Middle age for middle class

25 novembre, 2008 § 2 commenti

dsc00461Non è stata una bella idea costruire in Texas un impianto con i pezzi smontati da una fabbrica del South Carolina già chiusa per problemi ambientali. A qualcuno sarà sembrato geniale, ad esempio agli agenti di commercio che non volevano perdere il mercato della plastica per l’edilizia: “Che ci vuole? Un po’ di terra, qualche infrastruttura e la buona volontà di due-tre poveri diavoli che hanno perso il lavoro”. C’è gente disposta a fare tutto, manderebbero Frankstein ad un concorso di bellezza pur di guadagnare lo stipendio. Quei serbatoi sparsi sul prato sembrano meteoriti caduti là per sbaglio. Invece sono stati portati con la gru, uno per uno dalla est coast fino in Texas; mille miglia. Alcuni sono malandati, corrosi dalla ruggine e affossati nel terreno grasso, altri splendono con il loro valore ambiguo: pezzi a buon mercato da riutilizzare in nuovi progetti oppure oggetti da rivendere ai sudamericani, che si accontentano e pagano subito.

Quando serve un coperchio, un nastro a rulli o qualche altro pezzo di ricambio, gli operai vanno sul prato a cercarlo. Può volerci un po’ di tempo e allora li vedi vagare fra i rottami, da soli o in gruppo, sembrano i sopravvissuti di una guerra dimenticata. L’area è molto vasta ed è chiusa da una recinzione alta, oltre la quale preme la vegetazione lussureggiante di un bosco tropicale verdissimo, con gli uccelli colorati. In quel giardino meraviglioso c’è sempre un pezzo adatto, non perfetto ma “ok”, pronto da montare: pompe arrugginite dell’Ohio ma anche presse vecchie come vaporiere arrivate dagli stati del nord, da qualche industria della cera, consumata dalla crisi. Dentro, all’ombra dei capannoni, ci sono angoli costruiti come cripte medievali, neri ed oleosi ma vivi, che sputacchiano gli aromi di una chimica organica.

dsc00457Gli operai dell’impianto texano hanno imparato dagli Italiani l’arte del recupero e la applicano con zelo, ma senza il gusto astuto del re-impiego. Nell’arte del re-impiego gli Italiani possono fare appello a mille anni di medioevo, mentre i Texani devono imparare tutto dal nulla, subito e molto in fretta, senza fraintendimenti: il re-impiego non è un modo per risparmiare, è arte. Per gli italiani è l’espressione sublime dell’estro, ma in America è ancora soltanto una forma di sciatteria, pochi soldi e take it easy. Non basta un anno di crisi per imparare, ci vuole almeno un medioevo. Hanno appeso una scopa all’insacco delle cere, utile sia per spazzare a terra, sia per sturare il tubo dell’insacco quando si intasa. L’amministratore si arrabbia. Cosa diranno i clienti che vedono una scopa appesa all’impianto!? Loro, gli americani, non capiscono: la scopa è così comoda, efficace ed economica.  “…gente così non può essere andata sulla luna se non per scherzo” dice l’amministratore.

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Recessione “tecnica”

19 novembre, 2008 § 1 Commento

Non possiamo dire d’essere in recessione se non dopo due trimestri consecutivi di PIL in calo su base nazionale. Se qualcuno lo aveva già intuito senza l’aiuto dei numeri, doveva parlarne sottovoce agli amici in tono ipotetico: “mah, forse entreremo in recessione” anzi no, meglio: “potremmo entrare in recessione”, al condizionale. La recessione arriva come un fantasma inafferrabile, suscita timori senza alterare lo stile di vita: non è una carestia, nessuno in Italia ha ancora smesso di mangiare. La parola “recessione” è un tabù per la civiltà del PIL in crescita perenne. Non è una banale marcia indietro, nasconde qualcosa di irreversibile, come uno stato depressivo da consegnare alle cure dello psichiatra. Quando la “recessione” diventa inevitabile, la lingua italiana soccorre i messaggeri del governo nazionale con la sfumatura rassicurante dell’aggettivo “tecnica”. Il dato dei due trimestri consecutivi fotografa la recessione ai raggi x come un male che non si è ancora manifestato, ma l’aggettivo “tecnica” fa credere d’essere in buone mani. Il commissario tecnico può portare la nazionale di calcio alla vittoria, le prove tecniche sono sempre necessarie per garantire la buona riuscita di uno spettacolo. Anche la recessione “tecnica” sembra il frutto di una regia. Chi ci governa conosce bene la strategia per rilanciare i consumi e noi possiamo riposare tranquilli, solo qualche attimo di pazienza, prego.

Ho riletto un lavoro di J.W. Forrester, del System Dynamic Group del MIT, un contributo del 1971 che rientra fra le attività del Club di Roma sui Limiti dello sviluppo. I calcolatori di cui disponevano gli scienziati del MIT all’inizio degli anni settanta erano più che sufficienti per simulare le dinamiche di sviluppo della società e fare previsioni di lungo periodo sull’andamento della crescita. Dai grafici emerge costantemente la previsione di un brusco calo della popolazione mondiale attorno al 2020. Le cause di questo calo possono essere diverse, a seconda dei parametri del modello: l’esaurimento delle risorse naturali, l’eccessivo sfruttamento dei suoli, i capitali insufficienti. Ma qualunque sia la causa, è inquietante l’effetto, sempre lo stesso: una contrazione brusca della popolazione mondiale attorno al 2020. J.W. Forrester ha ricevuto premi ed onorificenze per la sua lunga carriera di scienziato. E’ ancora vivo a novant’anni, forse lo tiene in vita la curiosità di vedere l’efficacia dei suoi modelli alla prova dei fatti. La dinamica dei sistemi sociali è anti-intuitiva, dice Forrester. Le intuizioni permettono solo di spostare i problemi, di rimandarli, di ingigantirli. I sistemi dinamici complessi sono regolati da stabilizzazioni automatiche che per fortuna vanno oltre le intuizioni dei governi, anche del governo italiano.   L’attuale recessione sarebbe così un feedback spontaneo del sistema, utile per scongiurare la catastrofe del 2020. Davvero “tecnica”!

Remember the Alamo!

14 novembre, 2008 § 1 Commento

dsc00266Gokul e Prashanth non conoscono Fort Alamo, forse a causa della distanza culturale dell’India oppure semplicemente perché sono di un’altra generazione. Dovrei chiederlo ad un italiano che ha appena compiuto vent’anni, se conosce Fort Alamo. Io ho ancora in mente quel film di John Wayne, che affollava i cinema di provincia quando noi eravamo bambini, ma esiste anche un remake recente della storia di Fort Alamo. Attorno ad Alamo c’è sempre stata un po’ di confusione, anche a causa dell’abitudine dei costruttori di giocattoli, che mettevano la scritta “Fort Alamo” sui fortini per i soldatini con cui da bambini giocavamo a cow boys contro indiani. Quando ricevetti in dono un fortino nuovo chiamato “Fort Dakota”, più corretto dal punto di vista filologico, non mi piacque, perché “Dakota” sembrava poco western. Fort-alamo pronunciato tutto d’un fiato era la parola magica dei cow boys contro i nemici, indiani o altri farabutti.

dsc00272Nel cuore della città di San Antonio, dov’era Fort Alamo, credevo di trovare un centro commerciale con le scale mobili. Invece gli edifici di gusto ispanico con i portici di ferro si allargano in una piazza verde, oltre la quale appare ancora il profilo basso e ondulato dell’antica missione spagnola di San Antonio de Valero, che ai tempi della battaglia era un rudere utilizzato come fortino ed ora è un sacrario della memoria americana. E’ impressionante ritrovare Fort Alamo ancora intatto. All’inizio del Novecento alcuni imprenditori avrebbero voluto costruirci sopra qualcosa di più utile, ma un comitato si fece largo ed impose la tutela as-it-is, assolutamente eccezionale per l’America di quegli anni. La storia del luogo spiega l’eccezionalità della salvaguardia. Nella penombra della chiesa sconsacrata con i muri di pietra ruvida, sono incisi i nomi di coloro che presero parte alla resistenza di Fort Alamo dal 23 febbraio al 6 marzo 1836. Avventurieri, americani del mid-west in cerca di fortuna verso ovest, poveri irlandesi e tedeschi in fuga dal vecchio continente: la sorte li aveva radunati tutti là per combattere l’ultima battaglia. Quei nomi suonano familiari, l’aria stessa del luogo rievoca spazi e tempi immaginari a cui sento di appartenere. Quante volte, da bambino, ci sono entrato con la fantasia. Le immagini del cinema western sono un imprinting culturale per molti italiani della mia generazione.

dsc00256Mi osservo mentre cammino fra i muri di Fort Alamo, ho addosso un paio di jeans ed una camicia azzurra con le maniche su. A schiena diritta con gli occhi socchiusi mi fermo a guardare, come se tenessi in mano la cinepresa di Sergio Leone. I turisti di Fort Alamo sono molto diversi dagli americani della storia del cinema: girano distratti coi pantaloni corti e indossano magliette larghe per coprire la pancia prominente. Rumoreggiano insieme ai loro bambini e comprano gadget colorati. Sull’altro lato della strada li vedo che si accalcano all’ingresso di un museo delle cere con la statua di Tiger Woods in vetrina. Altri si fermano in una sala giochi, da dove giunge il suono delle slot machines; il viale che circonda Fort Alamo è tutto un luna park.

dsc00264Per trovare un’immagine interessante devo avvicinarmi al monumento di marmo che si impenna al centro della piazza, fra il museo di Fort Alamo ed il luna park di fronte. C’è la firma di uno scultore di origine italiana, Pompeo Coppini, ed una data, 1936, primo centenario dell’indipendenza texana. Il monumento è molto teatrale. Le figure degli eroi di Fort Alamo si affacciano a grandezza naturale, come se fossero su un palcoscenico per raccogliere gli applausi del pubblico entusiasta. I nomi leggendari sono incisi anche qui sul marmo accanto alle sculture, come didascalie. Ci sono Travis, Bowie e, davanti a tutti, David Crockett con l’aria piuttosto tesa, sembra proprio dire: “you may all go to hell, and I will go to Texas! ” In mano tiene stretto il suo berretto di opossum. E’ vero, David Crockett si distingueva per il suo berretto di opossum… Era poco adatto al caldo del Texas, ma il Texas fu solo l’ultimo capitolo della sua vita avventurosa che era cominciata nei boschi del Tennessee a caccia di orsi.

dsc00267Da bambino avevo anch’io un berretto come quello, con la coda pelosa di qualche animale strano. Doveva essere un regalo della nonna, che nelle mattine fredde d’inverno me lo infilava in testa e mi chiamava: “Davy-Crockett!”. A me quel berretto non piaceva, ma l’idea del favoloso David Crockett bastò a convincermi per qualche tempo, finchè non arrivò una bambina con un berretto uguale, ed allora capii che i miei dubbi erano fondati. La scultura di Fort Alamo si sovrappone a malapena con l’immagine infantile di David Crockett libero, a cavallo nelle terre del Tennessee. Con quel berretto in testa era difficile immaginarselo da un’altra parte, men che meno nel fortino dei cow boys. Guardando in faccia David Crockett ora mi accorgo d’essere davanti ad un eroe nazionale, una specie di Garibaldi, un eroe risorgimentale forse più simile a George Byron, volitivo e un po’ dannato: meglio morire in battaglia piuttosto che cedere ai giochi squallidi della politica.

dsc002691Assorto nei pensieri ancora vivi della battaglia, ritorno in albergo, dove mi aspettano Gokul e Prashanth. I due indiani mi chiedono “dove sei stato”. Loro, qua attorno, hanno visto soltanto negozi e souvenir. Il mio racconto di Alamo li incuriosisce, Gokul vorrebbe che lo accompagnassi subito a vedere il fortino: lui, da solo, non è riuscito a trovarlo! Gli indiani che mi fanno da guida nei grovigli di strade a quattro corsie in periferia, proprio loro, adesso si perdono negli incroci del centro. Il luogo storico è un relitto insignificante contro i palazzi luccicanti del Novecento. Camminiamo sulle stesse strade, ma vediamo due americhe differenti. Gli indiani non hanno mai giocato con i soldatini e non conoscono la conquista del west; le cavalcate solitarie degli eroi col cappello non hanno nulla di emozionante per chi è cresciuto nelle città sovraffollate del Golfo del Bengala.

L’immagine gloriosa della conquista del west è ormai un ricordo che interessa soltanto noi europei.  Negli anni dello sviluppo il cinema americano ha dato ai nostri sogni le sembianze di John Wayne e la fiducia in uno sviluppo economico illimitato. Oggi conserviamo quell’immagine nel cuore, più degli stessi americani, i quali hanno trasformato l’idea di sé e della propria storia attraverso altre guerre ed altre conquiste. Ma i nostri sogni sono già finiti sotto assedio, come Fort Alamo, e noi siamo ancora chiusi là dentro. La battaglia della riscossa non mancherà, ma sarà altrove, non ci riguarderà. Vinceranno gli indiani?

Guerra Fresca

13 novembre, 2008 § Lascia un commento

Adesso che non c’è più l’ amico Bush, il Presidente italiano, quello basso, rievoca i fantasmi della guerra fredda per compiacere l’amico Putin, che non ha nessuna intenzione di andarsene. Sarebbe un’altra “carineria” da “abbronzati” se non si trattasse di bomba atomica. Ma il nostro “premier”, lo sappiamo, quando parla le spara grosse. Sempre più grosse. La piaggeria che lo ispira, lo rende fedele al più forte che ha sempre i denti aguzzi. George “doppio w” sta cedendo il suo potere ad uno sconosciuto, senza obiezioni: perché non ha sollevato dubbi sulla legittimità del voto del 4 Novembre? Poteva evocare lo spettro di brogli elettorali, mostrare l’evidenza di una lobby africana contro di lui. Avrebbe potuto trasformare in anticipo la costituzione degli Stati Uniti, per difendere la nazione dalle cordate degli stranieri e per garantire un posto di privilegio a se stesso e ai propri figli nel nome della patria. Perché non l’ha fatto? Colpa dei comunisti, direbbe Berlusconi, che stavolta si annidano dall’altra parte dell’Oceano: sono tutti emigrati, in Russia non ce ne sono più. Un bel ribaltamento, ma ci siamo abituati, l’efficacia del nostro governo consiste proprio in questo: dire e fare il contrario, a giorni alterni. E voi che perdete tempo a leggere queste cose…andate a lavorare!

Indians

9 novembre, 2008 § Lascia un commento

dsc00356Cristoforo Colombo prese un abbaglio, credendo d’essere arrivato in India, oppure ebbe una visione profetica con cinque secoli d’anticipo? In America gli Indiani sono arrivati già da un po’, si fanno notare in mezzo alle altre razze mescolate e rimescolate: cinesi, africani, afroamericani con diversi gradi di integrazione, ispanici, europei di prima, seconda, ennesima generazione. Gli indiani sorprendono per la loro capacità di integrazione, ma non si mescolano: occupano posti chiave soprattutto in ambito tecnico, vivono la quotidianità in America, ma il loro spazio mentale resta in India, nei legami tradizionali di parentela e di religione. Meglio dei cinesi, gli indiani sanno interpretare l’occidente asfittico, occupano con intelligenza gli spazi abbandonati dall’uomo bianco. Può essere l’effetto della loro cultura, dell’intensa spiritualità induista combinata con il pragmatismo coloniale degli inglesi. Ma può essere anche qualcosa di più antico, vecchio come il mondo. Fin dalla preistoria le migrazioni indo-europee hanno portato nuova linfa alle culture stanche che si erano appisolate sulle rive del mediterraneo. Le stesse spinte della preistoria governano probabilmente anche oggi la circolazione globale, ma a velocità supersonica.

Gli amici indiani Gokul e Prashant vivono in America, ma è come se stessero in India. Undici ore di fuso orario li separano dalle loro famiglie agli antipodi. La distanza è comunque relativa, visto che comunicano abitualmente al telefono con genitori, zii e parenti, due volte al giorno, la mattina e la sera. Utilizzano con destrezza le infrastrutture e la rete di servizi degli Stati Uniti come se l’avessero ereditata da uno zio americano. Non sono mai soli, una rete di amici e ristoranti indiani li segue dappertutto ovunque si trovino negli U.S. I due indiani sono sorpresi per la mia disaffezione nei confronti dei ristoranti italiani. Io guardo con disprezzo l’insegna di “Mamma’s pizza & pasta” e loro non capiscono perché: non sanno che i ristoranti italiani all’estero sono spesso una finzione, con salse di gusto orribile per un italiano vero. I loro ristoranti in America, invece, sono proprio indiani. Possono essere di qualità più o meno buona, ma il cibo è esattamente lo stesso che si mangia a Bangalore o a Nuova Delhi, con qualche variante regionale, che dipende dal luogo di provenienza del cuoco.

Nel mondo esiste un’India sola, che è già sbarcata in occidente senza troppa confusione. Invece l’Italia riverbera nell’immaginario new global attraverso forme che non corrispondono al vero, ma vanno incontro alle attese mentali di chi compra un po’ del Bel Paese per diletto, al ristorante o in un’agenzia viaggi. Così è se vi pare: terra dei limoni e della camorra, l’identità pirandelliana è ancora protagonista. D’altronde non si sa, neanche Cristoforo Colombo, forse, era veramente italiano.

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Il colore del bronzo

7 novembre, 2008 § Lascia un commento

Tempi duri per la satira. L’ultima battuta di Berlusconi supera l’immaginazione dei Guzzanti e di tutto lo staff di Zelig. Il nostro “primo” ministro si riappacifica con l’idea di un presidente nero pensando alla fortuna di essere neri senza bisogno di perdere tempo nei centri estetici. Se non avessimo già capito la testa di Berlusconi, questa battuta avrebbe l’effetto di una radiografia. Le differenze razziali sono scomode ed hanno anche un cattivo odore. Tuttavia i negretti, se sono giovani, possono essere carini. Opportunamente ripuliti, con la camicia bianca e l’auricolare, sono perfetti: ad esempio come pi-erre di una discoteca al mare durante la stagione estiva. Le signore dalle carni bianche e flaccide, spogliate degli abiti cittadini, troveranno uno stimolo per l’abbronzatura ed anche un po’ di eccitazione. Nel resto del mondo l’abbronzatura è un fatto accidentale, ognuno tiene la pelle che ha, va al mare per rilassarsi, non per ustionarsi. In una società multirazziale nessuno perde un minuto per virare al bronzo il colore della propria faccia, se non è un attore. Il bianco resta bianco d’estate come d’inverno, il nero, nero. Ma la faccia di Berlusconi ha effettivamente il colore del bronzo.  Per simpatia con Obama diventerà ancora più scura, e i capelli… ricci, al prossimo trapianto.

 

Global President

5 novembre, 2008 § 1 Commento

Obama sembra nero perchè siamo abituati a vederlo accanto al suo rivale McCain, bianco dai capelli bianchissimi. Di veramente nero, Barack Obama, conserva solo i capelli: chi ha la pelle nera è molto più scuro in viso, ha labbra grosse, gli occhi grandi ubbidienti e lo sguardo sfuggente. Fra qualche mese il colore di Obama non sorprenderà più, un presidente meticcio sarà più americano di un bianco del vecchio millennio. Sarà al tempo stesso americano e un po’ global. La vittoria di Obama riempie di gioia. Democratico o repubblicano, poco importa, per spazzar via la demenza di Bush ci voleva una persona nel pieno delle facoltà fisiche e mentali, in sintonia con la vita: McCain sembrava morto in Vietnam, ravvivato ad arte per le elezioni ed accompagnato da una moglie bionda, finta e velenosa.

Che Barack amasse le sfide, si capisce dalla donna che ha scelto. Non deve essere stata un gioco facile per suo marito: con quella mascella in fuori, chissà che urli! Le due figlie sono ancora un po’ scimmiette, ma diventeranno belle: per ora sprizzano gioia. Berlusconi ha detto che vuole vivere centoventi anni per servire il popolo italiano; il popolo italiano sarà felice di morire prima di lui. Veltroni ha detto: “dall’America soffia un vento nuovo!”, crede che quel vento sia per il centrosinistra. Non si è accorto che Al Gore non c’è più: otto anni fa è stato battuto, ha fatto fagotto, largo ai giovani, ed è arrivato Obama. Veltroni è ancora lì ad aspettare le prossime elezioni insieme a quel sacrestano di Franceschini. Veltroni non vincerà le elezioni e neppure il Nobel. Può sperare nel Premio Bancarella.


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