NASA Channel

24 ottobre, 2008 § Lascia un commento

Nel supermercato dei prodotti tipici dove si acquistano vini esotici, salmone dell’Alaska ed un ottimo camembert, gli scaffali dei prodotti freschi sono ancora vuoti. Dopo l’uragano la gente si affretta a comperare bottiglie e brick di cartone, pacchi di roba a lunga conservazione, direttamente dagli scatoloni appoggiati l’uno sull’altro a formare muri che i clienti smontano pezzo per pezzo. La cassiera è insolitamente cordiale, non sembra al lavoro, sorride distratta e si riappacifica con il mondo dopo la grande paura. Vuole parlarmi: si accorge che sono straniero, europeo, italiano. Lavoro forse alla NASA? Mi chiede proprio questo, se lavoro alla NASA. La sede dell’ente spaziale americano è vicinissima ed uno scienziato italiano, là in trasferta, troverebbe conveniente fermarsi a comprare qualcosa in quel supermercato tornando a casa la sera. L’interrogativo della cassiera riecheggia nel fondo della mia identità sconquassata dall’uragano. Ora mi sembrerebbe naturale rispondere di sì, avrei voluto fare l’astrofisico e, perché no, seguire le orme dei primi astronauti sulla luna.

Ho dedicato gli anni più intensi della mia formazione allo studio della fisica, laureandomi con il massimo dei voti all’università di Bologna nel 1993. La NASA era un sogno che vagheggiavo sotto i portici afosi, profondi come telescopi nelle notti d’estate a Bologna, leggendo e rileggendo coi colleghi gli appunti di analisi matematica. Il massimo dei voti non sembrava comunque sufficiente per la carriera scientifica, altri numeri sarebbero stati più opportuni per aprire le porte degli enti di ricerca. Una certa dose d’impazienza mi ha condotto attraverso porte meno socchiuse arrivando comunque fin qui, dopo quindici anni e dopo l’uragano, davanti alla cassiera del supermercato di Houston che ha ancora il coraggio di chiedermi se lavoro alla NASA. “I work in plastics”, effettivamente non trovo niente di meglio da dire che lavoro nella plastica: una risposta che sembra finta, data apposta per rinnegare senza appello la mia vocazione originale.

Attorno alla NASA non ci sono astronavi né missili, ma Space Center e Saturn sono i nomi delle strade da seguire per raggiungere il centro spaziale, una grande area prevalentemente vuota, recintata e disseminata di hangar, come un aeroporto militare. Ai turisti è concesso l’onore di una visita, addirittura con il trenino, attraverso i luoghi cospicui del centro spaziale. Da una settimana all’altra ho rimandato la visita turistica che avrei potuto fare anch’io, dimenticandomene completamente dopo l’uragano: evidentemente non mi piaceva l’idea di entrare alla NASA come turista. Le trasmissioni televisive del NASA Channel sono più che sufficienti per entrare nel clima dell’ente spaziale americano. Il NASA Channel è una TV molto rilassante, senza pubblicità. Ci sono lunghe interviste a scienziati, ex astronauti, professori universitari seduti immobili contro uno schermo di immagini stellari in movimento lento, mentre una voce invisibile fuori campo ripete più o meno le stesse domande: da bambino ti piacevano le stelle? Il tuo lavoro ti impegna molto? Credi che l’esplorazione dello spazio sia importante per l’umanità? Dalla voce degli intervistati giungono risposte ragionevoli e meditate, lontane anni-luce dalle grida selvagge dei reality show. La faccia dei professori-scienziati è quasi sempre composta ed educata, talvolta simpatica, ma poco adatta ad infiammare gli animi. Il NASA Channel sembra la TV di un altro pianeta. Il tono pacato, le voci ferme dei cronisti giungono da una profondità siderale, da un passato remoto catturato ancora (per poco) dalle antenne della TV fra il ciarpame degli infiniti canali commerciali.

Della vastità dei progetti spaziali resta solo la lontananza nello spazio e nel tempo. Il futuro non è più una prospettiva inesorabile, ma un possibilità verso cui possiamo dirigerci, oppure no. Le interviste del NASA Channel annoiano un po’, sembrano l’anticamera di uno spettacolo che non arriva, come la musica d’ambiente prima dei concerti rock, quando il cantante non c’è. “In attesa di tornare sulla luna” – annunciano le voci del NASA Channel – “ecco a voi i protagonisti del progetto Apollo”. I dodici astronauti che hanno camminato sulla luna sfilano davanti ai bambini di una scuola elementare, in un happening all’aria aperta con le camicie a quadrettoni un po’ sgualcite ed il microfono in mano. Sono tutti in pensione, una generazione di settantenni tranquilli, ancora sorridenti con i loro capelli bianchi. Quarant’anni fa le loro facce erano il futuro, ora rispondono alle domande dei bambini, come i reduci di un’avventura d’altri tempi: “Nonno, ma davvero sei arrivato sulla luna!? Cosa sei andato a fare lassù?”


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