Piogge

16 dicembre, 2008 § 4 commenti

dsc006361La linea di costa in alto mare diventa più sottile e crediamo di vederla ancora, invece vediamo solo il suo ricordo, mentre sfuma.  La mia America è appena sopra l’orizzonte e quel che vedo potrebbe non essere più vero. Operai ed amministratori inventeranno chissà quali storie  per restare al lavoro, o semplicemente per calcare la scena col sipario incerto fra il sì e il no. La crisi globale potrebbe decidere per loro, ma i gesti, le abitudini persistono ostinatamente oltre l’evidenza del presente.  L’autunno ha sciacquato via gli ultimi resti dello zuccherificio di Forlimpopoli.  La batteria di evaporazione sembrava un bastione inespugnabile ed invece una mattina di novembre anche lei è caduta sotto i colpi dei trattori cingolati armati con pinze giganti.  Un muro dopo l’altro, in un assedio puntiglioso fino all’apice di tutte le tubature,  le pinze giganti hanno assalito la batteria dei Kestener,  estrema difesa del castello medievale a forma di zuccherificio. I cingolati arrancavano sui cumuli di macerie, sbilanciati in avanti dalle loro stesse pinze che afferravano e strappavano, sembravano animati da una coscienza primordiale, come i crostacei con le chele in fondo al mare.

Gli ultimi a subire l’assalto sono stati proprio loro, gli evaporatori Kestner, e lo hanno affrontato con grande onore. Nei Kestner gorgogliavano tonnellate d’acqua, il cuore pulsante della produzione.  Denudati delle murature quasi quasi non li riconoscevo, sospesi nel vuoto e, sopra di essi, gli avanzi dell’ultimo tetto ed anche il lucernaio in bilico, con la ventola, a mulinare.  I trattori cingolati hanno ingaggiato una lotta corpo a corpo con il ferro ribelle dei Kestner serrati in una difesa estrema: oscillavano e non volevano cadere.  La demolizione è attraente, è uno spettacolo magnetico. Claudio guarda insieme a me, di lontano.  Lui conosceva le pulsazioni di quel cuore, a quarant’anni sarebbe stato un capofabbrica eccellente, invece passa il  tempo a sorvegliare la distruzione.  Claudio ha filmato la demolizione pezzo per pezzo, con la macchina digitale.  Adesso è fermo a guardare l’assalto lento ed inesorabile all’ultimo baluardo scarnificato.  Fra poco, nulla impedirà la vista della campagna verso Forlì, riapparirà lo spazio libero, com’era prima della costruzione dello zuccherificio, nel 1960.  Attendiamo insieme e ci facciamo forza, prima del tuffo improvviso al di là del tempo, come se la pioggia autunnale potesse cancellare cinquant’anni di storia recente sciogliendola nelle pozzanghere.  Nell’acqua che dilaga a terra ci sono ormai solo nuvole e grigio, niente più muri da riflettere. La grande fabbrica si dissolve, come una fiera giunta al termine.

dsc00637Ma i fantasmi rimangono, si aggirano, rifiutano la sepoltura. Sento ancora lo scroscio dell’acqua nei macchinari,  chilometri cubi d’acqua succhiata al sottosuolo.   Sento i passi  dei lavoratori stagionali che si sono succeduti a migliaia. Nell’aria c’è ancora l’impronta dei “maestri d’opera” beffati dalla modernità.  Questa industria manifatturiera ha estenuato il territorio senza rigenerarlo.  La fine precoce era implicita nel metodo del suo sviluppo: crescere per essere competitivi, fino a scoppiare, in meno di cinquant’anni.   Derisi i tentativi di razionalizzare, il metodo è rimasto quello: accumulare il più possibile prima della catastrofe per reinvestire altrove, sempre  con lo stesso metodo.  Come chi brucia le foreste tropicali per farne terreni fertili e subito li abbandona perchè diventano sterili.

Suona la sirena, è mezzogiorno, i trattori cingolati sospendono la lotta contro i Kestner. Con un insospettabile movimento sinuoso, quasi delicato, li vedo che appoggiano a terra le chele giganti. Due uomini piccolissimi balzano giù dalle cabine, con il cappuccio in testa.  Piove ancora, Claudio rimane fisso a guardare, è accanto a me, pensa a cosa accadrà. Non è vero che rivedremo l’orizzonte del 1960. Oltre la fabbrica non c’è più la campagna: ci sono pezzi di campi, pezzi di strade, pezzi urbanizzati con i lampioni gialli, strade di traffico senza direzione, il profilo dei TIR.  Lo spazio vuoto davanti a noi è denudato, non è più campagna e non è una vera città.  L’ultima industria, quella edilizia, è all’opera già da un po’, trasforma le aree in lotti da urbanizzare, lo spazio in metri cubi che hanno ancora un valore simbolico di mercato: abitazioni da comprare oppure da vendere, a prezzi più bassi, a gente più povera.

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§ 4 risposte a Piogge

  • Indiana ha detto:

    mamma mia che magone che mi è venuto a leggere il racconto della demolizione……….

  • Chiara ha detto:

    Bonjour Aldinì, faccio gli esami di riparazione e leggo tutti gli arretrati del tuo blog, a cominciare da questo. Eccellente, veramente. Più scrivi più la scrittura s’affina, epperò non perde mai il contatto col reale. Davvero complimenti. Bye.

  • paola ha detto:

    Ho finito di leggere il 2008….mi dovrai spiegare questo incrocio di materie plastiche a Huston e la profonda tristezza della fine di una “storia di zucchero” a Forlimpopoli…..come sta adesso Claudio?
    Quando sono rientrata ho trovato “tabula rasa” dove prima c’erano i capannoni della “Ceccato”, storica fonderia della zona. Mio papà ci ha lavorato 48 anni, ha cominciato a 14 anni durante l’ultima guerra….Con questo ultimo pezzo mi hai fatto pensare a lui e che, forse, se avesse visto la scena della demolizione non avrebbe filmato come Claudio, ma avrebbe fatto gli occhi lucidi pensando ai “tosi” del reparto, al Dottor D “el paron”, agli altiforni ed ai crogioli giganti……
    Bravo Aldini…..appena posso continuo con il 2009

  • […] gru pericolanti punteggiano la campagna segnata dal consumo di territorio (non più veramente campagna, ma neppure città), dove le case vecchie e le case nuove sono in vendita dappertutto, coi numeri di telefono delle […]

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