StrIKE

14 settembre, 2008 § 3 commenti

Nelle trentatremila stanze degli alberghi di San Antonio, come nel resto del mondo, venerdi dodici settembre irrompono le dirette televisive della CNN che annunciano l’imminente catastrofe. Tramortito, mi abbandono alla sorte e mi lascio condurre a cena nel ristorante indiano, sotto un cielo purpureo da tramonto western. Per  più di un’ora mi sento stranamente a casa, fra le persone della comunità indiana di San Antonio. Non ho fame, ma le spezie risvegliano il mio appetito. Prima di rientrare, Prashanth compra una bottiglia di whisky, da sorseggiare con ghiaccio nella stanza dell’hotel.  Qualche giorno fa Robbie scherzava dicendo che venerdì sera avrebbe organizzato un Hurricane Party. Aspettavamo Robbie ed avevamo aggiunto per lui un letto nella mia stanza, ma non è arrivato. E’ rimasto bloccato nel traffico ed ha cambiato direzione; probabilmente trascorrerà la notte a bordo del suo truck: non voleva allontanarsi troppo da Houston per rimanere all’erta e ritornare il prima possibile a Pasadena. La ferraglia dell’impianto chimico per lui è più importante della sua famiglia, non può lasciarla troppo a lungo in balia dell’uragano.

Prashanth mi invita dunque per un drink nella sua camera, insieme all’altro amico indiano di cui ricordo finalmente il nome, Gokul, che studia medicina a Houston. Seduti sui letti con il bicchiere in mano, è una situazione da gita scolatica. Fissiamo sbalorditi la televisione, dove le immagini sono quelle dei luoghi che conosciamo meglio: Clear Lake, Pasadena, Bayport. Ho appena avuto il tempo di familiarizzare con questi nomi ed eccoli, ora,  alla ribalta, nell’occhio del ciclone. Sulla costa di Galveston le onde superano i dieci metri d’altezza e l’acqua ha già invaso il centro abitato. I cronisti sfidano le raffiche di vento ai cento all’ora, in una lotta corpo a corpo che ha il sapore della competizione sportiva. Sotto la pioggia battente gridano l’interrogativo che tiene tutti col fiato sospeso: i moli riusciranno ad arginare le onde? Un uragano così grande non si era ancora visto, grande come il Texas.

Penso alla camera del motel di Webster dove ho lasciato i vestiti, al piano terra. Prima di scappare ho appoggiato la valigia sul tavolo, credendo così di salvarla da un eventuale allagamento. Altro che allagamento: se i moli non reggono, qua arrivano cinque metri d’acqua e neppure le valigie al secondo piano si salveranno. Guardo attonito la televisione, ma i due indiani non sembrano preoccupati.  Ridacchiano fra loro, telefonano agli amici, bevono. Ci penseranno domani. Torno nella mia stanza con l’intenzione di dormire, ma accendo ancora la televisione. Adesso vanno in onda gli incendi nelle raffinerie di Pasadena, un inferno, pronto per il giudizio universale.  La stanchezza mi chiude gli occhi.

Sabato, ore 7.00.  Respiro profondamente vedendo che il mare non è tracimato oltre i moli di contenimento: nelle strade ci sono allagamenti dovuti alle piogge torrenziali. La Chase Tower, il grattacielo piu’ alto, ha le finestre frantumate. La natura, quella vera, ha ripreso il sopravvento.

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§ 3 risposte a StrIKE

  • ori ha detto:

    ciao Lorenzo,
    Non ti conoscevo nella veste di scrittore, sono affascinata dal tuo modo di raccontare e di descrivere cio’ che vedi e che vivi. Tutta la tua conoscenza, cultura e sensibilita’ trasuda dalle tue parole utilizzate sapientemente e delicatamente. Bravo mi hai comunicato grandissime emozioni!!! Spero che ormai l’uragano sia passato, ti saluto e ti abbraccio
    Orianna

  • gianni ha detto:

    grande mr. aldini
    complimenti per il blog e per le tue parole.
    stay tuned!

    g.

  • Federico BolsoMan ha detto:

    Mi raccomando la posizione di sicurezza (mani sulle palle)!

    In bocca a lupo!

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