Dream Factories

13 gennaio, 2009 § 3 commenti

dsc01494Fra i casi più interessanti di cooperazione culturale segnalati dalla Commissione Europea, c’e quello promosso dal Museo del Lavoro di Copenhagen, che ha avuto la bella idea di studiare l’edilizia industriale della seconda metà del Novecento sulle sponde del Mar Baltico e di metterla in relazione con lo sviluppo delle città in cui sorgevano quei complessi industriali.  Giovani ricercatori scandinavi e finlandesi sono stati coinvolti nello studio, cui hanno dato il nome di “Dream Factories”, fabbriche dei sogni.  E’ interessante quello che dicono: la razionalità degli impianti industriali ha influenzato l’oganizzazione delle città ed ha lasciato un’impronta ordinata attorno a sè, anche dopo la dismissione dei siti produttivi.  Per questo motivo le ex-fabbriche sono importanti, nell’Europa del nord, e sono sottoposte ad una speciale salvaguardia, che assegna un merito all’architettura industriale ben oltre i vincoli fissati dall’archeologia industriale in cui sguazzano i discorsi italiani di tutela.

Mentre la commissione cultura dell’Unione Europea plaude alla salvaguardia delle fabbriche, attuata dalle aristocratiche democrazie del nord, la commissione agricoltura della medesima Unione Europea è impegnata a redistribuire i quantitativi di zucchero fra gli Stati produttori della comunità europea, dove alcuni vincono, altri perdono, ma credono di vincere lo stesso, perchè ricevono una somma di denaro esorbitante, 700 milioni di Euro, in cambio del diritto negato a produrre zucchero. Chi vince, cioè gli Stati che conservano il diritto a produrre zucchero, si impegnano ad indennizzare i perdenti, che devono dimostrare, però, di essere davvero perdenti.  Gli eserciti vittoriosi hanno sempre imposto agli sconfitti la distruzione degli arsenali militari, casomai gli venisse voglia di combattere ancora. Per ricevere l’indennizzo, gli industriali Italiani devono dimostrare di avere raso al suolo le loro fabbriche entro il 31 dicembre 2008.

dsc01496Le dismissioni sono un affare storico, in trent’anni se n’erano già chiusi cinquanta, di zuccherifici, sparsi in tutta Italia. Fabbriche abbandonate dalla sagoma inconfondibile, con le torri metalliche, sono ancora presenti nei luoghi più impensati di pianura, fra acquitrini e sterpaglie.   Ma le ultime chiusure, accompagnate dall’indennizzo e dalla distruzione, hanno sorpassato quelle precedenti per la voracità dell’oblio, che ha cancellato in poco tempo sia i luoghi sia la loro memoria. Vorrei chiedere a Renato Covino, professore di archeologia industriale, come uscire dalla trappola: in Italia c’è una legge che tutela il patrimonio industriale vecchio di almeno cinquant’anni, mentre una norma europea, nel caso specifico di tredici zuccherifici, obbliga a distruggerli indipendentemente dall’età.  Quello di Forlimpopoli è uscito di scena per il rotto della cuffia, è stato demolito dopo quarantanove anni: è morto così come è vissuto, fra l’indifferenza e la tracotanza.  Il lavoro di demolizione è andato avanti dieci mesi, con dedizione sistematica, zelo tenace: altro che “dream factory“… mentre le ruspe se lo mangiavano pezzo per pezzo sembrava un incubo, un futuro fantascientifico di autodistruzione, da vedere e da toccare.

Chi era là, ha visto il laboratorio chimico ancora intatto poco prima che le ruspe lo sventrassero come i panzer di un esercito nemico. Sui tavoli c’erano i fogli con le ultime consegne, fissati nel gesto finale di chi li aveva abbandonati per un attimo, e non sapeva di non tornare più.  Gli armadi con i prodotti chimici erano stati dimenticati perfino dal direttore tecnico, più bravo a galleggiare negli inganni delle consulenze che in una fabbrica in sfacelo. Dicono che sotto l’assedio c’erano litri e litri di acidi scaduti, perfino un bidone di mercurio.  Adesso che è tutto un cumulo di macerie, mi chiedo cosa sia rimasto là sotto.

dsc01497Tutte le fabbriche lasciano una impronta attorno a sè,  nel tempo, oltre la fine dell’attività produttiva.  I ricercatori del progetto “Dream Factories” hanno rilevato l’influenza positiva delle attività industriali nell’organizzazione razionale del territorio, sulle sponde del Mar Baltico, tanto da individuare nelle fabbriche i “cardini” di quell’organizzazione.   Se guardo l’impronta dello zuccherificio di Forlimpopoli, ora che non c’è più, vedo un groviglio di strade tortuose, luoghi svuotati, file di lampioni diretti verso il nulla.  Coerentemente con le teorie scandinave, lo zuccherificio di Forlimpopoli avrebbe la colpa postuma del caos che ha lasciato attorno a sè. Ma chissà se è corretto applicare teorie scandinave a Forlimpopoli, dove l’impronta è quella spontanea della dabbenaggine, della malizia contadina e della furbizia di quartiere, che hanno scalato le gerarchie fino al vertice.  La fabbrica non ha introdotto nuovi comportamenti, ha raccolto quello che c’era già, lo ha amplificato in modo grottesco, ributtandolo come una mareggiata.  Il caos che resta, attorno, grida l’eco di un rumore scomparso, un rumore antico, sotterraneo, sommerso.

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