L’aeroporto di Tegel è quasi in centro a Berlino, ci arrivo in tre quarti d’ora dalla casa di Tempelhof e dall’altro aeroporto Zentral Flughafen che è chiuso già da un anno. Anche Tegel dovrebbe chiudere entro breve, sostituito dal moderno Hub di Schoenefeld, nella lontana periferia sud-est dell’ex Berlino comunista. Per adesso gli aerei si alzano ancora in volo da Tegel sulle case di Wedding e di Pankow, con la pancia metallica rigonfia di passeggeri e di bagagli sui tetti e sulle strade come ai tempi del ponte aereo. Gli abitanti del quartiere sollevano il naso per guardarli ingigantire mentre sibilano oscurando il sole, prima di atterrare. Gli aerei che sessant’anni fa hanno salvato Berlino Ovest dall’occupazione sovietica disturbano la gente meno che altrove. In città mi colpisce il manifesto elettorale di un candidato che si fa fotografare su un aereo accanto al finestrino. Un manifesto come questo in Italia farebbe pensare ai voli di stato per uso privato, ai cantanti ed alle ballerine che rallegrano le feste imperiali in Sardegna. Invece a Berlino è l’immagine giusta per un messaggio elettorale scritto a chiare lettere: “sicurezza e libertà”.

Io e il regista Carlo arriviamo insieme all’aeroporto di Tegel in buon anticipo sul volo Windjet diretto a Forlì. A Forlì io sono praticamente a casa, pronto a raccogliere gli ultimi spasimi dell’estate romagnola, mentre Carlo deve proseguire con la coincidenza per Catania, dove lo aspetta un periodo di fuoco: corsi di regia, lezioni all’università e la ricerca di nuovo lavoro per l’ordinaria sopravvivenza. Arriviamo all’aeroporto sovraccarichi di bagagli. E’ incredibile quanta carta -libri, giornali e depliant- si possano accumulare in appena due mesi, ma il limite di venti chilogrammi delle compagnie aeree low cost impone un esercizio di pulizia mentale, come il gioco dei dieci libri che salveresti dal diluvio universale. Ho fatto pulizia per un giorno intero riempiendo sacchi della spazzatura, ho anche scelto di indossare le scarpe più pesanti per alleggerire il più possibile la valigia. Ma il peso, così, a braccio, continua a superare abbondantemente il limite perentorio dei venti chili, tanto che mi sarei aspettato uno stop, con conseguente pagamento di soprattassa. Invece al check-in la bilancia è spenta, WindJet ringrazia i clienti e strizza l’occhio per le ferie d’agosto.
Carlo è finalmente contento della sua vacanza. Ha trascorso gli ultimi dieci giorni in un appartamento di Charlottemburg, prima in compagnia della sorella e del cognato, poi da solo. Nell’ultimo fine settimana si è lasciato coinvolgere da una intraprendente vicina di casa, una signora tedesca che ha conosciuto al tavolino di un bar. Con lei è stato all’ inaugurazione di mostre d’arte, al ristorante ed anche in discoteca a Charlottenburg, un posto indimenticabile, quasi commovente per lo stile retrò, franco e senza malizia. In attesa dell’aereo Carlo preferisce ricordare, senza pensare al putiferio che lo aspetta a Catania.
Abbiamo percorso Berlino a piedi lungo le fessure delle vecchie divisioni dove emergono i distretti contemporanei, come frammenti di crosta terrestre alla deriva. Siamo entrati negli spazi più interessante di Berlino, dove un tempo arrivavano i binari delle stazioni ferroviarie e degli scali merci, guardacaso prescelti, proprio loro, come terra di confine nella divisione fra est ed ovest. Ripensandoci, siamo entrambi sicuri di aver colto l’anima di Berlino un venerdì pomeriggio d’agosto, camminando a piedi fra Ostbanhof e Warschauerstrasse. Pensavamo di essere in centro e percorrevamo l’unica strada possibile, mentre si infittiva la sensazione d’essere invece in una remota periferia, fra campi incolti e grandi capannoni. Davanti a noi emergeva chiaramente il ponte di Warschauerstrasse, con le automobili in marcia ed il passo spedito delle ragazze sospese sulla città incolta sottostante, dov’era un grande scalo merci smantellato. In fondo, la nostra strada terminava in una rotonda a pochi passi dal ponte, da cui era comunque possibile proseguire a piedi attraverso un sentiero, vicino ad un casello abbandonato della ferrovia. Appollaiati sul tetto, alcuni giovani con la birra in mano prendevano il sole. Un ferroviere dal locomotore in manovra sull’unico binario superstite faceva sentire il suo fischio. Fra le sterpaglie noi proseguivamo con maggiore incertezza, ormai a due passi dalla stazione della metropolitana che in questo tratto è alla luce del sole. Con un balzo tornavamo all’improvvisto fra gli abitanti del venerdì pomeriggio, da un bordo del marciapiede della metropolitana, accolti da un tipo augurante bonario schoene Wochenende, con la birra in mano, ai margini della società.

Carlo è ormai convinto dell’inutilità di un documentario su Berlino. Con tutto quello che è stato già detto su questa città, nessun produttore si entusiasma più. Per Carlo è arrivato ormai il momento di girare un film vero, un lungometraggio, dove la multiforme personalità di Berlino fa da sfondo ai mutevoli stati d’animo del protagonista: un fisico quarantenne in fuga dall’Italia, espulso prima dall’Università, poi dal mercato del lavoro. Chiedo: “come ti è venuta in mente un’idea così?” Mi risponde che da parecchio tempo pensa alla storia di un “fisico quantistico” a cui non è permesso di fare ricerca, ed allora comincia ad applicare la meccanica quantistica alla vita quotidiana: il principio di indeterminazione nelle strade in città e con gli amici. Il comportamento del “fisico quantistico”, anzichè apparire stravagante, suggerisce un nuovo stile di pensiero, vincente, negli anni ambigui della crisi. Mi sembra una trama interessante, è giusto che il regista la sviluppi, …non lo accuserò di plagio!
La prima volta che per colazione ho ordinato una grosses fruestuck, ho creduto che per errore la cameriera mi avesse portato gli ingredienti crudi del ragù di carne di mezzogiorno ancora da preparare. Fra il burro e la mortadella, nel piatto troneggiava un grumo di carne macinata con sopra un battutto fresco di cipolla. Tutta quella roba mi aveva impressionato, tanto che quattro mesi fa ero riuscito a malapena ad assaggiarla. Adesso mi sorprendo invece la mattina con il coltello in mano, mentre spalmo su panini ancora caldi, burro, cipolla e carne cruda delicatissima. E’ proprio vero che ci si abitua a tutto.
Per ritrovare l’abitudine della messa dovevo venire a Berlino, prima con il prete della Pensylvania, adesso con l’uomo del Gabon, anche lui figlio della Chiesa cattolica apostolica romana. Evariste appartiene al movimento dei Focolarini di Chiara Lubich, attivi in Africa più che in Italia. All’ombra del Vaticano i Focolarini quasi non esistono a confronto coi Ci-Ellini dio-patria-e-famiglia, ma in Africa è un’altra storia, poichè i Ci-Ellini temono le zanzare e la miseria, dal Gabon stanno alla larga. Dopo la messa Evariste saluta tutti: preti barbuti tedeschi, anziane signore con gli occhiali, giovani padri cattolici con un numero di figli in eccesso e le mogli ancora gravide. Chiede gentilmente indicazioni per comperare una Bibbia stampata in tedesco: un mito evidetemente, e non solo per gli africani, fin dai tempi di Gutemberg.
Per salvagurdare il buonumore di Evariste, mi sembra giusto accompagnarlo di domenica al mercato delle pulci, un grande rito primitivo berlinese che allontana il ricordo del muro nei pressi di Bernauer Strasse, con la forza della compravendita spontanea e collettiva. Fra i banchi improvvisati dei venditori che offrono vecchi dischi, lampadari, attrezzi per il giardinaggio, libri, rasoi da barba, servizi-da-te e strumenti musicali, Evariste comincia le trattative: quanto costa questo, quanto costa quell’altro. Trova una chitarra e la comprerebbe anche senza custodia, ma chiedono 180 Euro, davvero troppo per un professore del Gabon. Si ferma qualche istante per suonarla, lui acquirente nero davanti alla venditrice bianca, niente di strano per il Mauer Park di Berlino: non è la spiaggia di Pinarella.
Fra Berlinesi e turisti, al Mauer Park c’è davvero troppa gente. Non troviamo posto nelle sedie a sdraio, neanche nei bar nascosti dietro la prima fila di bancarelle. Per sederci dobbiamo uscire fra i marciapiedi erbosi di Prenzlaunerberg, dove i bar e i ristoranti distendono tavoli, seggiole e dondoli, roba vecchia improvvisata con la scusa del vintage, stile Rimini anni cinquanta. L’ispirazione per il documentario di Carlo parte da qui. Berlino è interessante soprattutto per l’ anarchia organizzata di questi spazi liberi, privi ancora di una destinazione precisa. In modo del tutto inintenzionale la storia ha disegnato a Berlino una città-piena-di-vuoti di cui la gente ora si impossessa piuttosto liberamente, sperimentando nuove forme di aggregazione urbana. Io e Carlo dobbiamo trovare il tempo per esplorare questi “non-luoghi” lungo il perimetro del muro, lo faremo con calma i prossimi giorni. Adesso ci fermiamo in un bar all’ombra su due sedie a sdraio di legno sbilenche: basta prestare un po’ di attenzione, sono comodissime! Guardo il cielo blu e chiudo gli occhi. Davanti sfilano giovani donne tranquille, in abiti leggeri e ciabatte vanno in spiaggia al Mauer Park di Berlino. Del mare, sento quasi l’odore.
Quello che ho imparato finora della lingua tedesca è sufficiente per organizzare una convivenza amichevole con un professore di tedesco del Gabon, senza gli equivoci della pronuncia inglese. Evariste è arrivato a Berlino dal Gabon il 3 Agosto con l’entusiasmo di un bambino ed un piccolo regalo per i padroni di casa che lo ospitano, una sagoma smaltata a forma di Africa, montata su un supporto come un soprammobile, per mostrare in breve dov’è il Gabon e dove sono gli altri stati africani tutti ugualmente degni della nostra civile attenzione, divenuta tuttavia pregiudizio, a causa dell’apocalisse di fame e guerra che ha luogo da quelle parti. Il Gabon è ancora un posto tranquillo, pochi abitanti, quasi una località turistica sulla costa occidentale, vicino al Camerum più intraprendente. Le città del Gabon hanno nomi francesi che vorrebbero augurare a questa terra un destino di pace e di prosperità. Libreville è la capitale, Port Gentil è la città di Evariste, seconda per numero di abitanti, un’isola sabbiosa vicina alla costa africana ma lontana cinque ore di traghetto dal porto più vicino che è Libreville.
Carlo, il regista, vorrebbe fare un documentario su Berlino. Non gli mancano le idee, ma non è gli è facile riconoscere quelle giuste. Berlino è una città iper-rappresentata, con un immaginario cinematografico traboccante. E’ difficile scrivere qualcosa che sia al tempo stesso nuovo e significativo, ma Carlo non si spaventa e pensa ossessivamente ad un documentario su Berlino, come ha già fatto per Atene e per Lisbona. Per cominciare gli bastano due pagine che raccontino, con suoni e con parole, una storia, oppure la città protagonista di se stessa senza discorsi umani fuorvianti. Un lavoro interessante potrebbe riguardare gli spazi vuoti che danno a Berlino un’identità frammentaria e rimescolata, con molte periferie confuse fra molti centri. Cominciamo a guardare insieme questi spazi vuoti una mattina d’agosto col tempo grigio e le nuvole già autunnali in cielo a Treptower Park. Carlo non è mai stato qui, dove i sovietici hanno costruito due quinte monumentali di marmo e di alberi, per una lunghezza di mezzo chilometro circa dentro al parco, memoriale della “guerra di liberazione dal nazismo”.
Sono le nove e mezza quando usciamo dalla stazione della metropolitana incerti sulla direzione. Carlo ha dormito male a causa di un cuscino morbido, un maledetto cuscino largo e schiacciato, tedesco. Vorremmo un caffè, ma i bar lungo il fiume sono chiusi mentre le baracche sull’altro lato della stazione esalano un rancido fritto che piace solo ai ferrovieri baffuti in pausa fra un lavoro e l’altro. Gli operai si svegliano col bratwurst, il caffè in quelle baracche servirebbe soltanto per sciacquare lo stomaco, così andiamo a cercare un bar più serio un po’ più in là, in un ex palazzone dell’est dall’altra parte della strada. Idee confuse si intrecciano senza una direzione precisa, fuori e dentro di noi, ma a Berlino ci sentiamo entrambi a casa. Per Carlo è come Catania, una città provvisoria su un suolo magmatico. La storia del Novecento ha agito su Berlino con la violenza di un vulcano che si è affrettato a distruggere i sogni di grandezza di tre imperi. A me invece Berlino ricorda chissà perchè Ferrara. Forse per l’umidità palpabile dei giardini fioriti che spuntano ad ogni angolo di strada, per i cimiteri sparsi sulle ultime tracce del muro, per la vastità di un piano urbanistico mozzato dalla storia. Il disordine razionale di Berlino ha l’effetto di una macchia di inchiostro da cui emergono desideri e paure da esorcizzare, come un laboratorio di psicologia sperimentale
Per il caffè ci fermiamo più del necessario. Guardiamo il cielo grigio traditore dell’estate, ma almeno non piove. Camminiamo pigri fino al fiume e seguiamo la riva, dove le barche all’ormeggio dormono ancora: battelli turistici, case sull’acqua con le aiuole sulla prua, simili alle case vere sull’altra riva del fiume. Carlo maledice la borsa con la telecamera. Era troppo assonnato quando ha deciso di portarla con sè questa mattina, ma ormai ce l’ha, tanto vale utilizzarla. In meno di un quarto d’ora arriviamo all’ingresso del memoriale, dalla parte del fiume. E’ un arco solenne, non enorme ma imponente come le porte trionfali della Divina Commedia che annunciano mondi ultraterreni. Il monumento ai caduti sovietici comincia come un film, con la colonna sonora degli alberi frondosi ripiegati a piangere sotto le raffiche di vento leggero.
La prima inquadratura è dedicata alla grande madre Russia, una statua di donna robusta e addolorata che indica la via della storia in direzione del soldato vincitore del nazismo, mezzo chilometro più in là. Nel mezzo, due statue colossali armate ed inginocchiate aprono un sipario immaginario, fra due quinte di marmo rosso inclinate come ali. Il marmo è quello del palazzo della cancelleria di Hitler, smontato pezzo per pezzo dopo la guerra e riutilizzato in gran parte proprio qui nel mausoleo dei comunisti, per il sarcasmo della storia. Nello spazio antistante, la narrazione prende corpo in grandi parallelepipedi scolpiti a bassorilievo con le scene della guerra, come i pezzi di una moderna colonna traiana. Militari e civili col colbacco e gli stivali, sono raffigurati in atti di eroismo e di sottomissione alla patria. Sembrerebbe un romanzo di Tolstoj, se non fossero le armi, i fucili e le bombe a mano scolpite meticolosamente nei dettagli tecnici ad indicare che stiamo parlando di un’altra storia, più recente e più spietata.
A Berlino è arrivato l’amico Carlo, il documentarista catanese vincitore della “Vela d’Argento” al festival di Bellaria. Quel premio l’avevo ritirato io con le mie mani dalla giuria, un sabato di giugno, perchè lui era dovuto ripartire con il volo di ritorno la sera della cerimonia conclusiva, nel pieno della festa, quando sul palco sfilavano uno dopo l’altro gli artisti del sottobosco cinematografico italiano e gli amministratori locali di sinistra, un po’ spaventati dal sorriso di Berlusconi e dalle imminenti elezioni comunali.
Arrivando in bicicletta dopo una traversata esplorativa di dodici chilometri da Potsdamer Platz fino a Zehlendorf, mi fermo davanti ad una casa a due piani bifamiliare, trascurata negli infissi e nel giardino, diversa delle altre più curate dei vicini. Carlo mi viene incontro per aprire il cancello, ma non trova la chiave. Deve fare molti tentativi per avere successo e gli servono i chiarimenti del padrone di casa, che è nascosto oltre il garage da qualche parte dietro. Finalmente il cancello si apre. Seguo Carlo nel cortile in un passaggio stretto fra la casa, il garage ed i bidoni della spazzatura, finchè sbuchiamo in un orto retrostante piuttoso grande, erboso e con gli alberi da frutto sparpagliati, una specie paradiso terrestre pieno di insetti. Alle sei del pomeriggio Jorg è nel giardino indaffarato con il Barbecue. Nel piatto ci sono spiedini di verdura e bratwurst già pronti per la brace, mentre un cilindro di metallo riempito di carta e di carbone funziona da ciminiera portatile che affumica l’aria e le persone nel giardino. “E’ un’idea americana, la carta e ed il carbone insieme in un cilindro!”. Jorge racconta che aveva sposato una donna americana: lui si sarebbe trasferito volentieri negli Stati Uniti per vivere e per lavorare dall’altra parte dell’Oceano, ma sua moglie se ne è andata senza di lui, lasciandogli, oltre alla ciminiera portatile, una figlia ed una casa da pagare, quell’incredibile residenza di legno nel giardino dei nonni polacchi che vivevano a Zehlendorf -in una casa di mattoni, loro- prima della seconda guerra.
Per la brace ci vuole un po’ di tempo e Jorg mi accompagna volentieri subito dentro, nella casa di legno, per mostrarmi le idee più stravaganti dell’ex moglie americana che ha architettato il tutto. Mi pare d’entrare nella capanna dei bambini tirata su nel terreno dei genitori dietro casa. Ma è come se la capanna di legno per i giochi nel cortile avesse assunto le fattezze di una villa d’autore, con accorgimenti stravaganti ecologisti e vintage. Al piano terra c’è un unico grande ambiente, sala da una parte, cucina dall’altra. Nel mezzo la scala per il piano superiore. Le vetrate di quattro porte uguali tutte sullo stesso lato diaframmano lo spazio sul giardino, così che pare d’essere proiettati all’aperto, anche quando si resta chiusi in casa. Jorg indica orgogliosamente i pezzi di recupero installati in casa e prelevati gratuitamente fra le macerie delle demolizioni berlinesi. Ad esempio i caloriferi sono oggetti vintage provenienti da non-so-quale-palazzo della città storica andato distrutto e rimontati con cura negli angoli della casa di legno. Analogamente le piastrelle messe al centro fra le assi dei due pavimenti di sala e cucina, sono pezzi di recupero che assortiscono variamente il selciato, come pietre medievali. Anche le lastre di marmo rosso che ricoprono il camino sono pezzi di recupero ed assomigliano ai rivestimenti del palazzo della cancelleria di Hitler, ma ogni riferimento almeno in questo caso è puramente casuale.
Non sapevo che Robert Schumann fosse a Dresda, quando per la prima volta manifestó i segni del suo squilibrio mentale (un accordo di “LA” fisso ininterrotto dentro la testa) che in pochi anni lo portarono alla pazzia. Visse a Dresda dal 1846 al 1849, quando a Dresda abitava pure Wagner. In quegli anni in cittá non mancavano di certo le idee per un concerto in piazza, ma la sinfonia piú rumorosa la fecero i rivoluzionari che incendiarono tutto nel 1849: da uscirne pazzi, per l´appunto. Schumann si trasferí quindi a Düsseldorf con la famiglia e lá ebbe il tempo per comporre le ultime sinfonie, prima di essere internato, mentre sua moglie Clara intratteneva amabilmente Johannes Brahms.