Figli di Apollo

28 ottobre, 2008 § 2 commenti

Nella cartella del primo giorno di scuola c’era un astuccio con le matite colorate, un temperino, la gomma rossa e blu per cancellare e due quaderni, uno a righe ed uno a quadretti. All’inizio della prima elementare facevamo quasi tutto nel quaderno a quadretti, la mamma disegnata, il sole sorridente coi raggi gialli, le lettere ABCD, le somme e le sottrazioni. Sulla copertina del quaderno a quadretti che mettevo ogni mattina sul banco c’erano i simboli delle missioni Apollo, con i tre astronauti Armstrong, Aldrin e Collins sorridenti nella loro tuta spaziale in posa per la foto. Correva l’anno 1973 ed il sipario era appena sceso sulla storia delle missioni Apollo, dopo che la diciassettesima, nel 1972, aveva percorso parecchi chilometri del mare della serenità a bordo di una jeep scattante che sembrava l’automobile di playmobil. La conquista dello spazio appariva ovvia ed inarrestabile, come le bandiere a stelle e strisce piantate dagli americani sul suolo lunare, talmente ovvia che si interruppe subito, come accade talvolta alle cose troppo ovvie. Il governo degli Stati Uniti sospese i finanziamenti e gli astronauti dell’Apollo 17 divennero gli ultimi uomini ad aver posato il piede sulla luna.

Nel 1973 non era ancora chiaro che nessuno sarebbero più tornato sulla luna. Dalla copertina del quaderno di prima elementare spirava un vento fiducioso nelle sorti spaziali dell’umanità: quella gente goffa, impaludata nella tuta da astronauta, raffigurava qualcosa di veramente importante, al vertice di un progresso scientifico e tecnologico che era anche sfida sportiva. Allora non capimmo perché, dopo i primi successi, gli americani avessero rinunciato alla luna: avevano vinto la competizione contro l’Unione Sovietica e poteva bastare. Sulla luna non c’erano metalli preziosi, ma rocce e polvere, cose utili solo agli scienziati che avrebbero svolto più comodamente il loro lavoro sulla terra. Dopo quarant’anni la luna è di nuovo lontana, così lontana che è diventato trendy dubitare delle missioni Apollo.

Un pomeriggio di luglio caldissimo, tre mesi fa, intorno al tavolo delle riunioni nella sede in campagna vicino a Bologna ci sono proprio tutti: l’amministratore, il presidente, l’ingegnere capo dell’ufficio tecnico, il responsabile del laboratorio e l’ingegner Salvia che mi vuole assumere perché sono l’uomo giusto per i problemi della sede di Houston. Il capo del personale in disparte guarda altrove, pensa alle ferie imminenti. Più che un colloquio è una chiacchierata, io non ho molto da aggiungere ed il presidente comincia a parlare, fa un discorso, un outing. Sette anni fa gli offrirono la quota di maggioranza in quella società d’oltreoceano, un’occasione d’oro per servire localmente il mercato americano. La nuova sede nel cuore del distretto chimico del Texas era una garanzia per lo sviluppo dell’impresa. I migliori ingegneri americani avrebbero dato impulso alla società, sostenuti dall’intraprendenza e dalla creatività degli italiani. La NASA era vicina: “Se è vero che sono andati sulla luna, chissà quali ricadute tecnologiche avremo nella nostra azienda”.

Invece la sede americana non è stata capace di organizzarsi spontaneamente, né di stupire i colleghi italiani con i prodigi della tecnologia spaziale. Fra i dipendenti si salvano solo due indiani: un vecchio chimico strappato ad una azienda concorrente ed un giovane farmacista assunto da poco. Tutti gli altri sono inetti e confusionari, da licenziare prima o poi. Il divario fra l’attesa di una tecnologia d’alto profilo e la realtà irrimediabilmente sconnessa alimenta il sospetto che sulla luna, questi americani, non ci siano mai andati. Le conquiste spaziali offrono il fianco ad un allegro gioco di opinioni. L’amministratore, che mi conosce appena, mi scruta più in profondità chiedendo: “Secondo te ci sono andati sulla luna?” Che domanda! “Certo che sì!” Lascio parlare il bimbo di prima elementare che ha appena imparato le addizioni e non dubita della copertina del suo quaderno: “Sulla luna…quarant’anni fa era più facile andarci che fingere di esserci stati”. La mia risposta zittisce, non consente facili rimpalli. E’ presuntuoso pretendere la ragione in un salotto di opinioni, dove la verità appare sempre un po’ naive. Meglio dire: “Non ne sono certo, non riguarda il mio lavoro”.

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NASA Channel

24 ottobre, 2008 § Lascia un commento

Nel supermercato dei prodotti tipici dove si acquistano vini esotici, salmone dell’Alaska ed un ottimo camembert, gli scaffali dei prodotti freschi sono ancora vuoti. Dopo l’uragano la gente si affretta a comperare bottiglie e brick di cartone, pacchi di roba a lunga conservazione, direttamente dagli scatoloni appoggiati l’uno sull’altro a formare muri che i clienti smontano pezzo per pezzo. La cassiera è insolitamente cordiale, non sembra al lavoro, sorride distratta e si riappacifica con il mondo dopo la grande paura. Vuole parlarmi: si accorge che sono straniero, europeo, italiano. Lavoro forse alla NASA? Mi chiede proprio questo, se lavoro alla NASA. La sede dell’ente spaziale americano è vicinissima ed uno scienziato italiano, là in trasferta, troverebbe conveniente fermarsi a comprare qualcosa in quel supermercato tornando a casa la sera. L’interrogativo della cassiera riecheggia nel fondo della mia identità sconquassata dall’uragano. Ora mi sembrerebbe naturale rispondere di sì, avrei voluto fare l’astrofisico e, perché no, seguire le orme dei primi astronauti sulla luna.

Ho dedicato gli anni più intensi della mia formazione allo studio della fisica, laureandomi con il massimo dei voti all’università di Bologna nel 1993. La NASA era un sogno che vagheggiavo sotto i portici afosi, profondi come telescopi nelle notti d’estate a Bologna, leggendo e rileggendo coi colleghi gli appunti di analisi matematica. Il massimo dei voti non sembrava comunque sufficiente per la carriera scientifica, altri numeri sarebbero stati più opportuni per aprire le porte degli enti di ricerca. Una certa dose d’impazienza mi ha condotto attraverso porte meno socchiuse arrivando comunque fin qui, dopo quindici anni e dopo l’uragano, davanti alla cassiera del supermercato di Houston che ha ancora il coraggio di chiedermi se lavoro alla NASA. “I work in plastics”, effettivamente non trovo niente di meglio da dire che lavoro nella plastica: una risposta che sembra finta, data apposta per rinnegare senza appello la mia vocazione originale.

Attorno alla NASA non ci sono astronavi né missili, ma Space Center e Saturn sono i nomi delle strade da seguire per raggiungere il centro spaziale, una grande area prevalentemente vuota, recintata e disseminata di hangar, come un aeroporto militare. Ai turisti è concesso l’onore di una visita, addirittura con il trenino, attraverso i luoghi cospicui del centro spaziale. Da una settimana all’altra ho rimandato la visita turistica che avrei potuto fare anch’io, dimenticandomene completamente dopo l’uragano: evidentemente non mi piaceva l’idea di entrare alla NASA come turista. Le trasmissioni televisive del NASA Channel sono più che sufficienti per entrare nel clima dell’ente spaziale americano. Il NASA Channel è una TV molto rilassante, senza pubblicità. Ci sono lunghe interviste a scienziati, ex astronauti, professori universitari seduti immobili contro uno schermo di immagini stellari in movimento lento, mentre una voce invisibile fuori campo ripete più o meno le stesse domande: da bambino ti piacevano le stelle? Il tuo lavoro ti impegna molto? Credi che l’esplorazione dello spazio sia importante per l’umanità? Dalla voce degli intervistati giungono risposte ragionevoli e meditate, lontane anni-luce dalle grida selvagge dei reality show. La faccia dei professori-scienziati è quasi sempre composta ed educata, talvolta simpatica, ma poco adatta ad infiammare gli animi. Il NASA Channel sembra la TV di un altro pianeta. Il tono pacato, le voci ferme dei cronisti giungono da una profondità siderale, da un passato remoto catturato ancora (per poco) dalle antenne della TV fra il ciarpame degli infiniti canali commerciali.

Della vastità dei progetti spaziali resta solo la lontananza nello spazio e nel tempo. Il futuro non è più una prospettiva inesorabile, ma un possibilità verso cui possiamo dirigerci, oppure no. Le interviste del NASA Channel annoiano un po’, sembrano l’anticamera di uno spettacolo che non arriva, come la musica d’ambiente prima dei concerti rock, quando il cantante non c’è. “In attesa di tornare sulla luna” – annunciano le voci del NASA Channel – “ecco a voi i protagonisti del progetto Apollo”. I dodici astronauti che hanno camminato sulla luna sfilano davanti ai bambini di una scuola elementare, in un happening all’aria aperta con le camicie a quadrettoni un po’ sgualcite ed il microfono in mano. Sono tutti in pensione, una generazione di settantenni tranquilli, ancora sorridenti con i loro capelli bianchi. Quarant’anni fa le loro facce erano il futuro, ora rispondono alle domande dei bambini, come i reduci di un’avventura d’altri tempi: “Nonno, ma davvero sei arrivato sulla luna!? Cosa sei andato a fare lassù?”


Town down

18 ottobre, 2008 § 1 Commento


Se è vero che i porti di mare raccolgono gli echi della città esotiche da cui tornano gli equipaggi (Venezia ha un sapore d’oriente) Houston sembra contaminata dall’idea di una base lunare, più adatta agli astronauti che ai terrestri. Adesso le immagini di Houston sembrano davvero un film di fantascienza, della stessa materia di cui sono fatti i sogni. La città rovinata dall’uragano riappare come l’ultimo atto di una dissolvenza, ineffabile conseguenza del deserto metafisico della mia prima domenica downtown.

Una settimana dopo l’uragano l’intera città è chiusa per ristrutturazione. Il vento ha solcato le strade diritte, spingendo la sua forza selvaggia ai duecento all’ora contro la base dei grattacieli. Gli edifici più vecchi di pilastri e mattoni sono rimasti intatti, mentre le torri moderne, di vetro e acciaio, sono state violate dal vento. Le superfici lisce e le pareti di cristallo risultano incrinate, alcune finestre sono rotte, altre mancano del tutto. Uffici sofisticati come cabine d’aeroplano, rimasti senza vetrate, balzano sulla strada. Ci sono fogli sospesi per aria, soffiati via dal vento, che ricordano le immagini tristi di sette anni fa a New York. A questi edifici modernissimi non è concesso di invecchiare, la patina del tempo non aggiunge personalità alla loro storia. La perfezione cristallina delle forme che disegnano lo skyline si trasforma subito, non tanto in rudere, ma in rottame, come le automobili incidentate, come le navi in disarmo.

E’ terribile che i danni maggiori siano negli edifici più moderni. Le banche e le compagnie petrolifere americane hanno a fatto a gara verso l’alto, vantando la propria libertà senza regole, come i banchieri di Siena o i mercanti di San Gimignano mille anni fa. Ma nell’Italia dei comuni una regola c’era: nessuno poteva superare in altezza la torre del potere pubblico. Invece il grattacielo più alto di Houston porta il nome di una banca, JP Morgan Chase Tower, ed è proprio lui ad aver subito la peggiore devastazione. Novanta piani del lato sud, in direzione di Galveston, hanno le finestre murate coi pannelli di legno, un lavoro provvisorio ma impeccabile per proteggere la torre dai ladri e dal maltempo, in previsione degli interventi di recupero che durerenno mesi.

Non oso immaginare l’inferno ai piedi della Chase Tower la notte dell’uragano. I cristalli piombavano giù sul marciapiede a centinaia, con un fragore più forte delle raffiche di vento che soffiava ai duecento all’ora. Per liberare la strada dalle montagne dei vetri in frantumi ci sono volute le ruspe. Che impressione! Tanta ricchezza, tanta tecnologia, e tanta ignoranza dei rischi ambientali. Tutto quel disastro forse non ci sarebbe stato se la Chase Tower fosse stata costruita con un orientamento leggermente diverso, ad esempio con la pianta ruotata di trenta gradi, per non offrire il fianco agli uragani che provengono sempre dal mare di Galveston. E’ stupido guardare in faccia un uragano opponendo al vento una parete liscia di duecento piani, meglio uno spigolo, come la prua di una nave. Chissà se l’architetto l’aveva considerato. Forse l’idea di ruotare la torre non era piaciuta alla committenza di banchieri, che volevano un grattacielo diritto e senza incertezze, per attirare il denaro dei finanziatori. L’equilibrio della natura non è ben chiaro a chi arricchisce in fretta.

Anche i disastri ambientali sono utili per l’econonomia e aumentano il prodotto interno lordo. I fabbricanti di cristallo faranno affari d’oro con le finestre della Chase Tower. Le società specializzate nel recupero degli edifici invadono la città coi loro trucks e gioiscono della catastrofe. Cammino a piedi con una insolita confidenza fra gli operai al lavoro. La città non è più sigillata, i lavori in corso la rendono finalmente umana, con una storia da raccontare. Mi fermo agli angoli delle strade per fotografare quello che vedo, mi riapproprio della città, provo ad abitarla. Un uragano dovrebbe unire i cittadini attorno al luogo di riferimento, sia esso un campanile, una torre o una selva di grattacieli. Invece per strada incontro ancora una volta la diffidenza dei policemen, che sgarbatamente mi invitano ad andare via. Dopo l’uragano è proibito fotografare, se mi ostino potrei finire in prigione.

Non capisco il divieto. I policemen tirano in ballo la sicurezza nazionale, ma quale sicurezza!? Per loro la fotografia è un occhio indiscreto che mette a nudo, ferisce il senso del pudore nazionale. In America la paura d’essere vulnerabili è ormai cronica, anche le catastrofi naturali sembrano atti di terrorismo. Sull’aereo che mi riporta in Europa il 25 Settembre siedo accanto all’ingegner Davidner Mehra, nato a Bombay, che vive a Houston da trentacinque anni. Il suo ufficio di Jefferson Street, Houston downtown, è stato devastato dall’uragano. Non sa quando potrà tornare al lavoro, forse ci vorrà ancora un mese, nel frattempo rientra in India con la moglie, per una vacanza a casa dei parenti a Nuova Delhi.

Ricomincio da Monaco

14 ottobre, 2008 § Lascia un commento

Di ritorno a Cervia, mi coglie uno spaesamento nuovo, mentre ricomincio a guidare la mia fiesta turbo diesel che ingrana le marce una dopo l’altra come un piccolo trattore. Mi sorprende la verticalità del paesaggio, alberi e palazzine in bilico su strade incredibilmente strette, dove le macchine schizzano come il dentifricio fuori dal tubetto. Le colline ingombrano lo spazio con le loro forme buffe e nascondono un orizzonte che dovrebbe essere molto più lontano. Mi inoltro nell’Appennino come se non l’avessi mai visto: queste montagne sembrano il gioco di un bambino gigantesco che si è divertito a rimescolare la terra. E’ una bizzarria che l’uomo debba abitare sui pendii e nei crinali. I campi scoscesi, le strade tortuose inerpicate fin sulle vette raccontano storie di gente strana, forse un po’ matta come la folla laboriosa di certi quadri fiamminghi. Il paesaggio italiano riappare magicamente armonioso in mezzo agli scempi edilizi. Il cemento armato dei capannoni, dei camini e dei condomini sparpagliati, sembra assecondare la stessa capricciosa inventiva delle forze della natura che hanno plasmato il territorio. Accanto al campanile di una chiesetta antica, all’imbocco di un tunnel della E45, in Umbria, ci sono alcuni silos cilindrici d’acciaio. Prima che partissi per gli U.S. facevano orrore, ora fanno skyline. Evidentemente guardo l’Italia con una nuova indulgenza: neanche Berlusconi mi spaventa più, è una maschera; basterebbe soffiare un po’ forte per farlo cadere, ma nessuno ha abbastanza fiato in gola.

Con tanto tempo libero in uno spazio così pieno, le lancette del mio orologio cominciano a rallentare: che sia un effetto relativistico? Vorrei tornare negli Stati Uniti, magari a New York dove non sono mai andato, ma forse è meglio abituarsi all’Italia, gradualmente. Prima di partire per il Texas avrei voluto trascorrere qualche giorno a Monaco di Baviera, con una tappa intermedia a Bressanone, per la sauna. E’ arrivato il momento di farlo. Mentre ero a Houston la nostalgia di casa non si identificava con il ricordo generico dell’Italia o del mare di Cervia, ma con l’immagine di una città europea dove si cammina a piedi per strada. Subito fuori dalla stazione, la città di Monaco rinfranca il mio sguardo, mostrandomi quello che desideravo di più: un viale cittadino coi tram, le biciclette, l’andirivieni di gente vivace sui marciapiedi e nelle gallerie. All’ufficio turistico mi accoglie una gentile impiegata bionda, giovane, col naso affilato. Con il suo aiuto trovo posto all’ hotel Condor, che nonostante il nome e le pitture murali fin sulla porta è un albergo serio, dove capita di incontrare persone in giacca e cravatta. Il percorso pedonale che conduce a Marienplatz comincia quasi subito, appena fuori dalla porta dell’hotel. L’ultima volta che ero qui, vent’anni fa, quest’isola pedonale così grande mi appariva al tempo stesso geniale e un po’ esagerata. Nel 1988 la Germania era ancora divisa in due e la Repubblica Federale era comunque lontana, terra di emigranti e di macerie, anche se i telefilm dell’ispettore Derrick mostravano già una nuova Germania coloratissima, con i maglioni a collo alto e le giacche a scacchi, così diversa dai toni lugubri in rosso e nero dei libri di storia. La Germania con la moquette e le luci al neon, quella del nuovo miracolo industriale, è rinata a tempo di record dopo l’azzeramento del 1945.

Oggi Marienplatz è meno tedesca e più europea di vent’anni fa. I negozi sono come quelli di altre città del mondo ed anche l’idea di un’area pedonale al centro della città non è più così insolita. Mi fermo a cena all’Augustiner, ho una voglia matta di bratwurst e di weissbier. Proprio davanti a me nella tavolata della vecchia locanda siede una signora che potrebbe essere mia madre. E’ tutta trafelata e mi rivolge subito la parola… in tedesco. Vive ad Hannover ed è appena arrivata a Monaco per incontrare la sorella: affari di famiglia. Ha davvero bisogno di parlare e non si arrende quando le domando se sa l’inglese, continua la sua conversazione in tedesco e mi chiede di tradurre in inglese quello che lei dice. Io conosco veramente poco della lingua tedesca e confido nella birra come lubrificante di traduzione. Alla fine di tutti i miei sforzi la signora si rammarica di non parlare inglese, perché le sarebbe piaciuto discutere di politica con me.

A Monaco voglio visitare il Deutsche Museum, museo della scienza e della tecnica di cui conservo un ricordo esaltante da quando lo vidi nel 1988. Nell’atrio mi faccio largo fra scolaresche in fuga che vanno a disperdersi nelle sale del museo, giovani rumorosi e distratti, così diversi dagli studenti tedeschi di vent’anni fa. Percorro velocemente le sale dell’ala orientale, passo fra le chiglie delle navi e le fusoliere degli aerei ma non trovo una sala, un solo oggetto che risvegli il mio appetito per la scienza. Tutto appare polveroso e aggrovigliato, tanto più se si tratta di alta tecnologia, telecomunicazioni o astronautica. La scienza e la tecnica sembrano appartenere ad un passato irreversibile, pezzi da museo per l’appunto, come mummie egizie. Della mia visita precedente conservo il ricordo diverso di un’esposizione viva, autenticamente didattica, con i ragazzi accompagnati dai genitori alla scoperta dei principi della fisica. Forse oggi sono stanco e una sauna gioverebbe più di un museo, ma vado avanti lo stesso, alla ricerca dei modellini dell’industria chimica ed alimentare. Ricordo splendide ricostruzioni di birrerie e di caseifici. Dovrebbe esserci anche una sala dedicata all’industria dello zucchero ed infatti la trovo, ma è chiusa per ristrutturazione, come gli zuccherifici di mezza Europa.

Al piano terra sento un ronzio provenire dal fondo del corridoio, lo sento sempre più forte: tre, quattro, cinque ronzii ondeggiano e si inseguono. Nella stanza in fondo appare finalmente il grande plastico del trenino elettrico del museo di Monaco e i bambini sono ancora lì, incantati, a guardarlo a bocca aperta come vent’anni fa. Due tecnici che sembrano ingegneri azionano i comandi da una postazione sopraelevata. Hanno l’aria quieta, i capelli appiccicati sulla fronte e gli occhiali grandi. I treni sfilano ordinatamente ai loro ordini, scompaiono in galleria e di sorpresa riappaiono altrove. La vecchia vaporiera intreccia il suo percorso di montagna con quello del treno rapido ICE del plastico di Monaco, mentre le borse di tutto il mondo crollano e si teme una grande recessione. La crisi globale fa meno paura vista da qui. Il cuore robusto dell’Europa, che sa ricominciare ed assegna volentieri risorse agli ingegneri per giocare con il trenino elettrico, è un antidoto anti-depressione.

A casa, di nuovo

7 ottobre, 2008 § 3 commenti

Sarei dovuto ritornare a Houston ieri, con il volo Lufthansa del primo mattino, da Bologna. Invece sto scrivendo queste righe dall’Italia, con il mio vecchio Toshiba portatile che appoggia lo schermo ad una pila di libri per restare su. Non riesco ad immaginare le facce dei miei colleghi americani che non mi vedranno più. Avrei dovuto portare a Craig un pezzo di Parmisan stagionato, quello che si compra solo in Italia, ma credo che Craig avrà altro a cui pensare in questi giorni: i nostri clienti sono scomparsi durante il mese di Settembre, se li è portati via l’uragano finanziario, diabolicamente sincronizzato con l’uragano Ike. A qualcuno forse dispiacerà perdermi. Robbie e Jerry si erano ormai abituati ad avermi fra le scatole. Ficcavo il naso dappertutto nelle officine, mentre loro segavano e saldavano e avvitavano: di venerdì non sarò più compagno di birra sul tavolo da Schuffleboard. Il messicano Navidad aspettava da me un incentivo, fischiava e gridava que pasa, come nei film di Leone, per dirmi che la coibentazione era un lavoro lungo e che sarebbe stato opportuno coinvolgere qualcun altro, un fratello, un cugino, solo per qualche giorno ed arrivare così in tempo alla fine dell’opera. Prashanth, l’indiano giovane, mi aveva chiesto con apprensione quando sarei tornato da lui. L’avevo rassicurato lasciandogli un compito da svolgere, you don’t miss me, l’avevo ripetuto anche a Julie, che entrava in ufficio di mattina col bicchiere gigante di coca cola in mano. Julie era nuova, non giovanissima ma assunta da poco, arrivata in Texas dal Michigan, dove aveva perso il lavoro.

Amy avrà sicuramente disdetto la prenotazione del mio nuovo appartamento, che sarebbe stato più vicino e più comodo del motel di Webster dove ho dormito fino a dieci giorni fa. Non è semplice trovare un nuovo alloggio in Texas. Gli americani rimasti senza casa dopo la crisi dei mutui hanno preso d’assalto gli appartamenti in affitto. L’uragano, poi, ha fatto il resto, costringendo altre famiglie con la casa danneggiata a vivere temporaneamente in affitto. Penso ancora al mio ufficio americano, dove avevo appena sistemato i mobili. Non avevo mai avuto tanto spazio tutto per me. Dopo aver spostato la scrivania al centro della stanza c’era finalmente posto per accogliere colleghi e fornitori. Con la nuova sistemazione bastava un colpo d’occhio per vedere cosa accadeva nel corridoio fin sulla porta d’ingresso. Non c’era più scompiglio: fogli, cartelle, frammenti di storie vissute ed abbandonate da chi si era avvicendato in quella stanza prima di me, erano tutti a posto. La parete di fondo, bianca, di mattoni, era tornata a splendere come nuova, con al centro il poster del Museum of Fine Arts di Houston. I miei colleghi americani lo guardavano incuriositi, non sapevano di avere una galleria d’arte classica in città.

Lunedì ventinove settembre, festa degli angeli e degli arcangeli, ritorno nella sede italiana, il quartier-generale, una vecchia palazzina di mattoni nella campagna bolognese con tanti uffici piccoli accatastati l’uno sull’altro. Gli impiegati ed i dirigenti sono tutti molto indaffarati e non hanno tempo per me. L’amministratore è coinvolto in una riunione imprevista presso la filiale tedesca ed anche gli ingegneri stanno partendo per la Germania, dove una fiera li attende a Norimberga. L’ufficio amministrativo è nelle mani delle impiegate, che si contendono il mio sguardo. Molte di loro mi conoscono solo di nome, perché erano in ferie nei giorni in cui io mi trovavo a Bologna all’inizio di Agosto, prima di partire per il Texas. Devo averle colpite con l’eco della mie avventure d’oltre oceano, tanto che loro sono felicissime di rispondere a tutte le mie richieste, anche le più elementari. Per appoggiare il computer trovo spazio sul tavolo del CED, in una stanza di passaggio fra la sala dei disegnatori e l’ufficio del direttore. L’ambiente non è lo stesso che avevo conosciuto prima di partire, con il calore abbagliante dell’agosto padano e la penombra degli uffici deserti al piano terra. Le brume autunnali in Italia arrivano in fretta. Tutti gli impiegati ora hanno da fare, contendono spazio ai vicini, rubano tempo ai colleghi. Riunioni estemporanee si svolgono sui tavoli dei corridoi, discussioni tecniche al volo per definire soluzioni di ingegneria complicatissime, alla lavagna coi pennarelli. Poi, in un attimo, tutti scompaiono e riappaiono altrove, su un altro tavolo, per un’altra riunione: l’iperattività esorcizza l’incertezza, gli impiegati marcano così il territorio.

Guido è un tecnico anziano con trentacinque anni di carriera. E’ un omone di quasi sessant’anni con i baffi, lo sguardo solenne e l’aria tutto sommato dolce. Quando stringe la mano quasi la stritola. Mentre mi accompagna in fabbrica per vedere i sistemi di abbattimento delle polveri, si muove con la stessa agilità sia fra i tubi, sia fra le carte delle norme tecniche che fissano i limiti delle emissioni. In compagnia di Guido la fabbrica appare semplice e razionale. Il groviglio dei tubi, gli strati edilizi sedimentati l’uno sull’altro nel corso di un secolo appaiono finalmente chiari, senza stranezze. La fabbrica è un castello con le torri e coi camini impastati dalle mani di quattro generazioni. Appena fuori dal recinto la campagna bolognese è ancora intatta, i solchi arati ed i filari delle viti annunciano l’arrivo dell’autunno. Queste cose mi rinfrancano e al tempo stesso mi riportano ad una vita che avrei voluto dimenticare: la vita che facevo quand’ero impiegato negli zuccherifici, a Ferrara, a Forlimpopoli, a San Pietro in Casale, prima che si abbattesse la scure della riforma comunitaria dello zucchero. Guido mi accompagna col montacarichi nei piani alti della fabbrica, scendiamo e risaliamo da un’altra parte. I reparti sono silenziosi, alle tre del pomeriggio molti operai sono già negli spogliatoi. Cosa sta succedendo? Guido abbassa lo sguardo e scuote la testa. Mezza fabbrica è ancora ferma, dopo l’estate non è partita, mancano gli ordinativi.

L’amministratore arriva a metà settimana come una doccia fredda. Quando mi accoglie nel suo ufficio ha lo sguardo stremato ed i capelli girati male. Non ha tempo da perdere, così cominciamo subito una conversazione surreale. Mi contesta di non essere stato abbastanza incisivo, di non aver prodotto il cambiamento che si aspettava da me nell’impianto americano. In un mese? Con l’uragano? Non capisco: provo a spiegare… Il discorso dell’uragano suona come una giustificazione, dieci giorni di black-out sono comunque imperdonabili. Mi sento attaccare da tanti fronti in modo abbastanza incoerente. L’amministratore afferma che sono diventato troppo americano e, subito dopo, che non sono abbastanza positivo. Non mi perdona il disegno che ho inviato all’ufficio tecnico, con le misure in “piedi” e “pollici”: non posso abusare del tempo dei disegnatori di Bologna! Si infuria quando gli chiedo di stampare un biglietto da visita, per definire meglio la mia posizione professionale: come mi permetto? Devo lavorare, lavorare, lavorare e basta. In tutti i modi cerca di dissuadermi. Mi propone di ripartire senza rinnovare il contratto, con un biglietto aereo aperto, con cui può richiamarmi in Italia quando vuole. Il mio desiderio di continuare è talmente forte che non ho nessuna intenzione di abbandonare la missione. Mi mettano pure alla prova, andrò avanti a qualunque condizione.

La mia tenacia un po’ ingenua non salva il posto di lavoro, ma ottiene l’ onore delle armi, una piccola somma di buona uscita che avrei perduto se avessi accettato di andarmene spontaneamente. Il consiglio di amministrazione di giovedì ridefinisce le strategie aziendali per affrontare la crisi. La sede americana non è più un avamposto strategico, ma una palla al piede. Nel ridefinire la propria strategia l’azienda terrà ovviamente conto di come evolve la crisi. Intanto i lavoratori a tempo indeterminato fanno quadrato per salvare il posto di lavoro, contro i lavoratori a tempo determinato. A me non resta che tornare da dove sono partito, alla solida crisi dell’industria dello zucchero che garantisce ancora una buona cassa integrazione. E l’America… agli americani!

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