— Houston 2008 — storie dell’uragano

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La storia in Texas finisce quasi subito, con l’arrivo dell’uragano IKE il 13 Settembre 2008 e con la crisi finanziaria subito dopo, ma proprio a causa dell’uragano per qualche settimana mi avventuro nel copione di una vita bella da raccontare.

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Arrivo all’aeroporto George Bush di Houston alle 13.10 ora locale di un lunedì di Agosto del 2008, con il volo KLM 661 carico di famiglie in vacanza come i traghetti per la Sardegna. Alla dogana sono l’ultimo di una fila che si esaurisce dopo di me. La guardia mi accoglie con un sorriso formale, in bilico fra la fiducia nel sogno americano e la necessità della war on terror. Non appena vede che sono italiano si rilassa e guarda con serenità il mio passaporto, insieme alla lettera di presentazione che mi accompagna. Dall’aeroporto raggiungo Pasadena sulla tollway Sam Houston, che porta il nome dell’epico generale che guidò il Texas verso l’indipendenza dal Messico, nel 1836. Sam Houston era ancora in vita quando il suo nome divenne quello della nuova capitale del Texas. Con la stessa sollecitudine i Texani di oggi hanno già intitolato l’aeroporto di Houston a George Bush. Il Texas pare un enorme campeggio. Il posto dove risiedo a Webster è un tipico motel texano, dove la gente lascia l’auto in sosta davanti alla porta, come un tempo faceva  con il cavallo fuori dal saloon. I Texani di oggi possono vivere anche senza casa, ma non senza automobile.  -> Texas

Domenica Downtown_____________________________

Di domenica il centro di Houston è vuoto. I buildings fitti come torri medievali luccicano cristallini, senza segni di vita. Il vento fa strisciare pezzi di cartone e sacchetti di plastica su strade esageratamente larghe ad angolo retto, dove i buildings si alzano come i pezzi di una scacchiera: torri, alfieri e regine, palazzi a forma di grattacielo, talmente fitti da formare una intera grattugia per il cielo. Quando le torri si infittiscono al punto da non scorgere più i confini fra una torre e l’altra, diventano skyline, linea del cielo, profilo della città vista da lontano. Da sotto sembra d’essere nel canyon di una concrezione mineraria, cristallizzata al centro della città. Le uniche persone che scorgo sono i policemen agli incroci delle strade, oppure i guardiani oltre le vetrate opache dei buildings. Nessun bar aperto, nessun luogo accessibile dove sciacquarsi con l’aria condizionata. Di domenica è chiusa la rete di tunnel sotterranei che unisce i buildings: gallerie di negozi ed uffici, città pedonale sotto la città delle automobili.  -> Domenica downtown.  

Happy hour____________________________________

Venerdì pomeriggio Robbie e Jerry vanno a bere birra al Barefoot Tinas Too, sulla strada per Laportedove giocano a schuffleboard. Il Barefoot Tinas Too è poco più che una capanna di legno e metallo. Si entra da una porta che pare di servizio e invece si passa proprio di lì. Non c’è una porta principale, ma solo due porte di servizio, con la scritta: 21 and over only!! No exception, ad indicare il divieto di ingresso per i giovanissimi. Dentro l’atmosfera è già notturna, senza finestre, la luce è quella dei tubi al neon delle scritte pubblicitarie e delle televisioni appese alle pareti. Il juke box elettronico vibra in mezzo, dove una specchiera raddoppia lo spazio della sala. Il bar è come un ring dentro il quale si agita una barista tutt’altro che giovane, fra un banco e l’altro, circondata da seggioloni con bevitori di birra appollaiati. Jerry offre il primo giro e lo sento fare un discorso articolato per la prima volta dopo tre settimane. Mi dice che abita li’ vicino, ad appena tredici miglia. -> Happy Hour 

Fuga da IKE____________________________________

L’undici settembre scatta l’obbligo di evacuazione della Contea di Harris e parto anch’io alle undici del mattino, sullaFreway che congiunge la Florida alla California, in direzione di San Antonio. Sotto la spinta dell’uragano, in viaggio verso il west mi accompagna il giovane chimico indiano Prashanth, indiano dell’india di pelle scura. In autostrada ci sono già lunghe code: fuggitivi e camionisti, commercianti che non interrompono l’attività, casomai l’uragano cambiasse idea e prendesse un’altra strada. Nessuna certezza sul suo percorso, solo modelli metereologici, numeri al calcolatore che si aggiornano di ora in ora come i numeri del lotto.  L’arrivo a terra del ciclone si chiama landfall, quasi fosse un meteorite. Impieghiamo due ore per uscire dal traffico di Houston ed immetterci nella Interstate Ten, direzione west. Per Prashanth è la  seconda evacuazione. Mi racconta di Rita, nel 2005, quando tutti scapparono da Houston intasando strade giorno e notte. Nel 2008 siamo partiti con un giorno d’anticipo, in cielo vediamo solo qualche nuvoletta ed è come essere in colonna per le vacanze estive. -> Fuga da Ike

Nel cuore della città di San Antonio, dov’era Fort Alamo, credevo di trovare un centro commerciale con le scale mobili. Invece gli edifici di gusto ispanico con i portici di ferro si allargano in una piazza verde, oltre la quale appare ancora il profilo basso e ondulato dell’antica missione spagnola di San Antonio de Valero, che ai tempi della battaglia era un rudere utilizzato come fortino ed ora è un sacrario della memoria americana.  -> Remember Alamo

StrIKE__________________________________________

Nelle trentatremila stanze degli alberghi di San Antonio, come nel resto del mondo, venerdi dodici settembre 2008 irrompono le dirette televisive della CNN che annunciano l’imminente catastrofe. Tramortito, mi abbandono alla sorte e mi lascio condurre a cena nel ristorante indiano, sotto un cielo purpureo da tramonto western. Per  più di un’ora mi sento stranamente a casa fra le persone della comunità indiana di San Antonio. Non ho fame, ma le spezie risvegliano il mio appetito. Prima di rientrare, Prashanth compra una bottiglia di whisky, da sorseggiare con ghiaccio nella stanza dell’hotel. Qualche giorno fa Robbie scherzava dicendo che venerdì sera avrebbe organizzato un Hurricane Party. Aspettavamo Robbie ed avevamo aggiunto per lui un letto nella mia stanza, ma non è arrivato. E’ rimasto bloccato nel traffico ed ha cambiato direzione; probabilmente trascorrerà la notte a bordo del suo truck: non voleva allontanarsi troppo da Houston per rimanere all’erta e ritornare il prima possibile a Pasadena. La ferraglia dell’impianto chimico per lui è più importante della sua famiglia, non può abbandonarla in balia dell’uragano. -> StrIKE

Dopo l’uragano___________________________________

Gli effetti dell’uragano li vediamo tre giorni dopo, quando rientriamo a Houston. Di buon ora viaggiamo verso est, con il serbatoio pieno ed una sporta di panini comperati all’autogrill. In automobile nessuno ha voglia di parlare. Senza traffico, l’interstate ten è davvero rilassante e la luce radente del primo mattino rende il paesaggio del west ancora più verde. Lo skyline di Houston appare finalmente dopo tre ore come un miraggio. Arrivando da occidente i segni della distruzione non sono particolarmente evidenti, vediamo tracce dell’uragano solo nei telai delle insegne pubblicitarie svuotate del loro contenuto, ai bordi della strada.  La leggendaria rapidità americana si disperde nella quantità enorme di piccoli dettagli da ricostruire. -> Dopo l’uragano

Dopo una settimana i semafori del Bay Area Boulevard non funzionano ancora, lampeggiano o sono spenti, piegati in posizioni strane, sembrano sconfitti da un campione di judo. Le dieci miglia che di mattina mi separano da Pasadena sono interminabili. Si sta incolonnati agli incroci, rispettosi del diritto di precedenza americano, per cui le automobili del viale si alternano una alla volta con le automobili dirette perpendicolarmente, senza eccezioni, non importa se il traffico del viale è dieci volte più intenso ed il viale stesso si trasforma in un’interminabile fila. La strada che percorrevo in un quarto d’ora adesso richiede un’ora e mezzo. Gli uffici di Pasadena sono in penombra senza aria condizionata. Il parziale ripristino della corrente trifase non prelude l’imminente ritorno full power, ma sembra averci condotto nel limbo della provvisorietà half power, dove possiamo sì sopravvivere, ma non produrre. E nell’epoca del just in time, un’impianto che non produce, soffoca. -> Half Power 

Town down____________________________________

Una settimana dopo l’uragano la città di Huston è chiusa per ristrutturazione. Il vento ha solcato le strade diritte, spingendo la sua forza selvaggia ai duecento all’ora contro la base dei grattacieli. Gli edifici più vecchi di pilastri e mattoni sono rimasti intatti, mentre le torri moderne, di vetro e acciaio, sono state violate dal vento. Le superfici lisce e le pareti di cristallo risultano incrinate, alcune finestre sono rotte, altre mancano del tutto. Uffici sofisticati come cabine d’aeroplano, rimasti senza vetrate, balzano sulla strada. Ci sono fogli sospesi per aria, soffiati via dal vento, che ricordano le immagini tristi del 2001 a New York. A questi edifici modernissimi non è concesso di invecchiare, la patina del tempo non aggiunge personalità alla loro storia. La perfezione cristallina delle forme che disegnano lo skyline si trasforma subito, non tanto in rudere, ma in rottame, come le automobili incidentate, come le navi in disarmo. I danni maggiori sono negli edifici più moderni. Le banche e le compagnie petrolifere americane hanno a fatto a gara verso l’alto vantando una libertà senza regole, che trova un limite soltanto nei fenomeni eccessivi della natura. -> Town down

Houston, ma dov’è il problema?________________________

Non è stata una bella idea costruire in Texas un impianto con i pezzi smontati da una fabbrica del South Carolina già chiusa per problemi ambientali. A qualcuno sarà sembrato geniale, ad esempio agli agenti di commercio che non volevano perdere il mercato della plastica per l’edilizia: “Che ci vuole? Un po’ di terra, qualche infrastruttura e la buona volontà di due-tre poveri diavoli che hanno perso il lavoro”. C’è gente disposta a fare di tutto, manderebbero Frankstein ad un concorso di bellezza pur di guadagnare lo stipendio. Quei serbatoi sparsi sul prato sembrano meteoriti caduti là per sbaglio. Invece sono stati portati con la gru, uno per uno dalla est coast fino in Texas. Mille miglia. Alcuni sono malandati, corrosi dalla ruggine e affossati nel terreno grasso, altri splendono con il loro valore ambiguo: pezzi a buon mercato da riutilizzare in nuovi progetti oppure oggetti da rivendere ai sudamericani, che si accontentano e pagano subito. Quando serve un coperchio, un nastro a rulli o qualche altro pezzo di ricambio, gli operai vanno sul prato a cercarlo. Può volerci un po’ di tempo e allora li vedi vagare fra i rottami, da soli o in gruppo, sembrano i sopravvissuti di una guerra dimenticata. L’area è molto vasta ed è chiusa da una recinzione alta, oltre la quale preme la vegetazione lussureggiante di un bosco tropicale verdissimo, con gli uccelli colorati. In quel giardino meraviglioso c’è sempre un pezzo adatto, non perfetto ma “ok”, pronto da montare: pompe arrugginite dell’Ohio ma anche presse vecchie come vaporiere arrivate dagli stati del nord, da qualche industria della cera consumata dalla crisi. Dentro, all’ombra dei capannoni, ci sono angoli costruiti come cripte medievali, neri ed oleosi ma vivi, che sputacchiano gli aromi di una chimica organica. Questi Texani hanno imparato dagli Italiani l’arte del recupero e la applicano con zelo, ma senza il gusto astuto del re-impiego. Nell’arte del re-impiego gli Italiani possono fare appello a mille anni di medioevo, mentre i Texani devono imparare tutto dal nulla, subito e molto in fretta, senza fraintendimenti: il re-impiego non è un modo per risparmiare, è arte. Per gli Italiani è l’espressione sublime dell’estro, ma in America è ancora soltanto una forma di sciatteria, pochi soldi e take it easy. Non basta un anno di crisi per imparare, ci vuole almeno un medioevo. Hanno appeso una scopa all’insacco delle cere, che è utile sia per spazzare a terra, sia per sturare il tubo dell’insacco quando si intasa. L’amministratore si arrabbia. Cosa diranno i clienti che vedono una scopa appesa all’impianto!? Loro, gli americani, non capiscono: la scopa è così comoda, efficace ed economica.  “Gente così non può essere andata sulla luna se non per scherzo” dice l’amministratore.  -> Houston, ma dov’è il problema?

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