———— Houston ’08 — storie dell’uragano
Difficile fare previsioni sul futuro in generale, figuriamoci sul futuro di un blog come questo: potrebbe vivere a lungo, ma potrebbe anche terminare brevemente i suoi giorni, coi tempi che corrono! E se diventasse ricco come un calciatore? Potrebbe sposare una velina, ma io preferisco per lui una vita diversa, lontano dai clamori. Chi leggesse queste righe per caso, con l’inganno di un motore di ricerca, dovrebbe trovarle interessanti. Non so come andrà a finire ma so come è cominciata, un pomeriggio di festa allo Starbucks di Clear Lake, Houston Tx, il 2 Settembre 2008. Dovevo lavorare negli Stati Uniti in un impianto chimico che aveva poco di americano. Da anni pensavo ad un blog e quel pomeriggio di fine estate trovai finalmente la voglia di cominciare. Avevo storie interessanti con foto che mi sarebbe piaciuto condividere. La storia in Texas finì rapidamente, con l’arrivo dell’uragano IKE il 13 Settembre 2008 e con la crisi finanziaria subito dopo, ma proprio a causa dell’uragano per qualche settimana mi avventurai nel copione di una vita bella da raccontare…
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Arrivo all’aeroporto George Bush di Houston alle 13.10 ora locale di un lunedì di Agosto del 2008, con il volo KLM 661 carico di famiglie in vacanza come i traghetti per la Sardegna. Alla dogana sono l’ultimo di una fila che si esaurisce dopo di me. La guardia mi accoglie con un sorriso formale, in bilico fra la fiducia nel sogno americano e la necessità della war on terror. Non appena vede che sono italiano si rilassa e guarda con serenità il mio passaporto, insieme alla lettera di presentazione che mi accompagna. Dall’aeroporto raggiungo Pasadena sulla tollway Sam Houston, che porta il nome dell’epico generale che guidò il Texas verso l’indipendenza dal Messico, nel 1836. Sam Houston era ancora in vita quando il suo nome divenne quello della nuova capitale del Texas. Con la stessa sollecitudine i Texani di oggi hanno già intitolato l’aeroporto di Houston a George Bush. Il Texas pare un enorme campeggio. Il posto dove risiedo a Webster è un tipico motel texano, dove la gente lascia l’auto in sosta davanti alla porta, come un tempo faceva con il cavallo fuori dal saloon. I Texani di oggi possono vivere anche senza casa, ma non senza automobile. -> Texas
Domenica Downtown_____________________________
Di domenica il centro di Houston è vuoto. I buildings fitti come torri medievali luccicano cristallini, senza segni di vita. Il vento fa strisciare pezzi di cartone e sacchetti di plastica su strade esageratamente larghe ad angolo retto, dove i buildings si alzano come i pezzi di una scacchiera: torri, alfieri e regine, palazzi a forma di grattacielo, talmente fitti da formare una intera grattugia per il cielo. Quando le torri si infittiscono al punto da non scorgere più i confini fra una torre e l’altra, diventano skyline, linea del cielo, profilo della città vista da lontano. Da sotto sembra d’essere nel canyon di una concrezione mineraria, cristallizzata al centro della città. Le uniche persone che scorgo sono i policemen agli incroci delle strade, oppure i guardiani oltre le vetrate opache dei buildings. Nessun bar aperto, nessun luogo accessibile dove sciacquarsi con l’aria condizionata. Di domenica è chiusa la rete di tunnel sotterranei che unisce i buildings: gallerie di negozi ed uffici, città pedonale sotto la città delle automobili. -> Domenica downtown.
Happy hour____________________________________

Venerdì pomeriggio Robbie e Jerry vanno a bere birra al Barefoot Tinas Too, sulla strada per Laporte, dove giocano a schuffleboard. Il Barefoot Tinas Too è poco più che una capanna di legno e metallo. Si entra da una porta che pare di servizio e invece si passa proprio di lì. Non c’è una porta principale, ma solo due porte di servizio, con la scritta: 21 and over only!! No exception, ad indicare il divieto di ingresso per i giovanissimi. Dentro l’atmosfera è già notturna, senza finestre, la luce è quella dei tubi al neon delle scritte pubblicitarie e delle televisioni appese alle pareti. Il juke box elettronico vibra in mezzo, dove una specchiera raddoppia lo spazio della sala. Il bar è come un ring dentro il quale si agita una barista tutt’altro che giovane, fra un banco e l’altro, circondata da seggioloni con bevitori di birra appollaiati. Jerry offre il primo giro e lo sento fare un discorso articolato per la prima volta dopo tre settimane. Mi dice che abita li’ vicino, ad appena tredici miglia. -> Happy Hour
Fuga da IKE____________________________________
L’undici settembre scatta l’obbligo di evacuazione della Contea di Harris e parto anch’io alle undici del mattino, sullaFreway che congiunge la Florida alla California, in direzione di San Antonio. Sotto la spinta dell’uragano, in viaggio verso il west mi accompagna il giovane chimico indiano Prashanth, indiano dell’india di pelle scura. In autostrada ci sono già lunghe code: fuggitivi e camionisti, commercianti che non interrompono l’attività, casomai l’uragano cambiasse idea e prendesse un’altra strada. Nessuna certezza sul suo percorso, solo modelli metereologici, numeri al calcolatore che si aggiornano di ora in ora come i numeri del lotto. L’arrivo a terra del ciclone si chiama landfall, quasi fosse un meteorite. Impieghiamo due ore per uscire dal traffico di Houston ed immetterci nella Interstate Ten, direzione west. Per Prashanth è la seconda evacuazione. Mi racconta di Rita, nel 2005, quando tutti scapparono da Houston intasando strade giorno e notte. Quest’anno siamo partiti con un giorno d’anticipo, in cielo vediamo solo qualche nuvoletta ed è come essere in colonna per le vacanze estive. -> Fuga da Ike
Nel cuore della città di San Antonio, dov’era Fort Alamo, credevo di trovare un centro commerciale con le scale mobili. Invece gli edifici di gusto ispanico con i portici di ferro si allargano in una piazza verde, oltre la quale appare ancora il profilo basso e ondulato dell’antica missione spagnola di San Antonio de Valero, che ai tempi della battaglia era un rudere utilizzato come fortino ed ora è un sacrario della memoria americana. -> Remember Alamo
StrIKE__________________________________________
Nelle trentatremila stanze degli alberghi di San Antonio, come nel resto del mondo, venerdi dodici settembre 2008 irrompono le dirette televisive della CNN che annunciano l’imminente catastrofe. Tramortito, mi abbandono alla sorte e mi lascio condurre a cena nel ristorante indiano, sotto un cielo purpureo da tramonto western. Per più di un’ora mi sento stranamente a casa fra le persone della comunità indiana di San Antonio. Non ho fame, ma le spezie risvegliano il mio appetito. Prima di rientrare, Prashanth compra una bottiglia di whisky, da sorseggiare con ghiaccio nella stanza dell’hotel. Qualche giorno fa Robbie scherzava dicendo che venerdì sera avrebbe organizzato un Hurricane Party. Aspettavamo Robbie ed avevamo aggiunto per lui un letto nella mia stanza, ma non è arrivato. E’ rimasto bloccato nel traffico ed ha cambiato direzione; probabilmente trascorrerà la notte a bordo del suo truck: non voleva allontanarsi troppo da Houston per rimanere all’erta e ritornare il prima possibile a Pasadena. La ferraglia dell’impianto chimico è per lui piu’ importante della sua famiglia, non può lasciarla troppo a lungo in balia dell’uragano. -> StrIKE
Gli effetti dell’uragano li vediamo tre giorni dopo, quando rientriamo a Houston. Di buon ora viaggiamo verso est, con il serbatoio pieno ed una sporta di panini comperati all’autogrill. In automobile nessuno ha voglia di parlare. Senza traffico, l’interstate ten è davvero rilassante e la luce radente del primo mattino rende il paesaggio del west ancora più verde. Lo skyline di Houston appare finalmente dopo tre ore come un miraggio. Arrivando da occidente i segni della distruzione non sono particolarmente evidenti, vediamo tracce dell’uragano solo nei telai delle insegne pubblicitarie svuotate del loro contenuto, ai bordi della strada. La leggendaria rapidità americana si disperde nella quantità enorme di piccoli dettagli da ricostruire. -> Dopo l’uragano
Dopo una settimana i semafori del Bay Area Boulevard non funzionano ancora, lampeggiano o sono spenti, piegati in posizioni strane, sembrano sconfitti da un campione di judo. Le dieci miglia che la mattina mi separano da Pasadena sono interminabili. Si sta incolonnati agli incroci, rispettosi del diritto di precedenza americano, per cui le automobili del viale si alternano una alla volta con le automobili dirette perpendicolarmente, senza eccezioni, non importa se il traffico del viale è dieci volte più intenso ed il viale stesso si trasforma in un’interminabile colonna ferma. La strada che percorrevo in un quarto d’ora adesso richiede un’ora e mezzo. Gli uffici di Pasadena sono in penombra senza aria condizionata. Il parziale ripristino della corrente trifase non prelude l’imminente ritorno full power, ma sembra averci condotto nel limbo della provvisorietà half power, dove possiamo sì sopravvivere, ma non produrre. E nell’epoca del just in time, un’impianto che non produce, soffoca. -> Half Power
Town down____________________________________
Una settimana dopo l’uragano la città di Huston è chiusa per ristrutturazione. Il vento ha solcato le strade diritte, spingendo la sua forza selvaggia ai duecento all’ora contro la base dei grattacieli. Gli edifici più vecchi di pilastri e mattoni sono rimasti intatti, mentre le torri moderne, di vetro e acciaio, sono state violate dal vento. Le superfici lisce e le pareti di cristallo risultano incrinate, alcune finestre sono rotte, altre mancano del tutto. Uffici sofisticati come cabine d’aeroplano, rimasti senza vetrate, balzano sulla strada. Ci sono fogli sospesi per aria, soffiati via dal vento, che ricordano le immagini tristi di sette anni fa a New York. A questi edifici modernissimi non è concesso di invecchiare, la patina del tempo non aggiunge personalità alla loro storia. La perfezione cristallina delle forme che disegnano lo skyline si trasforma subito, non tanto in rudere, ma in rottame, come le automobili incidentate, come le navi in disarmo. I danni maggiori sono negli edifici più moderni. Le banche e le compagnie petrolifere americane hanno a fatto a gara verso l’alto vantando una libertà senza regole, che trova un limite soltanto nei fenomeni eccessivi della natura. -> Town down
Houston, ma dov’è il problema?________________________
Non è stata una bella idea costruire in Texas un impianto con i pezzi smontati da una fabbrica del South Carolina già chiusa per problemi ambientali. A qualcuno sarà sembrato geniale, ad esempio agli agenti di commercio che non volevano perdere il mercato della plastica per l’edilizia: “Che ci vuole? Un po’ di terra, qualche infrastruttura e la buona volontà di due-tre poveri diavoli che hanno perso il lavoro”. C’è gente disposta a fare di tutto, manderebbero Frankstein ad un concorso di bellezza pur di guadagnare lo stipendio. Quei serbatoi sparsi sul prato sembrano meteoriti caduti là per sbaglio. Invece sono stati portati con la gru, uno per uno dalla est coast fino in Texas; mille miglia. Alcuni sono malandati, corrosi dalla ruggine e affossati nel terreno grasso, altri splendono con il loro valore ambiguo: pezzi a buon mercato da riutilizzare in nuovi progetti oppure oggetti da rivendere ai sudamericani, che si accontentano e pagano subito. Quando serve un coperchio, un nastro a rulli o qualche altro pezzo di ricambio, gli operai vanno sul prato a cercarlo. Può volerci un po’ di tempo e allora li vedi vagare fra i rottami, da soli o in gruppo, sembrano i sopravvissuti di una guerra dimenticata. L’area è molto vasta ed è chiusa da una recinzione alta, oltre la quale preme la vegetazione lussureggiante di un bosco tropicale verdissimo, con gli uccelli colorati. In quel giardino meraviglioso c’è sempre un pezzo adatto, non perfetto ma “ok”, pronto da montare: pompe arrugginite dell’Ohio ma anche presse vecchie come vaporiere arrivate dagli stati del nord, da qualche industria della cera consumata dalla crisi. Dentro, all’ombra dei capannoni, ci sono angoli costruiti come cripte medievali, neri ed oleosi ma vivi, che sputacchiano gli aromi di una chimica organica. Gli operai dell’impianto texano hanno imparato dagli Italiani l’arte del recupero e la applicano con zelo, ma senza il gusto astuto del re-impiego. Nell’arte del re-impiego gli Italiani possono fare appello a mille anni di medioevo, mentre i Texani devono imparare tutto dal nulla, subito e molto in fretta, senza fraintendimenti: il re-impiego non è un modo per risparmiare, è arte. Per gli italiani è l’espressione sublime dell’estro, ma in America è ancora soltanto una forma di sciatteria, pochi soldi e take it easy. Non basta un anno di crisi per imparare, ci vuole almeno un medioevo. Hanno appeso una scopa all’insacco delle cere, che è utile sia per spazzare a terra, sia per sturare il tubo dell’insacco quando si intasa. L’amministratore si arrabbia. Cosa diranno i clienti che vedono una scopa appesa all’impianto!? Loro, gli americani, non capiscono: la scopa è così comoda, efficace ed economica. “…gente così non può essere andata sulla luna se non per scherzo” dice l’amministratore.
Quando l’amministratore è a Houston vede tutto, va perfino a spegnere l’aria condizionata negli uffici dove non serve. E’ l’uomo giusto al posto giusto, dinamico, con una carriera di venditore alle spalle ed un padre installatore di caldaie, che gli ha trasmesso l’occhio per le valvole e per gli impianti di riscaldamento. I tecnici americani restano appesi alle sue labbra finchè lui è là con loro, lo ascoltano, dicono sì, sì. Lui cammina veloce, quasi saltella fra un capannone e l’altro, sfoggia un bel repertorio di parole inglesi farcite di ammiccamenti gergali texani che piacciono agli operai. Non trascura alcun dettaglio, dà istruzioni come un generale, tratta i suoi uomini come bambini. Perché non capiscono? Sveglia!? Bisogna costruire un imbuto di metallo per il reattore: ok, ecco il disegno, quattro righe! “Come fate a non capire! Lo vedete il disegno, si o no!? Volete che vada alla NASA e lo faccia costruire a loro, l’imbuto!?” Effettivamente la NASA è così vicina che ci si arriva in dieci minuti. Basterebbe fermarsi sul cancello ed attendere l’apertura di una sbarra per dirigersi al centro di quell’area vuota a perdita d’occhio, dove sono gli uffici del centro spaziale. Passando lì accanto, qualche volta l’amministratore viene sfiorato però dal dubbio: là dentro ci sono veramente gli “scienziati”, quella gente buffa? Potrebbe essere un campo di addestramento militare, sarebbe già abbastanza, ma non lo abbandona il sospetto che sia solo una messa in scena per girarci i film, una specie di Cinecittà,una Holliwood della fantascienza. Ricorda di aver visto al cinema la storia di Apollo 13, dove Tom Hanks fa la parte dell’astronauta. Dovevano andare sulla luna, ma non ci sono riusciti. Ad un certo punto il protagonista dice: “Houston, c’è un problema!”. Hai visto! Se ne erano accorti che qualcosa non andava, questi Americani non sono poi così stupidi. L’amministratore mi dà un’altra possibilità e mi ripete la domanda: “Secondo te ci sono andati sulla luna?”. Sotto tortura direi di no, ma siamo al tavolo di un pub a sorseggiare un caffè americano che non è tanto terribile. Rispondo ancora di sì: ci sono andati, gli Americani, e ci sono tornati, sei volte fra il 1969 e il 1972. L’amministratore mi guarda stupito, quasi stralunato. Non sapeva che le missioni Apollo fossero state così numerose: che bisogno avevano, gli Americani, di ripetere quella pagliacciata tante volte? La storia per lui è piuttosto semplice. Nel 1969 dovevano dimostrare in fretta di essere stati sulla luna, ecco allora le orme finte degli astronauti, le ombre che mancano alle immagini del primo sbarco sulla luna, un grande passo per l’umanità, un trucco legittimo, come se ne fanno di solito. Anche lui aveva utilizzato un trucco così un po’ di anni fa. Aveva fatto finta che il suo impianto americano fosse già produttivo, quando invece era ancora solo in costruzione. Aveva chiamato i clienti, li aveva accompagnati fra i capannoni: ”vedete come sono belli?” Così era riuscito a piazzare per qualche mese la produzione degli impianti europei ai clienti americani, convinti di acquistare plastica made in U.S.A. Una buona operazione di traino per la nuova sede, che poi era partita autonomamente con la propria produzione. Era legittimo aspettarsi qualcosa del genere anche dai dirigenti della NASA. Dopo il trucco del primo sbarco sulla luna ci hanno provato sul serio, con Apollo 13, ma qualcosa è andato storto e hanno fatto marcia indietro. Quasi quasi ci rimettevano la pelle, se ne sono vergognati un po’ e non l’hanno raccontata giusta. Però ci hanno fatto il film. Un bel film, ve lo ricordate… una storia tutto sommato semplice, rassicurante, coi piedi per terra. Che bisogno c’era di andare sulla luna? _______________________________________________
Mentre compilavo l’iscrizione a wordpress nello Starbucks di Clear Lake, mi riaffiorava il ricordo sepolto di un ponte di ferro e di una strada fra i campi, oltre le ultime case della piccola periferia del paese che percorrevo in bicicletta da bambino. In Texas avevo ritrovato una naturale incapacità di prevedere lo spazio attorno a me, come nelle prime passeggiate in bicicletta, quando mi allontanavo da casa più del consentito. Un pensiero in disuso si era risvegliato per effetto della vastità del Texas. Il ponte di ferro era soltanto una trave arrugginita buttata di traverso su un fosso per permettere il passaggio pedonale ai contadini. Non avrebbe retto il transito di un trattore, ma possedeva lo stesso una certa solidità, un po’ pendente, certo, ma sufficiente per il transito solenne di una bicicletta. Attraverso i filari dei ciliegi arrivavo fino al ponte di ferro e forse avevo già infranto un divieto, troppo lontano da casa! Ma fin là ci arrivavo senza pensarci e mi sembrava d’essere ancora nel cortile, così familiare, un passo dopo l’altro seguendo il magazzino delle polpe delle barbabietole, all’ombra dei pioppi e sulla terra battuta, fra il fragore di un treno lungo la ferrovia di tanto in tanto ed il traffico della via Emilia più lontano. Oltre il ponte di ferro lo spazio non era più immaginabile, di lì in avanti le strade di campagna si susseguivano e si incrociavano con la ferrovia senza confini tangibili. Potevo arrivare lontano, di nascosto per le vie regolari di quella campagna. Non ricordo come avvenne, ma un giorno (era primavera?) decisi di passare sul ponte di ferro. Nel farlo ebbi una sensazione di libertà, le ruote della bicicletta facevano schizzare i sassi della strada ai bordi del fosso ed io pedalavo, giravo i pedali agli incroci, mi stordivo al pensiero di perdermi senza mai riuscirci davvero. Vedevo finalmente i luoghi che avevo immaginato attraverso le carte di mio padre, ville di campagna e i loro nomi d’altri tempi…





Lorenzo perchè non inserisci una pagina per i libri da leggere, ma anche – come direbbe CrozzaVeltroni- quelli da non leggere. I secondi sono i più difficili da consigliare, ma potrebbe essere un bel esercizio da club letterario.
Potremmo fare ad esempio la lista dei 100 libri che vale la pena leggere prima che sia troppo tardi.
[...] per chi mi legge dopo il caffè fra una scartoffia e l’altra. Cercherò di continuare, come in principio… ma è difficile fare previsioni sul futuro in generale, figuriamoci sul futuro di un sito come [...]