Ventisette Gennaio

27 gennaio, 2009 § 1 Commento

L’ingenger Parvang ha risposto con una mail. Il mio coinvolgimento dipende dal successo di un progetto pilota, nel termovalorizzatore di Sesto San Giovanni. E’ la prima applicazione della tecnologia FuzEven in Italia, dopo quella in zuccherificio, questa volta nella periferia ex-operaia di Milano. Sono passati sette anni da quando FuzEven funzionava in  zuccherificio.  Per esperienza mi ero quasi convinto che fosse impossibile applicare FuzEven in Italia, invece adesso devo tornare a crederci, sperarci, fare il tifo, perché le mie possibilità passano ancora una volta attraverso l’Italia: d’accordo, non è più la triviale periferia romagnola, è Milano, ma è pur sempre Italia, dove i progetti si dilatano ed impiegano il triplo, solo per cominciare.

Se Parvang avesse detto: dobbiamo rimandare perché i clienti non hanno più soldi, oppure: i clienti sono impegnati  in azioni di downsizing e non hanno tempo per noi, mi sarei rassegnato ancora una volta all’onda lunga della crisi. Invece non è colpa della crisi, dipende solo dal successo di un progetto pilota: se funziona come nei patti, procediamo, altrimenti basta. L’inventore della tecnologia FuzEven, con centinaia di applicazioni dalla Cina agli Stati Uniti d’America, dovrebbe farcela anche stavolta, direi di sì, oppure impedirebbe proprio a me di continuare, lasciandomi un’amara conferma in bocca: FuzEven funziona in tutto il mondo, con la sola eccezione dell’Italia.

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Colloqui

21 gennaio, 2009 § 2 commenti

Fabbri e Parvang sono due ingegneri di cinquant’anni, uno moro, l’altro coi capelli bianchi, piuttosto alti entrambi, ma secchi, così che la loro altezza diventa una lunghezza sinuosa, assorta verso l’alto.  Fabbri è nato in romagna e lavora a Forlì.  Dopo la laurea, venticinque anni fa, si è dato parecchio da fare ed ora è socio di una bella azienda che realizza centrali elettriche, un business cresciuto con la liberalizzazione del mercato energetico, per cui tutti i proprietari di industrie che consumano elettricità e vapore, possono diventare essi stessi rivenditori di elettricità e di vapore.  Il mercato dell’energia gioca con le parole e dice d’essere l’energia del mercato che non conosce crisi.   Per l’ingegner Fabbri, che non va mai in ferie, l’indefinibile energia è esattamente l’attitudine a compiere un lavoro, come dicono i libri delle scuole medie.  Il suo ufficio ha le pareti spoglie, una grande scrivania ed un mobile basso, con mucchi di faldoni accatastati in ordine provvisorio, un ordine sufficiente per le occhiate dell’ingegnere, senza la frivolezza del riordino.  Verso la finestra respirano le foglie verdi di una grande pianta, come per dire: qui non manca nulla.

Fabbri non conosce Parvang e difficilmente avrà il tempo di incontrarlo.    L’ingegner Parvang vive a Copenhagen e si è fatto un nome internazionale come manager nel recupero di progetti abbandonati.  Non è raro che grosse società multinazionali  interrompano la realizzazione di un impianto o di una infrastruttura, a causa di dissesti finanziari o soltanto per il capriccio di un consiglio di amministrazione che ha cambiato idea.  Cantieri sospesi, per mesi, per anni, con i lavoratori appollaiati sulle travi ad aspettare, con le bottiglie di birra in mano, o spostati temporaneamente altrove…  Quando il  cantiere riparte con il denaro di un nuovo investitore, entra in gioco l’ingegner Parvang, che ricomincia, pulisce il cantiere e ci riprova, a far lavorare la gente.

L’ingegner Parvang conosce bene gli impianti di incenerimento, che gli anglosassoni chiamano Waste-to-Energy, con un eufemismo più schietto dell’italiano termovalorizzatori, ed ha fondato una società di ingegneria in Danimarca, per migliorare l’efficienza degli impianti di incenerimento.  Fra i servizi che intende offrire c’è la tecnologia del sistema esperto Fuzeven, verso il quale anch’io avevo orientato la mia intraprendenza qualche anno fa, perchè ci credevo, che fosse possibile ridurre, ad esempio, le emissioni di anidride carbonica con un sistema esperto, che dialogasse con le valvole ed i sensori dell’impianto tramite piccoli impulsi, tic tic, dosati con intelligenza, un’inesorabile intelligenza artificiale.  In zuccherificio c’ero riuscito, avevo applicato la logica artificiale del sistema FuzEven, ma con uno sforzo innaturale per quel luogo, che richiedeva meno intelligenza e di sicuro più astuzia, in vista dell’imminente dismissione della fabbrica.  Poi avevo cercato di vendere altre applicazioni della tecnologia FuzEven agli inceneritori della provincia ed era come se fossi andato a raccontar frottole.  Per certi trucchi c’è già il Mago Otelma, mi dicevano a Forlì, non abbiamo bisogno della Danimarca.

Da due mesi sapevo che l’ingegner Parvang voleva incontrarmi e ieri ci siamo visti finalmente, a Milano.  Lui ha acquisito la tecnologia Fuzeven e tutta l’esperienza del suo inventore Jens-Joergen Oestergaard, ma ancora non sa se ha fatto un buon affare. La crisi potrebbe essere d’aiuto, paradossalmente: in mancanza di nuovi impianti e di grandi investimenti,  i lavori di ottimizzazione potrebbero trarne beneficio.

Nell’attesa dell’ingegner Parvang, due giorni prima di Natale, avevo incontrato l’ingegner Fabbri per un lavoro importante…l’occasione della mia vita, diceva al telefono l’amico Vittorio, consulente pensionato al lavoro come team leader.  Non avevo perso un attimo e mi ero presentato per il colloquio, di buon ora, l’antivigilia di Natale.   Colpevole dell’urgenza della mia convocazione era un giovanissimo ingegnere dell’area tecnico-commerciale che aveva avuto l’idea di licenziarsi, così, su due piedi, praticamente senza preavviso, lasciando sguarnito un posto di lavoro cruciale in  un momento di superattività.   Basta con questi giovinastri, che sono instabili e pensano solo a fare carriera: qui ci vuole un quarantenne!  Che abbia un po’ di esperienza, sì, ma… senza troppe pretese.

Nei corridoi stretti e sovraffollati, dove la fortuna benedice ancora il lavoro con il ritmo della crescita repentina,  si affacciano le vetrate degli uffici, come scompartimenti ferroviari in fila, ciscuno con tre postazioni di lavoro, salvo l’ultimo, dove troneggia la scrivania dell’amico Vittorio, sempre a parlare con qualcuno. Fa cenno con la mano e mi indica ai colleghi, ripetendo ossessivamente che io ero il compagno di scuola di sua figlia, alle medie, e che io ero il più bravo della classe, così bravo che impedivo a sua figlia di prendere il massimo dei voti, perchè il massimo, l’ottimo, era riservato soltanto a me.  Ecco, il compagno più bravo della figlia si aggira fra i corridoi: anche lui, come tutti, ha bisogno di lavorare.   Sono pochi i quarantenni, negli uffici prevalgono i giovani, con la borsa della palestra nascosta sotto la scrivania, pronta per la fuga; dalle porte socchiuse sbuca di tanto in tanto un consulente anziano pensionato, che si muove circospetto, strisciando contro il muro fra un ufficio e l’altro.

L’ingegner Fabbri mi accoglie finalmente per il colloquio, in modo aspro e virile, non sa che dire della mia laurea in fisica, lui che è ingegnere, non vorrebbe avere brutte sorprese. Comunque è disposto a darmi fiducia, almeno per un po’, non troppo, in affiancamento al mio senior (un ragazzo di trent’anni) e con le dritte dell’amico Vittorio dovrei farcela.  Squilla il telefono e  sento la voce infuriata di un fornitore che teme di perdere la vendita di una caldaia e maledice il Natale imminente, così forte che sembra in viva voce.  E’ uno dei più bravi, mi dicono. Parliamo di quanto guadagnavo in zuccherificio: troppo, è impensabile guadagnare quella somma, ora. Possiamo partire con un contratto a progetto, sei mesi, poi ancora a progetto poi, come le coppie che sono fidanzate da quarant’anni, possiamo sposarci.   Sposarci!?  L’ingegner Fabbri legge attentamente il mio curriculum e vede che non ho scritto nulla riguardo al mio diploma di maturità.  Conosce forse qualcuno della mia età a cui può chiedere come mi comportavo al liceo? L’amico Vittorio non lo sa, lui si ferma alla terza media.

Ieri l’ingegner Parvang non ha chiesto nulla dei miei studi, neanche della laurea in fisica.  A lui è bastato sapere che dieci anni fa ero andato in Olanda per incontrare il signor Oestergaard e che avevo già applicato quella tecnologia un po’ astrusa, chiamata Fuzeven, che adesso è la sua. Però mi ha fatto altre domande, ha voluto sapere,  ad esempio, come mai non lavoro per una grande società, come sarebbe naturale dal suo punto di vista per uno come me.  Mi ha anche chiesto come me la cavo con l’alcool, cioè se ho la tendenza a bere troppo quando mi trovo da solo in trasferta.  Nell’ultimo progetto che ha diretto in Cina, i suoi uomini, tutti scandinavi, sono stati letteralmente decimati dall’abitudine di ubriacarsi nel tempo libero.  Abbiamo parlato di lavoro in un modo in cui non ero più abituato, che credevo non esistesse più.  Lui sta cercando una persona di riferimento a cui assegnare un ruolo nel corso degli anni con un certo grado di autonomia, con un contratto di lavoro danese, tasse danesi, tutto là.  Niente equilibrismi fra contratti a progetto, contratti a tempo determinato, contratti a tempo indeterminato, casse integrazioni ordinarie, casse integrazioni straordinarie, mobilità brevi, mobilità lunghe, disoccupazioni retribuite.  Se sai lavorare è ovvio che lavori, se no smetti quel lavoro e ne trovi un altro più semplice: più facile di così?

Non mi ha promesso nulla e per dimostrare la sua imparzialità ha preteso che gli inviassi l’elenco delle spese di viaggio da Cervia a Milano, che mi saranno rimborsate.   Però gli piace l’idea di un italiano nella sua squadra, perchè crede di conquistare l’Italia, in questo modo.  Lo so, è praticamente impossibile vendere FuzEven agli italiani, ma fingiamo che sia possibile, almeno per qualche giorno ancora. E teniamo le dita incrociate!

Figli di Putin

16 gennaio, 2009 § 1 Commento

Nella guerra del gas fra la Russia e  l’Ucraina, l’italianissima ENI  non si limita ad osservare.  Alla fiera dell’est, l’amministratore delegato dell’ENI Paolo Scaroni vuol comprare un bel topo gigante. Scaroni ha detto che l’ENI ha abbastanza soldi per comprare tutto il gas che transita nel territorio dell’Ucraina, chiamandolo gas “tecnico”, come se il gas “tecnico” di Scaroni fosse diverso da quello che paghiamo nelle bollette bimestrali.

A chi giova? Alle tasche degli italiani? Dubito che l’ENI guadagnerà un centesimo in questo affare: qualcuno può smentirmi?  Giova alla statura internazionale di Silvio Berlusconi?  Bel ruolo riservato all’Italia:  rompiscatole per l’Unione Europea e tirapiedi del malaffare che preme ai suoi confini.

Alla fiera dell’est gli uomini dell’ENI sono di casa.  L’anno scorso han preso su una bella multa, per un affare andato storto sulle rive del Mar Caspio, cinque miliardi di dollari spalmati nelle tasche degli italiani e la perdita del monopolio del progetto Kashagan, il più grande giacimento di petrolio degli ultimi trent’anni, che all’ENI conveniva tirare troppo per le lunghe, perchè in Italia, si sa, i lavori in corso rendono più dei lavori finiti.   Cinque anni di ritardo nella conclusione dei lavori sul Mar Caspio?  Colpa del clima, troppo freddo d’inverno, troppo caldo d’estate (in Italia si sarebbe detto: colpa del territorio accidentato… tutto montagne!)

L’alleanza fra l’ENI e Putin è l’ultima delle alchimie cosiddette energetiche, di cui noi vediamo solo la bolletta: un’arma della Russia contro le altre repubbliche ex-sovietiche,  conveniente per Putin e per l’italianità di Berlusconi, una nuova tassa per gli italiani.

Dream Factories

13 gennaio, 2009 § 3 commenti

dsc01494Fra i casi più interessanti di cooperazione culturale segnalati dalla Commissione Europea, c’e quello promosso dal Museo del Lavoro di Copenhagen, che ha avuto la bella idea di studiare l’edilizia industriale della seconda metà del Novecento sulle sponde del Mar Baltico e di metterla in relazione con lo sviluppo delle città in cui sorgevano quei complessi industriali.  Giovani ricercatori scandinavi e finlandesi sono stati coinvolti nello studio, cui hanno dato il nome di “Dream Factories”, fabbriche dei sogni.  E’ interessante quello che dicono: la razionalità degli impianti industriali ha influenzato l’oganizzazione delle città ed ha lasciato un’impronta ordinata attorno a sè, anche dopo la dismissione dei siti produttivi.  Per questo motivo le ex-fabbriche sono importanti, nell’Europa del nord, e sono sottoposte ad una speciale salvaguardia, che assegna un merito all’architettura industriale ben oltre i vincoli fissati dall’archeologia industriale in cui sguazzano i discorsi italiani di tutela.

Mentre la commissione cultura dell’Unione Europea plaude alla salvaguardia delle fabbriche, attuata dalle aristocratiche democrazie del nord, la commissione agricoltura della medesima Unione Europea è impegnata a redistribuire i quantitativi di zucchero fra gli Stati produttori della comunità europea, dove alcuni vincono, altri perdono, ma credono di vincere lo stesso, perchè ricevono una somma di denaro esorbitante, 700 milioni di Euro, in cambio del diritto negato a produrre zucchero. Chi vince, cioè gli Stati che conservano il diritto a produrre zucchero, si impegnano ad indennizzare i perdenti, che devono dimostrare, però, di essere davvero perdenti.  Gli eserciti vittoriosi hanno sempre imposto agli sconfitti la distruzione degli arsenali militari, casomai gli venisse voglia di combattere ancora. Per ricevere l’indennizzo, gli industriali Italiani devono dimostrare di avere raso al suolo le loro fabbriche entro il 31 dicembre 2008.

dsc01496Le dismissioni sono un affare storico, in trent’anni se n’erano già chiusi cinquanta, di zuccherifici, sparsi in tutta Italia. Fabbriche abbandonate dalla sagoma inconfondibile, con le torri metalliche, sono ancora presenti nei luoghi più impensati di pianura, fra acquitrini e sterpaglie.   Ma le ultime chiusure, accompagnate dall’indennizzo e dalla distruzione, hanno sorpassato quelle precedenti per la voracità dell’oblio, che ha cancellato in poco tempo sia i luoghi sia la loro memoria. Vorrei chiedere a Renato Covino, professore di archeologia industriale, come uscire dalla trappola: in Italia c’è una legge che tutela il patrimonio industriale vecchio di almeno cinquant’anni, mentre una norma europea, nel caso specifico di tredici zuccherifici, obbliga a distruggerli indipendentemente dall’età.  Quello di Forlimpopoli è uscito di scena per il rotto della cuffia, è stato demolito dopo quarantanove anni: è morto così come è vissuto, fra l’indifferenza e la tracotanza.  Il lavoro di demolizione è andato avanti dieci mesi, con dedizione sistematica, zelo tenace: altro che “dream factory“… mentre le ruspe se lo mangiavano pezzo per pezzo sembrava un incubo, un futuro fantascientifico di autodistruzione, da vedere e da toccare.

Chi era là, ha visto il laboratorio chimico ancora intatto poco prima che le ruspe lo sventrassero come i panzer di un esercito nemico. Sui tavoli c’erano i fogli con le ultime consegne, fissati nel gesto finale di chi li aveva abbandonati per un attimo, e non sapeva di non tornare più.  Gli armadi con i prodotti chimici erano stati dimenticati perfino dal direttore tecnico, più bravo a galleggiare negli inganni delle consulenze che in una fabbrica in sfacelo. Dicono che sotto l’assedio c’erano litri e litri di acidi scaduti, perfino un bidone di mercurio.  Adesso che è tutto un cumulo di macerie, mi chiedo cosa sia rimasto là sotto.

dsc01497Tutte le fabbriche lasciano una impronta attorno a sè,  nel tempo, oltre la fine dell’attività produttiva.  I ricercatori del progetto “Dream Factories” hanno rilevato l’influenza positiva delle attività industriali nell’organizzazione razionale del territorio, sulle sponde del Mar Baltico, tanto da individuare nelle fabbriche i “cardini” di quell’organizzazione.   Se guardo l’impronta dello zuccherificio di Forlimpopoli, ora che non c’è più, vedo un groviglio di strade tortuose, luoghi svuotati, file di lampioni diretti verso il nulla.  Coerentemente con le teorie scandinave, lo zuccherificio di Forlimpopoli avrebbe la colpa postuma del caos che ha lasciato attorno a sè. Ma chissà se è corretto applicare teorie scandinave a Forlimpopoli, dove l’impronta è quella spontanea della dabbenaggine, della malizia contadina e della furbizia di quartiere, che hanno scalato le gerarchie fino al vertice.  La fabbrica non ha introdotto nuovi comportamenti, ha raccolto quello che c’era già, lo ha amplificato in modo grottesco, ributtandolo come una mareggiata.  Il caos che resta, attorno, grida l’eco di un rumore scomparso, un rumore antico, sotterraneo, sommerso.

Duemila9

9 gennaio, 2009 § 2 commenti

Ieri ho riavuto il collegamento ADSL.  Dopo dieci giorni di black out e dopo una quantità di telefonate  al 187 di telecom, che avrebbe dovuto riparare il guasto nelle quarantotto ore successive ad ogni chiamata, ieri è arrivato in casa un tecnico, un giovane con la giacca a vento blu ed i capelli corti neri, che ha smanettato fra le prese telefoniche con ineccepibile metodo sperimentale.  Per tentativi ed errori in pochi istanti ha scoperto il colpevole: il filtro ADSL. Aveva smesso di funzionare il 30 dicembre, mentre col trapano stavo montando il nuovo tavolino d’angolo per l’IMac, che arreda prefettamente i trentaquattro metri quadrati dove vivo, a Cervia.  L’ADSL non ha sopportato le vibrazioni, o lo sbalzo di tensione del trapano, oppure è stata vittima del millenium bug con nove anni di ritardo. Le nuove tecnologie sono appese ad un filo.

L’anno nuovo è arrivato come un contenitore vuoto accompagnato dalla lettera ossequiosa del mio Babbo Natale, per il quale il “perdurare della grave situazione di crisi… ed il drastico ridimensionamento dell’attività saccarifera europea e nazionale…” non è ancora motivo di scandalo, anzi  è il pretesto per un altro anno di dignitoso stipendio in cambio di nulla, sotto il nome di  Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria, mentre i vecchi dirigenti già in pensione restano al lavoro con stipendi da favola a pilotare le riconversioni finte: una fabbrica di pomodoro ad Argenta ed una raffineria di zucchero a Brindisi, secondo un progetto di quarantacinque anni fa. I Sindacati prendono su la loro parte e le tensioni si annacquano. Un anno dopo l’altro tutto si aggiusta, o si è aggiustato fino ad ora.  Per quanto tempo ancora sarà più vantaggioso distruggere anziché costruire?

A gennaio gli orti di Cervia sono immobili, lo sguardo fuori dalla finestra registra solo i frammenti di un volo: è un pettirosso spaventato, è un manipolo di uccelli bianchi, forse gabbiani.  Verso l’alto le distanze sfumano in una massa di grigio, nè nebbia, nè cielo.   Il sole riappare come una chiazza buttata là, meno grigia.  Guardo il cielo e mi ricordo le immagini del cielo di Venere nei libri per ragazzi, un’atmosfera solfurea ribollente come l’inferno, che le sonde spaziali hanno esplorato per pochi istanti prima di sciogliersi, schiacciate dal peso della colonna d’atmosfera.  Qui invece fa freddo, potrebbe nevicare ma piove, una pioggia fine che entra sotto i vestiti, fa freddo anche quando non bagna.

Il mare ha lo stesso colore della spiaggia e d’inverno si allarga.  Le onde appaiono d’un tratto,  strisce di schiuma appena ricurve sui fondali bassi avanzano lente verso la spiaggia, maniache del parallelismo. Le scritte variopinte fanno inutile rumore sui tetti dei Bagni con le porte murate in attesa del risveglio, a ridosso della duna artificiale.  Ci sono pali piantati in disordine con le reti, ma i pescatori non c’entrano.  Là in mezzo c’è spazio per il beach volley, per le partite a racchettoni sulla sabbia bollente.  E’ giusto che la sabbia riposi d’inverno come la terra.  I bagnini figli di contadini coltivano la sabbia come se dovessero piantarci sopra filari d’alberi da frutto, peschi, susini e ombrelloni.  Il mercato ortofrutticolo è in crisi, ma la coltivazione degli ombrelloni no.

Al piano di sopra, sopra i trentaquattro metri quadrati del mio appartamento, abita Avio, un ex-geometra che ha ceduto al richiamo ruggente della spiaggia trasformandosi in bagnino a quarant’anni.   D’estate scende giù la mattina presto per le scale, lo sento che canta e fischia mentre mette in moto il suo cinquantino più adatto ad un adolescente che ad un uomo maturo come lui.  Va al lavoro alle sei, quando il sole è  basso sull’orizzonte ed il mare luccica come una lamina di metallo, pulisce la sabbia, dispone i lettini ed apre gli ombrelloni uno alla volta. La spiaggia si popola di voci in ciabatte, per tutta la mattina fino all’una; Avio ha appena il tempo per riposarsi a metà giornata, poi torna in spiaggia, fin dopo il tramonto, fino a metà settembre.

D’inverno mi capita di incontrare Avio sul pianerottolo delle scale, vestito elegante, di un’eleganza professionale lucida e tetra.  I suoi capelli neri da bagnino, sempre mossi sulle spalle, gli incorniciano il viso in modo diverso, solenne.  Non gli faccio domande perchè so da dove viene, quando è vestito così. Nella sua giacca col taschino ed il fazzoletto bianco sento ancora l’odore dei fiori e degli incensi.  D’inverno Avio lavora in un’agenzia di pompe funebri.

Dove sono?

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