Nostalgia del Novecento

29 ottobre, 2019 § Lascia un commento

La nostalgia del secolo scorso potrebbe sembrare un lusso non necessario, forse addirittura controproducente, qualcosa di cui disfarsi. Le regole del gioco sono cambiate e cambieranno ancora, sempre più in fretta, tanto da rendere obsoleto ciò che appariva assolutamente nuovo solo qualche anno fa, come frutti che raggrinziscono sull’albero prima di diventare maturi. Anche le parole d’ordine sembrano nuove, ma raccontano sempre l’atavica sottomissione dell’individuo alle forze della natura e della società. Parole come resilienza sono sussurrate come antidoto contro i cambiamenti climatici e contro il precariato: perfino contro la zanzara tigre dovremmo invocare resilienza. Chi si ritaglia un mondo fuori da questo gioco è di certo privilegiato, costretto tuttavia a pagare il privilegio con una posizione marginale, da spettatore o da hobbista del tempo libero. Può però aver senso coltivare la memoria del Novecento come hobby, almeno per ricordare il significato della  progettualità ed il valore che davamo alla razionalità nei discorsi del secolo scorso. Progettualità e razionalità sono strumenti delicati, da usare con competenza, mentre la società liquida contemporanea, che invoca resilienza & dinamismo, li guarda con sospetto.

Durante questo mese d’ottobre, caldo come una seconda estate, mi sono lasciato coinvolgere dagli echi di alcune storie del Novecento che affiorano come fantasmi nelle pianure del delta padano, dove la vastità degli spazi rende più rarefatta la percezione del presente. Fra Tresigallo e Jolanda di Savoia sono riaffiorate le storie di due vecchi zuccherifici, sulla bocca di alcuni testimoni che ho conosciuto nel giorno in cui i volontari della RAF (Romagna Air Finder) hanno dissotterrato i resti di un aereo esploso a Jolanda nel 1944 mentre era in corso un bombardamento sulla fabbrica di zucchero di quella località. La seconda guerra mondiale ha inferto danni ingenti a queste industrie, senza interromperne la parabola di sviluppo. Non la guerra, ma altre vicende dell’economia planetaria hanno decretato la fine degli zuccherifici alla fine del Novecento. Brandelli di memoria affiorano negli archivi di collezionisti curiosi, ormai ai margini del progresso industriale, mentre gli eredi di questa grande industria, che avrebbero dovuto riconvertire l’economia del saccarosio nelle bio-plastiche dell’astro nascente BION, sono finiti agli arresti domiciliari per “falso” e “manipolazione del mercato”. Davvero i frutti del nuovo secolo avvizziscono prima di maturare. Altro che lusso. Per venirne fuori, dovremmo trasformare la nostalgia del Novecento in un bene di prima necessità.

 

Viaggio in Irlanda (II). Sull’estuario

18 settembre, 2019 § Lascia un commento

20190821_120640 (1)Quando l’aviazione fece i primi tentativi di volo transoceanico, la costa atlantica irlandese confermò un legame privilegiato con il nuovo mondo. Negli anni fra le due guerre i fragili aerei monoposto decollati da Terranova avvistavano le praterie d’Irlanda prima di ogni altra terra del vecchio continente. Il grande estuario del fiume Shannon divenne lo scalo ideale degli idrovolanti Boeing, i primi ad essere progettati alla fine degli anni Trenta per il trasporto civile da una sponda all’altra dell’oceano. L’atterraggio in mare rassicurava i passeggeri in caso di avaria, ma il volo su simili mezzi richiedeva comunque una buona dose di intraprendenza, se si pensa che la linea aerea fu attiva mentre era in corso la seconda guerra mondiale. La torre di controllo del vecchio idroscalo è stata fedelmente ricostruita a Foynes ed oggi ospita il museo delle “barche volanti” che estende al cielo le competenze di un tradizionale museo della marineria. E’ un percorso affascinante di memorie e cimeli d’archeologia industriale che include la visita di un idrovolante Boeing, uno di quelli in servizio fra Terranova e Foynes durante l’ultima guerra, effettivamente più simile ad un battello che ad un aereo. Nella cabina superiore riservata all’equipaggio c’è perfino il tavolo da carteggio. Qui è evidente il lascito della tradizione navale nello sviluppo dell’aeronautica per passeggeri in un’epoca di transizione, superata in fretta dal progresso tecnologico militare della seconda guerra mondiale. 20190821_123145Già nel 1946 l’idroscalo di Foynes fu sostituito dal nuovo aeroporto di Shannon sull’altra sponda dell’estuario, ancora oggi hub privilegiato dei collegamenti con gli Stati Uniti. Da Shannon è più facile volare verso l’America che verso l’Europa. Lo dice Ellen (che i voli diretti per Milano non partono da qui ma solo da Dublino) e lo dimostrano le frotte di Americani che sbarcano ogni giorno sulle rive dello Shannon, per i quali l’accoglienza turistica irlandese offre rievocazioni storiche, cene a tema e villaggi ricostruiti, come quello di Bunratti vicino alla slanciata torre del castello anglo-normanno. Preferisco stare lontano dai parchi tematici, così ci spostiamo in direzione opposta, costeggiando a sud l’estuario dello Shannon che si allarga sempre più e diventa mare a Ballybunion, piccola località turistica di sale-giochi e casinò, affacciata su pallide scogliere che svaniscono sotto le piogge insistenti della giornata che ci è toccata in sorte. Questa foce dove quasi non si vede l’altra sponda reca impressa l’impronta dell’ultima glaciazione e della sua fine, quando le acque oceaniche si alzarono a tal punto da risalire le valli interne trasformando i fiumi in bracci di mare (ebbero così origine la Manica e il canale di San Giorgio) mentre lo Shannon divenne una crepa marina che incise in profondità l’Irlanda, ma non abbastanza da dividerla in due.

20190822_141159La frequentazione umana dell’isola cominciò quando le coste si assestarono nella posizione attuale, con una fioritura di pietre levigate e di utensili di rame senza pari in Europa. Grandi massi rituali si rintracciano ancora oggi un po’ ovunque in Irlanda, a volte a forma di dolmen oppure in circolo, ma la loro datazione resta incerta in mancanza di altre tracce databili con il radiocarbonio. Le stesse pietre furono disseminate nel territorio in un lungo arco di tempo dal neolitico all’età dei Celti. Le rovine preistoriche non sembrano poi così diverse dalle pietre medievali. A Limerick, dove il fiume Shannon ha già un aspetto imponente cento chilometri prima di sfociare in mare, visitiamo l’Hunt Museum. Questa collezione sembrerebbe la tipica donazione di un magnate, come tante ne esistono soprattutto in America, frequentata da anziane signore che si danno appuntamento nel caffè del museo all’ora di pranzo. Ma dietro agli arredi sacri medievali ed alle belle collezioni di artigianato artistico, il signor Hunt ha nascosto una sua più autentica passione per l’archeologia, che è passione per la terra irlandese, per la storia profonda di questo angolo di civiltà europea. Ci vorrebbe un po’ di tempo per perlustrare i luoghi dove John Hunt scavò e altre località dove invece si prodigò in ricostruzioni didattiche degli antichi villaggi dell’età del bronzo. 20190822_130358Ma la casa di campagna dove alloggiamo nei pressi di Old Kildimo esercita su di noi una forza magnetica. Non vorremmo perdere il te delle cinque servito da Ellen nel salottino stile vecchia Inghilterra, sul prato con la fontana e le tre papere che corrono via quando ci vedono arrivare. Verso sera nella grande casa dei Paddocks arrivano nuovi ospiti: una coppia di Dublino che lavora per la compagnia aerea irlandese ed altri due che parlano italiano, una coppia di gay italo-britannici molto eleganti e comunicativi. Li rivediamo la mattina dopo a colazione, nell’altra sala affacciata sul giardino, col tavolo imbandito di dolci e il porridge fumante nel piatto. L’impiegato della Air Lyngus dice di aver bisogno di riposo ma non smette un attimo di parlare del suo lavoro. Quando si alza da tavola possiamo finalmente scambiare qualche parola con gli altri due eleganti viaggiatori che sono impegnati in un tour dell’isola più rapido del nostro. Dopo aver visto le case coi tetti di paglia di Adare, proseguiranno verso Galway. Dicono di non conoscere il museo degli idrovolanti di Foynes, ma ascoltano il racconto della nostra visita con discreto entusiasmo. Un autentico fremito percorre la conversazione quando entra in scena il nome dell’attrice Maureen O’Hara, irlandese dalla mitica filmografia holliwoodiana, che in Irlanda ha finanziato la costruzione del museo di Foynes negli ultimi anni della sua lunga vita, per ricordare il marito pilota di idrovolante. (Continua)20190821_100741

L’America di qua dal mare: viaggio in Irlanda (I)

12 settembre, 2019 § Lascia un commento

Version 2Fissando le tappe con largo anticipo per disporre dei migliori B&B nella costa atlantica irlandese, non avevo tenuto conto dell’importanza turistica delle località dove andavamo a soggiornare. Temevo di essermi perso qualcosa, ma in realtà non avrei potuto fare scelta migliore. L’Irlanda ha una bellezza diffusa che si addensa nei paesaggi marginali della Wild Atlantic Way, migliaia di chilometri di spiagge e scogliere che sfuggono alla regolamentazione del mercato turistico, mentre le località definite “turistiche” sono quasi sempre trappole attrezzate a regola d’arte, con lunghe file di Americani disposti a pagare 10-15 Euro di biglietto per qualche rovina scoperchiata. Abbazie e castelli talvolta antichi, talvolta moderni (ma quasi sempre ridotti a rudere) si affacciano ovunque sulle colline verdi. Ma non siamo in Italia, né in Germania, ed è inutile sperare nella grandezza delle opere d’arte. Qui la storia ha segnato i monumenti con secoli di carestie e distruzioni. Meglio allora abbandonarsi ai paesaggi, alla vita di paese, alle conversazioni coi gestori degli alloggi B&B, dove di notte si dorme profondamente e di mattina si fanno magnifiche colazioni dolci e salate. Con qualche giorno in più avrei forse incluso una tappa al nord, verso Sligo e il Donegal, e avrei percorso più lentamente la costa orientale da Cork a Dublino. Ma la durata di un viaggio serve a dare il ritmo a ciascuna giornata e mi pare che due settimane siano un tempo adeguato, né troppo lungo, né troppo corto, per affrontare di slancio una trasferta senza tempi morti, né nostalgie di casa.

20190823_115047La grande carestia di metà Ottocento ha posto in Irlanda le premesse per una fioritura senza uguali all’inizio del nuovo millennio. La tipica famiglia irlandese ha oggi quattro figli. Le case in vendita in campagna offrono cinque camere da letto ad un prezzo che in Romagna basterebbe a malapena per un trilocale. Intorno all’anno 2000 molti emigrati sono rientrati in patria con capitali e imprese, portando con sé l’eco del midwest di cui si sente il fremito sia in campagna sia nei sobborghi di Dublino, nel frattempo triplicati. Le grandi aziende americane hanno trasferito in Irlanda il loro quartier generale per l’Europa, soprattutto le imprese del web, da Google a Facebook a Dropbox, perché qui il fisco è più leggero e non solo perché (come dice James) le temperature stabili dell’Irlanda conservano meglio i circuiti elettrici dei server. Di fatto è questo l’angolo più americano d’Europa, un’ America bella e viva di ritorno dal sogno americano che aveva portato generazioni d’Irlandesi nel nuovo mondo fra Otto e Novecento. Nonostante la crescita degli ultimi vent’anni, gli abitanti dell’isola sono sole sei milioni e mezzo, meno di quelli che erano prima della carestia del 1848. Viaggiando in auto è facile accorgersi di quanto sia ancora bassa la densità di popolazione di questa terra: un terzo di quella italiana. Nessun centro urbano si nota dall’autostrada che attraversa campagne e pascoli da una costa all’altra fino a Galway. Dopo il lago Corrib nella penisola di Connemara i centri abitati diventano ancor più rarefatti. Dove la carta Michelin indica il nome di una località, troviamo a malapena un negozio, forse una chiesa, mentre la strada corre in paesaggi apparentemente alpini, con un’infinità di piccoli laghi, rari alberi e cime rocciose su profonde insenature frastagliate, che sembrerebbero anch’esse laghi se non fosse il respiro profondo della marea a denunciarne la connessione con l’oceano.

Version 2 Qui il cielo cambia repentinamente fra scrosci di pioggia finissima ed i colori di due arcobaleni. La lunga sera estiva ha le tinte violacee dei cieli nordici che si rispecchiano sulla risacca e sulle alghe scure diffuse ovunque a riva con la bassa marea. Andiamo a piedi fin dove è possibile arrivare, lungo la strada del promontorio di Cashel, fra pascoli e mucche sulle scogliere, prima di cena. Con gli occhi rivolti a questo paesaggio, mi viene da pensare a “Gita al Faro” di Virginia Woolf, alle sue isole Ebridi che dovevano avere la stessa natura verde e ventosa, aspra e sommersa. Nel Connemara la linea di costa è un ricamo frattale che nessuna strada costiera può seguire senza tagli. Dove non te lo aspetti, l’oceano scompare e riaffiora in piccole baie sulla strada fra Roundstone e Clifden. Poco più avanti, a Letterfrack, visitiamo il centro del parco nazionale che offre al pubblico la possibilità di percorrere alcuni sentieri e di salire in alto, dove lo sguardo si allarga su colline che diventano isole e su laghi che diventano mare, senza un confine netto fra terra e acqua.

Version 2 Le torbiere occupano i morbidi declivi fino all’oceano, relitti di antiche foreste disboscate nell’età del bronzo, da secoli scavate per farne combustibile, che ora rischiano di scomparire, anche se Ellen dice che le torbe si rigenerano da sè e che l’Unione Europea non ha pertanto il diritto di vietarne l’estrazione. Gli acquitrini perenni profumano d’erba, ma non è consigliato avventurarsi a piedi fuori dalle passerelle che li attraversano. Proprio lì possono affiorare gli utensili e perfino le pelli di qualche sprovveduto viandante che in passato ha smarrito la strada e che il microclima della torbiera ha preservato per secoli, talvolta millenni, in forma di mummia. Per fortuna senza perderci rientriamo all’ora di cena. Dopo aver mangiato nel solito B&B che si affaccia sulla scogliera di Cashel, ci sediamo nel salotto di casa dove trovo qualche libro da leggere.

Version 2Ce n’è uno con molte immagini in bianco e nero, scritto da un maestro di scuola che ha raccolto un po’ di storie del passato. Sfogliandolo imparo qualcosa della vecchia ferrovia a scartamento ridotto da Galway a Clifden e della base-radio transoceanica costruita a Clifden da Guglielmo Marconi nel 1907, distrutta poi durante la guerra civile del 1922. Gli abitanti di Cashel ricordano Marconi anche qui, per un tentativo di trasmissione transoceanica che però non ebbe buon fine. L’America è di là dal mare e sembra quasi di scorgerla senza altra terra che si frappone in mezzo. Guardando verso occidente ci si dimentica dei tremila chilometri che separano l’Irlanda dall’isola di Terranova e può apparire un’impresa facile imbarcarsi per il nuovo mondo. Aria di scogliera e luce del nord rendono affini le due sponde dello stesso oceano, per cui gli Irlandesi hanno sempre rivendicato un ruolo di primo piano nella scoperta dell’America: dal viaggio di San Brendano del sesto secolo dopo Cristo, allo scalo di Cristoforo Colombo nel porto di Galway, dove il genovese avrebbe fatto scorta di cibo e di coraggio prima di mollare le cime verso l’alto mare ignoto nel 1492. (Continua)

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Turismo consapevole

14 agosto, 2019 § Lascia un commento

Alla fine di un’estate cominciata con le nozze di sabato 6 luglio, siamo arrivati finalmente al… viaggio! Da bravi italiani io e Giorgia andremo in Irlanda la seconda metà di Agosto, con calma, spostandoci da Dublino verso tre località della costa atlantica (speriamo) in fuga dai grandi flussi turistici. Terrò traccia di questi itinerari nell’Agenda di Loal e al ritorno troverò il tempo per farne una sintesi anche qui.

Il 2019 mi ha tenuto lontano dai viaggi in barca a vela che di solito occupavano le pagine estive del project!, ma non dalle escursioni terrestri in compagnia di alcuni amici che da un paio d’anni partecipano a queste giornate, belle da vivere e da raccontare in uno spazio web costruito su misura: il blog delle ricognizioni. Parlare di viaggi sul web vuol dire aggiungere la propria voce al flusso incessante di notizie che alimentano il marketing turistico, nota dominante dell’ e-business. Qualificare i propri itinerari come forma di turismo consapevole può sembrare pretenzioso, un modo come un altro per mascherare con buone ragioni la smania di andare in giro. Ogni forma di turismo è in fondo “consapevole” al livello di consapevolezza di chi la esprime. Aggettivare il turismo con la parola consapevole significa qualificarsi, sperando in un riconoscimento che il web non è comunque in grado di dare. Nella logica di internet le cose che richiedono più attenzione si emarginano da sé. Meglio sarebbe stato un titolo del tipo: “Le top ten da fare a…” oppure “Cose imperdibili di un giorno a…”, ma non mi va di rincorrere la moda né di cambiare lo scopo del nostro blog delle ricognizioni, una scoperta che si rinnova con nuovi intrecci ogni volta che si torna a leggerlo, nel dialogo con vecchi amici e nuovi conoscenti. Ricognizioniblog è uno strumento di supporto alla memoria personale, utile per radicare ricordi condivisi e costruire una storia di storie vere, a partire da esperienze… consapevoli! Per chi volesse fare un viaggio in queste storie, le ultime di cui ho tenuto traccia in questa estate 2019 parlano di:

Archeologia fra Acqualagna e Pergola (dal paesaggio di Pitinum Mergens ai bronzi dorati di Arcevia, passando da alcuni ponti romani della via Flaminia)

Due Papi marchigiani (sulle tracce di Pio IX e di Leone XII nei centri di Senigallia e Genga)

Culti antichi e recenti in Casentino (dalla stipe votiva del Falterona agli ex voto della Madonna del Sasso, passando dall’ara etrusca di Socana)

Non è qui “La fine della fine della terra”

22 luglio, 2019 § Lascia un commento

I romanzi americani contemporanei hanno il potere di suscitare un interesse febbrile, ma io resto incollato a questi libri senza avere in cambio una gran gioia, solo la frastornante idea di quanto il mondo sia complicato e di come il mio punto di vista sia diventato periferico.

Il “mio” punto di vista… vorrebbe osservare dalla giusta distanza senza scottarsi, mentre Jonathan Franzen dice che il narratore ha il compito di gettarsi come un pompiere fra le fiamme delle situazioni fuori controllo, dove la gente comune non oserebbe avventurarsi senza la mediazione di qualcuno. E’ un lavoro arduo e faticoso (non esente da rischi) che la collettività assegna di buon grado agli scrittori di successo. A chi si butta a spegnere un incendio non si può chiedere di stare dentro gli schemi. Perfino il rigore logico potrebbe sfumare nel tentativo eroico di esprimere l’indicibile. Jonathan Franzen sfida questo rischio a testa alta nell’ultima raccolta di saggi tradotta in italiano, che prende il nome dal titolo del più corposo La fine della fine della terra- allusivo di molte situazioni della contemporaneità che al termine del libro, fra spunti autobiografici e viaggi intorno al climate change, acquista un significato inequivocabile come “fine dei ghiacciai antartici”.

Chi si aspettasse un libro dedicato al climate change rimarrebbe tuttavia deluso. Le divagazioni sono tali e tante da sconcertare, e vanno alla ricerca dei meccanismi dell’empatia verso i protagonisti dei romanzi classici, e si interrogano sulle facce ordinarie degli abitanti di Filadelfia. La rarefatta bellezza urbana di questa città diventa per Franzen l’essenza del brutto perché smorza gli slanci individuali, a differenza dello skyline brillante di New York che rende ogni individuo protagonista della stessa storia. Dalle medesime osservazioni io avrei tratto considerazioni opposte, come quelle che scrissi durante il mio viaggio nella East Coast del 2013, ma allora ero solo un turista di passaggio con le radici ben piantate nei luoghi millenari del vecchio continente… (cinque anni prima, quando mi trovavo a Houston, trascorrevo il tempo libero in automobile nelle strade di periferia alla ricerca di antiche piste carovaniere: assecondavo un’inguaribile pulsione verso la ricerca di una prospettiva storica anche dove non avrei potuto trovarla).

Se esiste un’onda portante nelle divagazioni della “Fine della fine della terra”, è di certo la passione di Franzen per gli uccelli, che diventa una chiave di lettura del climate change e delle azioni da intraprendere per contrastarlo, ma può anche ridursi a mania classificatoria, a viaggi nevrotici in luoghi esotici con l’unico scopo di allungare l’elenco degli uccelli avvistati. La smania dei viaggi esprime la leggerezza del legame con il luogo abituale di residenza, sempre revocabile in accordo con lo spirito americano: un’insostenibile leggerezza che cerca conforto nel mercato turistico dei safari, o in quello delle crociere del National Geographic, dove la realtà rimane sullo sfondo, con tutte le sue contraddizioni, mentre si vive la simulazione di una realtà costruita su misura per chi sta comprando l’esperienza turistica.

Ammirazione (e una punta invidia) Franzen la esprime verso chi ha radici in qualche angolo della terra e si è fatto carico della salvaguardia del proprio territorio con azioni concrete per l’agricoltura o la tutela di uccelli in via di estinzione, nel continente americano così come nei Balcani o nelle isole del Pacifico. L’azione nel territorio sembra l’unico antidoto che gli uomini hanno a disposizione per contrastare gli effetti del climate change, un antidoto forse insufficiente ad arginare lo scioglimento dei ghiacci e la riduzione della biodiversità, ma senz’altro utile per alleviare i mali dell’anima e la perdita di peso delle esperienze comprate e vendute al mercato globale, dove ogni azione diventa un prodotto della società dei consumi.

Sotto l’onda della globalizzazione delle esperienze, per cui c’è un elenco uguale per tutti delle “cento cose da fare prima di morire” in giro per il mondo, non è poi così male scegliere un punto di vista alternativo, periferico e a basso consumo. Un siffatto punto di vista può ancorarsi a luoghi e a tradizioni che rinfrescano il senso delle cose, può salvaguardare la biodiversità non solo nella natura ma anche nella cultura. Per essere significativo, chi è periferico non può comunque sottrarsi alle connessioni del mondo globalizzato, ma deve sceglierle, selezionarle, modellarle, senza scivolare nel mercato degli eventi.

Scrivendo queste righe ho ancora in mente l’esperienza del festival musicale di Anghiari, in provincia di Arezzo, che ogni anno la terza settimana di luglio porta i giovani musicisti della Southbank Sinfonia di Londra nelle piazze e nelle chiese della cittadina toscana, dove i valori ambientali del borgo e del paesaggio si integrano con la musica classica, antica e contemporanea, vissuta con l’entusiasmo dei giovani debuttanti. Questi momenti arricchiscono reciprocamente tradizioni e culture senza ostentazione, nella quotidianità di chi ha scelto di vivere in questi luoghi, o di chi è arrivato fin qui solo per un periodo di festa. Quasi mai è necessario pagare biglietti di ingresso, ma è attivo un conto corrente per generose donazioni. Qualcuno potrebbe trovar difetti anche in questo modo di vivere la globalizzazione, ma io non vedo miglior strada per traghettare nel futuro le nostre cose preferite.

Il diritto all’orizzonte

22 giugno, 2019 § Lascia un commento

Il bell’anticiclone atlantico che colorava di azzurro il cielo dell’Adriatico non sembra più il protagonista dell’estate: se arriva ancora dalle Azzorre, come è accaduto nei giorni centrali di questo mese di giugno, riempie di gioia il cuore e fa credere d’essere tornati indietro di quarant’anni, quando il caldo dell’estate non spaventava nemmeno alle due del pomeriggio. A quell’ora la brezza ripuliva il cielo dagli ultimi riflessi dorati del mattino e ritagliava le forme azzurre delle colline all’orizzonte. Non è un caso che in alto, nelle pagine di questo blog, ci sia proprio il profilo di quelle montagne. Fra i diritti irrinunciabili del genere umano dovremmo elencare il diritto all’orizzonte nel luogo in cui si è scelto di vivere. Se un’aria calda innaturale lo offusca per settimane e mesi, è ovvio sentirsi spaesati, senza punti di riferimento. Potremmo a ragione protestare, perché siamo stati privati di un diritto naturale fondamentale.

In quest’angolo di pianura che si incunea fra il litorale e le colline, il profilo ondulato degli Appennini è sempre stato un elemento di identità. Il poeta di San Mauro aveva trovato una definizione esemplare per la Romagna: il paese dove andando ci accompagna, l’azzurra visi-on di San Marino. Chi a San Mauro andasse a villa Torlonia, dove Giovanni Pascoli era nato, vedrebbe subito che l’arco monumentale della villa incornicia la rupe di San Marino. Fino a qualche decennio fa era naturale che l’architettura si integrasse con il paesaggio, non solo nei palazzi padronali, ma anche nell’orizzonte delle strade diritte che colonizzarono quest’angolo di pianura al tempo dei romani. Cardini e decumani si incrociano (oggi come ieri) perpendicolarmente, scavano solchi nel paesaggio, misurano il territorio mirando a luoghi chiari e distinti nella quinta scenografica delle colline. Ma chi se ne accorge più? Il profilo dei monti è stato espulso dalle periferie che da anni ormai colonizzano anche la campagna.

Quest’orizzonte dimenticato fra le foschie estive riemerge però come strategia di marketing territoriale a cura della provincia di Rimini, la quale ha disseminato in ogni angolo del territorio collinare pannelli stravaganti, con la pretesa di ricondurre il profilo della val Marecchia al paesaggio della Gioconda di Leonardo. L’unico nesso legittimo fra Rimini e la Gioconda è quello della massima popolarità turistica. Se temete il ridicolo, non cercatene altri. I paesaggi espulsi dalla quotidianità riemergono un po’ ovunque come brama turistica festiva, quasi un’ossessione mediata dalla  fotografia e dalle immagini pubblicitarie. In cima ai desideri paesaggistici di un viaggio in Italia stanno certamente le morbide colline senesi delle Crete e della Val d’Orcia: paesaggi da cartolina rilanciati dalle agenzie del mondo intero, per cui succede di vedere frotte di Asiatici coi teleobiettivi vagare nei pendii assolati della campagna senese e farsi foto accanto alle rotoballe. E’ un clic di conferma dell’ultima moda venduta alla borsa del turismo internazionale, che poco ricorda del lavoro mezzadrile e della fatica quotidiana di un tempo, confortata dalla cura del paesaggio.

Il monte Amiata si alza imponente sullo sfondo, ma nel mercato turistico globale perde la sfida coi paesaggi assolati sottostanti. Una villeggiatura sull’Amiata oggi può piacere agli anziani di lingua italiana che conservano le abitudini del Novecento, o a qualche giovane alternativo che cerca ristoro a buon mercato dal caldo torrido delle città. Eppure sul monte Amiata l’orizzonte esce dalle cartoline e diventa gigante: spazia dal mare agli Appennini in ogni direzione. Il giro del Monte Amiata, che fu al centro degli itinerari turistici del Novecento, è ancora un modo per entrare nella geografia dell’Italia e scrutarne gli orizzonti… se l’afa non li opprime. Le notizie meteo continuano a fare leva su spunti sensazionalistici. Pare che una nuova iniezione di aria calda soffocante sia in arrivo dal deserto algerino in quest’ultima decade di Giugno. Anche stavolta non saranno le alte temperature a danneggiare l’estate, ma la polvere, l’afa, la perdita dell’orizzonte.

L’ultima lezione delle scienze naturali

23 Mag, 2019 § Lascia un commento

Un mese di maggio scandinavo ha scaricato quintali d’acqua, così da compensare in abbondanza la siccità dell’inverno, preservando i tratti primaverili del clima fino a giugno, come succedeva trent’anni fa. Ma la scuola finisce come sempre (e sempre di più) nella confusione di giugno, con il desiderio di gettare via libri, quaderni e registri, col solito grido liberatorio che accomuna insegnanti e studenti alla fine dell’anno.

Qualche giorno fa con Italia Nostra abbiamo celebrato la prima settimana del patrimonio culturale, che ha consolidato  la recente tradizione delle domeniche dei beni comuni. Forse non ve ne siete accorti, frastornati come siete dagli eventi a ciclo continuo, dalle grandi mostre di consumo dove quel che conta è dire: “io l’ho vista” prima che chiuda. Il patrimonio culturale ha un altro stile, parla di continuo a chi sa ascoltarlo, con discrezione, in sottofondo. Non si impone con effetti speciali, ma svela affascinanti segreti a chi si accorge di lui in ogni angolo del paesaggio. A Forlì la settimana del patrimonio culturale è stata l’occasione per aprire al pubblico la collezione ornitologica “Ferrante Foschi”, un museo naturalistico che dovrebbe far scuola e invece giace quasi dimenticato nelle sale di un bel palazzo rinascimentale del centro storico. E’ questa una raccolta organica che testimonia un’epoca del collezionismo naturalistico romagnolo di metà Novecento, ispirata dallo stesso clima culturale che portò Pietro Zangheri a raccogliere piante, fiori, fossili, animali del territorio regionale, dando vita ad una collezione straordinaria, probabilmente unica nel panorama italiano. Con indubbia lungimiranza Zangheri donò la propria collezione al museo di Scienze Naturali di Verona, che l’ha saputa conservare ed ora la espone in una sala, probabilmente “la più bella” dell’intero museo veronese. La municipalità forlivese in passato ha espresso vaghe rimostranze per riaverla indietro, ma il disinteresse che ha mostrato per l’analoga collezione Foschi dovrebbe renderla felice d’essersene liberata. Nel frattempo altre istituzioni dotate di adeguati strumenti conservativi si sono fatte avanti per incamerare il Museo Ornitologico Ferrante Foschi, ormai destinato a migrare fuori regione per assicurarsi lunga vita.

Sotto i portici rinascimentali di Palazzo Foschi il 10 maggio 2019 si è svolto un bel convegno fra i responsabili delle istituzioni naturalistiche della Romagna, chiamati a raccolta per fare il punto della situazione. Rivelatesi vane le promesse istituzionali di un museo naturalistico della Romagna, non resta che mettere in rete le piccole istituzioni esistenti, per censire il patrimonio e non disperderlo. L’arte di conservare è una competenza chiave dei musei naturalistici, sulla quale andrebbe posto l’accento. Ma i curatori dei musei di scienze naturali seducono i visitatori con le mostre, i pezzi eccezionali, lo  shock emotivo del “mai visto” che rincorre i gusti del pubblico come la TV. Non avremmo bisogno di trasformare i musei in Luna Park, ma questo succede già anche in situazioni molto autorevoli come il museo di Storia Naturale di Londra. Il fascino delle collezioni storiche dovrebbe invitare al dialogo duraturo, ben aldilà del consumo di un’esperienza. Il senso della storia di una collezione naturalistica si radica nel “prendersi cura di…” giorno dopo giorno, anno dopo anno. “Prendersi cura di…”: sarebbe una lezione importante sulla quale costruire la formazione degli studenti e degli adulti, che hanno già maturato (purtroppo) una forma di dipendenza dalle grandi mostre e dagli eventi effimeri usa e getta.

Come al solito anche quest’anno a scuola finirò il programma di scienze di prima media con la progettazione di un erbario di foglie d’alberi d’alto fusto. E’ un modo per muovere qualche passo verso la costruzione di una sensibilità scientifica, che dovrebbe insegnare un minimo di cura e trasmettere che le collezioni sono innanzitutto luoghi di conservazione, per ritrovare i propri pensieri ed allungare nel tempo il dialogo con ciò che si osserva. Per molti sarà solo un gioco distratto che finirà nella noia, per qualcun altro sarà l’inizio di una nuova consapevolezza. E per me si rinnoverà la timida illusione che qualcuno, qualche volta, vorrà seguire le mie tracce.