Duemila9

9 gennaio, 2009 § 2 commenti

Ieri ho riavuto il collegamento ADSL.  Dopo dieci giorni di black out e dopo una quantità di telefonate  al 187 di telecom, che avrebbe dovuto riparare il guasto nelle quarantotto ore successive ad ogni chiamata, ieri è arrivato in casa un tecnico, un giovane con la giacca a vento blu ed i capelli corti neri, che ha smanettato fra le prese telefoniche con ineccepibile metodo sperimentale.  Per tentativi ed errori in pochi istanti ha scoperto il colpevole: il filtro ADSL. Aveva smesso di funzionare il 30 dicembre, mentre col trapano stavo montando il nuovo tavolino d’angolo per l’IMac, che arreda prefettamente i trentaquattro metri quadrati dove vivo, a Cervia.  L’ADSL non ha sopportato le vibrazioni, o lo sbalzo di tensione del trapano, oppure è stata vittima del millenium bug con nove anni di ritardo. Le nuove tecnologie sono appese ad un filo.

L’anno nuovo è arrivato come un contenitore vuoto accompagnato dalla lettera ossequiosa del mio Babbo Natale, per il quale il “perdurare della grave situazione di crisi… ed il drastico ridimensionamento dell’attività saccarifera europea e nazionale…” non è ancora motivo di scandalo, anzi  è il pretesto per un altro anno di dignitoso stipendio in cambio di nulla, sotto il nome di  Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria, mentre i vecchi dirigenti già in pensione restano al lavoro con stipendi da favola a pilotare le riconversioni finte: una fabbrica di pomodoro ad Argenta ed una raffineria di zucchero a Brindisi, secondo un progetto di quarantacinque anni fa. I Sindacati prendono su la loro parte e le tensioni si annacquano. Un anno dopo l’altro tutto si aggiusta, o si è aggiustato fino ad ora.  Per quanto tempo ancora sarà più vantaggioso distruggere anziché costruire?

A gennaio gli orti di Cervia sono immobili, lo sguardo fuori dalla finestra registra solo i frammenti di un volo: è un pettirosso spaventato, è un manipolo di uccelli bianchi, forse gabbiani.  Verso l’alto le distanze sfumano in una massa di grigio, nè nebbia, nè cielo.   Il sole riappare come una chiazza buttata là, meno grigia.  Guardo il cielo e mi ricordo le immagini del cielo di Venere nei libri per ragazzi, un’atmosfera solfurea ribollente come l’inferno, che le sonde spaziali hanno esplorato per pochi istanti prima di sciogliersi, schiacciate dal peso della colonna d’atmosfera.  Qui invece fa freddo, potrebbe nevicare ma piove, una pioggia fine che entra sotto i vestiti, fa freddo anche quando non bagna.

Il mare ha lo stesso colore della spiaggia e d’inverno si allarga.  Le onde appaiono d’un tratto,  strisce di schiuma appena ricurve sui fondali bassi avanzano lente verso la spiaggia, maniache del parallelismo. Le scritte variopinte fanno inutile rumore sui tetti dei Bagni con le porte murate in attesa del risveglio, a ridosso della duna artificiale.  Ci sono pali piantati in disordine con le reti, ma i pescatori non c’entrano.  Là in mezzo c’è spazio per il beach volley, per le partite a racchettoni sulla sabbia bollente.  E’ giusto che la sabbia riposi d’inverno come la terra.  I bagnini figli di contadini coltivano la sabbia come se dovessero piantarci sopra filari d’alberi da frutto, peschi, susini e ombrelloni.  Il mercato ortofrutticolo è in crisi, ma la coltivazione degli ombrelloni no.

Al piano di sopra, sopra i trentaquattro metri quadrati del mio appartamento, abita Avio, un ex-geometra che ha ceduto al richiamo ruggente della spiaggia trasformandosi in bagnino a quarant’anni.   D’estate scende giù la mattina presto per le scale, lo sento che canta e fischia mentre mette in moto il suo cinquantino più adatto ad un adolescente che ad un uomo maturo come lui.  Va al lavoro alle sei, quando il sole è  basso sull’orizzonte ed il mare luccica come una lamina di metallo, pulisce la sabbia, dispone i lettini ed apre gli ombrelloni uno alla volta. La spiaggia si popola di voci in ciabatte, per tutta la mattina fino all’una; Avio ha appena il tempo per riposarsi a metà giornata, poi torna in spiaggia, fin dopo il tramonto, fino a metà settembre.

D’inverno mi capita di incontrare Avio sul pianerottolo delle scale, vestito elegante, di un’eleganza professionale lucida e tetra.  I suoi capelli neri da bagnino, sempre mossi sulle spalle, gli incorniciano il viso in modo diverso, solenne.  Non gli faccio domande perchè so da dove viene, quando è vestito così. Nella sua giacca col taschino ed il fazzoletto bianco sento ancora l’odore dei fiori e degli incensi.  D’inverno Avio lavora in un’agenzia di pompe funebri.

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