Half power

23 settembre, 2008 § 5 commenti

L’Air Force One è volato sopra le nostre teste giovedì scorso. Il Presidente Bush è atterrato all’aeroporto di Ellington per portare conforto nei luoghi del disastro. Entro la fine del suo mandato potrebbe dichiarare guerra agli stati canaglia del golfo di Guinea, dove si formano gli uragani che colpiscono il Texas. War on hurricane ?

La leggendaria rapidità americana si disperde nella quantità enorme di piccoli dettagli da ricostruire. Dopo una settimana i semafori del Bay Area Boulevard non funzionano ancora, lampeggiano o sono spenti, piegati in posizioni strane, sembrano sconfitti da un campione di judo. Le dieci miglia che la mattina mi separano da Pasadena sono interminabili. Si sta incolonnati agli incroci, rispettosi del diritto di precedenza americano, per cui le automobili del viale si alternano una alla volta con le automobili dirette perpendicolarmente, senza eccezioni, non importa se il traffico del viale è dieci volte più intenso ed il viale stesso si trasforma in un’interminabile colonna ferma. La strada che percorrevo in un quarto d’ora, adesso richiede un’ora e mezzo. Gli uffici di Pasadena sono in penombra senza aria condizionata. Il parziale ripristino della corrente trifase non prelude l’imminente ritorno full power, ma sembra averci condotto nel limbo della provvisorietà half power, dove possiamo sì sopravvivere, ma non produrre. E nell’epoca del just in time, un’impianto che non produce, soffoca.

Ciò non preoccupa Craig. Nonostante le sue lontane origini tedesche sembra all’improvviso posseduto dallo spirito dei pellerossa. Si aggira frastornato invocando mother nature: davanti all’enormità dell’uragano l’uomo può solo attendere. Di parere assolutamente diverso è l’amministratore della casa madre italiana, che al telefono non capisce cosa stia accadendo nella sua filiale americana. I piani regionali di ripristino della corrente elettrica trascurano ostinatamente le aree produttive di Pasadena, anteponendo ospedali e scuole. Il programma di intervento è così lungo che farebbe saltare i nervi a qualunque quadro dell’italico nord-est, che ha lo straordinario forfettizzato. Le piccole e medie imprese, fiore all’occhiello del nanismo imprenditoriale italiano, gli americani non le considerano un gran che. Mi diverto a stuzzicare Craig, dicendo che un buon manager italiano a questo punto si sarebbe fatto in quattro con telefonate ad amici e conoscenti, per ottenere subito tutta la corrente elettrica che gli serve, e pagando quel che c’è da pagare: chissenefrega della scuole e degli ospedali.

Craig mi guarda turbato perché considera plausibile il mio discorso, forse l’amministratore italiano si sarebbe aspettato da lui proprio un comportamento come questo. Non sa che rispondere, ha l’animo prostrato, una lista di danni privati da mostrare alla compagnia di assicurazione che dovrebbe visitare la sua casa. La corruzione, per lui, esiste solo nel cinema, è una finzione. Così rielabora la provocazione e qualche ora dopo lo rivedo alla porta del mio ufficio con la mano sollevata nel gesto della pistola. Ha un ghigno in faccia, vorrebbe farmi ridere, dice: andrò all’Autorithy, farò una proposta a cui non potranno dire di no!

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Dopo l’uragano

22 settembre, 2008 § 3 commenti

L’eco dell’uragano giunge a San Antonio con notizie varie e contraddittorie.  A Houston ci sono appartamenti che rimarranno senza energia elettrica per settimane, mentre altri non l’hanno mai persa, neanche quando infuriava il vento. L’isolato di Prashnth, a Clear Lake, è fra quelli rimasti miracolosamente indenni, riferisce al telefono un altro amico indiano che non si è mai allontanato da Houston. Lunedì anche il nostro plant manager è ottimista, dopo il parziale ripristino della corrente trifase negli uffici di Pasadena, è convinto di ritornare alla normalità nel giro di poche ore. D’avviso contrario Craig: al telefono ha una voce opaca, interrotta da risate piuttosto isteriche. Dice che è meglio aspettare per non tornare verso il nulla: no power, no food, no oil. I segnali delle highways di San Antonio dissuadono gli automobilisti dal dirigersi verso Houston, perchè i distributori non hanno più carburante. Quando telefono al motel di Webster, nessuno risponde.

Nonostante l’incertezza, pensiamo che mercoledì sia il giorno giusto per rientrare. Di buon ora viaggiamo verso est, con il serbatoio pieno ed una sporta di panini comprati all’autogrill. In automobile nessuno ha voglia di parlare. Senza traffico, l’interstate ten è davvero rilassante e la luce radente del primo mattino rende il paesaggio del west ancora più verde. Lo skyline di Houston appare finalmente dopo tre ore come un miraggio. Arrivando da occidente, i segni della distruzione non sono particolarmente evidenti, vediamo tracce dell’uragano solo nei telai delle insegne pubblicitarie svuotate del loro contenuto, ai bordi della strada. Ormai a downtown, l’intersetate ten si intreccia con un’altra highway, la I-45, che provenie da Dallas e si dirige verso il mare di Galveston dopo aver circondato come una cintura i grattacieli di Houston. Sulla I-45 lo skyline ruota attorno ai finestrini dell’automobile finchè svela l’altra faccia della città, quella rivolta verso il golfo e verso la tempesta di venerdì notte. Da questa parte, le pareti delle torri più moderne sembrano monitor a cristalli liquidi con i pixel fulminati. Quà e là le finestre mancanti sono state rimpiazzate con tavole di truciolato, pannelli di legno al posto di migliaia di finestre. L’effetto è vertiginoso: sull’onda dell’emergenza sperimentiamo il recupero barbarico dei fori imperiali di Houston.

Sul Bay Area Boulevard il traffico è caotico a causa dei semafori che non funzionano. Alcuni sono spenti, altri lampeggiano liberamente di giallo, di rosso e di verde. Un passaggio a livello con le sbarre storte annuncia l’arrivo di un treno fantasma, mentre attorno ci sono rami spezzati e tronchi d’albero appena rimossi dalla carreggiata.  L’uragano non è un nubifragio grande, è un terremoto.

Davanti al motel di Webster c’è già un bel movimento. La signora della portineria mi guarda affascinata mentre scendo dal SUV con l’autista indiano al seguito. Si ricorda di me perchè parlo elegante e scandito, come suo nonno che veniva dalla Sicilia, non come i texani di adesso. Le chiedo come va, la vedo pallida, come se fosse convalescente dopo una malattia. La stessa cera è sulla faccia di tutti quelli che sono rimasti ad affrontare l’uragano, una sfebbrata collettiva che ha percosso la terra ed i suoi abitanti. Tutto sommato i danni del motel non sono ingenti, il vento ha staccato qualche cornicione e le grondaie. Sotto la mia finestra il condizionatore non ha più il coperchio.

Anche se il motel è ufficialmente  chiuso, chiedo di rimanere nella stanza 106, dove ho lasciato i miei vestiti. Non ho altra scelta e per alcuni giorni devo convivere con l’impianto di deumidificazione di una ditta specializzata in Disaster Recovery.  L’aria nella stanza è irrespirabile, ma stanno già lavorando le ventole di una installazione portatile collegata allo scarico della vasca da bagno. Due enormi scatoloni metallici, con un tubo trasparente a forma di catetere, mi fanno compagnia ai piedi del letto.

Verso mezzogiorno nell’impianto di Pasadena i nostri colleghi ci sono quasi tutti, ma hanno l’aria piuttosto stralunata.  Amy è indaffarata a rassicurare i clienti. Ben, il messicano, è molto confuso ed ha la barba più lunga del solito. La notte della tempesta ha rischiato grosso, uscendo nel cortile per fissare una finestra che si stava staccando dagli infissi.  Mi accorgo che nessuno di loro si e’ allontanato da Houston tanto quanto noi. Alcuni hanno raggiunto all’ultimo minuto casa di amici, appena fuori dal ciclone. Altri non se ne sono mai andati, rimanendo barricati durante l’uragano, senza luce e senza acqua per quattro giorni. Anche Craig è rimasto qui. Ha il viso scavato, pare invecchiato di dieci anni. Mi racconta dell’albero che gli è caduto nel cortile, fra il tetto della casa ed il tetto del garage: un miracolo che non abbia colpito i fabbricati. La forza di Ike ha trattenuto molte persone che in un primo tempo avevano deciso di andarsene. La paura per la propria casa danneggiata, abbandonata nelle mani dei saccheggiatori, è più forte della paura dell’uragano.

Vedo la mia cobalt rossa, accanto alla rete dove l’ho lasciata prima dell’uragano, intatta, pulitissima.  Non ho mai avuto un’automobile così lucida.  Nel pomeriggio torno al motel, ma la stanza 106 non è ancora vivibile.  Riparto e non so dove andare: le strade di Pasadensa sono troppo larghe. La vastità di quell’orizzonte, che a malapena avevo ricondotto a qualcosa di familiare poco prima dell’uragano, mi riappare in una dimensione più spietata e disumana. Ora sento Ike addosso a me, avverto che ha spazzato via la mia illusione prematura. Il Texas non e’ la mia casa.

San Antonio

17 settembre, 2008 § 3 commenti

E’ proprio lui, è il Santo della basilica di Padova a dare il nome a questa città! Incredibile che sia giunto fin qua: sapevamo dei suoi giri in lungo e in largo per l’Europa, per cui è comunemente noto come Sant’Antonio da Padova, pur essendo portoghese di Lisbona, città nella quale è ricordato per il miracolo di Rimini. Evidentemente ha viaggiato molto anche da morto ed è arrivato ancora più lontano. I preti spagnoli, anch’essi predicatori, hanno portato l’icona di Sant’Antonio sulle strade del west molto prima che arrivassero i cow boys. Oggi dobbiamo ringraziare il Santo perchè, oltre ad aver fornito un valido riparo contro l’uragano, sta offrendo un ambiente davvero ospitale, tanto che la nostra attesa diventa vacanza. Non mancano le occasioni di incontro, come ad esempio gli appuntamenti del Fotoseptiembre USA, festival internazionale di fotografia che si svolge a San Antonio proprio in questi giorni. Fototografi di tutto il mondo espongono le loro immagini nelle numerose gallerie di San Antonio ed è un piacere andarle a scoprire. Sabato 13 Settembre è un giorno denso di eventi nella locandina del Festival. Ben tre vernissage hanno luogo fra le sei e le dieci di sera nelle gallerie di South Flores: immagino luoghi luccicanti, con le porte di cristallo ed i camerieri in papillon, dove scroccare un buffet per cena.

Verso sera gli amici Gokul e Prashnth bussano alla porta, perchè stanno andando al cinema. Mi chiedono se mi interessa: prima il cinema, poi la cena. Rispondo che ho già altri programmi per la serata e che non devono preoccuparsi se rimango senza automobile, prenderò un taxi. I due indiani si guardano negli occhi e in un attimo cambiano idea. Probabilmente il film che hanno in mente non è interessante: su due piedi decidono di seguirmi nelle gallerie di South Flores. Insieme raggiungiamo il taxi, il primo della fila davanti all’hotel. Scuotiamo l’autista dal torpore, un signore canuto con gli occhiali di tartaruga. L’indirizzo dove siamo diretti non è tanto lontano. Mi fa spazio nel sedile anteriore, togliendo un mucchio di giornali accatastati da chissà quanti giorni, mentre i due indiani siedono dietro. La strada conduce in fretta fuori città, verso fabbricati bassi poco appariscenti. L’autista mi chiede se per caso non ci stiamo sbagliando, volendo andare a South Flores anziche a North Flores. Non ha mai portato nessuno a quell’indirizzo, da quella parte ci sono soltanto vecchie officine e fabbriche abbandonate.

Arriviamo ad un passaggio a livello. Oltre i binari vediamo finalmente l’insegna: Gallista Gallery, 1913 South Flores. Per me quel posto è inquietantemente bello, ma non appare tale ai due indiani, che nel sedile posteriore mormorano parole di sconcerto. Non hanno intenzione di scendere: non vorrebbero trovarsi coinvolti in una storia di mafia. L’autista li rassicura, effettivamente non hanno nulla da temere, ci sono altre persone che scendono dalle automobile in sosta, con un aspetto, tutto sommato, normale. Per convincerli in maniera definitiva, prenoto la corsa di ritorno del taxi: lo stesso autista tornerà nello stesso luogo dopo un’ora, per portarci a casa.

Effettivamente l’esterno della galleria di South Flores non lascia trapelare nulla di quello che contiene, anzi pare nasconderlo volutamente, creando i presupposti di un equivoco che è parte del gioco artistico. Nei piazzali antistanti ci sono camion in sosta, cumuli di detriti, legname. La porta d’ingresso è una conquista, da scoprire in mezzo a saracinesche socchiuse. Alcuni spazi sono evidentemente condivisi con attività artigianali: di giorno gli operai, di notte gli artisti. Le fotografie sono molte belle, quasi tutte in bianco e nero. Ma lo spettacolo più affascinante è l’incontro con i pittori di San Antonio, tutt’altro che raffinati, con le loro opere appresso, quadri coloratissimi come le piume degli uccelli tropicali. Prashanth e Gokul si aggirano sbalorditi, non credono ai loro occhi, soprattutto non capiscono il mio interesse per quell’ambiente sgangherato. Provo a renderli partecipi, spiegando che anche dietro a quel mondo gravitano tanti interessi. La loro attenzione è una forma di rispetto, sono troppo educati per mandarmi a quel paese.

E’ già buio, all’esterno sta per cominciare un concerto di musica Groove. Mi dispiace andarmene, ma non voglio sfidare la pazienza degli indiani oltre il limite che ci siamo dati. Il tassista è tornato per portarci a casa. Saliti in auto, le sbarre del passaggio a livello si chiudono e risuona il tono grave, solenne del fischio del treno in arrivo. Con una brusca manovra, per evitare l’attesa, l’autista fa inversione e si immette in un rettilineo parallelo alla ferrovia, alla ricerca di un sottopassaggio. Nell’ombra appare il profile del treno, un corteo lento di cisterne senza fine. Il locomotore diesel ripete il fischio, ora piu’ lugubre. Oltre il treno, luci lontane decorano il profilo dei grattacieli di San Antonio. Non sembra un film, ma un fumetto noir. L’autista indica orgogliosamente le torri piu’ alte: la Life Tower ha vagamente la forma dell’ Empire State Building ed è decorata con simboli esoterici. Nelle intenzioni dell’architetto, queste immagini avrebbero dovuto difenderla dagli spiriti maligni. Chiedo il nome dell’architetto, ma l’autista non lo ricorda: sa soltanto che morì suicida, era un tipo piuttosto disturbato. L’altro edificio proteso verso l’alto nello skyline di San Antonio ha la forma di una torre di controllo. E’ un’altra storia: costruito nel 1968, porta il nome dell’esposizione panamericana di quell’anno Tower des Americas. Pare il prototipo di chissa’ quale base lunare.

Nella storia americana, la costruzione dei grattacieli anticipa di mezzo secolo le tecniche costruttive che permettono di realizzare torri dalle forme più incredibili. All’inizio del Novecento occorreva stare con i piedi per terra ed i modelli erano i campanili delle chiese europee. Il primo grattacielo di New York e’ un gigantesco campanile di San Marco. La Life Tower, a San Antonio, imita le torri gotiche poligonali, con l’antenna al posto della guglia: e’ un prisma irregolare sfuggente da ogni angolo lo si guardi. I rilievi scolpiti ed i gocciolatoi rievocano le manifestazioni piu’ eccentriche dell’arte europea, in un revival d’oltre oceano.

D’un tratto intuisco come sarebbe stata San Antonio senza l’invasione del cemento armato: un groviglio di torri di babele troneggianti agli incorci delle strade, rosa nella penombra della sera, con decorazioni flamboyant di stile gotico, un gotico estremo che non avrebbe avuto cittadinanza da nessun’altra parte se non negli Stati Uniti. La citta’ di Batman, Gotham City, non e’ altro che questo: la proiezione nel futuro di una metropoli degli anni ‘30, un monumento di torri e di pinnacoli a misura di pippistrello.

A San Antonio la citta’ di cemento e quella piu’ antica, di mattoni, galleggiano l’una dentro l’altra, si contendono lo spazio, senza vincitori, ne’ vinti. Anche qui, come a Houston, la storia raddensa in pochi anni trasformazioni epocali di gusto e di stile. Ma a San Antonio i palazzi piu’ recenti, scesi dal cielo, non hanno l’altezza per imporsi inequivocabilmente su quelli piu’ antichi e sonnecchiano accanto alle scale di ferro, antincendio, disegnate a zig zag sulle pareti d’argilla dei primi grattacieli, che sono nati dalla terra come le cattedrali. Qui c’è ancora uno spazio architettonico costruito dal basso, per essere visto dal marciapiede, ma i legami con la tradizione artistica europea, nelle costruzioni piu’ recenti, sono completamente recisi. Le tecniche del cemento e dell’acciaio hanno cambiato la percezione estetica, determinando un gusto nuovo: americano avremmo detto fino a qualche anno fa, ora diciamo global.

StrIKE

14 settembre, 2008 § 3 commenti

Nelle trentatremila stanze degli alberghi di San Antonio, come nel resto del mondo, venerdi dodici settembre irrompono le dirette televisive della CNN che annunciano l’imminente catastrofe. Tramortito, mi abbandono alla sorte e mi lascio condurre a cena nel ristorante indiano, sotto un cielo purpureo da tramonto western. Per  più di un’ora mi sento stranamente a casa, fra le persone della comunità indiana di San Antonio. Non ho fame, ma le spezie risvegliano il mio appetito. Prima di rientrare, Prashanth compra una bottiglia di whisky, da sorseggiare con ghiaccio nella stanza dell’hotel.  Qualche giorno fa Robbie scherzava dicendo che venerdì sera avrebbe organizzato un Hurricane Party. Aspettavamo Robbie ed avevamo aggiunto per lui un letto nella mia stanza, ma non è arrivato. E’ rimasto bloccato nel traffico ed ha cambiato direzione; probabilmente trascorrerà la notte a bordo del suo truck: non voleva allontanarsi troppo da Houston per rimanere all’erta e ritornare il prima possibile a Pasadena. La ferraglia dell’impianto chimico per lui è più importante della sua famiglia, non può lasciarla troppo a lungo in balia dell’uragano.

Prashanth mi invita dunque per un drink nella sua camera, insieme all’altro amico indiano di cui ricordo finalmente il nome, Gokul, che studia medicina a Houston. Seduti sui letti con il bicchiere in mano, è una situazione da gita scolatica. Fissiamo sbalorditi la televisione, dove le immagini sono quelle dei luoghi che conosciamo meglio: Clear Lake, Pasadena, Bayport. Ho appena avuto il tempo di familiarizzare con questi nomi ed eccoli, ora,  alla ribalta, nell’occhio del ciclone. Sulla costa di Galveston le onde superano i dieci metri d’altezza e l’acqua ha già invaso il centro abitato. I cronisti sfidano le raffiche di vento ai cento all’ora, in una lotta corpo a corpo che ha il sapore della competizione sportiva. Sotto la pioggia battente gridano l’interrogativo che tiene tutti col fiato sospeso: i moli riusciranno ad arginare le onde? Un uragano così grande non si era ancora visto, grande come il Texas.

Penso alla camera del motel di Webster dove ho lasciato i vestiti, al piano terra. Prima di scappare ho appoggiato la valigia sul tavolo, credendo così di salvarla da un eventuale allagamento. Altro che allagamento: se i moli non reggono, qua arrivano cinque metri d’acqua e neppure le valigie al secondo piano si salveranno. Guardo attonito la televisione, ma i due indiani non sembrano preoccupati.  Ridacchiano fra loro, telefonano agli amici, bevono. Ci penseranno domani. Torno nella mia stanza con l’intenzione di dormire, ma accendo ancora la televisione. Adesso vanno in onda gli incendi nelle raffinerie di Pasadena, un inferno, pronto per il giudizio universale.  La stanchezza mi chiude gli occhi.

Sabato, ore 7.00.  Respiro profondamente vedendo che il mare non è tracimato oltre i moli di contenimento: nelle strade ci sono allagamenti dovuti alle piogge torrenziali. La Chase Tower, il grattacielo piu’ alto, ha le finestre frantumate. La natura, quella vera, ha ripreso il sopravvento.

Fuga da IKE

12 settembre, 2008 § 1 Commento

11 Settembre 2008. Rispettando l’obbligo di evacuazione della Contea di Harris, parto anch’io alle undici del mattino, sulla Freway che congiunge la Florida alla California, in direzione di San Antonio.  Nel primo viaggio verso il west, sotto la spinta dell’uragano, mi accompagna il giovane chimico indiano Prashanth, indiano dell’india di pelle scura. In autostrada ci sono già lunghe code: fuggitivi e camionisti, commercianti che non interrompono l’attività, casomai l’uragano cambiasse idea e prendesse un’altra strada. Nessuna certezza sul suo percorso, solo modelli metereologici, numeri al calcolatore che si aggiornano di ora in ora come i numeri del lotto.  L’arrivo a terra del ciclone si chiama landfall, quasi fosse un meteorite. Sembrava dovesse passare da Port Lavaca, ma l’alta pressione sull’Arizona sta spingendo in modo imprevedibile l’uragano verso nord. Con una piroetta potrebbe colpire proprio la città di Houston, birillo al centro del Golfo.

In ufficio ne parliamo subito: Robbie propone di fuggire verso est, cioè di stare “sottovento” all’uragano.  Un’idea così balorda può venire in mente soltanto a Robbie, che ha una casa in South Carolina e spera di trascorrere là qualche giorno di vacanza. Craig si preoccupa seriamente per quello che sta accadendo e mi trasmette una senzazione di pericolo imminente, nonostante il cielo sia ancora limpido e l’aria trasparente. Do un nome più preciso all’inquietudine che mi ha svegliato presto questa mattina per ascoltare le notizie del Weather channel. Oltre al vento, l’uragano può portare alluvioni disastrose, fino a cinque metri d’acqua. Non c’è tempo da perdere.  Cerchiamo sul WEB un posto nell’entroterra dove riparare. La figlia di Craig vive ad Austin e possiamo trovare un albergo da quelle parti per non perderci di vista.  Ma alle nove del mattino gli alberghi di Austin sono già esauriti, anche quelli di lusso non hanno più posto.  Guardiamo più lontano, a duecento miglia c’è San Antonio, una città turistica con qualche hotel ancora disponibile. Finalmente troviamo due stanze al Grand Hyatt di San Antonio, una sistemazione di prestigio, perchè quelle a buon mercato sono già vendute. Passo da casa per raccogliere un po’ di biancheria, poi saluto l’impiegato della portineria ed i ragazzi di guardia. Loro non hanno intenzione di andarsene.  Due famiglie con bambini piccoli ammucchiati in monolocali dicono che restaranno nonostante l’obbligo di evacuazione: non hanno soldi e non hanno un altro posto dove andare. L’obbligo è un privilegio.

Il mio “sherpa” Prashanth guida nervosamente sulle strade che conducono fuori città, lo disturbano le lunghe attese in colonna. Impieghiamo quasi due ore per uscire dal traffico di Houston ed immetterci nella Interstate Ten, direzione West.  Per Prashanth è la  seconda evacuazione.  Mi racconta di Rita, nel 2005, quando tutti scapparono da Houston intasando strade giorno e notte.  Quest’anno siamo partiti con un giorno d’anticipo, in cielo vediamo solo qualche nuvoletta ed è come essere in colonna per le vacanze estive.  Prashanth è ancora abbastanza giovane per vivere l’evacuazione come una gita scolastica. Ha caricato in macchina un amico, un altro indiano arrivato da poco negli Stati Uniti e proveniente come lui dall’India del sud. L’amico non ha l’acutezza d’ingegno di Prashanth, fa discorsi piuttosto confusi e ride spesso, ma fra loro intravvedo una forte solidarietà. Parliamo di sport e mi chiedono se conosco il cricket: loro ci sono cresciuti, con il cricket, e l’hanno ritrovato tale e quale negli Stati Uniti. Sembra strano, ma in Europa giocano a cricket soltanto gli inglesi. Parliamo d’Europa, perchè loro mi vedono europeo. Nel nostro viaggio verso ovest, l’Italia appare piccola come gli stati che compongono l’India.

A Columbus c’è un’area di servizio, ci fermiamo per il carburante e per prendere un caffè.  L’autogrill è invaso da famiglie rumorosissime in ciabatte, come se stessero andando al mare.  Stamattina sono partiti tutti all’improvviso come noi, ma non sembrano disturbati dall’emergenza.  E’ una vacanza fuori programma a cui gli americani sono abituati.  Quando ripartiamo da Columbus sono ormai le tre del pomeriggio, il traffico è intenso ma fluido. I cartelli stradali indicano uscite verso  città invisibili: Weimar, Lagrange, New Berlin. Lo spazio del Texas si allarga all’infinito, fra boschi di querce, prati e recinti per il bestiame, il paesaggio diventa via via più ondulato, non collinare, ma neppure pianeggiante. Pare di navigare sull’onda lunga di un oceano verde, senza punti di riferimento per appoggiare lo sguardo, neppure un palo della luce. Oltre la cresta della prima onda la strada riappare identica verso la cresta dell’onda successiva, e così ancora, andando avanti per decine di miglia in direzione di San Antonio. Mi coglie un senso di spaesamento e cerco di ricondurre quello che vedo a qualcosa di familiare. Penso alla maremma. Anzichè rassicurarmi, il confronto con la maremma mi confonde. Non c’entra proprio nulla.

Mancano ormai meno di cinquanta miglia e Prashanth chiede se mi piace la musica di Bolliwood. Lui e l’amico vorrebbero ascoltare le canzoni di alcuni film indiani, ora, in automobile.  Non ho nulla in contrario ad ascoltare le sonorità folk dell’India di oggi, mentre fuori dal finestrino scorre il mondo del far west: per me è come mescolare il curry con il ketchup. Entriamo in San Antonio con le canzoni di Bolliwood che impastano ritmi e melodie di tutto il mondo. Nei testi che ascoltiamo ci sono addirittura parole spagnole, non del tutto stonate al nostro arrivo a San Antonio de Valero. Entriamo finalmente nel parcheggio del Gran Hyatt. Un solerte posteggiatore ci accoglie annunciando forti sconti per gli Houston evacuees.

Nine Eleven

11 settembre, 2008 § 2 commenti

La prima pagina dell’elenco telefonico indica il numero 911, da comporre in caso di emergenza per chiamare polizia, pompieri e ambulanza.   Nell’evento più clamoroso e incomprensibile della storia americana, l’attacco alle torri di New York, anche la data è una beffa: nine-eleven, come se l’emergenza fosse partita dai numeri del telefono. Il presidente Bush ha voluto che l’undici settembre diventasse una commemorazione nazionalistica. E’ nato così il Patriot Day, una festa assai controversa che mette insieme la retorica della patria con il bisogno di dimenticare. Le distruzioni belliche appartengono alla storia dell’Europa e non devono riguardare l’America. Ecco allora il giorno del patriota, a due mesi esatti dall’undici novembre, che negli Stati Uniti non è San Martino, bensì la festa dei veterani di tutte le guerre, incluso McCain. Le celebrazioni del nine-eleven anticipano di due mesi quelle dell’eleven-eleven. Quanti undici!

Stamattina alle 8.46 Eastern Time avremmo dovuto rispettare un minuto di silenzio, per commemorare l’attacco alla prima torre. Amy e’ entrata in ufficio come al solito, alle sette e cinquanta ora di Houston, bella cicciona, col telefono in mano e qualcosa già pronto da sgranocchiare. Ha acceso il computer mentre  preparava il caffè fresco, americano, nella caraffa trasparente. Era più eccitata del solito, a causa di un’altra emergenza che sta elettrizzando l’atmosfera. E’ l’uragano Ike, che arriverà sulle coste del Golfo nella notte fra venerdì e sabato. Su internet ed in TV si parla soltanto di quello. Delle torri e dell’undici settembre appena un cenno: sette anni bastano per dimenticare.

Happy hour

9 settembre, 2008 § 2 commenti

Il responsabile della manutenzione nell’impianto in cui lavoro si chiama Robbie. Ha quarantacinque anni, gli occhi chiari e un paio di baffetti disegnati sotto il naso. Porta un cappellino in testa, per nascondere l’inesorabile calvizie, ed è solito abbassare il mento quando risponde con discrezione alle mie domande: mi ricorda Oliver Hardy. Invece Jerry fa il saldatore, ha più anni di Robbie ed è anche più alto, un fisico secco da vecchio texano col cappello sempre in testa.  Al lavoro Jerry non parla mai, si muove fra i tubi con la faccia coperta dalla maschera da saldatore: metà cow boy, metà capo indiano. Venerdì pomeriggio Robbie e Jerry vanno a bere birra al Barefoot Tinas Too, sulla strada perLaporte, dove giocano a schuffleboard. Stupiti del fatto che io non avessi mai visto un tavolo da schuffleboard, l’altro giorno mi hanno portato con loro, per farmi giocare.

Il Barefoot Tinas Too è poco più che una capanna di legno e metallo. Si entra da una porta che pare di servizio e invece si passa proprio di lì. Non c’è una porta principale, ma solo due porte di servizio, con la scritta: 21 and over only!! No exception, ad indicare il divieto di ingresso per i giovanissimi. Dentro l’atmosfera è già notturna, senza finestre, la luce è quella dei tubi al neon delle scritte pubblicitarie e delle televisioni appese alle pareti. Il juke box elettronico vibra in mezzo, dove una specchiera raddoppia lo spazio della sala. Il bar è come un ring dentro il quale si agita una barista tutt’altro che giovane, fra un banco e l’altro, circondata da seggioloni con bevitori di birra appollaiati. La barista con gli occhiali, dai capelli lunghi un po’ crespi e un po’ bianchi, saltella indiavolata e grida parole incompensibili. Ha la voce corrosa dall’abitudine di urlare ed il sorriso incavato, poco seducente, ma un fisico atletico, la pelle ancora fresca ed un seno portentoso da scuotere addosso ai clienti, che la conoscono e scherzano con lei.

Cominciamo a bere birra: Jerry offre il primo giro e lo sento fare un discorso articolato, per la prima volta dopo tre settimane. Mi dice che abita lì vicino… ad appena tredici miglia.   Nonostante l’aspetto un po’ selvatico è gentile, mi chiede se mi piace il Texas.  Gli rispondo di sì, che mi piace, è pieno di novità. Entra Robbie eccitatissimo, perchè è arrivato un amico a bordo di una Corvette cabrio.  L’automobile parcheggiata fuori dal locale è assolutamente da vedere. L’amico della Corvette, un signore di circa sessant’anni col pizzetto ed i capelli bianchi, ha un’aria così giovanile che sembra il figlio di Robbie. Con la seconda birra in mano, ci avviciniamo finalmente al tavolo da schuffleboard. Sembra un bowling in miniatura, dove al posto delle palle ci sono dischi di metallo, rossi e verdi, che scivolano sulla superficie liscia e stretta di un lungo tavolo di legno.

Prima di cominciare il gioco ci si stringe la mano. Bottiglie piene di birra si aggiungono alle bottiglie vuote, nel gioco parallelo a chi-beve-di-più. Un piccolo bicchiere di plastica da capovolgere segna la bottiglia vuota e, quando è capovolto, indica l’avvio del nuovo giro. Sorseggio lentamente per sottrarmi a questa parte del gioco: la Bud Light è una birra leggera, piacevole d’estate, ma tre bottiglie sono già un litro, possono bastare. Lancio anch’io i dischi dello schuffleboard ed ho il coraggio di vincere, senza rendermi veramente conto delle regole. I dischi verdi e rossi scorrono fluidi sul tavolo di legno, con la stessa facilità della birra in gola.

Fra un lancio e il successivo, l’amico col pizzetto bianco si attarda davanti al Juke Box elettronico ed accenna una danza sulle note di Jimi Hendrix. Dal bar qualcuno ci sta osservando, si è sparsa la voce che c’è un italiano nel locale. Un tipo con i pantaloni corti mi chiede da dove vengo, da quale città dell’Italia: Venis? Florens? Rom? Provo a spiegargli dov’è Bologna e lui capisce che vengo dal nord Italia, piuttosto vicino a Venis.  Si fa avanti un altro signore più anziano, rosso di capelli e con la maglietta a righe: dice di essere stato in Italia un po’ di tempo fa, di aver guidato l’automobile all–the-way-lon-fro-Venis-to-Rom. E’ stato anche a Piz…meravigliosa! La Tur de Piz è la cosa piu’ bella che ha visto in Italia. Mi chiede come mai l’hanno costruita storta: in America nessuno ha mai pensato di tirar su grattacieli pendenti. Gli spiego la storia del cedimento strutturale, per cui i lavori di costruzione, quasi mille anni fa, hanno assecondato una pendenza assunta spontaneamente dalle fondazioni. Mi ascolta con interesse, ma l’idea che la Tur de Piz abbia ormai mille anni lo sgomenta: sheet-how-long-time, scuote la testa e torna ad appoggiarsi sul bar,  allontana con la birra le vertigini della storia.

Sono ormai le sette, il sole sta tramontando e mi sembra arrivato il momento di rientrare. Mi avvicino alla porta per uscire, ma Robbie me lo impedisce, crede che abbia bevuto tanto quanto lui e non vuole farmi correre rischi con l’automobile. La polizia e’ in agguato. Robbie mi offre un bicchiere di coca cola e comincia a parlare liberamente, sull’onda dei tre litri di birra che si è tracannato in due ore. Comincia a raccontare le sue disavventure per colpa dell’alcool, la prigione e la cauzione di quarantamila dollari che sta ancora pagando per stare fuori. Gli è successo dopo il divorzio: un bicchiere di troppo e la polizia alle calcagna. Con le donne, ora, dice di aver chiuso, solo qualche amica per non restare solo. Mi suggerisce cautela con le  donne americane: si infiammano facilmente, ma non fanno sul serio. Mentre bevo coca cola prendo nota di quello che dice,  poi saluto tutti e me vado per davvero.

Dimenticavo: le regole dello schuffleboard! …non le ricordo, ma potete trovarle qui: http://www.shuffleboard.net

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