Fuga da IKE

12 settembre, 2008 § 1 Commento

11 Settembre 2008. Rispettando l’obbligo di evacuazione della Contea di Harris, parto anch’io alle undici del mattino, sulla Freway che congiunge la Florida alla California, in direzione di San Antonio.  Nel primo viaggio verso il west, sotto la spinta dell’uragano, mi accompagna il giovane chimico indiano Prashanth, indiano dell’india di pelle scura. In autostrada ci sono già lunghe code: fuggitivi e camionisti, commercianti che non interrompono l’attività, casomai l’uragano cambiasse idea e prendesse un’altra strada. Nessuna certezza sul suo percorso, solo modelli metereologici, numeri al calcolatore che si aggiornano di ora in ora come i numeri del lotto.  L’arrivo a terra del ciclone si chiama landfall, quasi fosse un meteorite. Sembrava dovesse passare da Port Lavaca, ma l’alta pressione sull’Arizona sta spingendo in modo imprevedibile l’uragano verso nord. Con una piroetta potrebbe colpire proprio la città di Houston, birillo al centro del Golfo.

In ufficio ne parliamo subito: Robbie propone di fuggire verso est, cioè di stare “sottovento” all’uragano.  Un’idea così balorda può venire in mente soltanto a Robbie, che ha una casa in South Carolina e spera di trascorrere là qualche giorno di vacanza. Craig si preoccupa seriamente per quello che sta accadendo e mi trasmette una senzazione di pericolo imminente, nonostante il cielo sia ancora limpido e l’aria trasparente. Do un nome più preciso all’inquietudine che mi ha svegliato presto questa mattina per ascoltare le notizie del Weather channel. Oltre al vento, l’uragano può portare alluvioni disastrose, fino a cinque metri d’acqua. Non c’è tempo da perdere.  Cerchiamo sul WEB un posto nell’entroterra dove riparare. La figlia di Craig vive ad Austin e possiamo trovare un albergo da quelle parti per non perderci di vista.  Ma alle nove del mattino gli alberghi di Austin sono già esauriti, anche quelli di lusso non hanno più posto.  Guardiamo più lontano, a duecento miglia c’è San Antonio, una città turistica con qualche hotel ancora disponibile. Finalmente troviamo due stanze al Grand Hyatt di San Antonio, una sistemazione di prestigio, perchè quelle a buon mercato sono già vendute. Passo da casa per raccogliere un po’ di biancheria, poi saluto l’impiegato della portineria ed i ragazzi di guardia. Loro non hanno intenzione di andarsene.  Due famiglie con bambini piccoli ammucchiati in monolocali dicono che restaranno nonostante l’obbligo di evacuazione: non hanno soldi e non hanno un altro posto dove andare. L’obbligo è un privilegio.

Il mio “sherpa” Prashanth guida nervosamente sulle strade che conducono fuori città, lo disturbano le lunghe attese in colonna. Impieghiamo quasi due ore per uscire dal traffico di Houston ed immetterci nella Interstate Ten, direzione West.  Per Prashanth è la  seconda evacuazione.  Mi racconta di Rita, nel 2005, quando tutti scapparono da Houston intasando strade giorno e notte.  Quest’anno siamo partiti con un giorno d’anticipo, in cielo vediamo solo qualche nuvoletta ed è come essere in colonna per le vacanze estive.  Prashanth è ancora abbastanza giovane per vivere l’evacuazione come una gita scolastica. Ha caricato in macchina un amico, un altro indiano arrivato da poco negli Stati Uniti e proveniente come lui dall’India del sud. L’amico non ha l’acutezza d’ingegno di Prashanth, fa discorsi piuttosto confusi e ride spesso, ma fra loro intravvedo una forte solidarietà. Parliamo di sport e mi chiedono se conosco il cricket: loro ci sono cresciuti, con il cricket, e l’hanno ritrovato tale e quale negli Stati Uniti. Sembra strano, ma in Europa giocano a cricket soltanto gli inglesi. Parliamo d’Europa, perchè loro mi vedono europeo. Nel nostro viaggio verso ovest, l’Italia appare piccola come gli stati che compongono l’India.

A Columbus c’è un’area di servizio, ci fermiamo per il carburante e per prendere un caffè.  L’autogrill è invaso da famiglie rumorosissime in ciabatte, come se stessero andando al mare.  Stamattina sono partiti tutti all’improvviso come noi, ma non sembrano disturbati dall’emergenza.  E’ una vacanza fuori programma a cui gli americani sono abituati.  Quando ripartiamo da Columbus sono ormai le tre del pomeriggio, il traffico è intenso ma fluido. I cartelli stradali indicano uscite verso  città invisibili: Weimar, Lagrange, New Berlin. Lo spazio del Texas si allarga all’infinito, fra boschi di querce, prati e recinti per il bestiame, il paesaggio diventa via via più ondulato, non collinare, ma neppure pianeggiante. Pare di navigare sull’onda lunga di un oceano verde, senza punti di riferimento per appoggiare lo sguardo, neppure un palo della luce. Oltre la cresta della prima onda la strada riappare identica verso la cresta dell’onda successiva, e così ancora, andando avanti per decine di miglia in direzione di San Antonio. Mi coglie un senso di spaesamento e cerco di ricondurre quello che vedo a qualcosa di familiare. Penso alla maremma. Anzichè rassicurarmi, il confronto con la maremma mi confonde. Non c’entra proprio nulla.

Mancano ormai meno di cinquanta miglia e Prashanth chiede se mi piace la musica di Bolliwood. Lui e l’amico vorrebbero ascoltare le canzoni di alcuni film indiani, ora, in automobile.  Non ho nulla in contrario ad ascoltare le sonorità folk dell’India di oggi, mentre fuori dal finestrino scorre il mondo del far west: per me è come mescolare il curry con il ketchup. Entriamo in San Antonio con le canzoni di Bolliwood che impastano ritmi e melodie di tutto il mondo. Nei testi che ascoltiamo ci sono addirittura parole spagnole, non del tutto stonate al nostro arrivo a San Antonio de Valero. Entriamo finalmente nel parcheggio del Gran Hyatt. Un solerte posteggiatore ci accoglie annunciando forti sconti per gli Houston evacuees.

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§ Una risposta a Fuga da IKE

  • Caromaso ha detto:

    RIMANENDO VIVI ANCHE L’OCCHIO DEL CICLONE PUO’ NON ESSERE COSì MALE…BOLLIWOOD SOUND IS THE BEST…
    E COME DICEVA CROCE BISOGNA SAPER FARE DI IGNI DIFFICOLTA’ SGABELLO…

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