stata così negativa e  l’attività professionale di Roberto si sarebbe prolungata oltre il gelo della crisi globale, almeno per un altro anno.

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§ 3 risposte a Out out

  • Nico ha detto:

    here the sad question: who outplaces the outplacers?

  • olivo ha detto:

    povero roberto. cinico lorenzo

  • Iochesaroprestofuori ha detto:

    Oggi ho scoperto questa nuova opportunità per le aziende che si vogliono togliere dalle scatole dei dipendenti , perchè non servono più, il racconto è triste ma c’è sempre chi sta peggio di te…

    La maggior parte delle aziende non si pone nemmeno il problema di riconvertirti, darti delle opportunità, indirizzarti e aiutarti.
    Un bel calcio nel sedere è l’unica opportunità che ti viene offerta..

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