Berlino ’09, gente del Goethe

Se le direzioni sono tutte uguali, quando sembra di tornare al punto di partenza senza passare dal via, mi viene voglia di imparare una lingua nuova. Azzerare il linguaggio è il mio tasto di reset, perchè una lingua nuova riaccende lo sguardo e cancella in fretta le abitudini. Ma volendo imparare il tedesco, sarà comunque facile smarrire le lingue vecchie, avendo in cambio, tanto per cominciare, solo lunghe settimane dadaiste. ->Berlino a Maggio

_______________________________________Tedesco per stranieri_______

Al Goehte di Berlino c’è aria intercontinentale. Per gli americani, gli asiatici e gli australiani venuti qui ad imparare una lingua europea, è strano che la Germania sia ancora stretta fra tante lingue diverse che si ignorano a vicenda. Le facce delle giovani asiatiche sono più belle, sorridenti molto più delle americane stanche coi capelli lunghi e gli smalti mangiati sulle unghie. Gli occhi asiatici esplorano geometrie ribelli, girati all’insù, ribaltati e nerissimi su visi che paiono capovolti tanto sono larghi. Pensavo che l’Asia fosse soltanto medio oriente e Cina: invece è nel mezzo che diventa interessante una razza di nuovi nati, come extraterrestri di moderne città fantastiche delle steppe dell’Asia centrale, Kazakistan e Mongolia, dall’est giunti a Berlino.

La gente che risiede con me nella casa di Adolf-Scheidt Platz, a Berlino ci sta il tempo di un corso di lingua tedesca, un mese, due mesi, o poco più. Nella stanza accanto alla mia, in questa mansarda di legno accogliente con uso di cucina, si avvicendano uomini su per giù di quarant’anni, temporaneamente distaccati altrove, qui a Berlino, in una parentesi sabbatica della loro vita, lontano dalla quotidianità del lavoro, lontano dalla moglie e dai figli. La mia vita in questa casa è più piacevole in loro compagnia. Quando c’è qualcuno con cui parlare, come in un lungo viaggio in treno, ho le mie storie da raccontare ed ascolto quelle degli altri, come se fosse normale dire apertamente di sè davanti a gente sconosciuta, come se fosse il destino -e non il caso di un momento- ad incrociare le vite di due persone nel pianerottolo della stessa casa.

Finalmente ho visto la faccia del mio convivente prete americano: è apparso sulla porta del bagno con il sorriso spalancato e la facciona burrosa. Oltre al volto ha ovviamente anche un nome (David) ed un’età (quarantaquattro anni).  E’ prete cattolico a Pittsburg con un incarico rilevante in diocesi, poichè si occupa della formazione dei giovani sacerdoti della Pensylvania. E’ vicino al Vescovo ed ha rapporti pure con l’arcivescovo di Washington DC, che è già pronto per il prossimo conclave… ->David.  A proposito della difficoltà della lingua tedesca, il prete americano David  si divertiva a raccontare una barzelletta su un teologo gesuita tedesco che scrive  talmente complicato, che i suoi studenti (tedeschi madrelingua) lo leggono solo se viene pubblicato in traduzione ingleseper dire che la lingua inglese agisce  su quella tedesca con una forza semplificatrice che lieviga e smussa le idee più complesse…

Quello che ho imparato finora della lingua tedesca è sufficiente per organizzare una convivenza amichevole con un professore di tedesco del Gabon. Evariste si compiace d’essere nato anche lui nel 1968,  figlio maschio di una famiglia numerosa, complicata e nobile, originaria del Camerun.  Suo padre era un principe con cinque mogli e trentadue figli.  “Musulmano?” domando io, “No, Cattolico!”  Evariste dice che suo padre era un Cattolico africano tradizionalista, non moderno come invece è lui… ->Evariste. Per salvaguardare il buonumore di Evariste, di domenica lo accompagno al mercato delle pulci, un grande rito primitivo berlinese che allontana il ricordo del muro nei pressi di Bernauer Strasse, con la forza della compravendita spontanea e collettiva. Fra i banchi improvvisati dei venditori che offrono vecchi dischi, lampadari, attrezzi per il giardinaggio, libri, rasoi  da barba, servizi-da-te e strumenti musicali, Evariste comincia le trattative… -> Domenica al Mauer Park

Verruh è professore di matematica all’università di Ankara. Ha i capelli neri come è giusto per un turco, ma nel complesso la sua figura è snella: il viso bianco allungato con gli occhiali lo fa sembrare un tipo decisamente europeo, finchè non si ritrae davanti alla carne di maiale su cui proprio non vuole mettere i denti, ma più per abitudine che per convincimento. Dice che i Turchi musulmani praticanti stanno diventando una minoranza…  continua->Verruh.  Da quando gli è stato rubato il computer portatile, Verruh non chiude più a chiave la porta della sua stanza, perchè non ha più molto da nascondere. Non portava mai il computer con sè, per paura di romperlo o di dimenticarlo in giro: alla possibilità di un furto non ci pensava proprio, nell’ambiente del Goethe di Berlino…  -> Alexanderplatz, Stazione di polizia

 

_____________________________Tedesco per stranieri, tre mesi dopo______________
.
La prima preoccupazione degli insegnanti del Goethe Insititut è che i loro allievi  comincino a parlare Tedesco, non importa come, l’importante è assaporare subito i suoni della nuova lingua e affinare l’orecchio. All’inizio non ne ero proprio convinto: questo metodo didattico che fa della lingua una frittata, qualche parola buttata là tanto per dire: “parlo Tedesco!” ma con una pronuncia da film comico. Avrei studiato più volentieri prima le regole per pronunciare subito correttamente poche frasi, com’era nei primi corsi d’inglese su audiocassetta trent’anni fa: where is the book? The book is on the table! Ma adesso dicono che il processo di apprendimento di una lingua deve ripercorre le tappe infantili di un bambino che impara a parlare per la prima volta, con tutte le approssimazioni di un bambino che sbaglia e si corregge e storpia le parole.  Non è stato facile, ma anch’io sono riuscito ad avventurarmi in discorsi tedeschi formidabili senza capo ne coda, cadendo di tanto in tanto nella lingua inglese alla ricerca vana di un sostegno in quel present continuous che risolve ondeggiando ogni sintassi sospesa, contro l’assolutezza avverbiale della lingua tedesca.  –> Tedesco per stranieri tre mesi dopo 
.
_________________________________ A Kreuzberg con Maràl ______________

Accanto al portone del Goethe di Berlino, c’è l’ingresso della sala da biliardo, un posto interrato, scuro e fumoso, dove di pomeriggio non c’è gente ed i baristi, gestori in affitto, aspettano i primi clienti della sera, annoiati davanti ai cartoni animati dei Simpson, su un grande divano di pelle messo di traverso nell’angolo meno buio della sala. Le pareti lunghe, bianche e piastrellate riflettono ancora l’unto opaco di un dopolavoro operaio, anche se sono state riconvertite in sala giochi dagli attori del cinema americano, con le loro facce compiaciute sui poster appesi a decine, una accanto all’altra in ordine come un catalogo meticoloso dell’occidente che era stato proibito. Myroslav, l’Ucraino, l’ha scoperto subito, in quel posto ci è entrato il primo giorno, con un’aria brusca, al termine della lezione del pomeriggio. I suoi occhi blu spalancati hanno afferrato la stecca senza esitare, come l’arma di un duello che va fatto senza pensarci troppo, come la wodka trangugiata nel bicchiere, aperitivo o digestivo, non c’è differenza. Henry e Jonny hanno accettato la sfida, ma solo dopo qualche istate. Si sono fatti largo nella sala con una falsa esitazione, forse perchè il gin-lemon richiede più tempo della Wodka. Il gin-lemon non è un colpo di cannone, va sorseggiato lentamente, con tutte quelle bollicine e la fettina di limone.

La sera prima che Maràl partisse, nessuno aveva voglia di affrettarsi verso casa. Un gruppo più numeroso si era fermato nella sala da biliardo, insieme a Miroslav c’erano i soliti Henry e Jonny, ma anche il giovane Erka e perfino Jan, il giornalista di Praga, aveva chiuso in anticipo il computer portatile per godersi in pace la serata.  Quel giorno non aveva altro da scrivere per la pagina culturale del kritik, era meglio per lui restare in giro e cercare nuove storie fra la gente. Jan è ancora giovane, non dimostra affatto gli anni che ha. I suoi lineamenti decisi si stemperano su un viso tutto sommato delicato, con gli occhi e la bocca da etrusco sorridente disteso, di terracotta. E’ quieto e solenne coi quei capelli  “rasta” che porta come un trofeo: non se ne vuole disfare nonostante le perquisizioni aggiuntive che deve subire ogni volta che attraversa la frontiera.  La pazienza di Jan, la quiete, la calma lo assistono soprattutto in quelle circostanze, non gli hanno mai trovato niente di compromettente addosso, così dice. Sullo sgabello più alto, Maràl appoggia un fianco al banco dove in fretta compaiono e spariscono piccoli bicchieri di Tequila. Maràl è la giovane Kazaka di vent’anni con gli occhi cinesi e il profilo scandinavo. A Berlino era entrata nella nostra classe di tedesco con qualche giorno di ritardo.  La fiducia vivace dei suoi occhi aveva stupito tutti noi, che eravam persi negli sguardi obliqui delle americane stanche, smalti freschi ed unghie mangiate, capelli lunghi e ciabatte infradito.  Le donne del Kazakistan le immaginavo ancora col colbacco, accovacciate in balli pesanti attorno al fuoco, nel vuoto della steppa.  Mi sono dovuto ricredere, l’evoluzione della specie ha fatto passi da gigante in Asia.  A lezione guardavo Maràl, qualche volta mi sedevo al tavolo con lei per i lavori di gruppo.  Nel suo viso brillava una bellezza difficile, istintiva e vitale, lontana un abisso dai modelli estetici dei calciatori e delle veline, sempre a suo agio in vestiti leggeri e svolazzanti, mai pantaloni, mai ciabatte, tanti colori ed il gusto primitivo per la decorazione appariscente: una collana verde di plastica, l’asimmetria di una treccia nera che scende sulla spalla, un solo orecchino, ma lungo, complicato come i gioielli dell’ età del bronzo. Mi domandavo chi fosse suo padre, a quale mafia del gas o del petrolio appartenesse il suo clan, così ricco da mandarla a Londra per studiare. Così come è arrivata, Maràl è ripartita all’improvviso, dicendo che doveva rientrare a Londra per un esame all’università, che si sovrapponeva, purtroppo, col corso di tedesco.  I maschi del gruppo parlano educatatamente, a turno come se avessero fissato appuntamenti in sequenza: prima Jan, poi Henry, poi Jonny. La ragazza dagli occhi a mandorla risponde in inglese col ritmo di Oxford, appena velato da una cantilena orientale che potrebbe essere solo il ricordo di una filastrocca infantile. Jonny parla più degli altri. Anche lui ha studiato a Londra ed ha l’età giusta per corteggiarla senza equivoci: conosci anche tu  il… ? Dice il nome di un posto, una discoteca londinese dove vanno gli universitari, ma non capisco, sono troppo lontano. Nel mezzo ci sono i capelli di Jan, il quale all’improvviso è silenzioso, assorto, forse triste, col bicchiere di birra e la sigaretta accesa. Mi guarda ancora con un po’ di diffidenza: dice d’essere facile preda dei corteggiatori omosessuali, per cui non si sbilancia con le persone che conosce poco.

La luce della sera filtra agli angoli della sala attraverso due finestre orizzontali strette contro il soffitto come i lucernai di una cantina.  Il calore dorato del sole entra nella sala ed illumina con una lama il tavolo da biliardo. Miroslav è concentrato, quella luce lo disturba. Sul biliardo cerca un’altra posizione per il tiro, gira attorno al tavolo e inventa un colpo di sponda inaspettato.  Un’altra palla in buca.  Henry ha ormai perso la partita ma non si dà pena, dice: fuori il tempo è bello, c’è un ristorante vietnamita verso Charlottenburg, il migliore della città, venite?  E’ l’ora giusta per la cena, dopo la seconda birra il nostro stomaco ha bisogno di qualcosa di solido: chissà com’è questa cucina vietnamita. Anche Maràl ha fame e sorride. Pigri e indolenti come un branco, andiamo al pascolo nella luce del cortile con la cena vietnamita in testa. Nel cortile della scuola c’è un gruppo di Italiani, sono appena usciti dalla biblioteca e chiedono dove siamo diretti.  L’idea vietnamita li eccita, c’era da aspettarselo. Il gruppo si allarga e  tutti insieme usciamo per strada. Sulle scale della metropolitana cominciamo ad aspettare, quale linea conviene prendere per Charlottenburg?  La U-bahn oppure la S-bahn, prima la 8 poi la 2, oppure la circolare con l’autobus. Roberto afferra la situazione con il piglio di un generale. Con due carte aperte, sui gradini della metropolitana discute i vantaggi e gli svantaggi delle varie possibilità. Erka il Mongolo si stanca e fugge all’improvviso nel tunnel della linea 8 della U-bahn, rinuncia così al sogno di una cena vietnamita. Roberto indica sulla carta il punto dove dobbiamo andare. “Ma è lontano!” dice Maràl “devo alzarmi presto domattina e non posso fare tardi”. E’ vero, è piuttosto lontano, incalza Jan, quel ristorante è quasi fuori città: non ho voglia arrivare fin là, sono in bicicletta. Jan prende le distanze, vorebbe quasi congedarsi, ma guarda Maràlnegli occhi, vuole capire cosa farà lei, è lei l’unica cosa che lo interessa veramente fra tutta quella gente. Dovendo scegliere fra il gourmet vietnamita e il sorriso di Maràl, Jan e Jonny non hanno dubbi, quel sorriso al chiaro di luna è più interessante del miglior ristorante di Berlino. Jan si fa avanti e dice che c’è un altro posto vietnamita più vicino, non è famoso ma si mangia bene, un self service coi tavolini sul marciapiede lontano appena tre fermate della linea 8, a Kreuzberg. Si mangia bene e si spende poco, è il posto giusto per il giornalista di Praga che viaggia sempre in bicicletta. Dobbiamo scendere a Moritzplatz,  è semplice dice Jan: “voi in metropolitana e io in bicicletta, impiegheremo circa lo stesso tempo per arrivare, poi raggiungeremo insieme il posto vietnamita dove la cena non vi deluderà, ne sono certo.” Jan è felice di mostrare Kreuzberg a Maràl, è là che sente veramente di essere a casa quando viene a Berlino.

Kreuzberg era un quartiere diviso fino al 1990. La linea feroce del muro scendeva diritta da nord a sud su un antico confine della cittá, dalla Porta di Brandeburgo fino a Potsdamer Platz.  Poi cominciava l’incertezza, si vedevano i dubbi della storia nel percorso frastagliato, l’avanti e indietro del muro che ritagliava a caso gli isolati urbani per farne bastioni protesi verso ovest e ne dimenticava altri  in una terra di nessuno dispersa fra le torri di guardia ed il filo spinato sul lato cosiddetto socialista: una pazzia che si ingarbugliava proprio a Kreuzberg. Da qui le metropolitane dell’Ovest si inabissavano sotto il muro attraverso il settore orientale, tutto d’un fiato senza fermate fino al 1990. Weinmaisterstrasse è stata per trent’anni una stazione fantasma, protetta e proibita ai cittadini dell’est che camminavano sopra. Adesso siamo liberi di scendere i gradini di questa metropolitana, talmente liberi che possiamo addirittura indugiare nella scelta della direzione: verso Charlottenburg con Henry e con gli italiani, oppure a Kreuzberg con Jonny e con Maràl.  Non sto a pensarci, scelgo Maràl. L’enorme stazione di Weinmaisterstrasse si apre inaspettata sotto i marciapiedi della città di oggi: quel tunnel era grande abbastanza per il traffico di una metropoli, quando Berlino voleva essere capitale del mondo intero. Guardo Maràl che sorride,  sta per arrivare il treno nella direzione giusta per noi. Le porte scorrevoli si aprono fluide e si richiudono automaticamente, anche la voce sintetica  zuruck bitte risuona felice. Saliamo al volo e ci sediamo di spalle ai finestrini uno accanto all’altro, Maràl nel mezzo con due uomini di scorta, io e Jonny. Salutiamo gli Italiani rimasti a terra al di là del vetro.

Coi loro nomi neri in caratteri gotici, le stazioni della mètro stampano immagini fugaci di un passato torvo che scorre via rapidamente al di là del finestrino. Moritzplatz è effettivamente vicina, Maràl fa appena in tempo ad abbozzare una risposta a Jonny, che vorrebbe portarla via con sé in un campo dove lui e Maràl giocano la stessa partita: quando rientri a Berlino? Maràl risponde: domenica ”possiamo rivederci domenica sera, non voglio star sola, ho un appartamento con una bella cucina e potremmo trovarci là tutti insieme per mangiare”. Io non aggiungo nulla, per me non è più il tempo delle competizioni aggressive, ma non sono invecchiato invano, i miei quarant’anni parlano anche in silenzio come un capo indiano che aspetta la pioggia. Maràl lancia un’occhiata proprio a me, perché devo ancora spiegarle come si fa la carbonara. Gli spaghetti alla carbonara eccitano la fantasia del mondo intero: è la mescolanza di dolce e di affumicato, di sale e di pepe, ma io aggiungo anche il soffritto di cipolla, che non è un fritto, ma un mistero tutto italiano che sfrigola nell’olio d’oliva e fa spalancare gli occhioni a mandorla di Maràl. Rispondo con un cenno, come per dire: “non me ne sono dimenticato” mentre Maràl parla vivace con Jonny, educatamente. La corsa nel tunnel si arresta sulla scritta gotica e nera di Moritzplatz, incorniciata dal finestrino di fronte. Siamo dove Jan aveva detto di scendere, lui dovrebbe essere ormai arrivato in bicicletta. A Moritzplatz la stazione della metropolitana è talmente grande che non si affolla neanche alle ore di punta, alle sette di sera soltanto qualcuno si affretta sulle scale e noi scegliamo a caso un’uscita fra le varie possibilità dirette ai quattro angoli della piazza, sperando di vedere in lontananza i capelli e la bicicletta di Jan.  “Ei, boys!” è la voce di Maràl che chiama, lei alle nostre spalle ha cambiato direzione, sta salendo da un’altra parte, dove una carrozzina in stoffa e lega leggera col pargolo dentro fa i gradini uno alla volta, trainata verso l’alto da una giovane mamma compiaciuta. Maràl riconosce l’esigenza e in un attimo prende e solleva l’estremità inferiore della carrozzina, la sorregge e la spinge senza fatica verso l’alto. Scene come questa si vedono spesso a Berlino, per gli abitanti della città non è solo cortesia ma è un segno di cività che mi coglie ogni volta impreparato. In Italia, mamme meno giovani suggeriscono di stare alla larga dalle loro culle, per non incorrere in atti giudiziari come “molestie” e “pedofilia”, qui invece è ancora normale darsi aiuto nei pochi istanti che bastano a sorreggere una culla e sorridere per strada ai bambini, che rispondono divertiti insieme ai loro genitori. Mi aspetto un rimprovero da Maràl per non aver colto al volo la situazione, poichè nelle tribù italiane certi gesti di solidarietà nascondono un rituale galante, appartengono di competenza al maschio anziano del gruppo. Si vede che in Asia funziona diversamente, Maràl non è contrariata, lei l’ha visto e lei l’ha fatto, adesso ha finito e sorride: da quel sorriso arriva l’eco di una civiltà matriarcale vecchia di millenni, matriarcale e nomade della steppa. Il cielo blu senza nuvole sovrasta l’uscita della metropolitana. Il sole della sera ritaglia di giallo le sagome dei palazzi che spuntano davanti a noi sul lato opposto della piazza, mentre saliamo gli ultimi gradini. “Dov’è Jan?” Lo riconosciamo appoggiato alla bicicletta sull’altro lato della strada. Ci ha visti ma ancora non si muove, accenna un passo lentamente per venirci incontro e con la mano indica dove andare. Camminiamo sul marciapiede in ombra, a piedi e con la bicicletta. I semafori si susseguono fra una strada e l’altra, le luci verdi e rosse degli attraversamenti pedonali rompono di tanto in tanto il ritmo blando della passeggiata nel quartiere. “Quanta strada c’è ancora?” chiede Jonny. “Non molta, ancora un po’”.  La passeggiata si allunga più del previsto, Jan cammina volentieri ma il suo sguardo si perde mentre noi lo seguiamo incerti. Ad un semaforo indica a sinistra una via perpendicolare,  crediamo che il vietnamita sia là. “No, non è il ristorante” dice Jan “là c’era il muro, quella strada era interrotta e così anche l’altra strada, e pure l’altra, queste strade morivano tutte a sinistra contro il muro.” Il quartiere di Kreuzberg era schiacciato dal muro. Maràl guarda Jan con attenzione come se ascoltasse una lezione di storia: il Muro di Berlino, l’Unione Sovietica, il Patto di Varsavia. Fino a vent’anni fa i Berlinesi dell’Ovest non volevano abitare così vicino alle torri di guardia dell’Est, letteralmente ad un tiro di schioppo. Quante cose sono cambiate in vent’anni: vent’anni fa nessuno immaginava quanto fossero vasti i giacimenti di petrolio del Mar Caspio ed il Kazakistan non aveva ancora una capitale.

Dal 1989 ad oggi, per Maràl è già una vita.I palazzi di Kreuzberg si erano svuotati il 13 Agosto del 1961, quando Berlino si svegliò divisa con la polizia dell’Est in armi che  stendeva centodieci chilometri di cemento e di filo spinato. Alcuni palazzi vennero assorbiti dal muro, le finestre accecate in una sola notte coi mattoni ed il cemento fresco (gli abitanti disperati in fuga) mentre altri edifici furono abbattuti per fare spazio alla terra di nessuno. All’ingresso della città storica, la periferia di inizio Novecento si ribaltò all’improvviso e divenne l’immagine lugubre di un’amputazione violenta. In quelle case di nessun valore arrivarono i Turchi: muratori, manovali e donne al servizio dei ricchi dell’Ovest. Da allora non se ne sono più andati e molti dei loro figli, che da bambini giocavano a pallone contro il muro, respirano ancora l’aria di Kreuzberg. Oggi condividono il quartiere con altre immigrazioni asiatiche più recenti e con i vietnamiti del nostro ristorante. Eccolo finalmente! E’ un posto piccolissimo, caldo umido come una giungla, con la cucina aperta ed i tavoli fitti che traboccano nel marciapiede. Sulla lavagna nera appesa fuori leggiamo il menù, cioè un elenco di sei possibili fast-food.  E’ scritto in tedesco, una traduzione (incomprensibile) dalla lingua vietnamita. Jan suggerisce il piatto numero quattro, dobbiamo fidarci, dentro c’è di tutto: verdura, carne, ma non è piccante. Nonostante la confusione in cui si agita la cuoca di là dal banco, l’ordinazione arriva fulminea, accompagnata da una birra fresca, vietnamita pure quella.  C’è  solo un tavolo disponibile, proprio sotto la lavagna dei menù sul marciapiedi. Prendiamo posto, Jan davanti a me e Jonny di fianco.  Jonny non molla, vuole Maràl  tutta per sè e le offre addirittura la cena, una ciotola verde da sei euro traboccante di foglie e di semi di soia.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.