San Antonio

17 settembre, 2008 § 3 commenti

E’ proprio lui, è il Santo della basilica di Padova a dare il nome a questa città! Incredibile che sia giunto fin qua: sapevamo dei suoi giri in lungo e in largo per l’Europa, per cui è comunemente noto come Sant’Antonio da Padova, pur essendo portoghese di Lisbona, città nella quale è ricordato per il miracolo di Rimini. Evidentemente ha viaggiato molto anche da morto ed è arrivato ancora più lontano. I preti spagnoli, anch’essi predicatori, hanno portato l’icona di Sant’Antonio sulle strade del west molto prima che arrivassero i cow boys. Oggi dobbiamo ringraziare il Santo perchè, oltre ad aver fornito un valido riparo contro l’uragano, sta offrendo un ambiente davvero ospitale, tanto che la nostra attesa diventa vacanza. Non mancano le occasioni di incontro, come ad esempio gli appuntamenti del Fotoseptiembre USA, festival internazionale di fotografia che si svolge a San Antonio proprio in questi giorni. Fototografi di tutto il mondo espongono le loro immagini nelle numerose gallerie di San Antonio ed è un piacere andarle a scoprire. Sabato 13 Settembre è un giorno denso di eventi nella locandina del Festival. Ben tre vernissage hanno luogo fra le sei e le dieci di sera nelle gallerie di South Flores: immagino luoghi luccicanti, con le porte di cristallo ed i camerieri in papillon, dove scroccare un buffet per cena.

Verso sera gli amici Gokul e Prashnth bussano alla porta, perchè stanno andando al cinema. Mi chiedono se mi interessa: prima il cinema, poi la cena. Rispondo che ho già altri programmi per la serata e che non devono preoccuparsi se rimango senza automobile, prenderò un taxi. I due indiani si guardano negli occhi e in un attimo cambiano idea. Probabilmente il film che hanno in mente non è interessante: su due piedi decidono di seguirmi nelle gallerie di South Flores. Insieme raggiungiamo il taxi, il primo della fila davanti all’hotel. Scuotiamo l’autista dal torpore, un signore canuto con gli occhiali di tartaruga. L’indirizzo dove siamo diretti non è tanto lontano. Mi fa spazio nel sedile anteriore, togliendo un mucchio di giornali accatastati da chissà quanti giorni, mentre i due indiani siedono dietro. La strada conduce in fretta fuori città, verso fabbricati bassi poco appariscenti. L’autista mi chiede se per caso non ci stiamo sbagliando, volendo andare a South Flores anziche a North Flores. Non ha mai portato nessuno a quell’indirizzo, da quella parte ci sono soltanto vecchie officine e fabbriche abbandonate.

Arriviamo ad un passaggio a livello. Oltre i binari vediamo finalmente l’insegna: Gallista Gallery, 1913 South Flores. Per me quel posto è inquietantemente bello, ma non appare tale ai due indiani, che nel sedile posteriore mormorano parole di sconcerto. Non hanno intenzione di scendere: non vorrebbero trovarsi coinvolti in una storia di mafia. L’autista li rassicura, effettivamente non hanno nulla da temere, ci sono altre persone che scendono dalle automobile in sosta, con un aspetto, tutto sommato, normale. Per convincerli in maniera definitiva, prenoto la corsa di ritorno del taxi: lo stesso autista tornerà nello stesso luogo dopo un’ora, per portarci a casa.

Effettivamente l’esterno della galleria di South Flores non lascia trapelare nulla di quello che contiene, anzi pare nasconderlo volutamente, creando i presupposti di un equivoco che è parte del gioco artistico. Nei piazzali antistanti ci sono camion in sosta, cumuli di detriti, legname. La porta d’ingresso è una conquista, da scoprire in mezzo a saracinesche socchiuse. Alcuni spazi sono evidentemente condivisi con attività artigianali: di giorno gli operai, di notte gli artisti. Le fotografie sono molte belle, quasi tutte in bianco e nero. Ma lo spettacolo più affascinante è l’incontro con i pittori di San Antonio, tutt’altro che raffinati, con le loro opere appresso, quadri coloratissimi come le piume degli uccelli tropicali. Prashanth e Gokul si aggirano sbalorditi, non credono ai loro occhi, soprattutto non capiscono il mio interesse per quell’ambiente sgangherato. Provo a renderli partecipi, spiegando che anche dietro a quel mondo gravitano tanti interessi. La loro attenzione è una forma di rispetto, sono troppo educati per mandarmi a quel paese.

E’ già buio, all’esterno sta per cominciare un concerto di musica Groove. Mi dispiace andarmene, ma non voglio sfidare la pazienza degli indiani oltre il limite che ci siamo dati. Il tassista è tornato per portarci a casa. Saliti in auto, le sbarre del passaggio a livello si chiudono e risuona il tono grave, solenne del fischio del treno in arrivo. Con una brusca manovra, per evitare l’attesa, l’autista fa inversione e si immette in un rettilineo parallelo alla ferrovia, alla ricerca di un sottopassaggio. Nell’ombra appare il profile del treno, un corteo lento di cisterne senza fine. Il locomotore diesel ripete il fischio, ora piu’ lugubre. Oltre il treno, luci lontane decorano il profilo dei grattacieli di San Antonio. Non sembra un film, ma un fumetto noir. L’autista indica orgogliosamente le torri piu’ alte: la Life Tower ha vagamente la forma dell’ Empire State Building ed è decorata con simboli esoterici. Nelle intenzioni dell’architetto, queste immagini avrebbero dovuto difenderla dagli spiriti maligni. Chiedo il nome dell’architetto, ma l’autista non lo ricorda: sa soltanto che morì suicida, era un tipo piuttosto disturbato. L’altro edificio proteso verso l’alto nello skyline di San Antonio ha la forma di una torre di controllo. E’ un’altra storia: costruito nel 1968, porta il nome dell’esposizione panamericana di quell’anno Tower des Americas. Pare il prototipo di chissa’ quale base lunare.

Nella storia americana, la costruzione dei grattacieli anticipa di mezzo secolo le tecniche costruttive che permettono di realizzare torri dalle forme più incredibili. All’inizio del Novecento occorreva stare con i piedi per terra ed i modelli erano i campanili delle chiese europee. Il primo grattacielo di New York e’ un gigantesco campanile di San Marco. La Life Tower, a San Antonio, imita le torri gotiche poligonali, con l’antenna al posto della guglia: e’ un prisma irregolare sfuggente da ogni angolo lo si guardi. I rilievi scolpiti ed i gocciolatoi rievocano le manifestazioni piu’ eccentriche dell’arte europea, in un revival d’oltre oceano.

D’un tratto intuisco come sarebbe stata San Antonio senza l’invasione del cemento armato: un groviglio di torri di babele troneggianti agli incorci delle strade, rosa nella penombra della sera, con decorazioni flamboyant di stile gotico, un gotico estremo che non avrebbe avuto cittadinanza da nessun’altra parte se non negli Stati Uniti. La citta’ di Batman, Gotham City, non e’ altro che questo: la proiezione nel futuro di una metropoli degli anni ‘30, un monumento di torri e di pinnacoli a misura di pippistrello.

A San Antonio la citta’ di cemento e quella piu’ antica, di mattoni, galleggiano l’una dentro l’altra, si contendono lo spazio, senza vincitori, ne’ vinti. Anche qui, come a Houston, la storia raddensa in pochi anni trasformazioni epocali di gusto e di stile. Ma a San Antonio i palazzi piu’ recenti, scesi dal cielo, non hanno l’altezza per imporsi inequivocabilmente su quelli piu’ antichi e sonnecchiano accanto alle scale di ferro, antincendio, disegnate a zig zag sulle pareti d’argilla dei primi grattacieli, che sono nati dalla terra come le cattedrali. Qui c’è ancora uno spazio architettonico costruito dal basso, per essere visto dal marciapiede, ma i legami con la tradizione artistica europea, nelle costruzioni piu’ recenti, sono completamente recisi. Le tecniche del cemento e dell’acciaio hanno cambiato la percezione estetica, determinando un gusto nuovo: americano avremmo detto fino a qualche anno fa, ora diciamo global.

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