Colloqui

21 gennaio, 2009 § 2 commenti

Fabbri e Parvang sono due ingegneri di cinquant’anni, uno moro, l’altro coi capelli bianchi, piuttosto alti entrambi, ma secchi, così che la loro altezza diventa una lunghezza sinuosa, assorta verso l’alto.  Fabbri è nato in romagna e lavora a Forlì.  Dopo la laurea, venticinque anni fa, si è dato parecchio da fare ed ora è socio di una bella azienda che realizza centrali elettriche, un business cresciuto con la liberalizzazione del mercato energetico, per cui tutti i proprietari di industrie che consumano elettricità e vapore, possono diventare essi stessi rivenditori di elettricità e di vapore.  Il mercato dell’energia gioca con le parole e dice d’essere l’energia del mercato che non conosce crisi.   Per l’ingegner Fabbri, che non va mai in ferie, l’indefinibile energia è esattamente l’attitudine a compiere un lavoro, come dicono i libri delle scuole medie.  Il suo ufficio ha le pareti spoglie, una grande scrivania ed un mobile basso, con mucchi di faldoni accatastati in ordine provvisorio, un ordine sufficiente per le occhiate dell’ingegnere, senza la frivolezza del riordino.  Verso la finestra respirano le foglie verdi di una grande pianta, come per dire: qui non manca nulla.

Fabbri non conosce Parvang e difficilmente avrà il tempo di incontrarlo.    L’ingegner Parvang vive a Copenhagen e si è fatto un nome internazionale come manager nel recupero di progetti abbandonati.  Non è raro che grosse società multinazionali  interrompano la realizzazione di un impianto o di una infrastruttura, a causa di dissesti finanziari o soltanto per il capriccio di un consiglio di amministrazione che ha cambiato idea.  Cantieri sospesi, per mesi, per anni, con i lavoratori appollaiati sulle travi ad aspettare, con le bottiglie di birra in mano, o spostati temporaneamente altrove…  Quando il  cantiere riparte con il denaro di un nuovo investitore, entra in gioco l’ingegner Parvang, che ricomincia, pulisce il cantiere e ci riprova, a far lavorare la gente.

L’ingegner Parvang conosce bene gli impianti di incenerimento, che gli anglosassoni chiamano Waste-to-Energy, con un eufemismo più schietto dell’italiano termovalorizzatori, ed ha fondato una società di ingegneria in Danimarca, per migliorare l’efficienza degli impianti di incenerimento.  Fra i servizi che intende offrire c’è la tecnologia del sistema esperto Fuzeven, verso il quale anch’io avevo orientato la mia intraprendenza qualche anno fa, perchè ci credevo, che fosse possibile ridurre, ad esempio, le emissioni di anidride carbonica con un sistema esperto, che dialogasse con le valvole ed i sensori dell’impianto tramite piccoli impulsi, tic tic, dosati con intelligenza, un’inesorabile intelligenza artificiale.  In zuccherificio c’ero riuscito, avevo applicato la logica artificiale del sistema FuzEven, ma con uno sforzo innaturale per quel luogo, che richiedeva meno intelligenza e di sicuro più astuzia, in vista dell’imminente dismissione della fabbrica.  Poi avevo cercato di vendere altre applicazioni della tecnologia FuzEven agli inceneritori della provincia ed era come se fossi andato a raccontar frottole.  Per certi trucchi c’è già il Mago Otelma, mi dicevano a Forlì, non abbiamo bisogno della Danimarca.

Da due mesi sapevo che l’ingegner Parvang voleva incontrarmi e ieri ci siamo visti finalmente, a Milano.  Lui ha acquisito la tecnologia Fuzeven e tutta l’esperienza del suo inventore Jens-Joergen Oestergaard, ma ancora non sa se ha fatto un buon affare. La crisi potrebbe essere d’aiuto, paradossalmente: in mancanza di nuovi impianti e di grandi investimenti,  i lavori di ottimizzazione potrebbero trarne beneficio.

Nell’attesa dell’ingegner Parvang, due giorni prima di Natale, avevo incontrato l’ingegner Fabbri per un lavoro importante…l’occasione della mia vita, diceva al telefono l’amico Vittorio, consulente pensionato al lavoro come team leader.  Non avevo perso un attimo e mi ero presentato per il colloquio, di buon ora, l’antivigilia di Natale.   Colpevole dell’urgenza della mia convocazione era un giovanissimo ingegnere dell’area tecnico-commerciale che aveva avuto l’idea di licenziarsi, così, su due piedi, praticamente senza preavviso, lasciando sguarnito un posto di lavoro cruciale in  un momento di superattività.   Basta con questi giovinastri, che sono instabili e pensano solo a fare carriera: qui ci vuole un quarantenne!  Che abbia un po’ di esperienza, sì, ma… senza troppe pretese.

Nei corridoi stretti e sovraffollati, dove la fortuna benedice ancora il lavoro con il ritmo della crescita repentina,  si affacciano le vetrate degli uffici, come scompartimenti ferroviari in fila, ciscuno con tre postazioni di lavoro, salvo l’ultimo, dove troneggia la scrivania dell’amico Vittorio, sempre a parlare con qualcuno. Fa cenno con la mano e mi indica ai colleghi, ripetendo ossessivamente che io ero il compagno di scuola di sua figlia, alle medie, e che io ero il più bravo della classe, così bravo che impedivo a sua figlia di prendere il massimo dei voti, perchè il massimo, l’ottimo, era riservato soltanto a me.  Ecco, il compagno più bravo della figlia si aggira fra i corridoi: anche lui, come tutti, ha bisogno di lavorare.   Sono pochi i quarantenni, negli uffici prevalgono i giovani, con la borsa della palestra nascosta sotto la scrivania, pronta per la fuga; dalle porte socchiuse sbuca di tanto in tanto un consulente anziano pensionato, che si muove circospetto, strisciando contro il muro fra un ufficio e l’altro.

L’ingegner Fabbri mi accoglie finalmente per il colloquio, in modo aspro e virile, non sa che dire della mia laurea in fisica, lui che è ingegnere, non vorrebbe avere brutte sorprese. Comunque è disposto a darmi fiducia, almeno per un po’, non troppo, in affiancamento al mio senior (un ragazzo di trent’anni) e con le dritte dell’amico Vittorio dovrei farcela.  Squilla il telefono e  sento la voce infuriata di un fornitore che teme di perdere la vendita di una caldaia e maledice il Natale imminente, così forte che sembra in viva voce.  E’ uno dei più bravi, mi dicono. Parliamo di quanto guadagnavo in zuccherificio: troppo, è impensabile guadagnare quella somma, ora. Possiamo partire con un contratto a progetto, sei mesi, poi ancora a progetto poi, come le coppie che sono fidanzate da quarant’anni, possiamo sposarci.   Sposarci!?  L’ingegner Fabbri legge attentamente il mio curriculum e vede che non ho scritto nulla riguardo al mio diploma di maturità.  Conosce forse qualcuno della mia età a cui può chiedere come mi comportavo al liceo? L’amico Vittorio non lo sa, lui si ferma alla terza media.

Ieri l’ingegner Parvang non ha chiesto nulla dei miei studi, neanche della laurea in fisica.  A lui è bastato sapere che dieci anni fa ero andato in Olanda per incontrare il signor Oestergaard e che avevo già applicato quella tecnologia un po’ astrusa, chiamata Fuzeven, che adesso è la sua. Però mi ha fatto altre domande, ha voluto sapere,  ad esempio, come mai non lavoro per una grande società, come sarebbe naturale dal suo punto di vista per uno come me.  Mi ha anche chiesto come me la cavo con l’alcool, cioè se ho la tendenza a bere troppo quando mi trovo da solo in trasferta.  Nell’ultimo progetto che ha diretto in Cina, i suoi uomini, tutti scandinavi, sono stati letteralmente decimati dall’abitudine di ubriacarsi nel tempo libero.  Abbiamo parlato di lavoro in un modo in cui non ero più abituato, che credevo non esistesse più.  Lui sta cercando una persona di riferimento a cui assegnare un ruolo nel corso degli anni con un certo grado di autonomia, con un contratto di lavoro danese, tasse danesi, tutto là.  Niente equilibrismi fra contratti a progetto, contratti a tempo determinato, contratti a tempo indeterminato, casse integrazioni ordinarie, casse integrazioni straordinarie, mobilità brevi, mobilità lunghe, disoccupazioni retribuite.  Se sai lavorare è ovvio che lavori, se no smetti quel lavoro e ne trovi un altro più semplice: più facile di così?

Non mi ha promesso nulla e per dimostrare la sua imparzialità ha preteso che gli inviassi l’elenco delle spese di viaggio da Cervia a Milano, che mi saranno rimborsate.   Però gli piace l’idea di un italiano nella sua squadra, perchè crede di conquistare l’Italia, in questo modo.  Lo so, è praticamente impossibile vendere FuzEven agli italiani, ma fingiamo che sia possibile, almeno per qualche giorno ancora. E teniamo le dita incrociate!

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