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		<title>Una storia da bar</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 22:05:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LoAl</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che andar per mare sia una metafora della vita, i velisti lo dicono da sempre. Ma il naufragio della nave da crociera è la metafora perfetta di molte rappresentazioni  della politica italiana degli ultimi anni. Se ne sono accorti più o meno tutti e proliferano i commenti in chiave allegorica di quanto sta succedendo. La [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&amp;blog=4704483&amp;post=16188&amp;subd=lorenzoaldini&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che andar per mare sia una metafora della vita, i velisti lo dicono da sempre. Ma il naufragio della nave da crociera è la metafora perfetta di molte rappresentazioni  della politica italiana degli ultimi anni. Se ne sono accorti più o meno tutti e proliferano i commenti in chiave allegorica di quanto sta succedendo. La rappresentazione non finisce col naufragio, ma prosegue amplificata dalla risonanza mediatica delle interviste e dei <em>talk show</em>. Adesso se ne parla col linguaggio da <em>videogame</em>, c&#8217;è gente che dice: &#8220;io ho salvato molte vite&#8221;. Quante vite restano ancora al capitano prima del <em>game over</em>?  Anche i commentatori più rispettabili si perdono alla ricerca di eroi, da contrapporre alla disarmante superficialità dell&#8217;emergenza. Ma con l&#8217;apparizione della giovane avventuriera moldava, la concatenazione di cause che hanno prodotto l&#8217;incidente diventa terribilmente banale. Una storia da bar: una manovra al limite, resa familiare dalla consuetudine, ma pur sempre avventata, non viene fatta al momento giusto perchè nel frattempo è apparsa una bionda sull&#8217;uscio.  Non si dà l&#8217;allarme perchè potrebbe creare allarmismo, come se quella barca dei divertimenti navigasse per finta, in deroga alle regole della marineria.</p>
<p>Ora i giudici ed i tronisti Italiani demonizzano i colpevoli ed esaltano gli eroi che sono rimasti a contendersi le narrazioni del naufragio in lingua italiana.  Ma questa vicenda va oltre i confini nazionali.  La BBC trasmette i racconti dell&#8217;equipaggio: gli <em>stewart</em> Filippini, Indiani, Colombiani che dicono di avere salvato &#8211; da soli e abbandonati a se stessi- le migliaia di sopravvissuti,  giudicano<em> &#8221;orrible&#8221; </em>il comportamento dei loro superiori. In Colombia, in queste ore c&#8217;è una folla in piazza, con le foto ed i cartelli dei <em>desaparecidos</em> della nave da crociera italiana. L&#8217;abbandono della nave è l&#8217;onta più grave per un comandante. La giornalista chiede agli <em>stewart</em> filippini se hanno intenzione di agire per vie legali, contro la compagnia Costa Crociere e anche contro l&#8217;Italia, ma poi si dà la risposta da sola: sono troppo poveri, non possono vincere, anche se sono loro gli unici veri protagonisti di  questa vicenda.  Il capitano, gli armatori e gli ignari turisti portati a spasso, restano in secondo piano.</p>
<p>Ai giornali tedeschi, il personale d&#8217;equipaggio dice che <em>Der Lohn war so ekelhaft wie das Essen, </em>il salario era misero come il mangiare.  Cinquecento Euro al mese per un mestiere a tempo pieno, d&#8217;altri tempi, agli antipodi da casa.  Ma forse è meglio dire: &#8220;per un mestiere dei nostri tempi&#8221;. Nel gioco delle Crociere Costa, ogni ruolo ha la sua dose di scelleratezza.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/lorenzoaldini.wordpress.com/16188/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/lorenzoaldini.wordpress.com/16188/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/lorenzoaldini.wordpress.com/16188/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/lorenzoaldini.wordpress.com/16188/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/lorenzoaldini.wordpress.com/16188/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/lorenzoaldini.wordpress.com/16188/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/lorenzoaldini.wordpress.com/16188/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/lorenzoaldini.wordpress.com/16188/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/lorenzoaldini.wordpress.com/16188/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/lorenzoaldini.wordpress.com/16188/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/lorenzoaldini.wordpress.com/16188/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/lorenzoaldini.wordpress.com/16188/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/lorenzoaldini.wordpress.com/16188/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/lorenzoaldini.wordpress.com/16188/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&amp;blog=4704483&amp;post=16188&amp;subd=lorenzoaldini&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il pomo della Concordia</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 18:30:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LoAl</dc:creator>
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		<category><![CDATA[costa crociere]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il sito della Stampa dice che i media tedeschi parlano di 10 dispersi nel naufragio di Costa Crociere: neanche questo è vero, perchè il telegiornale del secondo canale tedesco delle 19 dice che i tedeschi dispersi sono 12.   I sopravvissuti intervistati dalla ZDF affermano che la gestione dei soccorsi è stata ancor più negligente dell&#8217;incidente in sè: proprio adesso che gli Italiani erano quasi riusciti a convincere la Merkel di avere il debito pubblico sotto controllo.   Come risposta, il comandante Schettino dice di aver evitato un disastro ben peggiore, mentre l&#8217;amminstratore di Costa Crociere si commuove.  Da chi avranno mai imparato?  </em></p>
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		<title>Too big to fail?</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 08:56:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LoAl</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La nave inclinata sugli scogli dell&#8217;isola del Giglio è un&#8217;mmagine simbolo del 2012, che fa il giro del mondo col marchio dell&#8217;Italia.  Costa Crociere è un bel colosso del divertimento, che ha costruito negli anni la sua fortuna con un&#8217;idea di svago a buon mercato, alla portata di tutti, nei mari di casa nostra.  Le navi da crociera ormeggiate nei porti sembrano enormi condomini dove chi sale crede di allontararsi per un attimo dalla <em>routine</em>.  E&#8217; inconcepibile che una nave di quelle dimensioni vada ad incagliarsi nella scogliera di un fondale basso: <em>too big to fail</em>, avrebbero detto gli analisti di affari economici internazionali. Invece è andata a fondo come una barchetta alla deriva, comandata da sprovveduti avventurieri del tempo libero. Le carte nautiche dell&#8217;arcipelago toscano sono note anche ai principianti, che le utilizzano come manuale di riferimento per ottenere la patente nautica.  La scusa del comandante, che ha detto di non aver visto segnalato quello scoglio nella carta nautica, è possibile solo nell&#8217;Italia di oggi, abituata alle parodie della realtà di Cicchitto, Gasparri, Bossi e compagnia bella.</p>
<p>L&#8217;immagine della bella nave dei divertimenti appoggiata su un fianco al largo delle coste del Giglio, rappresenta molto bene questa Italia che è troppo grande per fallire, ma abbastanza ubriaca per andare a fondo.  Le secche mettono in luce gli scogli.  I lavoratori che smettono di lavorare non possono salvare un bel niente, tutt&#8217;al più se stessi.  Per evitare il naufragio, i ricchi dovrebbero farsi carico del salvataggio. Ma i ricchi, quelli veri, usano l&#8217;Italia come una società per azioni da spremere e da fare fallire all&#8217;occorrenza. Quando succederà, un comandante ubriaco ci convincerà che era l&#8217;unica strada possibile.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/lorenzoaldini.wordpress.com/16173/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/lorenzoaldini.wordpress.com/16173/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/lorenzoaldini.wordpress.com/16173/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/lorenzoaldini.wordpress.com/16173/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/lorenzoaldini.wordpress.com/16173/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/lorenzoaldini.wordpress.com/16173/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/lorenzoaldini.wordpress.com/16173/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/lorenzoaldini.wordpress.com/16173/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/lorenzoaldini.wordpress.com/16173/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/lorenzoaldini.wordpress.com/16173/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/lorenzoaldini.wordpress.com/16173/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/lorenzoaldini.wordpress.com/16173/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/lorenzoaldini.wordpress.com/16173/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/lorenzoaldini.wordpress.com/16173/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&amp;blog=4704483&amp;post=16173&amp;subd=lorenzoaldini&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Le rovine di Pompei</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 16:04:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LoAl</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04795.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16038" title="DSC04795" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04795.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Nelle strade di Pompei i turisti dimenticano di camminare su un suolo dissepolto e definiscono il loro presente sul piano di calpestio ricollocato dov&#8217;era  duemila anni fa.  La via di Nola è stretta fra due rive che salgono ripide a destra e a sinistra fino agli orti, sul piano della campagna agricola dove gli scavi si interrompono nel bel mezzo della città antica.  Trent&#8217;anni fa guardavamo con ansia quei terreni cinerei, pensando a quali meraviglie celassero ancora al loro interno: altre residenze di lusso decorate di ocra, rosso e nero, oltre a quelle già numerosissime che inebriavano lo sguardo, nella fresca penombra degli atrii e dei cortili che si ripetevano con poche variazioni sul tema di base. Solo il tempo di una o due campagne di scavo e, nell&#8217;arco di qualche decennio, Pompei ci sarebbe stata restituita per intero, in tutto il suo splendore.</p>
<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04674.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16042" title="DSC04674" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04674.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Cammino ormai da due ore: sono entrato da Porta Marina e dalla piazza del foro vado diritto in via dell&#8217;Abbondanza, per ritrovare qualcosa di familiare.  Cerco i luoghi dove mio padre si fermava a scattare le sue foto: la prima volta -era il 1976- con una vecchia macchina a fuoco fisso, poi, nel 1979, con una <em>Petri</em> manuale che a confronto sembrava già un prodigio della tecnica. La regolazione della macchina fotografica richiedeva tempi lunghi e meditate incertezze che facevano perdere il sorriso a chi veniva ritratto. A guardarle oggi, queste immagini scavano indietro nel tempo come una forma di archeologia e a Pompei diventano un&#8217;archeologia dell&#8217;archeologia.  L&#8217;ultima volta che sono stato qui, nel 1984, ero poco più che un bambino e quasi mi vergogno di non esserci più tornato. Un luogo in cui si ritorna da adulti, dopo esserci stati da bambini, dovrebbe sembrare più piccolo, ma a Pompei mi succede il contrario: sembra tutto più vasto e via dell&#8217;Abbondanza è così lunga che non se ne vede la fine. Moderni cancelli di metallo  sbarrano gli accessi laterali alle strade e alle <em>domus</em>. Nastri colorati improvvisano restringimenti della carreggiata e deviazioni del traffico su altre vie laterali. Nei cancelli che chiudono i percorsi laterali, è traforata la scritta &#8220;<em>Pompei viva&#8221;, </em>ma dietro si vede un abbandono transennato, altro che vita. Come nella <em>Repubblica Democratica del Congo</em> che è democratica solo nel nome, le parole mascherano una realtà di segno opposto, dunque Pompei Viva!  Non saranno le migliaia di turisti distratti, nelle vie di Pompei come l&#8217;acqua torrenziale di un fiume tropicale, a farla resuscitare.</p>
<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04706.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16044" title="DSC04706" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04706.jpg?w=300&#038;h=224" alt="" width="300" height="224" /></a>A Pompei si capiva che le case dei romani erano girate &#8220;a rovescio&#8221; rispetto a quelle moderne, con il cortile dentro e le finestre rivolte all&#8217;interno: ce ne erano davvero tante ed erano fatte tutte allo stesso modo. I proprietari più ricchi facevano a gara nella decorazione degli interni che non si vedevano da fuori. Verso la strada si aprivano i portoni e solo qualche piccola finestra di servizio. I gesti degli abitanti sopravvivevano ancora nella penombra dei cortili, negli scavi di trent&#8217;anni fa. Le strade selciate di Pompei erano vie di passaggio fra i segreti che riaffioravano negli interni, nei riquadri affrescati dove lo sguardo si nutriva di una vita ancora palpitante al centro di campiture gialle, rosse, nere, elegantissime.  Ovunque c&#8217;era l&#8217;immagine sospesa di una catastrofe che aveva congelato la storia. E&#8217; un ricordo che risale al 1979, non al 79 dopo Cristo. Adesso sono a  piedi in via dell&#8217;Abbondanza e la trovo interminabile nella monotonia di ciò che resta: muri compatti, finestrelle e stipiti in laterizio, uno dopo l&#8217;altro in fila come sentinelle. Una <em>domus</em> affrescata bisogna conquistarsela, in fondo, come una caccia al tesoro: la pittura di una Venere, con l&#8217;aria approssimativa di una <em>parvenue, </em>disseta gli sguardi dei turisti ansiosi di vedere finalmente una immagine antica, ormai all&#8217;uscita della città. Poco lontano c&#8217;è  l&#8217;anfiteatro, così simile ad una <em>Plaza de Toros, </em>e nell&#8217;arena mi consolo rievocando la chitarra di David Gilmour, <em>Live at Pompei</em>, 1971.</p>
<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04723.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16047" title="DSC04723" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04723.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Vado alla ricerca delle pareti dipinte e salgo a ritroso il pendio, verso porta Vesuvio. Le <em>domus</em> più lussuose sono da questa parte, ma non sembrano accessibili. Lascio correre lo sguardo sul cancello chiuso degli <em>Amorini dorati</em>, un caposaldo della topografia infantile della mia Pompei di trent&#8217;anni fa.   Non c&#8217;è più il giardino con i tendaggi e le maschere appese ad oscillare. Gli abitanti sembrano fuggiti definitivamente e le pitture del terzo stile pompeiano non li rievocano più.  Non oso guardare oltre: la casa dei Vetti, poco più in là, è circondata da impalcature. Le strade, i marciapiedi, i selciati ed i muri in rovina, offrono l&#8217;ultimo contatto con la città archeologica. Suggeriscono un cataclisma diverso, che ha lasciato agli abitanti il tempo di fuggire e di portare con sè il ricordo delle immagine più belle della vita che c&#8217;era: le linee evanescenti del quarto stile pompeiano. In salita raggiungo Porta Vesuvio e vado a posare lo sguardo su alcune immagini dipinte che decorano il sepolcro di Vestorio Prisco. In questa piccola città dei morti fuori Porta Vesuvio, il tempo scorre da sempre in un orizzonte di eternità: i monumenti funerari non esigono una rilettura, anche se dissepolti restano quel che erano, vetrine postume di ricordi che sostituiscono le persone scomparse. Il tempo dei sepolcri scorre con naturalezza in un orizzonte di eternità e fa sembrare innaturale, faticoso e stridente, il tempo che scorre nelle strade deserte della città sottostante, dove verrebbe voglia di gridare: &#8220;c&#8217;è nessuno?&#8221;, come in guerra, dopo un bombardamento.</p>
<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04761.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16163" title="DSC04761" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04761.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Tiro su gli occhi per seguire il perimetro esterno delle mura. In questo tratto si innalzano tre torri: quella centrale, perfettamente restaurata, trent&#8217;anni fa era un belvedere dove i turisti si affacciavano per ammirare il panorama.  Ora lassù non vedo nessuno, anche la torre di Mercurio è diventata un miraggio: perchè dirigersi da quella parte se gli edifici sono tutti inaccessibili? Una famiglia di turisti fuori strada compare all&#8217;improviso e senza fare domande imbocca una strada evidentemente sbagliata, che non conduce agli scavi, ma fa salire sulla scarpata degli orti che insistono ancora su vasti tratti della città antica da disseppellire. Mi sembra una buona idea seguirli e perdermi anch&#8217;io con loro in un&#8217;idea settecentesca di città pompeiana vista dall&#8217;alto, che affiora a tratti fra la cenere.  Negli orti, al di sopra delle trincee delle strade antiche e dei muri che affiorano in lontananza, fino al limite della cenere spazzata via, il respiro si allarga ed il tempo ricomincia a scorrere senza l&#8217;ambiguità dei falsi storici e dei restauri in rovina. Vedo dall&#8217;alto gli &#8220;Scavi di Pompei&#8221;, che si alzano sull&#8217;antico suolo liberato dalla cenere e dai sedimenti del tempo, ma i segnali in lingua inglese tradiscono un altro significato: <em>Pompei ruins</em>, rovine di Pompei.  Ai turisti americani non interessa l&#8217;alacre tenacia degli archeologi che scavano e rimettono a nudo gli antichi splendori dell&#8217;età romana. Ciò che conta è <em>the remains</em>: quel che rimane e che si innalza contro il cielo in un nuovo ciclo di vita e di morte, liberato dalla cenere dell&#8217;oblio durato diciotto secoli. Il mito degli scavi si regge su un&#8217;illusione di eternità, ma la città scavata ricomincia a pulsare, mossa da forze disgregative che ne segnano il volto con le tracce di un&#8217;incombente rovina. Le prime case di Pompei si sono risvegliate duecent&#8217;anni fa.  La loro esistenza alla luce del sole si è giocata per lo più nell&#8217;età contemporanea.   Nessun muro, tantomeno una rovina, può  starsene congelata in un istante della storia.  L&#8217;apparente sospensione del tempo -l&#8217;effetto Pompei-  può rinnovarsi con l&#8217;artificio del restauro, con ricostruzioni consapevolmente finte.</p>
<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04716.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16164" title="DSC04716" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04716.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Negli orti al di sopra degli scavi ritrovo la familiarità di certe passeggiate archeologiche meno monumentali di Pompei ma immerse nella natura, come Carsulae fra le montagne della provincia di Terni o Amiternum vicino all&#8217;Aquila.  Mi riconcilio col sito archeologico più monumentale del mondo proiettandomi altrove e penso a quando, da altre parti, mi è capitato di dire: &#8220;sembra d&#8217;essere a Pompei&#8221; per commentare l&#8217;ottimo stato di conservazione di un monumento d&#8217;età romana.  La famiglia che vaga allegramente fra i campi con me, non sembra accorgersi d&#8217;essere fuori strada, solo un bambino si ribella e piange disperato perchè: &#8220;il posto dove siamo entrati non è la strada di Pompei dove vanno tutti gli altri&#8221;.  Lo turba che suo padre, ad un bivio della storia, abbia preso una strada diversa, probabilmente sbagliata.  Per rientrare negli scavi chiediamo all&#8217;ortolano ricurvo sui campi.  Dice che non dobbiamo preoccuparci, ci siamo già: &#8220;Il selciato romano si raggiunge da qui, dopo una scala &#8230;un cancello sembra chiuso, ma basta sciogliere il filo di ferro che lo tiene accostato&#8221;.  Eccoci di nuovo in Via dell&#8217;Abbondanza! L&#8217;allegra famiglia si dirige verso l&#8217;anfiteatro e mi saluta con diffidenza: ho provato a renderli partecipi della mia percezione settecentesca degli scavi di Pompei, negli orti soprastanti, ma sarebbe stato meglio se avessi offerto loro dello zucchero filato. Nel parco a tema delle <em>Pompei ruins</em> mancano ancora i venditori di caramelle e di palloncini agli angoli delle strade. Qualche ristorante, con menù squisitamente romano antico, potrebbe essere allestito in una replica californiana delle <em>Pompei ruins</em>, mentre nella vastità delle rovine originali, di aspetto post bellico, c&#8217;è solo un bar, marchiato autogrill, fra la piazza e le terme del Foro. La Soprintendenza archeologica non concede di più.</p>
<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04777.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16165" title="DSC04777" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04777.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Mi dispiace non vedere il rosso pompeiano delle case affrescate, il gioco dei quattro stili che avevo imparato a distiguere da bambino, viste le infinite repliche con poche varianti: il primo stile a riquadri geometrici, il secondo architettonico, con le colonne scanalate <em>trompe l&#8217;oeil</em>, il terzo alleggerito e surreale, il quarto etereo, come a voler significare l&#8217;evoluzione dello spirito verso forme sempre più astratte ed illusorie della percezione.  Mi guardo attorno in via della Fortuna, un custode sussurra qualche indicazione ad una coppia di turisti bene informati: &#8220;in fondo al secondo vicolo a destra, è aperta&#8230;&#8221;  In quell&#8217;angolo nascosto mi aspetto tutt&#8217;al più un magazzino, con qualche anfora murata nel pavimento.  Per un attimo non penso alle indicazioni che ho sentito pronunciare all&#8217;aria aperta.  Mi allontano ma ritorno subito sui mie passi, in fondo al vicolo c&#8217;è la sagoma del custode, lo vedo e gli chiedo da lontano:&#8221;si può?&#8221; Lui risponde con un cenno della testa:&#8221;sì, si può&#8221;.  Gli vado incontro sulla soglia di una porta antica: questa è la casa di Marco Lucrezio Frontone ed oggi è aperta, un capolavoro del terzo stile!  Nei muri neri risplendono i quadretti luccicanti con le scene mitiche più belle, i tratti raffinati dei colori come miniature fantastiche.   L&#8217;esplorazione archeologica di Pompei ha sete di immagini e quelle che appaiono nella casa di Lucrezio Frontone hanno ancora il potere di risvegliare il sogno di una città viva. Sono delicate ed effervescenti come un bicchiere di <em>champagne</em>.  Ne basta un sorso e già mi gira la testa. Non so come ringraziare il custode, mi sembra quasi di essergli entrato in casa e lui potrebbe aspettarsi una moneta di ricompensa, come dicevano le prime edizioni del <em>Touring Club </em>di cent&#8217;anni fa:  &#8221;Un donzello apre; mancia.&#8221;</p>
<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04781.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16166" title="DSC04781" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04781.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>I custodi  degli scavi di Pompei sono sempre piuttosto cordiali e rispondono volentieri alle domande. Nella casa di Lucrezio Frontone il custode è anche filosofo e fa una analisi dei flussi turistici a Pompei.  Così su due piedi, distingue tre categorie di visitatori: i turisti, gli appassionati e gli archeologi.  Gli archeologi sono esperti, ma sono anche un po&#8217; egoisti perchè nascondono le cose più belle, vogliono vederle soltanto loro.  I turisti tengono in piedi l&#8217;economia di Pompei, ma se ne vanno in giro a migliaia con la testa di qua e di là, non distinguono una pietra antica da una pietra moderna. Si perde tempo a stargli dietro.  Poi ci sono gli appassionati, che si informano prima, conoscono le aperture straordinarie e tornano a Pompei solo per entrare dove sanno che è aperto. Il custode mi osserva con aria di rimprovero. Lui preferisce gli appassionati. Dovrei appartenere anch&#8217;io a questa categoria, perchè allora non sono informato?  All&#8217;ingresso non ho trovato indicazioni, mi scuso dicendo che sono di passaggio, ma mi interessa quello che dice: &#8221;<em>Dieci anni fa cercavano gli sponsor per i restauri, ma non hanno trovato nessuno, zero.  Per questo la maggior parte delle case adesso è chiusa, non si possono riaprire con la normativa attuale.  I restauri di sessant&#8217;anni fa sono in rovina e andrebbero rifatti. E poi dovremmo ricollocare gli oggetti dove sono stati scoperti, anche sopra la cenere del vulcano&#8230; A Pompei ci sono passati in tanti.  Anche gli archeologi di Bologna sono stati qui cinque anni a ripulire uno per uno i muri della casa del Centenario, poi se ne sono andati e non li ho più visti.  Addirittura i Francesi avevano ricostruito una fullonica in via della Fortuna, per tingere i panni, ed ora è rimasto tutto lì, nessuno la usa: è antica o moderna?  Cosa capiranno i turisti fra cinquant&#8217;anni?  La malta dei restauri deve imitare i materiali antichi  o deve segnare una differenza</em>?&#8221;</p>
<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04771.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16167" title="DSC04771" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04771.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Siamo fermi a parlare sotto l&#8217;ombrello.  Uno scroscio d&#8217;acqua fa fuggire i turisti ed il pomeriggio invernale prosegue sotto un cielo di nuvole espressive.  Prima che sia sera voglio entrare nelle ultime residenze affrescate ancora aperte: la casa del Menandro e la villa dei Misteri.  Una sciatteria trasandata pervade la casa del Menandro.  Frammenti di macerie stendono un velo sul pavimento insieme alla polvere portata dal vento.  Basterebbe una scopa per cambiare l&#8217;aspetto di un luogo come questo, nascosto nella penombra di un pomeriggio invernale.  La villa dei Misteri è fuori Porta Ercolano e richiede di allungare il percorso col passo sostenuto attraverso la parte più alta della città, dove le residenze antiche si susseguono con le porte d&#8217;ingresso intatte, lasciando percepire al loro interno il logorio polveroso del tempo.  Oltre le mura il percorso scende nella via dei sepolcri, dove altre tombe acquietano l&#8217;ansia del tempo che scorre, nell&#8217;eternità. La villa dei Misteri appare al limite degli scavi, col rumore del traffico vicino.  L&#8217;ingresso laterale immette in un labirinto di cortili e di stanze illuminate a malapena.  La sala affrescata con le storie dei misteri la trovo alla fine, nell&#8217;ombra della sera.  La luce del tramonto filtra attraverso le persiane rotte di un bel restauro ormai datato e ritaglia la sagoma illuminata del sileno, su uno sfondo rosso infuocato, nella parete di fronte.  Un gruppo di asiatici occupa tutto lo spazio. Osservano diligentemente al di qua della corda che trattiene i visitatori al di fuori del vano affrescato.  Una guida illustra a lungo i dipinti, parlando una lingua per la quale mi è inutile ogni sforzo di comprensione.  La voce termina e la sala piomba in un silenzio ancora liturgico.  Fuori scorrono i rumori del traffico in lontananza.  Il rito del turista asiatico si conclude nel mistero dei <em>flash</em> che esplodono a centinaia davanti alle pitture, prima di abbandonare la sala. Sullo sfondo rosso pompeiano lampeggiano i frantumi dei volti degli iniziati ai riti misterici, atterriti -parrebbe- dalle schegge di luce improvvisa che li abbaglia.  I turisti si nutrono di immagini.  Il turismo globale le divora. Dovremmo parlare di<em> iconofagia</em> del turismo di massa.  Le pitture della Villa dei Misteri non resteranno ancora a lungo in quel luogo, a farsi divorare dai lampi delle macchine fotografiche. Ciò che non distrusse il Vesuvio, lo dissolviamo noi.</p>
<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04678.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16169" title="DSC04678" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2012/01/dsc04678.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><em>(5 Gennaio 2012)</em></p>
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		<title>Campo dei Fiori</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 21:58:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LoAl</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dicevo che avrei smesso di frequentare Campo dei Fiori se non ci avessi più trovato gli spiriti dei fantasmi di Roma, al riparo delle madonne sacre, agli angoli delle vie. Mi pare che quel momento sia arrivato. I bar alla moda invadono la piazza con i loro spazi coperti, chiamati dehors qui come a Riccione. La [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&amp;blog=4704483&amp;post=15920&amp;subd=lorenzoaldini&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dicevo che avrei smesso di frequentare Campo dei Fiori se non ci avessi più trovato gli spiriti dei fantasmi di Roma, al riparo delle madonne sacre, agli angoli delle vie. Mi pare che quel momento sia arrivato. I bar alla moda invadono la piazza con i loro spazi coperti, chiamati <em>dehors </em>qui come a Riccione. La gente degli aperitivi è un turismo che azzera le distanze: non si nutre più di pizza, spaghetti e mandolino, ma costruisce una finzione nuova attraverso le abitudini di un rito artificiale -quello degli aperitivi- che colonizza i luoghi e ne svuota l&#8217;anima.  Le piazze degli aperitivi diventano belle forme colorate senza odori: collezione di conchiglie senza mollusco. Le fiamme portatili dei riscaldamenti a gas sotto i tendaggi dei bar si allungano sinuose nelle teche di vetro,  d&#8217;altronde le fiamme hanno una lunga tradizione a Campo dei Fiori: basta chiederlo alla  statua di Giordano Bruno che guarda tetro col cappuccio calato sugli occhi.  Ancora fiamme danno il nome alla storica libreria <em>Fahareneit 451</em>, che sopravvive a Campo dei Fiori in barba ai <em>mega stores</em> ed alle vendite dei libri <em>on line</em>.  E&#8217; un baluardo di resistenza culturale per chi distingue i libri veri dalle ultime trovate di moda.</p>
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		<title>L&#8217;oste nella neve</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 19:43:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LoAl</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[La neve dell’Appennino è neve di collina.  La coltre bianca scompare in fretta, basta il sole oppure il vento di una giornata per fare riaffiorare la terra, nel battuto di un sentiero o nel solco fangoso delle ruote dei fuoristrada. Gli alberi con le ultime foglie ingiallite rimaste appese come cespugli bruni sui rami, disegnano forme [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&amp;blog=4704483&amp;post=15825&amp;subd=lorenzoaldini&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04542.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15901" title="DSC04542" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04542.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>La neve dell’Appennino è neve di collina.  La coltre bianca scompare in fretta, basta il sole oppure il vento di una giornata per fare riaffiorare la terra, nel battuto di un sentiero o nel solco fangoso delle ruote dei fuoristrada. Gli alberi con le ultime foglie ingiallite rimaste appese come cespugli bruni sui rami, disegnano forme secche e precise contro il bianco abbagliante della neve, un ricoprimento glassato dai bordi ondeggianti. Mi lascio guidare attraverso la neve in un percorso ai limiti della collina, con le forme collinari che sfiorano la definizione delle montagne, attorno agli ottocento metri di quota, al <em>Passo del Carnaio</em>, dove il Granduca Leopoldo nel 1840 aveva costruito l&#8217;ultimo tratto della sua grande strada carrozzabile fra Firenze e Bagno di Romagna. Era più di un&#8217;autostrada in quell&#8217;epoca di viaggi a dorso di mulo: una strada larga cinque metri, con una quantità di tornanti, curve regolari che salgono, scendono e risalgono i poggi paralleli della Romagna toscana, allora al confine con lo Stato della Chiesa.</p>
<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04553.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15902" title="DSC04553" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04553.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Il sole risplende e il cielo cristallino è così azzurro che sembra preso in prestito dagli sfondi dei Della Robbia, dalle terracotte invetriate che luccicano nel buio degli oratori di quest&#8217;angolo eremitico dell&#8217;Appennino. Dal <em>Passo del Carnaio</em> scendiamo a piedi le ampie curve di un percorso sterrato in direzione di Rio Petroso. L&#8217;antica mulattiera corre sulla cresta di un contrafforte, in discesa verso la valle del Bidente.  Il ramo più orientale dei tre che si congiungono nel fiume Bidente, ha un nome estroso: è il Bidente di Pietrapazza.  Le pietre di questa valle portano impressi i segni di una follia, forse a causa delle forme regolari degli infiniti strati di marne e di arenarie che si susseguono in serie e vengono allo scoperto nei versanti a reggipoggio, come il lavoro ossessivo di un demiurgo impazzito.  Ora non c&#8217;è anima viva ma cinquant&#8217;anni fa, su questa strada di crinale in discesa verso il fiume, c&#8217;era ancora qualcuno che si spostava a dorso di mulo, con le fascine di legna, su carretti rudimentali, come in India. Dopo un&#8217;ora di cammino, Rio Petroso appare  come un villaggio fantasma, prima col cimitero, poi con la chiesa scoperchiata, dove gli alberi hanno messo radici nel pavimento. Non è molto cambiato da come ricordo di averlo visto vent&#8217;anni fa. Nel processo di dissoluzione delle murature antiche, dopo il degrado che scoperchia i tetti, la corsa distruttiva si attenua nei ruderi sopravvissuti, che trovano una nuova stabilità in simbiosi con la natura, per decenni, forse per secoli, prima di scendere il gradino successivo della distruzione e diventare polvere di macerie sciolte.</p>
<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04520.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15903" title="DSC04520" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04520.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Proprio qui su queste montagne salivo spesso negli anni dell&#8217;Università, specialmente in primavera, quando gli esami erano ormai alle porte. Gli itinerari più bizzarri partivano dalla mente singolare di <em>Uliano Guerrini</em> ed erano accompagnati da sogni ad occhi aperti, che si perdevano nell&#8217;aroma della primavera. Su questi sentieri vedevamo l&#8217;ombra degli abitanti che se ne erano andati ormai da tre decenni: i ponti a schiena d&#8217;asino, le tracce dei mulini con le canalizzazioni superstiti ed i marchingegni di legno sbilenco, nel luogo dov&#8217;erano sempre stati. Le architetture rurali, i ballatoi e le arcate dei forni, producevano in noi un&#8217;eccitazione mentale, che si sfogava a malapena nelle lunghe salite a piedi e nelle corse in discesa, sulle pietre delle antiche mulattiere, prima del treno per Bologna, la domenica sera. Avremmo colonizzato volentieri la borgata in abbandono di Ca&#8217; Morelli, come una comunità autogestita di alternativi che fanno tutto da soli, perfino il pane, con gli antichi mulini ad acqua trasformati in centrali elettriche.</p>
<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04556.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15904" title="DSC04556" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04556.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Ora rivedo Ca&#8217; Morelli che è ancora lì, come un accampamento indiano in fondo alla discesa, con le case disposte ad arco attorno al pianoro, sopra al torrente.  Il tempo ha consumato i muri pericolanti, ora sarebbe una pazzia restaurarli, fuori luogo perfino nella valle di Pietrapazza. Se penso a Uliano, devo dire che adesso vive a Milano, verso Lambrate, con la famiglia.  La realtà ha ribaltato i sogni di allora in un contrappasso, ma non credo che saremmo stati più felici se fossimo rimasti ad abitare qui, circondati dalla natura e dall&#8217;abbandono. La strada in discesa non è finita, scende ancora parallela al torrente, in un bel paesaggio imbiancato di galaverna, fin dentro la gola stretta dov&#8217;è il <em>mulino di Culmolle</em>, che dovrebbe essere un agriturismo.  E&#8217; ora di pranzo: un ristorante a questo punto sarebbe perfetto.  Dunque attraversiamo il torrente a piedi e andiamo incontro all&#8217;odore di resina che esce insieme al fumo di un camino.  Speriamo in un piatto fumante di tagliatelle o di polenta con la salsiccia, là sotto. &#8220;C&#8217;è nessuno?&#8221; Apriamo la porta dell&#8217;osteria: ha il banco della mescita in ordine e la luce accesa, ma nessuno risponde.   L&#8217;oste non c&#8217;è e a noi non resta che mangiare i panini freddi portati da casa, seduti sotto il portico all&#8217;esterno.  C&#8217;è un gatto, sembra l&#8217;unico abitante di <em>Culmolle</em> e reclama la sua parte.</p>
<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04525.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15905" title="DSC04525" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04525.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Passa un quarto d&#8217;ora e finalmente il legittimo proprietario fa la sua apparizione nel cortile. Non è disturbato dalla presenza di qualcuno, però è stupito, perché con la neve non si aspetta escursionisti a piedi. Il ristorante è aperto solo su prenotazione e, senza prenotazione, lui non ha niente da vendere, neanche un caffè.  Però può offrire un bicchiere di vino -è gratis- e comicia a parlare.  Lo accompagna una serietà grave e un po&#8217; altezzosa, che si scioglie in un discorso fluido, senza via di scampo.  Lui è milanese ed ha comperato quel mulino nel 2001, per sè e per la sua famiglia, insieme ad altri soci, che se ne sono andati però, uno dopo l&#8217;altro nel corso degli anni: il primo subito, il secondo poco tempo fa.  Non gli dispiace rimanere, ma, di fatto, per lui non ci sono tante alternative.  Capisco che è legato a questo posto. Se anche volesse vendere il mulino, oggi non troverebbe acquirenti disposti a pagare il denaro che lui ha speso in tutti questi anni per ricostruire e consolidare, per dare un valore al suo agriturismo.  Il sangiovese nel bicchiere rianima la conversazione ed allontana il gelo come una medicina.  La prospettiva dell&#8217;oste nella neve, sul torrente di Pietrapazza, è molto vasta e sconfina nella macroeconomia:  &#8221;E&#8217; una pazzia parlare di crescita e credere di uscire dalla crisi con la crescita.  Di ricchezza c&#8217;è n&#8217;è tanta, concentrata nelle mani di pochi&#8230;&#8221;  Sarà mica comunista, l&#8217;oste nella neve?  Ma lasciamolo parlare: &#8220;dobbiamo mettere a punto nuovi meccanismi per redistribuire questa ricchezza, anche se nessun governo ha il coraggio di farlo, nè di destra, nè di sinistra.  E adesso mi vengono a dire che se faccio l&#8217;imprenditore, devo per forza guadagnare tanto quanto dicono loro, e pagare le tasse di conseguenza: ma se riesco a malapena a vivere? Cosa devo fare? Devo chiudere.&#8221;</p>
<p>&#8220;Da nessuna parte sta scritto che dobbiamo pagarli noi gli interessi del debito pubblico: è colpa nostra se non ci riusciamo?&#8221; L&#8217;oste nella neve è molto milanese: &#8220;non ci sono soldi per pagare le tasse e non possiamo difendere ad ogni costo questa Italia indebitata, assediata dalle banche e dalla speculazione internazionale&#8230; allora dovremmo avere il coraggio di azzerarci anche noi con una bancarotta, come hanno fatto gli Islandesi.&#8221; Insomma, azzerarci contro noi stessi, coi botti di capodanno.</p>
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		<title>Notizie dal Natale</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 22:30:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LoAl</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spot]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi dispiace abbandonare la scuola per due settimane, l&#8217;ultimo giorno prima delle vacanze, proprio adesso che è Natale e potremmo giocare tutti insieme sotto l&#8217;albero, aprire i regali e costruire un bel trenino a vapore, soprattutto con i più piccoli di prima media.  Ancor prima d&#8217;essere i miei studenti, questi sono i figli d&#8217;altra gente, e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&amp;blog=4704483&amp;post=15745&amp;subd=lorenzoaldini&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi dispiace abbandonare la scuola per due settimane, l&#8217;ultimo giorno prima delle vacanze, proprio adesso che è Natale e potremmo giocare tutti insieme sotto l&#8217;albero, aprire i regali e costruire un bel trenino a vapore, soprattutto con i più piccoli di prima media.  Ancor prima d&#8217;essere i miei studenti, questi sono i figli d&#8217;altra gente, e il Natale -si sa-  è una festa di famiglia.    Bube, il ragazzone di terza, non ha fatto ancora firmare l&#8217;ultima verifica di matematica.  Lo rimprovero scherzando: &#8221; Verrò a casa tua insieme a Babbo Natale per vedere la firma!&#8221;   Lui risponde: &#8220;Professore, può venire quando vuole, è il benvenuto, anzi&#8230; il giorno di Natale può anche fermarsi a pranzo.&#8221;  Non sarebbe male un pranzo a casa di Bube.  Mi vedo già: il vecchio professore che sorseggia una zuppa calda, ospite di un allievo generoso, a Natale.  E&#8217; una storia da romanzo russo dell&#8217;Ottocento.  Per attenuare la sindrome d&#8217;abbandono dell&#8217;ultimo giorno di scuola, dovrei farmi una famiglia anch&#8217;io .</p>
<p>La notte di Natale vado a messa nella chiesa dell&#8217;amico prete di città, mentre il giorno di Natale salgo in collina, dall&#8217;amico prete di campagna, in una chiesa piccolissima con le ragnatele appiccicate al soffitto. Nel sonno che precede la festa, sogno una chiesa della mia infanzia invasa da Senegalesi, uomini, donne e bambini neri, tanto pigiati da non lasciare posto ai bianchi che vorrebbero entrare. Io mi faccio largo ugualmente, qualcuno di loro esce perché non ha voglia di restare e dopo un po&#8217; c&#8217;è di nuovo posto per tutti.  In questo racconto non trovo una facile morale. Avevo sognato qualcosa di strano anche a Pasqua: le periferie invase dagli orti degli arabi, con i confessionali (bei pezzi d&#8217;artigianato artistico del millesettecento) sparsi all&#8217;aperto e riutilizzati come pollai. Il confessionale a Natale è un distributore automatico di penitenze. L&#8217;amico prete di campagna lamenta turni di lavoro massacranti e l&#8217;impossibilità di curare adeguatamente tutte le anime, <em>specialmente le più bisognose della misericordia divina</em>. Tocca tutto a lui: non può prescrivere cure specialistiche al Vescovo (il Vescovo non è un primario d&#8217;ospedale). Invece l&#8217;amico prete di città parla dal pulpito e vorrebbe scuotere gli animi dei suoi fedeli di città, con un richiamo alla sobrietà ai tempi della crisi, mentre il vice parrroco, un nero della Costa d&#8217;Avorio, legge una testimonianza toccante della guerra civile che sta insanguinando quella terra.</p>
<p>In cerca di un livello sublime di spiritualità, salgo a La Verna, al tramonto.  Qui è limpido e non occorrono tante parole.  A San Francesco basta una pagina della bibbia, una a caso.  Mi fermo a leggere anch&#8217;io una pagina aperta a caso sull&#8217;altare.  Le terracotte robbiane alle pareti confondono il divino con il bello e mi lasciano vittima di questa felice ambiguità.  Di ritorno sul sentiero della Beccia è ormai buio.  Nel cielo rosso e blu si accendono per primi i pianeti, Venere e Giove. Di buon passo, dietro di me, tre suore sudamericane recitano un rosario canoro e scivolano per gioco sulla neve.  I rami spogli del bosco tessono decorazioni nere contro il cielo ormai nero della notte precoce del venticinque dicembre.</p>
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		<title>Il foglio protocollo</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 09:27:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LoAl</dc:creator>
				<category><![CDATA[Impressioni]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell&#8217;età dell&#8217;informatica e dei corsi on-line, l&#8217;utilizzo del foglio protocollo nella scuola media può sembrare un richiamo al passato, come il tiro con l&#8217;arco.  Ma il tiro con l&#8217;arco è uno sport affascinante: permette di esercitare l&#8217;equilibrio, allineando lo sguardo, il corpo e la mente.  Anche il foglio protocollo è un rito che allinea i gesti ed i pensieri: occorre piegarlo bene e poi scrivere il nome a metà, nella colonna giusta.   Prepararlo correttamente  non è affatto banale  e consegnarlo in ordine è un esercizio.  In prima media può essere complicato, ma in seconda ed in terza diventa una parte dei riti di iniziazione verso l&#8217;età adulta. Visto che la sua forma e le sue dimensioni sono quelle di un quadernone aperto a metà, alla richiesta di un foglio protocollo viene naturale strappare un foglio dal primo quadernone che capita sotto mano. Lo strappo è un gesto brusco ed approssimativo, niente a che vedere con il tiro con l&#8217;arco.  Nella maggior parte dei casi il foglio viene staccato male, con strappi sul dorso.  Ci vuole più impegno: il foglio protocollo è un&#8217;altra cosa, è una scelta volontaria che comincia la mattina prima di entrare a scuola. Bisogna fermarsi in un negozio e chiedere: &#8220;un foglio protocollo!&#8221;.  La carta è più pregiata ed il foglio più leggero.</p>
<p>Ho deciso di dare voti più alti a chi utilizza il foglio protocollo nei compiti di verifica in classe. Sembrava chiaro a tutti, ma ancora una volta mi ritrovo a correggere pagine di carta pesante, che, al centro, portano i segni dei buchi delle graffette. Sono stati staccati da un quaderno, con tutta la cura possibile, daccordo, ma non sono fogli protocollo. Eppure mi sembrava di avere spiegato bene la differenza.  In classe lo faccio notare: non posso alzare i voti come avevo promesso.  &#8221;Ma come? &#8221; sento rispondere: &#8220;li abbiamo comprati dal tabaccaio!&#8221;   Il mondo del commercio non è alleato dei miei intenti pedagogici.  Devo modificare il mio giudizio e premiare almeno le intenzioni di chi si trova in difficoltà ed era in buona fede.   Un quaderno costa un euro e cinquanta e contiene quaranta fogli.  Al tabaccaio conviene vendere questi fogli uno alla volta, ciascuno al prezzo di dieci centesimi: &#8220;Tanto  a scuola nessuno vede la differenza fra un foglio di quaderno ed un foglio protocollo&#8221;.  In due parole ho introdotto il concetto di speculazione economica e credo che i ragazzi l&#8217;abbiano capito: andranno dal tabaccaio a protestare.</p>
<p>La crisi finanziaria globale che assottiglia i nostri risparmi ha radici profonde, diramate perfino nei negozi dei tabaccai, all&#8217;ingresso di una scuola media di provincia.  Non c&#8217;è valore aggiunto nello strappo di una pagina da un quaderno, ma la nostra economia si regge anche su questo, sempre di più.  Cerchiamo il valore aggiunto di beni e servizi nelle zone grige, che si allargano fra una forma ed una sostanza sempre più divaricate.  L&#8217;immagine ha il sopravvento (l&#8217;immagine approssimativa, ciò che sembra vero al primo sguardo superficiale).  Ma poi, a lungo andare, prevale quello che c&#8217;è sotto, chiamiamolo pure &#8220;realtà&#8221;.</p>
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		<title>L&#8217;antisindacalismo dell&#8217;ermafrodito a Villa Borghese</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 17:10:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LoAl</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[7 Dicembre. L&#8217;appuntamento è a mezzogiorno e trenta, nel piazzale di Villa Borghese. L&#8217;amico storico dell&#8217;arte Tommaso Casini fissa l&#8217;incontro con mezz&#8217;ora d&#8217;anticipo, come precauzione contro i ritardi cronici della circolazione romana, avendo prenotato una visita in Galleria all&#8217;una in punto.  Le mie abitudini cispadane mi guidano alla meta in perfetto orario, anzi in anticipo, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&amp;blog=4704483&amp;post=15614&amp;subd=lorenzoaldini&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04412.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15683" title="DSC04412" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04412.jpg?w=300&#038;h=224" alt="" width="300" height="224" /></a></em>7 Dicembre. L&#8217;appuntamento è a mezzogiorno e trenta, nel piazzale di Villa Borghese. L&#8217;amico storico dell&#8217;arte Tommaso Casini fissa l&#8217;incontro con mezz&#8217;ora d&#8217;anticipo, come precauzione contro i ritardi cronici della circolazione romana, avendo prenotato una visita in Galleria all&#8217;una in punto.  Le mie abitudini cispadane mi guidano alla meta in perfetto orario, anzi in anticipo, passando da Fontana di Trevi e avendo pure il tempo di dare un&#8217;occhiata all&#8217;Accademia di San Luca.  La temperatura è tiepida, il sole brillante ed il cielo blu.  E&#8217; inverno solo nei contrasti eccessivi delle foto digitali.  Davanti a Villa Borghese scatto due immagini e mi fermo al sole. I turisti con le borse a tracolla vanno e vengono senza entrare, l&#8217;ingresso sembra ancora chiuso: &#8220;possibile?&#8221;.  Eppure abbiamo già una prenotazione in tasca per entrare all&#8217;una.  Apre oggi la mostra &#8220;I Borghese e l&#8217;antico&#8221; che rimette la collezione di Scipione Borghese nella collocazione originaria, dov&#8217;era prima di essere venduta alla Francia, duecento anni fa: sessanta sculture d&#8217;età romana, fra cui <em>Le tre Grazie</em> e <em>l&#8217;ermafrodito,</em> ricreano un museo d&#8217;altri tempi negli spazi già ricchissimi della Galleria Borghese, ma non credo che potremo entrare.  Alla porta è appiccicato un foglio formato A4, dove la stampa di un computer informa: &#8220;Museo Chiuso&#8221; e, per chi non avesse capito, ripete <em>Museum Closed</em>.  Il professor Casini appare nel frattempo col passo solenne e l&#8217;immancabile impermeabile. Ha comperato due biglietti sul web e vuole vederci chiaro in questa faccenda. Il tentativo di una spiegazione è scritto su un altro foglio formato A4 che penzola davanti al pannello dell&#8217;orario: il personale del museo è impegnato in una assemblea sindacale, dalle undici alle diciassette. E&#8217; inconcepibile un&#8217;assemblea sindacale nel giorno d&#8217;apertura della mostra, tanto più un&#8217;assemblea dalle undici alle diciassette, nelle ore centrali della giornata.  C&#8217;è un numero da chiamare, al telefono qualcuno ha la cortesia di rispondere, ma non ha molto da aggiungere: &#8220;provate a tornare alle diciassette, forse a quell&#8217;ora riuscirete ad entrare&#8221;.</p>
<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04406.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15688" title="DSC04406" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04406.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Ritorniamo dunque alle cinque, all&#8217;ora del crepuscolo e del traffico, questa volta in automobile. Nella viabilità congestionata troviamo per magia un parcheggio libero ai cancelli di Villa Borghese.  Ordinatissimi in fila nel piazzale antistante, i visitatori in attesa cominciano a scorrere davanti ai nostri occhi e ad entrare nel semi-interrato della biglietteria, tetri e misteriosi come le processioni notturne di Goya, alle cinque della sera. Ci uniamo a loro, ma la fila si arresta dopo aver saturato lo spazio interno della biglietteria e riprende poi a scorrere lentamente, a singhiozzo, con nervosismo.   Il professor Casini borbotta qualche &#8220;mah&#8221; e &#8220;non capisco&#8221;: vuole vederci chiaro in tutta questa faccenda.  Non è stata data notizia ai giornali e la nostra Bella Italia  fa una brutta figura con i turisti stranieri <em>Idon&#8217;t-understand,</em> che sono rientrati in albergo e credono di avere perso l&#8217;opportunità di visitare la Galleria, per colpa di assemblee impreviste, lunghe quanto convegni internazionali.  Il diritto alla visita soccombe di giorno sotto il diritto di sciopero, <em>ubi maior&#8230;</em>, ma la notte i diritti si riappacificano coi rovesci della sorte anche a Villa Borghese, basta un po&#8217; di pazienza. Chi avesse prenotato una visita per le ore precedenti, può entrare adesso fra le cinque e le sette di sera. In fila c&#8217;è un tipo di Avellino che parla come Silvio Orlando. Dice di lavorare a Roma e di non avere avuto ancora il tempo di conoscere le <em>meraviglie antiche e moderne della città</em>. I miei suggerimenti sembrano vaneggiamenti, sotto lo sguardo sicuro del professor Casini che invece tiene banco con una conferenza improvvisata sui tempi e sui modi di una visita a Roma.</p>
<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04407.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15690" title="DSC04407" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04407.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Finalmente dentro, la fila si slabbra e ristagna davanti al banco della biglietteria.  Un tipo urlante sedicente giornalista furoreggia contro i disservizi della Galleria, che non riconosce il diritto dei giornalisti ad entrare gratis. Che colpa ne hanno le bigliettaie?  Loro fanno un altro mestiere, in appalto ad una ditta esterna, eppure devono offrire il fianco a queste proteste: &#8220;scriva pure sul suo giornale, chissà se qualcuno lo leggerà&#8221;, dico: &#8220;qualcuno dei responsabili&#8230;&#8221;.  La sfuriata del sedicente giornalista porta la tensione alla stelle e non permette al professor Casini di continuare sullo stesso tono.   Intanto l&#8217;avellinese sosia di Silvio Orlando se ne va, perchè non ci sono biglietti in vendita, neanche per i giorni successivi, vista l&#8217;incognita degli scioperi.  Adesso tocca a noi.  I nostri biglietti acquistati sul web sono un titolo sufficiente per entrare subito in Galleria, ma il professor Casini non rinuncia a porre domande alle bigliettaie appaltate in crisi di nervi: &#8220;perchè&#8230;?&#8221;.  Lo chiede  timidamente, per prendere le distanze dalla reazione scomposta del giornalista che l&#8217;ha preceduto, ma un muro di gomma difende le ragioni di questo sciopero e rende vana qualunque richiesta.  Ci dirigiamo dunque verso la prima sala della Galleria, attraverso il labirinto del seminterrato.  Alcune signore in divisa da custode presidiano ringhiose il varco d&#8217;accesso alla scala a chiocciola che immette nelle sale antiche di Villa Borghese: &#8220;Quando avete comperato questi biglietti? La biglietteria adesso è chiusa!&#8221;  Il titolo d&#8217;ingresso gentilmente rilasciato dalle professioniste in appalto in biglietteria, non sembra valido per i titolari di un posto di lavoro a tempo indeterminato a Villa Borghese.  Sopra c&#8217;è scritto &#8220;omaggio&#8221;, ma il professor Casini dice di aver pagato quei biglietti otto euro cadauno, sul web, la sera prima.  Lo dice con voce morbida e sicura, tanto che mi par d&#8217;essere in compagnia di Virgilio, alle porte dell&#8217;inferno. &#8220;Non ti curar di lor&#8230;&#8221; io sono impaziente d&#8217;entrare.</p>
<p><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04405.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-15691" title="DSC04405" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2011/12/dsc04405.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Le sculture del Cardinale Scipione sono in numero sovrabbondante rispetto ai nostri canoni estetici e la mostra a Galleria Borghese è un&#8217;esperienza fuori dal tempo.  Le atletiche imitazioni delle sculture ellenistiche riempiono le sale, oltre i limiti concepibili per un museo di gusto contemporaneo: sono forme prevalentemente virili (in apparenza) che mettono in bella mostra una ambigua sessualità: &#8220;Sti cazzi!&#8221; Alla faccia del Cardinale Scipione e di tutta la Santa Madre Chiesa. Mi ricordo com&#8217;era la Galleria Borghese fino al 1997, prima della completa riapertura delle sale.  Per vent&#8217;anni era stato possibile vedere solo Paolina Borghese del Canova, al freddo, fra le impalcature e gli attrezzi dei muratori. Poi la villa era riapparsa in tutta la sua magnificenza, con una forza visiva ineguagliabile mostrava cos&#8217;era il gusto seicentesco: il reimpiego dell&#8217;antico in chiave moderna, come oggi potrebbe essere il riutilizzo del Colosseo in uno stadio di acciaio, vetro e cemento.  Ora che la collezione di Scipione Borghese è ritornata di nuovo al suo posto, la villa appare sotto un altro aspetto, all&#8217;apice dell&#8217;<em>horror vacui</em> barocco.   La vendita della collezione di Scipione Borghese alla Francia di Napoleone, ha avuto  senso agli esordi del neoclassicismo ed ha ridato agli interni di Villa Borghese una sobrietà puramente architettonica, più vicina al bello che intendiamo oggi, ma che non interpreta in modo filologico il gusto del collezionista di quattro secoli fa, un gusto appagato dall&#8217;accostamento di geni alati, ermafroditi e togati, nella penombra orgiastica di un godimento privato, antesignano del porno <em>trans</em>.  Di grande raffinatezza, s&#8217;intende: niente a che vedere con i <em>trans</em> di Piero Marrazzo.</p>
<p>Il professor Casini riappare finalmente col sorriso.  E&#8217; riuscito ad estorcere una confessione all&#8217;ultimo custode con cui si è intrattenuto in ascensore. C&#8217;è voluto un po&#8217; di tempo, ma la guardia ha vuotato il sacco: &#8220;Non c&#8217;è stata nessuna assemblea sindacale, era uno sciopero in piena regola!&#8221;   I motivi?  Conflitti di competenza.  Gli accordi con la compagnia assicurativa prevedono un potenziamento dei servizi di guardia, che devono essere realizzati da personale temporaneo, qualcosa di assolutamene antisindacale.  Per questo i custodi si oppongono: restano fermi all&#8217;ingresso ed i visitatori possono muoversi nelle sale senza essere disturbati, possono sfiorare il bacino dei togati e dei geni alati, nessuno qui attorno che dica &#8220;non toccare!&#8221;.  L&#8217;ermafrodito disteso col sedere in su, <em>ha uno di quei corpi che fanno impazzire entrambi i sessi,</em> direbbe Woody Allen.   Non è una provocazione, ma il barocco di Scipione Borghese esce dal quadro di riferimento del sindacalismo contemporaneo. Bisognava capirlo prima.</p>
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		<title>Vedute romane (II)</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 16:43:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LoAl</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Roma Esquilino, mattina.  Il Signor Fugazza paga l&#8217;albergo e si attarda al banco della reception.  C&#8217;è poco spazio all&#8217;Hotel Santa Prassede e lui parla ad alta voce per farsi sentire da tutti.  All&#8217;ingresso stanno pigiati i tavoli rotondi delle colazioni coi turisti scandinavi ammutoliti e con gli altri ospiti di passaggio, gente per lo più [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&amp;blog=4704483&amp;post=15603&amp;subd=lorenzoaldini&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Roma Esquilino, mattina</em>.  Il Signor Fugazza paga l&#8217;albergo e si attarda al banco della <em>reception</em>.  C&#8217;è poco spazio all&#8217;Hotel Santa Prassede e lui parla ad alta voce per farsi sentire da tutti.  All&#8217;ingresso stanno pigiati i tavoli rotondi delle colazioni coi turisti scandinavi ammutoliti e con gli altri ospiti di passaggio, gente per lo più del Nord Italia.  Il signor Fugazza ha l&#8217;impermeabile sotto braccio e la voglia (tipica milanese) di farsi sentire.  Ha un&#8217;aria mediamente distinta -da aperitivo in galleria sotto la madonnina- e gli anni di chi ha conosciuto tante storie: il dopoguerra, il sessantotto, la &#8220;Milano da bere&#8221; e Vittorio Feltri.  Dall&#8217;alto delle sua posizione, presunta dominante, deforma la bocca in uno spasimo per decantare la magnificenza di una donna vista in strada la sera prima:   &#8220;Una gran cavalla, di quelle da metterci la cinghia in bocca: ma era già con lo stallone, poco da fare!&#8221;   Un erotismo scurrile alimenta ad alta voce le fantasie della terza età, che vuole riconciliarsi, almeno a parole, con l&#8217;impotenza senile, in un perfetto stile da talk show.  Dopo il preambolo verbosamente autoerotico, il signor Fugazza parla di Giorgio Napolitano più o meno con lo stesso tono: &#8220;ci tocca prenderla nel culo anche da quel vecchio stronzo&#8221;.  Apprezzo la professionalità del portiere che ascolta con attenzione e non dà segni di smarrimento.  Siamo tutti spettatori di una gerontomachia.  Io faccio colazione, ma non trovo il burro.</p>
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