Vento di Marzo

25 marzo, 2009 § 1 Commento

La primavera è cominciata fra i fuochi di San Giuseppe, fra le raffiche di vento notturno e il fumo dei falò nel campo dietro casa.   Adesso la luce si alza presto la mattina ed illumina i colori all’orizzonte con un riverbero tiepido.  Il display del cellulare vorrebbe fare la sua parte, ma guarda silenzioso, senza trilli, è inanimato.  I miei consulenti del servizio di Outplacement non chiamano più, sono stati licenziati.  Neanche il danese Asger ha il coraggio di telefonare: vorrebbe forse che lo chiamassi io, gli piacerebbe ricevere da me una “soffiata” per vendere i suoi sistemi di controllo avanzato ad un altro cliente, un cliente a caso nel territorio della Repubblica italiana.  Chissà cosa hanno combinato i miei danesi a Milano, bisogna chiederlo all’ingegner Parvang che si è impantanato all’inceneritore di Sesto circa un mese fa.   Potevo aiutarlo a sbrogliare i suoi guai italiani, ma il progetto danese sta diventando un guaio più grande di noi, molto in fretta, a contatto con l’aria del Bel Paese.

Mi piace il silenzio del cellulare.  La primavera è una vibrazione continua di molte frequenze sottovoce che non hanno bisogno di altre parole.  Anche i camion trovano finalmente l’onda giusta, di lontano fanno da basso alle raffiche di vento, ai trilli degli uccelli solisti.   Il cellulare è in stand-by ma potrebbe irrompere  con qualche strana melodia all’improvviso, me lo aspetto da un momento all’altro: non è possibile che duri così a lungo questa condizione beata nella quale mi sono calmato tre anni fa.  Se fosse una creatura, la mia cassa integrazione avrebbe l’età giusta per correre e fare discorsi di una certa complessità, dopo trentasei mesi: non è normale!  Infatti è una Cassa Integrazione Straordinaria, i sindacalisti non bastano a descriverla ed occorrono altre espressioni, estreme, per contenerne il significato grave e persistente di crisi e di sogno.

Mi chiedo quale sarà la prossima mossa del nostro capo, ora che non c’è più l’esca dell’Outplacement, per disfarsi dei dipendenti.   Ci sarà ancora qualche incarico surreale, forse, in fabbriche sospese fra la demolizione e la riconversione, oppure come centralinista a casa del padrone.  Ma l’accordo europeo, firmato dai ministri dell’Unione,  parla chiaro: nessuno sarà costretto a rinunciare alla propria posizione, se non volontariamente.   Per quel che mi riguarda,  ora, volontariamente guardo l’orizzonte, il profilo azzurro disteso degli appennini che incespicano ad oriente sulla rupe di San Marino, e la lontananza della neve sulla groppa del Monte Catria.  Il vento di Marzo ha smaltato le montagne, questa notte, così azzurre che sembrano dipinte.

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Out out

18 marzo, 2009 § 3 commenti

Da tre anni vivo con una squadra di consulenti di outplacement alle calcagna, è un effetto della “persistente crisi del mercato dello zucchero che comporta un drastico ridimensionamento dell’attività industriale saccarifera europea e nazionale”. Ho conosciuto uomini e donne,  sedicenti manager e brillanti venditori che avrebbero dovuto assistermi nel rito di passaggio verso un lavoro nuovo se io l’avessi desiderato veramente, fino in fondo.  L’ultimo tentativo, il mio consulente di outplacement l’ha fatto al telefono qualche giorno giorno fa.  Non lo sentivo da un po’ di tempo, da quando lui avrebbe giocato volentieri l’ultima carta, l’asso di bastoni contro la mia attitudine a svicolare.  Di ritorno dal lavoro in Texas, dopo l’uragano, allo scoppio della crisi finanziaria mi diceva che era il momento giusto per mordere, che ero pronto, che non dovevo mollare.   Dovevo fare presto per non perdere altre occasioni, mettere subito la firma sul mio licenziamento, andare nella sede dell’associazione degli industriali di Forlì dove un manipolo di funzionari avrebbe officiato il rito.  Secondo la società di outplacement, la condizione di attesa in cui stavo precipitando era una droga da cui occorreva disintossicarsi.  Dovevo rinunciare subito ai milletrecentocinquanta euro mensili di cassa integrazione accettando, in cambio, i novecentocinquanta di mobilità che avrebbero avuto sulla mia psiche un effetto energizzante.   Non c’era più tempo: l’idea della riconversione aziendale per i dipendenti in esubero era evidentemente una balla, una copertura per la spartizione privata del fondo europeo di liquidazione che avrebbe arricchito spudoratamente solo qualcuno, che non ero io.

Con me si era sbottonato fin troppo, il consulente Robero, davvero giovane: gli ero simpatico, forse per effetto dei suoi trent’anni ancora spettinati, con la barba ispida, di corsa fra un treno e un autobus sotto i portici di Bologna.   La mia storia l’avevo già tirata abbastanza per le lunghe durante la scorsa primavera, con la promessa di andarmente dall’azienda al compimento del quarantesimo anno di età, quando avrei beneficiato del raddoppio del periodo di mobilità, da uno a due anni allo scoccare dei quaranta.   Ma l’estate era passata ed io ero ancora lì, con i miei quarant’anni suonati, ad aspettare.  Roberto chiamava due, tre, quattro volte ogni settimana da telefoni sempre diversi ed io non rispondevo.  Ha aspettato sapientemente, ha lasciato passare un mese prima di telefonare di nuovo la settimana scorsa, con un tono perentorio da ultimatum: non c’erano altre possibiltà, diceva, non ci sarebbe stata più un’occasione come quella.  Il tempo stava per finire, l’azienda mi avrebbe richiamato al lavoro molto presto per un incarico inadeguato, lui lo sapeva bene, perchè conosceva le mie potenzialità.  Se volevo dare una svolta alla mia vita non dovevo perdere altro tempo, c’erano ancora due-tre posti disponibili sulla giostra dell’outplacement, per  salvarmi dovevo decidere: o la mobilità, o la morte.  Credo di non aver colto subito il senso della “fine del tempo” su cui Roberto ritornava insistentemente.  Non capivo di quale tempo stesse parlando, sembrava alludere al giudizio finale, alla separazione fra santi e reprobi, dove i santi sono quelli che si incamminano “per tempo” sulla via dell’outplacement.

Ascoltavo meglio ciò che ripeteva la sua voce morbida ma decisa, eravamo al telefono da mezz’ora.   La “fine del tempo” non riguardava me e nemmeno il gruppo dei tecnici agricoli, un bel numero di esperti cinquantenni inoccupati nel cuore della Romagna agricola, tutti insieme in una attesa senza capo nè coda nel sacco a pelo delle tutele sindacali.  La fine, udite udite, riguardava i consulenti, Roberto e la società di outplacement alla quale non era stato rinnovato il contratto in scadenza a metà marzo.  Quella telefonata era un commiato travestito da ultimatum, l’avevo capito, finalmente.  Avrei chiesto volentieri cosa potevo fare per loro, se potevo essere d’aiuto in qualche modo, ma tacevo: con il mio licenziamento gli avrei permesso di strappare almeno un successo; attivando un programma di outplacement individuale,  la performance del servizio di consulenza non sarebbe stata così negativa e  l’attività professionale di Roberto si sarebbe prolungata oltre il gelo della crisi globale, almeno per un altro anno.

Outplacement

12 marzo, 2009 § 6 commenti

Le parole inglesi sono utili nei discorsi vaghi,  suggeriscono concretezza in situazioni incerte.  Outplacement ha un suono rotondo di bellezza anglosassone che piace a tutti, agli esterofili e agli italiani di lingua autarchica, ma esige un contesto, perchè la parola outplacement, da sola, non vuole dire nulla:  piazzar fuori, fuori dove?    Guardiamo cosa dice il dizionario Collins Mondadori: outpatient, outpost, outputoutplace non c’è: strano, forse perchè il dizionario è troppo piccolo, un tascabile.  Prendiamo allora un vocabolario italiano-inglese di duemila pagine: outpatient, outplay, outpoint, outport, outpost… niente outplacement, neanche qui.   Che sia un neologismo?  I vocabolari di carta appartengono al secolo scorso, oggi c’è il web e la parola outplacement emerge effettivamente dal ventre collettivo della rete, con google e wikipedia.

La procedura di outplacement è nata di rimbalzo due decenni fa, all’ombra di un altro neologismo che ha trasformato i dipendenti in risorse umane.  Quando il dipendente non è più una risorsa, comincia l’outplacement, l’eutanasia dell’impiegato di buon livello che decide di andarsene liberamente con l’aiuto dell’azienda. Il posto di lavoro diventa stretto, lo spazio angusto.  Le prospettive di carriera sfumano, come i capelli che coprono a malapena la calvizie tesa in avanti per il buongiorno, puntuale ogni mattina.  Ogni giorno, sempre di più, l’impiegato ripiega il corpo sgonfio sulla scrivania.  La direzione interpreta correttamente le ultime volontà del dipendente terminale e, con grande generosità, si fa carico dei costi della confraternita di consulenza, la cosiddetta società di outplacement, un capolavoro di imprenditoria del terziario avanzato.   Una bella mattina l’impiegato varca l’uscio per incontrare il consulente della società di outplacement e vede effettivamente il riverbero di una luce, finalmente, dopo tanto tempo, le ali di una creatura angelica. Il consulente porta aria nuova, la sua giacca rispecchia l’immagine ringiovanita dell’impiegato, che si risveglia,  si passa la mano fra i capelli dimenticando che non ne ha quasi più.

L’esperto di outplacement è lì per vendere l’idea di un altro posto dove la vita è migliore, come se dentro la sua valigetta ci fossero i depliant di un paradiso tropicale.  Ma il cammino verso la terra promessa non è automatico, neanche il consulente sa con precisione dov’è: lui ha una laurea in scienze politiche (o in storia dell’arte) e dovrebbe dare consigli agli ingegneri chimici di cinquant’anni, ai biologi molecolari, come se sapesse tutto del loro mestiere.  Non è importante, dice, quello che conta è il network, la rete dei contatti.  La società di outplacement è un nodo nevralgico nella ragnatela dei contatti che spalancano una porta dopo l’altra.   Può bastare per risvegliare le ambizioni sopite dell’impiegato, per scioglierne l’incantesimo, la trappola di un scrivania ingrata dove ha gettato l’ancora troppi anni fa.  La società di outplacement luccica come un club a cui sarebbe bello appartenere.  I distintivi, i lustrini del consulente, potrà metterli anche l’impiegato sulla sua giacca, che non sarà più polverosa, aderendo al programma personalizzato di outplacement. Così il licenziamento diventa una festa, una galleria di nuove opportunità; non è più un baratro da cui tenersi alla larga.

Il dipendente esce dall’azienda, con i complimenti del capo che si congratula personalmente per le doti umane e professionali della risorsa umana che lo abbandona, dicendo che va bene così, che la sua ex risorsa-umana troverà sicuramente uno spazio adeguato per la propria crescita professionale al di fuori dell’angusto recinto dov’è costretto a lavorare.  Qualche tempo fa sarebbe apparso stonato parlare in questo modo, quando gli impiegati non si chiamavano ancora risorse umane, se possedevano qualche dote erano incentivati a restare.  Ora l’incentivo va a chi decide di andarsene, ma non sappiamo se ad andarsene sono i migliori, i peggiori o semplicemente i meno adatti.   Nell’esodo incentivato l’ex dipendente s’accorge d’essere bifronte, la faccia rivolta al passato è stanca rabbiosa e nera, mentre l’altra, quella rivolta alle nuove sorti progressive, appiccica su di sè il maquillage dei consulenti di outplacement, che insegnano bene (in questo sono maestri) i trucchi per diventare l’uomo giusto al posto giusto, sempre.  Le società di outplacement padroneggiano egregiamente le scienze della comunicazione.  Nei loro cartelloni pubblicitari ci sono aquile, che allargano le ali su un territorio smisurato, oppure mani, che lasciano luccicare pietre preziose.  Alludono entrambi ad una liberazione iniziatica, un invito all’autorealizzazione per chi non-ci-sta-più-dentro. Anche i nomi delle società di outplacement denotano maestria. Cosa c’è di più semplice, fluido ed universale della fusione in un’unica parola dell’uomo con l’impresa da cui dipende? Uomoimpresa, eccola: senza padroni, senza servi, piace a tutti una parola per metà mantra (uomoim) e per metà certezza (presa!).

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