Figli di Apollo

28 ottobre, 2008 § 2 commenti

Nella cartella del primo giorno di scuola c’era un astuccio con le matite colorate, un temperino, la gomma rossa e blu per cancellare e due quaderni, uno a righe ed uno a quadretti. All’inizio della prima elementare facevamo quasi tutto nel quaderno a quadretti, la mamma disegnata, il sole sorridente coi raggi gialli, le lettere ABCD, le somme e le sottrazioni. Sulla copertina del quaderno a quadretti che mettevo ogni mattina sul banco c’erano i simboli delle missioni Apollo, con i tre astronauti Armstrong, Aldrin e Collins sorridenti nella loro tuta spaziale in posa per la foto. Correva l’anno 1973 ed il sipario era appena sceso sulla storia delle missioni Apollo, dopo che la diciassettesima, nel 1972, aveva percorso parecchi chilometri del mare della serenità a bordo di una jeep scattante che sembrava l’automobile di playmobil. La conquista dello spazio appariva ovvia ed inarrestabile, come le bandiere a stelle e strisce piantate dagli americani sul suolo lunare, talmente ovvia che si interruppe subito, come accade talvolta alle cose troppo ovvie. Il governo degli Stati Uniti sospese i finanziamenti e gli astronauti dell’Apollo 17 divennero gli ultimi uomini ad aver posato il piede sulla luna.

Nel 1973 non era ancora chiaro che nessuno sarebbero più tornato sulla luna. Dalla copertina del quaderno di prima elementare spirava un vento fiducioso nelle sorti spaziali dell’umanità: quella gente goffa, impaludata nella tuta da astronauta, raffigurava qualcosa di veramente importante, al vertice di un progresso scientifico e tecnologico che era anche sfida sportiva. Allora non capimmo perché, dopo i primi successi, gli americani avessero rinunciato alla luna: avevano vinto la competizione contro l’Unione Sovietica e poteva bastare. Sulla luna non c’erano metalli preziosi, ma rocce e polvere, cose utili solo agli scienziati che avrebbero svolto più comodamente il loro lavoro sulla terra. Dopo quarant’anni la luna è di nuovo lontana, così lontana che è diventato trendy dubitare delle missioni Apollo.

Un pomeriggio di luglio caldissimo, tre mesi fa, intorno al tavolo delle riunioni nella sede in campagna vicino a Bologna ci sono proprio tutti: l’amministratore, il presidente, l’ingegnere capo dell’ufficio tecnico, il responsabile del laboratorio e l’ingegner Salvia che mi vuole assumere perché sono l’uomo giusto per i problemi della sede di Houston. Il capo del personale in disparte guarda altrove, pensa alle ferie imminenti. Più che un colloquio è una chiacchierata, io non ho molto da aggiungere ed il presidente comincia a parlare, fa un discorso, un outing. Sette anni fa gli offrirono la quota di maggioranza in quella società d’oltreoceano, un’occasione d’oro per servire localmente il mercato americano. La nuova sede nel cuore del distretto chimico del Texas era una garanzia per lo sviluppo dell’impresa. I migliori ingegneri americani avrebbero dato impulso alla società, sostenuti dall’intraprendenza e dalla creatività degli italiani. La NASA era vicina: “Se è vero che sono andati sulla luna, chissà quali ricadute tecnologiche avremo nella nostra azienda”.

Invece la sede americana non è stata capace di organizzarsi spontaneamente, né di stupire i colleghi italiani con i prodigi della tecnologia spaziale. Fra i dipendenti si salvano solo due indiani: un vecchio chimico strappato ad una azienda concorrente ed un giovane farmacista assunto da poco. Tutti gli altri sono inetti e confusionari, da licenziare prima o poi. Il divario fra l’attesa di una tecnologia d’alto profilo e la realtà irrimediabilmente sconnessa alimenta il sospetto che sulla luna, questi americani, non ci siano mai andati. Le conquiste spaziali offrono il fianco ad un allegro gioco di opinioni. L’amministratore, che mi conosce appena, mi scruta più in profondità chiedendo: “Secondo te ci sono andati sulla luna?” Che domanda! “Certo che sì!” Lascio parlare il bimbo di prima elementare che ha appena imparato le addizioni e non dubita della copertina del suo quaderno: “Sulla luna…quarant’anni fa era più facile andarci che fingere di esserci stati”. La mia risposta zittisce, non consente facili rimpalli. E’ presuntuoso pretendere la ragione in un salotto di opinioni, dove la verità appare sempre un po’ naive. Meglio dire: “Non ne sono certo, non riguarda il mio lavoro”.

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§ 2 risposte a Figli di Apollo

  • Nico ha detto:

    cioè ma questi avevano comprato un’azienda e non sapevano nemmeno com’era organizzata.

    dovevi essere te il salto tecnologico! Der kinder der apollo che arriva dall’europa.
    (o qualcosa del genere)

  • paola ha detto:

    Beh, forse ho capito un pò di più quell’amarezza che hai cercato di spiegarmi…
    Però con tanti esempi tristi e mediocri, non hai voglia di buttar fuori la tua voglia di fare, senza peccare di presunzione?
    Alla prossima tappa…..

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