Remember the Alamo!

14 novembre, 2008 § 1 Commento

dsc00266Gokul e Prashanth non conoscono Fort Alamo, forse a causa della distanza culturale dell’India oppure semplicemente perché sono di un’altra generazione. Dovrei chiederlo ad un italiano che ha appena compiuto vent’anni, se conosce Fort Alamo. Io ho ancora in mente quel film di John Wayne, che affollava i cinema di provincia quando noi eravamo bambini, ma esiste anche un remake recente della storia di Fort Alamo. Attorno ad Alamo c’è sempre stata un po’ di confusione, anche a causa dell’abitudine dei costruttori di giocattoli, che mettevano la scritta “Fort Alamo” sui fortini per i soldatini con cui da bambini giocavamo a cow boys contro indiani. Quando ricevetti in dono un fortino nuovo chiamato “Fort Dakota”, più corretto dal punto di vista filologico, non mi piacque, perché “Dakota” sembrava poco western. Fort-alamo pronunciato tutto d’un fiato era la parola magica dei cow boys contro i nemici, indiani o altri farabutti.

dsc00272Nel cuore della città di San Antonio, dov’era Fort Alamo, credevo di trovare un centro commerciale con le scale mobili. Invece gli edifici di gusto ispanico con i portici di ferro si allargano in una piazza verde, oltre la quale appare ancora il profilo basso e ondulato dell’antica missione spagnola di San Antonio de Valero, che ai tempi della battaglia era un rudere utilizzato come fortino ed ora è un sacrario della memoria americana. E’ impressionante ritrovare Fort Alamo ancora intatto. All’inizio del Novecento alcuni imprenditori avrebbero voluto costruirci sopra qualcosa di più utile, ma un comitato si fece largo ed impose la tutela as-it-is, assolutamente eccezionale per l’America di quegli anni. La storia del luogo spiega l’eccezionalità della salvaguardia. Nella penombra della chiesa sconsacrata con i muri di pietra ruvida, sono incisi i nomi di coloro che presero parte alla resistenza di Fort Alamo dal 23 febbraio al 6 marzo 1836. Avventurieri, americani del mid-west in cerca di fortuna verso ovest, poveri irlandesi e tedeschi in fuga dal vecchio continente: la sorte li aveva radunati tutti là per combattere l’ultima battaglia. Quei nomi suonano familiari, l’aria stessa del luogo rievoca spazi e tempi immaginari a cui sento di appartenere. Quante volte, da bambino, ci sono entrato con la fantasia. Le immagini del cinema western sono un imprinting culturale per molti italiani della mia generazione.

dsc00256Mi osservo mentre cammino fra i muri di Fort Alamo, ho addosso un paio di jeans ed una camicia azzurra con le maniche su. A schiena diritta con gli occhi socchiusi mi fermo a guardare, come se tenessi in mano la cinepresa di Sergio Leone. I turisti di Fort Alamo sono molto diversi dagli americani della storia del cinema: girano distratti coi pantaloni corti e indossano magliette larghe per coprire la pancia prominente. Rumoreggiano insieme ai loro bambini e comprano gadget colorati. Sull’altro lato della strada li vedo che si accalcano all’ingresso di un museo delle cere con la statua di Tiger Woods in vetrina. Altri si fermano in una sala giochi, da dove giunge il suono delle slot machines; il viale che circonda Fort Alamo è tutto un luna park.

dsc00264Per trovare un’immagine interessante devo avvicinarmi al monumento di marmo che si impenna al centro della piazza, fra il museo di Fort Alamo ed il luna park di fronte. C’è la firma di uno scultore di origine italiana, Pompeo Coppini, ed una data, 1936, primo centenario dell’indipendenza texana. Il monumento è molto teatrale. Le figure degli eroi di Fort Alamo si affacciano a grandezza naturale, come se fossero su un palcoscenico per raccogliere gli applausi del pubblico entusiasta. I nomi leggendari sono incisi anche qui sul marmo accanto alle sculture, come didascalie. Ci sono Travis, Bowie e, davanti a tutti, David Crockett con l’aria piuttosto tesa, sembra proprio dire: “you may all go to hell, and I will go to Texas! ” In mano tiene stretto il suo berretto di opossum. E’ vero, David Crockett si distingueva per il suo berretto di opossum… Era poco adatto al caldo del Texas, ma il Texas fu solo l’ultimo capitolo della sua vita avventurosa che era cominciata nei boschi del Tennessee a caccia di orsi.

dsc00267Da bambino avevo anch’io un berretto come quello, con la coda pelosa di qualche animale strano. Doveva essere un regalo della nonna, che nelle mattine fredde d’inverno me lo infilava in testa e mi chiamava: “Davy-Crockett!”. A me quel berretto non piaceva, ma l’idea del favoloso David Crockett bastò a convincermi per qualche tempo, finchè non arrivò una bambina con un berretto uguale, ed allora capii che i miei dubbi erano fondati. La scultura di Fort Alamo si sovrappone a malapena con l’immagine infantile di David Crockett libero, a cavallo nelle terre del Tennessee. Con quel berretto in testa era difficile immaginarselo da un’altra parte, men che meno nel fortino dei cow boys. Guardando in faccia David Crockett ora mi accorgo d’essere davanti ad un eroe nazionale, una specie di Garibaldi, un eroe risorgimentale forse più simile a George Byron, volitivo e un po’ dannato: meglio morire in battaglia piuttosto che cedere ai giochi squallidi della politica.

dsc002691Assorto nei pensieri ancora vivi della battaglia, ritorno in albergo, dove mi aspettano Gokul e Prashanth. I due indiani mi chiedono “dove sei stato”. Loro, qua attorno, hanno visto soltanto negozi e souvenir. Il mio racconto di Alamo li incuriosisce, Gokul vorrebbe che lo accompagnassi subito a vedere il fortino: lui, da solo, non è riuscito a trovarlo! Gli indiani che mi fanno da guida nei grovigli di strade a quattro corsie in periferia, proprio loro, adesso si perdono negli incroci del centro. Il luogo storico è un relitto insignificante contro i palazzi luccicanti del Novecento. Camminiamo sulle stesse strade, ma vediamo due americhe differenti. Gli indiani non hanno mai giocato con i soldatini e non conoscono la conquista del west; le cavalcate solitarie degli eroi col cappello non hanno nulla di emozionante per chi è cresciuto nelle città sovraffollate del Golfo del Bengala.

L’immagine gloriosa della conquista del west è ormai un ricordo che interessa soltanto noi europei.  Negli anni dello sviluppo il cinema americano ha dato ai nostri sogni le sembianze di John Wayne e la fiducia in uno sviluppo economico illimitato. Oggi conserviamo quell’immagine nel cuore, più degli stessi americani, i quali hanno trasformato l’idea di sé e della propria storia attraverso altre guerre ed altre conquiste. Ma i nostri sogni sono già finiti sotto assedio, come Fort Alamo, e noi siamo ancora chiusi là dentro. La battaglia della riscossa non mancherà, ma sarà altrove, non ci riguarderà. Vinceranno gli indiani?

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§ Una risposta a Remember the Alamo!

  • […] Arrivati a questo punto del work-in-progress (graficamente più grezzo del solito, il che è tutto dire, perché devo ancora prendere familiarità con il nuovo computer), è giusto cominciare a dar conto di quel titolo un po’ sibillino. Altri significati verranno illustrati in séguito: per il momento “Muro di Pietra” intendo riferirlo a Donald J. Trump, come epiteto naturalmente positivo, non soltanto perché propugna la costruzione di una barriera lungo il confine con il Messico (“e mi creda, nessuno costruisci muri meglio di me”). Figuriamoci, tra l’altro, quanto ciò trovi concordi noi della Missione; e non soltanto, secondo significato del titolo, perché essa è fatta di pietra ruvida anche sul piano materiale: https://lorenzoaldini.wordpress.com/2008/11/14/remember-alamo/ […]

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