Domenica downtown

2 settembre, 2008 § 14 commenti

Ore 12.00 – Di domenica il centro di Houston è vuoto. I buildings fitti come torri medievali luccicano cristallini, senza segni di vita. Il vento fa strisciare pezzi di cartone e sacchetti di plastica su strade esageratamente larghe ad angolo retto, dove i buildings si alzano come i pezzi di una scacchiera: torri, alfieri e regine, palazzi a forma di grattacielo, talmente fitti da formare una intera grattugia per il cielo. Quando le torri si infittiscono al punto da non scorgere piu’ i confini fra una torre e l’altra, diventano skyline, linea del cielo, profilo della citta’ vista da lontano. Da sotto, sembra d’essere nel canyon di una concrezione mineraria, cristallizzata al centro della città.

Ore 12.10 – Le uniche persone che scorgo  sono i policemen agli incroci delle strade, oppure i guardiani oltre le vetrate opache dei buildings. Mi osservano circospetti, mi chiedono se va tutto bene. Chiedo loro qualche informazione su dove andare e cosa vedere: qua attorno c’è il parco Sam Houston, con l’Heritage Museum. La domenica apre all’una, prima di quell’ora non c’è niente da fare. Nessun bar aperto, nessun luogo chiuso accessibile dove sciacquarsi con l’aria condizionata. Di domenica è chiusa la rete di tunnel sotterranei che unisce i buildings: gallerie di negozi ed uffici, città pedonale sotto la città delle automobili.

Ore 12.20 – Mi trovo nel cuore del centro storico superstite, il centro monumentale antico, imperniato sull’edificio della biblioteca comunale di metà Ottocento, con un bel giardino e, a fianco, il palazzo del comune di inizio Novecento, con la bandiera americana.  Dietro, al posto del cielo, si alzano all’improvviso le pareti rocciose dei grattacieli, bianche marmoree oppure nere trasparenti. C’è qualcuno in strada: ragazzi di colore in mountain bike o in skateboard, persone sole in attesa dell’autobus. La metropolitana di Houston è perlopiù una rete di autobus su strada, con autisti tipicamente afroamericani, che traboccano dal sedile di guida tanto son grassi.  Non c’è una ferrovia sotterranea, non ce n’è bisogno: l’economia del petrolio ha trovato un alleato nella vastità di questo territorio ed ha imposto a tutti l’automobile. I nomi dei buildings raccontano la storia delle compagnie petrolifere di Houston, da Gulf a Exxon Mobil, attraverso il Novecento.

Ore 12.35 – Una vecchia signora rinsecchita percorre da sola il marciapiede a bordo di una carrozzina elettrica agilissima. La nonna cyborg aziona il joystik con la mano destra e guida le ruote della carrozzina come in un balletto. Nell’altra mano regge un enorme bicchiere ricolmo di una bibita lattiginosa, con cannuccia. Raggiunge una signora nera a guardia di un parcheggio sotterraneo e si ferma a chiacchierare.  L’ingresso dei parcheggi è luogo di socialita’, a Houston, la domenica mattina. Scelgo di fermarmi anch’io nei pressi, per scattare qualche foto e per raccogliere un alito di umanità. La nonna mi sorride.

Ore 12.50 – E’ ormai l’una e mi dirigo verso il parco Sam Houston, dove il cancello aperto indica che è arrivato qualcuno. Mi unisco al gruppo per la visita guidata della domenica. Il parco comprende la galleria fotografica dell’Heritage Museum, che racconta la crescita urbana di Houston nel corso della sua storia e, nel giardino, mette in mostra una serie di vecchie abitazioni in legno con gli arredamenti originali, smontate dai loro siti e ricostruite qui, come reperti archeologici, per preservarle dalla distruzione. Le foto della galleria mostrano una città viva che ha ridefinito più volte la propria monumentalità, in modo sempre diverso, nel corso dell’ultimo secolo. Ondate incalzanti di rinnovamento hanno trasformato il profilo di Houston, come quello di altre città americane, da un decennio all’altro, con una frenesia che ha toccata l’apice nel corso degli anni Ottanta del Novecento. E’ impressionante: quante immagini diverse di città si siano susseguite nel corso degli ultimi cent’anni nello spazio che oggi appartiene a Houston downtown. Dopo la seconda guerra mondiale, il tempo ha cominciato a scorrere con una velocità differente, rispetto alle città europee, ed ha accelerato la storia verso un futuro che gli spazi urbani europei non hanno ancora conosciuto e probabilmentee non conosceranno mai.

Ore 15.00 – Al termine della visita dell’Heritage Museum ritorno nella selva di grattacieli, per vedere se finalmente trovo un bar aperto. La citta’ è un monumento deserto del tutto inospitale a causa del caldo che sfiora i quaranta gradi. Il sole riluce nelle trasparenze dei cristalli e si rispecchia nei grattacieli più alti: luoghi inaccessibili. Mi aggiro nella città desolata, catturato dal magico ritrovamento di una archeologia contemporanea e comincio a leggere le pietre, come per abitudine sono portato a fare nelle città europee. Qui la storia di appena un secolo si manifesta nei fili di una tessitura variegata, oltre l’apparente compattezza dello skyline attuale che amalgama e cancella la memoria. Muovendomi in direzione della Chase Tower, vado alla ricerca della Houston downtown dei tempi del presidente J.F.Kennedy e, con un tuffo profondo nella memoria, provo ad isolare il profilo dei primi grattaceli com’erano ai tempi del presidente F.D.Roosvelt.  Un esercizio di memoria che in Europa occuperebbe lo spazio di duemila anni, qui si esaurisce nell’arco di ottanta, con una densità di eventi, una diversità di stili e di manufatti, che pesano come dieci secoli di storia europea.

La citta’ del 1960, quella che vedeva il presidente Kennedy, mi appare all’improvviso nella geometria bianca dei grattacieli marmorei della Shell, dalle cubature rigorose di impronta razionalista, che cingono l’unica piazza centrale: una piazza per gli incontri all’aperto, all’ombra delle banche e degli hotel, prima che gli impianti di aria condizionata rinchiudessero la vita della gente nelle gallerie. Dove si abbassa il profilo dei grattacieli, a sud est, affiorano le architetture raffinate dei buildings più antichi: monumenti di gusto eclettico, rastremati verso l’alto, con lesene poderose e colonnati classicheggianti: edifice di mattoni che si stagliavano nel panorama urbano della prima metà del Novecento, con il colore chiaro della terra. La monumentalità dei primi grattacieli si irradiava nello spazio attorno, come quella delle torri antiche, delle piramidi egizie o dei templi greci. Le forme bianche degli anni Sessanta del Novecento diedero per la prima volta alla città una immagine organica, un po’ schematica, ma le cubature dei grattacieli erano ancora in relazione con le superfici degli spazi aperti.

Poi, da una certa data, i grattacieli sono fioriti in nuove forme monumentali, sempre più smaglianti: combinazioni di solidi geometrici di cristallo e di acciaio, sezionati da piani inclinati virtuali, come forme scese dal cielo. Queste torri non sono sorte in relazione alla superficie cittadina ma l’hanno occupata: sono volumi di uno spazio molto più vasto, dove la superficie cittadina ha solo una funzione di servizio, per l’accesso. Brillano di una monumentalità astratta, che testimonia la ricchezza delle banche e delle compagnie petrolifere. Houston appare splendente viggiando in direzione del centro in automobile. Ma di domenica là sotto non c’è nessuno: la middle class si accalca altrove, consuma benzina nelle highways di periferia e spende soldi in centri commerciali piatti, labirintici, invisibili.  (domenica 1 Settembre 2008)

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§ 14 risposte a Domenica downtown

  • Caromaso ha detto:

    I see in Houston they have a metaphysical problem! Thank you Lou Aldin

  • Nico ha detto:

    ohi! Ma allora sei davvero in america!

  • chry ha detto:

    Mr Aldini!! allora? pensavo ti avesse portato via l’onda lunga dell’uragano…dai tienici aggiornati…bello il racconto a presto!! wannaghennamericanboy

  • Olivo ha detto:

    quindi non “rischio” di beccarti in giro per locali e feste romagnole………
    ciao Lorenzo.

  • Chiara ha detto:

    Compliment Aldous, davvero. Bella compenetrazione testo-foto, veramente bello. Continuo a pensare che questo sia il tuo mestiere vero, o che comunque possa accompagnarne altri. Buona permanenza: gli fai il culo, agli americani ?
    Chiara

  • Indiana ha detto:

    ciao, Lorenzo!
    grazie per la bellissima passeggiata virtuale con te a Houston…..
    se trovi qualche reperto etrusco fammi sapere!!!!
    Indiana

  • La Luci ha detto:

    Grande Lo!
    bella l’idea del blog….sai sempre sfruttare ogni occasione nel modo migliore!!! ti penso spessissimo! ti siamo vicini! e così è ancora più forte….
    Un bacio
    Lu

  • Gigler ha detto:

    Mitico Lorenz….Ma dai io alla sagra del Garganello a mangiare piada salcicccccia e CASTRATO e tu alle prese con l’orgoglio MADE IN USA… come al solito ecceli , decidi di fare un Blog, ( la più scelta intrigante per sentirci tutti più vicini) e lo fai come al solito al top!!!

    ps.(HUSTON we have a problem– ricordati.. mi devi i diritti d’aurore).

    un abbraccio … ricorda 2 binari

  • Enri ha detto:

    Caro Lorenz,
    che piacere leggere i tuoi racconti (racconi mi piace più di blog e annessi e connessi)! Non conoscerai le regole di schufflecomesichiama, ma sai filmare con le parole. Attento dunque alla birra e alle donne, almeno in questo si potrà europeamente resistere agli USA. God bless you.
    Enri

  • Caromaso ha detto:

    Dear Al,
    Tur de Piz mi sembr un bel mod di defininir la pendenz!
    Ma poi che si vince a quel gioco? E’ proprio vero che grazie e (nonostante) il w.w.w. esiste ancora la possibilità di emozionarsi per un racconto vero e ben scritto! Go on guy! Give us a chance for Huston!!
    Tommaso

  • Caromaso ha detto:

    dimenticavo: cerca di non finire in quel paese “non adatto ai vecchi” dove fuggire dalle ‘attenzioni’ di un sanguinario e misterioso inseguitore…
    Ethan e Joel

  • Vir ha detto:

    Ciao Lo! sei super nei racconti, è come viverli ed essere lì! sono bellissimi!
    non stancarti di raccontarci l’america e una tua storia così vera! Grazie! Ciao Vir

  • […] una vita, invece è solo un anno fa che raccontavo per la prima volta la città di Houston in una domenica downtown texana, metafisica, calda da morire.  A un anno di distanza mi trovo oggi a parlare di Berlino, […]

  • […] cominciato il quinto anno di vita del Project! che è nato a Houston, Texas, il 2 Settembre 2008. Il contatore indica che da allora ci sono stati 31550 accessi alle pagine di […]

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