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		<title>Riepilogo musicale</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Dec 2009 11:08:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pontediferro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Impressioni]]></category>

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		<description><![CDATA[La doppiezza di Berlino si vede ancora nella ridondanza dei luoghi per la musica che luccicano ovunque: due Teatri dell&#8217;Opera,  l&#8217;Auditorium ed il Konzerthaus, entrambi con due sale, una grande per l&#8217;orchestra sinfonica ed una piccola per la musica da camera.  L&#8217;offerta musicale di Berlino è così abbondante che porterebbe alla rovina chiunque avesse voglia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&blog=4704483&post=5367&subd=lorenzoaldini&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:left;"><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/12/dsc02137.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5497" title="DSC02137" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/12/dsc02137.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>La doppiezza di Berlino si vede ancora nella ridondanza dei luoghi per la musica che luccicano ovunque: due Teatri dell&#8217;Opera,  l&#8217;Auditorium ed il Konzerthaus, entrambi con due sale, una grande per l&#8217;orchestra sinfonica ed una piccola per la musica da camera.  L&#8217;offerta musicale di Berlino è così abbondante che porterebbe alla rovina chiunque avesse voglia di comperare biglietti per tutto quello che viene offerto.  Così, come soggetto a rischio, mi sono dovuto imporre alcune regole: non più di due o al massimo tre concerti la settimana, sempre e rigorosamento con i biglietti più economici.  I prezzi che nei teatri italiani darebbero diritto ad un posto nel loggione, nelle sale da concerto berlinesi collocano lo spettatore in posizioni laterali o lontane, piuttosto scomode per la visione, ma non per l&#8217;ascolto.  Dalle prospettive più bizarre della Philarmonie ho assistito ad alcuni concerti indimenticabili: il Requiem di Brahms, la Messa Salisburgensis di Biber ed ho visto i Berliner Philarmoniker diretti da Simon Rattle.</p>
<p style="text-align:left;">La prima volta che sono entrato, è stato con un biglietto comperato quasi per caso qualche giorno prima del concerto.   Mi sono lasciato guidare dalla gente in attesa davanti al botteghino della prevendita, dov&#8217;erano ancora disponibili alcuni biglietti, pochi posti a buon mercato nel settore <em>speciale D</em> della grande sala, prima del tutto esaurito.   Ignoravo il programma: i Berliner Philarmoniker avrebbero potuto suonare qualunque cosa, sarebbe stata comunque una grande esperienza.  Col mio biglietto conservato come un amuleto nel portafoglio per tre giorni, la sera del concerto mi trovo ad occupare una poltrona del settore speciale, insieme a pochi altri, in un piccolo balcone issato nel punto più alto della Philarmonie, proprio sopra l&#8217;orchestra, tanto che mi pare di planare come un angelo sulla testa dei musicisti e del direttore Simon Rattle che vedo chiaramente in faccia: sorrisi, smorfie e capelli ricci candidi.</p>
<p style="text-align:left;"><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/12/dsc019851.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5510" title="DSC01985" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/12/dsc019851.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Musiche di Schoenberg dal titolo complesso e dalle sonorità indistricabili, invadono la sala nella prima parte del concerto.  Anche nella seconda parte i Berliner Philarmoniker affrontano Schoenberg, ma in una pagina assai diversa, la trascrizione per orchestra dell&#8217;opera venticinque di Brahms.   Dopo le alchimie dodecafoniche, il classicismo di Schoenberg suona come un esercizio di stile, non credo che Brahms avrebbe apprezzato questa tardiva reinterpretazione sinfonica del suo capolavoro giovanile per pianoforte ed archi. Certuni parlano della trascrizione di Schoenberg come se si trattasse della quinta sinfonia di Brahms, ma questa versione orchestrale resta lontana dalla tessitura delle sinfonie  Brahmsiane: assomiglia di più ad una danza ungherese, soprattutto in quel finale “alla zingarese” che sposta l&#8217;orchestra sul ritmo di un grande ballo popolare.</p>
<p style="text-align:left;">I musicisti sul palco sono davvero tanti, come artigiani indaffarati sui propri strumenti in un laboratorio d&#8217;altri tempi,  circondati da un pubblico straripante che affolla la sala fin dentro al podio. I movimenti del direttore guizzano al centro della geometria sonora dell&#8217;auditorium: Rattle guarda sicuro, sembra davvero felice, saltella e si diverte come se stesse giocando.   Dalla punta della sua bacchetta sgorga un portentoso volume.  Ondate di ottoni inseguono i violini, i bassi li smorzano, rimproverati dalle percussioni.  Nell&#8217;alveo ligneo del podio, l&#8217;orchestra respira e canta come un solo strumento nelle mani del direttore, potente con le masse sonore, delicato quando abbassa il volume, sempre preciso ed esatto ma senza fatica, apparentemente senza peso.</p>
<p style="text-align:left;"><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/12/dsc02080.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5500" title="DSC02080" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/12/dsc02080.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Avrei desiderato rivedere i Berliner Philarmoniker anche sotto la direzione di Zubin Metha, la sera del cinque dicembre, ma non è stato possibile.  Quando a Berlino ci sono i grandi divi, la scritta &#8220;tutto esaurito&#8221; ai botteghini compare con mesi d&#8217;anticipo.  Non potendo entrare nella sala grande della Philarmonie,  la sera del cinque dicembre varco per la prima volta la soglia del Konzerthaus, nel cuore monumentale di Mitte al Gendarmenmarkt.   Probabilmente sono più interessato al luogo che al concerto, nella vigilia piovosa di Santa Klaus,  quando scopro l&#8217;altra metà dell&#8217;anima musicale di Berlino, classica, solenne come tutte le architetture storiche sopravvissute alla guerra ed incantate da quarant&#8217;anni di regime comunista.  Vado ad appollaiarmi su un palco del secondo ordine,  in un terrazzo diritto lungo i lati di una sala rigorosamente rettangolare, coi lampadari enormi di cristallo che prolungano lo stupore del passato.  Attorno ci sono i busti dei grandi musicisti, a distanza regolare l&#8217;uno dall&#8217;altro.  Nella parete dietro di me si affaccia Ector Berlioz, lo fisso negli occhi e mi vien quasi da salutarlo quando le luci si abbassano ed il concerto comincia.</p>
<p style="text-align:left;">L&#8217;orchestra del Konzerthaus ha in programma una serata varia e ricca: l&#8217;overture di Schumann <em>sulle scene del Faust di Goethe</em>, il bellissimo concerto per violocello di un autore che scopro solo adesso (Frank Martin) e poi, tanto per finire, la settima sinfonia di Bruckner.  Alcune persone sedute davanti a me hanno l&#8217;aria di chi è a casa propria. Le guardo da dietro, quelle vecchie signore coi capelli bianchi, acconciate in modo antiquato e con tagli approssimativi.  Non assomigliano alle frequentatrici dei teatri dell&#8217;ovest: chissà da quanti anni hanno un abbonamento qui al Konzerthaus, da trenta? Da quarant&#8217;anni? Chissà.  Per certa gente dell&#8217;est, la caduta del muro non ha cambiato la mappa delle abitudini.</p>
<p style="text-align:left;">Bruckner dovrebbe essere un autore pesante, ma nella notte magica di <em>Santa, </em>sul podio berlinese del Konzerthaus, la settima sinfonia inanella una dopo l&#8217;altra le sue parti come i misteri di un rosario solenne, senza vincoli di spazio e di tempo.  Nel 1945 la radio tedesca diffuse nell&#8217;aria questa musica per annunciare la fine del grande dittatore.   Un bambino in prima fila chiude gli occhi e vorrebbe fuggire, appoggia la testa in braccio al padre e cerca di dormire.  Quella musica lo spaventa.  I genitori  gli sussurrano parole dolci per fargli capire quant&#8217;è bello: quel concerto è un regalo di Santa Klaus! Ma il bambino non ne vuole proprio sapere, il padre lo scuote, la madre guarda senza dire nulla e capisce di avere sbagliato.  La musica di Bruckner non può occupare i sogni dei piccoli.</p>
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		<title>Alexanderplatz, stazione di polizia</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 16:08:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pontediferro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Da quando gli è stato rubato il computer portatile, il matematico turco Verruh non chiude più a chiave la porta della sua stanza, perchè evidentemente non ha più molto da nascondere.  Che sfortuna! Non portava mai il computer con sè, per paura di romperlo o di dimenticarlo in giro: alla possibilità di un furto [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&blog=4704483&post=5262&subd=lorenzoaldini&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Da quando gli è stato rubato il computer portatile, il matematico turco Verruh non chiude più a chiave la porta della sua stanza, perchè evidentemente non ha più molto da nascondere.  Che sfortuna! Non portava mai il computer con sè, per paura di romperlo o di dimenticarlo in giro: alla possibilità di un furto non ci pensava proprio, nell&#8217;ambiente del Goethe Institut di Berlino.  Ma mercoledì aspettava una risposta urgente dal decanato della sua università di Ankara e aveva bisogno di tenere d&#8217;occhio la casella di posta elettronica.  Era in ansia perché il direttore di facoltà, un burocrate di primo piano, aveva cambiato idea circa la sua imminente trasferta presso l&#8217;Università di Magdeburgo, da Gennaio a Marzo del 2010.   Costui aveva tutte le intenzioni di revocargli il permesso, perché <em>l&#8217;attività didattica in Turchia è più importante della ricerca all&#8217;estero</em>.   Parole inaudite, per Verruh, che dice d&#8217;essere il soggetto trainante della ricerca della sua Università.   Chi vorrebbe impedirgli la trasferta in Germania è un incapace barricato dietro le carte della burocrazia.   Verruh se ne sarebbe già andato definitivamente dalla Turchia (almeno così dice)  se non avesse una moglie e due figlie ad Ankara, due splendide bambine per nulla contente di un padre in fuga all&#8217;estero.</p>
<p>Cosí, per tenere sotto controllo la posta elettronica, mercoledí  prende su con sé il computer portatile e lo appoggia in un angolo della Biblioteca, propriamente detta <em>Mediotek</em> qui al Goethe Institut di Berlino, con tutta l´enfasi riservata alle nuove tecnologie. Va a sedersi nell´angolo piú nascosto, per non dare nell´occhio con le sue innovative ricerche sui <em>metodi matematici per la</em> <em>riduzione del rumore nella trasmissione dei pacchetti digitali  potenze di due</em>.   Si mette davanti ad un televisore guasto, sicuro di non portare via il posto a nessuno che volesse guardare un film in lingua originale tedesca.  E´nervoso, si alza spesso, si allontana, ritorna, se ne va ancora.  Verso le cinque lascia la sala e prolunga la sua assenza per un caffé al bar.  Proprio in quel momento due giovani col cappellino e l´aria medio-orientale entrano e si fermano nell´angolo di Verruh, sicuri del fatto loro.  Sembrano idraulici o elettricisti, li osservo e penso: &#8220;saranno qui per il televisore rotto&#8221;.    In pochi minuti i due con la faccia mora se ne vanno, ma il televisore é ancora lí. Quel che viene a mancare é il computer portatile, che Verruh aveva chiuso e nascosto sotto alcuni libri.   Cosí quando torna esclama sconvolo il mio nome, non sapendo a chi altri rivolgersi crede che posso aver preso io il suo computer<em>.</em> Ci metto un attimo per intuire la natura del sopralluogo dei due mori col cappellino. Atre persone sedute attorno a me confermano la mia impressione, ma nessuno di noi puó dire di aver visto il furto.  Dopo le quattro e mezzo all´ingresso non c´é piú il  portiere  titolare (un tipo panciuto in lá con gli anni) ma una ragazza giovane e piacente, la quale ha altro a cui pensare e non distingue le facce di chi entra.  I due mori <em>mano-lesta</em> evidentemente lo sanno.</p>
<p>Fossimo stati  in Italia, avremmo trovato subito un informatore, uno di quei tipi che non-sai-cosa-fanno-nella-vita, proprio lí fuori sul marciapiede, il quale dopo qualche esitazione ci avrebbe indirizzato verso un angolo sconosciuto della cittá, dove avremmo potuto contrattare l´acquisto di un computer usato, come quello rubato, praticamente uguale.  Ma a Berlino, a Shoenauser Strasse, non é cosí.  La piccola criminalitá si muove anche qui liberamente, ma senza punti di contatto con la societá ufficiale, come una societá parallela che occupa le fessure libere, fra un mansionario e l´altro dei contrattisti a termine, perfino nelle aule del Goethe Institut.</p>
<p>Verruh si lascia prendere dall´ansia, telefona in Turchia al suo assistente  e fa bloccare la carta di credito.   Probabilmente i ladri sono Turchi come lui, questo lo fa sorridere e gli procura maggiore apprensione, perché possono leggere e capire quello che lui ha scritto, possono&#8230; divulgare le sue ricerche prima che lui le abbia pubblicate (é si, proprio quelle! Le ricerche per la <em>riduzione del rumore nella trasmissione dei pacchetti digitali  potenze di due). </em>Prima che sia troppo tardi deve assolutamente porgere denuncia alle forze dell´ordine, ma nessuno  fra il personale del Goethe  sembra scosso piú di tanto, come se il furto non riguardasse direttamente l´Istituto.  In effetti nessuno ha una responsabilitá diretta su quello che é avvenuto, ognuno ha rispettato il proprio mansionario: cos´altro doveva fare?</p>
<p>Alla ragazza di guardia al primo piano, viene  assegnato l´incarico di accompagnare Verruh alla stazione di polizia nell´isolato retrostante AlexanderPlatz, mentre a me viene chiesto di scortare entrambi in qualitá di testimone.  La ragazza-immagine del primo piano ha una voce ben educata, é bionda con gli occhi blu,  ha i capelli di un angelo <em>Jugendstil, </em>un viso delicato che pare di marzapane, la punta delle gote rosse ed un piercing misurato alla narice destra, tanto che dopo dieci passi, appena fuori sul marciapiede, mi innamoro perdutamente.  La ragazza tiene in mano una mappa stampata da  google, con le indicazioni sommarie dell´itinerario verso la stazione di polizia dove lei non é mai stata.  Nel buio non troviamo la strada, mentre Verruh continua a fare supposizioni sul destino del suo computer. Avranno intenzione di riformattare il disco fisso? Lo rivenderanno?   Per strada ci sono i lavori di un grande cantiere e noi  andiamo avanti e indietro con le idee poco chiare. La ragazza é davvero tosta, non si perde d´animo e trova la polizia dove non avremmo immaginato, in un cortile moderno, nascosto, praticamente sommerso dai lavori del cantiere.</p>
<p>&#8230;</p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Robe turche e pasticcio italiano</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 13:41:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pontediferro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Il matematico turco Verruh ha  l&#8217;abitudine di chiudere a chiave la porta  della sua stanza quando  esce.  Nessun  lo faceva in questa casa prima di lui, non lo faccio  io  e non lo fanno neanche i proprietari  nelle  loro rispettive camere, dove  tengono i libri, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&blog=4704483&post=5150&subd=lorenzoaldini&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:left;"><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/12/immagine-490.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5241" title="Immagine 490" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/12/immagine-490.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Il matematico turco Verruh ha  l&#8217;abitudine di chiudere a chiave la porta  della sua stanza quando  esce.  Nessun  lo faceva in questa casa prima di lui, non lo faccio  io  e non lo fanno neanche i proprietari  nelle  loro rispettive camere, dove  tengono i libri, i computer ed altri  oggetti  personali in bella mostra.   Mi sono ormai  abituato al rumore della chiave nella  serratura di Verruh, non credo  che  sia un segno di diffidenza verso di me: con quel rumore mi informa sui suoi spostamenti fuori casa, senza bisogno di dire &#8220;esco&#8221; o &#8220;sono tornato&#8221;.  Io invece, che non chiudo ancora a chiave la mia serratura, quando esco lo chiamo per dirgli dove sto andando.  Lui si affaccia nel piccolo spazio comune della nostra cucina e commenta con il consueto spontaneo stupore quello che dico, come se  fosse uscito in quell&#8217;istante dal mondo delle idee, anzi no, dei numeri.</p>
<p style="text-align:left;"><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/12/immagine-475.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5243" title="Immagine 475" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/12/immagine-475.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Sabato gli dico che ho intenzione di andare  alla Porta di Brandeburgo, dove  dovrebbero esserci i manifestanti del No-B-day.  Verruh risponde in inglese: &#8220;My god, ci sarà la polizia, sarà pericoloso!&#8221;, poi, scherzando, dice che si prepara per una testimonianza in caserma, nel caso dovessero arrestarmi.   Provo a spiegargli che non dovrebbe esserci nessun problema: l&#8217;unico rischio concreto è quello di non essere presi sul serio, nell&#8217;Italia delle barzellette, ma ci sono abituato.  Verruh da parte sua dichiara che preferisce stare alla larga dalle manifestazioni, anche  se ci sarebbero validi motivi per partecipare.  Non solo quelle contro, ma anche le manifestazioni a sostegno  del governo possono diventare pericolose.   In Turchia è già successo in anni niente affatto remoti  che un&#8217;intera classe dirigente è stata decapitata da un gruppo antagonista, il quale ha incarcerato politici  e ad anche professori  universitari.  Le biografie scientifiche  di  alcuni  colleghi turchi sono inquietanti,  si interrompono all&#8217;improvviso, senza una data  di morte.  E&#8217; facile immaginare che gli accademici fuori circolazione stiano ancora scontando qualche pena abnorme, in un carcere nazionale di  massima  sicurezza.  Verruh non è proprio tranquillo, forse la sua casella di posta elettronica è già sotto controllo.Ma lui dice di sì sempre a tutti, cosa deve temere? Dice a tutti di sì,  poi torna nel mondo dei suoi numeri, dove nessuno lo può disturbare.</p>
<p style="text-align:left;"><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/12/immagine-480.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5244" title="Immagine 480" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/12/immagine-480.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Sabato 5 dicembre, verso le tre del pomeriggio, davanti alla Porta di Brandeburgo quattro furgoni della polizia a protezione della manifestazione sembrano perfino troppi per quel gruppo pacifico di alcune centinaia di persone, giovani soprattutto, che vanno e che vengono con qualche striscione e molti cartelli. Il più grande <em>- Achtung Europa</em>! &#8211; fa da sfondo alle automobili in coda davanti al semaforo del Viale 17 Giugno, proprio lì dov&#8217;era il muro.  I manifestanti rumoreggiano in piazza con la musica di un impianto improvvisato,  come ai tempi delle proteste universitarie.  Due giovani militanti infagottati di viola, un tedesco ed un italiano idealtipi delle rispettive razze, prendono il microfono e salgono su un palchetto al centro della piazza.  Cominciano a leggere un documento, come un proclama, tradotto simultaneamente in tedesco dal collega biondo.  Il pubblico si appassiona, scrosciano applausi e sento di nuovo il calore delle manifestazioni giovanili, come a Bologna nel 1990, ai tempi della <em>Pantera</em>.  In un lampo riaffiorano i ricordi degli anni dell&#8217;Università, quando qualcuno alzava la bandiera per dire che &#8220;la ricerca è libera, senza padroni!&#8221;.   Io guardavo chi parlava a quel modo con curiosità e diffidenza: avrei fatto ricerca anche per i &#8220;padroni&#8221;, se solo me lo avessero chiesto, ma non immaginavo a cosa sarei andato  incontro.</p>
<p style="text-align:left;"><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/12/immagine-491.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5245" title="Immagine 491" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/12/immagine-491.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Questo però non è più il 1990 e non siamo a Bologna. Dietro ai relatori si alzano le colonne della Porta di Brandeburgo: siamo a Berlino, nel laboratorio del futuro d&#8217;Europa.  Fa un certo effetto trovare proprio qui, sotto la Porta di Brandeburgo, alcune giovani voci sconosciute della cultura italiana, che in un solo pomeriggio sanno dire più cose di quelle raccontate da rai1 in un intero palinsesto annuale. Il loro discorso azzera le ideologie:  parlano di dignità dei cittadini, di rispettabilità delle istituzione messe a dura prova da un assalto senza precendenti dal dopoguerra, in Italia.  I ragionamenti, a volte un po&#8217; complicati in lingua italiana, diventano magicamente più brevi e semplici nella traduzione tedesca simultanea, tanto che penso, così, per la prima volta, che la caotica disorganizzazione dell&#8217;Italia sia solo il riflesso della complessità di una lingua con troppe sfumature.  Se così fosse, il ministro Renato Brunetta dovrebbe imporre subito il Tedesco come lingua della pubblica amministrazione:  cosa aspetta!? Dopotutto anche il &#8220;dittatore&#8221; di Woody Allen aveva dichiarato che lo stato di Bananas avrebbe avuto  lo &#8220;Svedese&#8221; come lingua ufficiale.</p>
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		<title>L&#8217;ora del té col matematico turco</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 14:08:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pontediferro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[La gente che risiede con me nella casa di Adolf-Scheidt Platz, a Berlino ci sta il tempo di un corso di lingua tedesca, un mese, due mesi, o poco più.  Nella stanza accanto alla mia, in questa mansarda di legno accogliente con uso di cucina, si avvicendano uomini su per giù di quarant’anni, temporaneamente [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&blog=4704483&post=5082&subd=lorenzoaldini&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>La gente che risiede con me nella casa di Adolf-Scheidt Platz, a Berlino ci sta il tempo di un corso di lingua tedesca, un mese, due mesi, o poco più.  Nella stanza accanto alla mia, in questa mansarda di legno accogliente con uso di cucina, si avvicendano uomini su per giù di quarant’anni, temporaneamente distaccati altrove qui a Berlino, in una parentesi sabbatica della loro vita, lontano dalla quotidianità del lavoro, lontano dalla moglie e dai figli. La mia vita in questa casa è più piacevole in loro compagnia.  Quando c’è qualcuno con cui parlare, come in un lungo viaggio in treno, ho le mie storie da raccontare ed ascolto quelle degli altri, come se fosse normale dire apertamente di sè davanti a gente sconosciuta, come se fosse il destino -e non il caso di un momento- ad incrociare le storie di due persone nel pianerottolo della stessa casa.   Sembra  strano, ma fra poco non ci vedremo più, nè ci sentiremo, tuttavia sarà diverso dal non essersi mai incontrati.</p>
<p>Verruh è professore di matematica all&#8217;università di Ankara.  Ha i capelli neri come è giusto per un turco, ma nel complesso la sua figura è snella: il viso bianco allungato con gli occhiali lo fa sembrare un tipo decisamente europeo, finchè non si ritrae davanti alla carne di maiale su cui proprio non vuole mettere i denti,  ma più per abitudine che per convincimento.  Dice che i Turchi musulmani praticanti stanno diventando una minoranza: come lui, molti impiegati e molti insegnanti vanno alla moschea una o due volte l&#8217;anno, solo per le tradizionali feste religiose, anche se la televisione preferisce presentare la situazione in un altro modo.  Verruh si alza presto la mattina e trascorre la giornata fuori casa.  Dopo le lezioni di tedesco cerca posto in una bibliote del centro dove rimane fino a sera.  Poi torna a casa, alle nove, all&#8217;ora del té.</p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Il té di Verruh é un normale té in bustina, ma è un peccato per lui berlo da solo.  Così di sera mi chiama,  scandisce il mio nome balbettando un po&#8217;, come se stesse imparando per la prima volta la parola <em>lo-ren-zo. </em>Io mi affaccio sulla porta della stanza, mentre sento gorgogliare già  l&#8217;acqua  nel bollitore, prendo una tazza ed una bustina, poi mi siedo nell&#8217;angolo della cucina con il soffitto basso ed aspetto che l&#8217;acqua bollente si mescoli al colore del té. Verruh  dice subito qualcosa, se non altro per cortesia,  poi cominciamo a parlare davvero, a volte per ore, davanti al té che diventa tiepido e si raffredda via via sempre più nella tazza oramai semivuota.   Allora mi appare la storia recente della Turchia e l&#8217;altra, memorabile, dell&#8217;Impero Ottomano; vedo il profilo delle montagne dell&#8217;Anatolia, sospese fra l&#8217;Asia e l&#8217;Europa, e mi accorgo di non saper proprio nulla del crocevia culturale di oggi in Turchia.  Verruh da parte sua mi interroga sull&#8217;Italia e mi chiede ad esempio qual&#8217;è stato il personaggio più importante della storia  italiana, forse Leonardo da Vinci, oppure Giulio Cesare.    Ci metto un po&#8217;  per  spiegargli che l&#8217;Italia è un concetto moderno (ai tempi di Giulio Cesare c&#8217;erano gli “antichi romani”) e che anche il “migliore” oggi in Italia, valuta se stesso in relazione agli ultimi cento-cinquant&#8217;anni.    Per i Turchi un orizzonte così breve sarebbe inconcepibile.</p>
<p>La Turchia ha una storia millenaria giocata nel Mediterraneo in antagonismo con la storia dell&#8217;Italia, che dovrebbe avere pertanto una continuità altrettanto millenaria.    I Turchi cacciarono i Romani da Bisanzio e le presero dai Veneziani a Lepanto.   Sempre contro gli Italiani persero la prima guerra mondiale, dopo la quale i Turchi si ritrovarono confinati nello stato attuale, in quella scomoda regione di passaggio fra l&#8217;Europa ed il Medio Oriente, di enorme importanza tuttavia, per motivi strategici e militari.  La storia dell´attuale nazione turca comincia dopo la grande sconfitta del 1918. All&#8217;indomani della prima guerra mondiale, il generale Ataturk imposta le regole di una costituzione laica e moderna, orientata verso le idee piú avanzate degli stati europei.   Quando parla di Ataturk, Verruh si ravviva e cambia espressione, perché è lui il personaggio più importanti della storia turca degli ultimi&#8230; cento-cinquant&#8217;anni!  La lungimiranza di Ataturk ha impedito nel corso del Novecento le derive totalitarie ed ha tenuto distanti le gerarchie musulmane dalla politica, evitando le commistioni catastrofiche che hanno insanguinato altri stati del Medio Oriente.</p>
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		<title>Un Requiem tedesco</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 23:16:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pontediferro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima che cominci l&#8217;Avvento, in Germania commemorano i morti: non il due Novembre, ma l&#8217;ultima domenica dell&#8217;anno liturgico, che i tedeschi chiamano Totensonntag, la domenica dei morti.  La festa del Cristo Regnante, che occupa lo stesso giorno nel calendario dei Cattolici apostolici italiani, qui non interessa.   Prima di cominciare l&#8217;Avvento del &#8220;nuovo&#8221; [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&blog=4704483&post=4990&subd=lorenzoaldini&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Prima che cominci l&#8217;Avvento, in Germania commemorano i morti: non il due Novembre, ma l&#8217;ultima domenica dell&#8217;anno liturgico, che i tedeschi chiamano <em>Totensonntag</em>, la domenica dei morti.  La festa del Cristo Regnante, che occupa lo stesso giorno nel calendario dei Cattolici apostolici italiani, qui non interessa.   Prima di cominciare l&#8217;Avvento del &#8220;nuovo&#8221; anno, con le quattro candele accese una domenica dopo l&#8217;altra fino a Natale, una per una nella corona a centro tavola, in Germania vanno al cimitero,  per commemorare la fine dell&#8217;anno nel luogo dove tutti vanno, presto o tardi, a finire.  E&#8217; diverso festeggiare i morti la domenica prima dell&#8217;inizio dell&#8217;Avvento, anzichè il due di Novembre.  All&#8217;indomani  della  festa dei Santi che brillano di luce propria, in quel giorno feriale all&#8217;ombra dei Santi della Chiesa cattolica,  i  morti non fanno una gran figura: restano in secondo piano insieme ai vivi, soldati semplici dietro agli ufficiali della Santità.</p>
<p>Della Totensonntag non se sapevo ancora nulla, quando domenica scorsa mi sono messo in fila davanti alla biglietteria della Philarmonie per il Requiem di Brahms. Volevo assolutamente entrare, anche se a suonare non erano i Berliner Philarmoniker, ma l&#8217;orchestra della radio di Berlino, una &#8220;delle tante&#8221; orchestre stabili di questa città, diretta da Marek Janowski.   Quando non ci sono i Philarmoniker, la fila si fa davanti alla biglietteria secondaria, sempre nell&#8217;atrio d&#8217;ingresso della Philarmonie, ma sul lato opposto.  Signore anziane da sole o in gruppo davanti a me, con i capelli grigi e senza trucco, contrattano al botteghino gli ultimi posti laterali, a buon prezzo, ma non così defilati come l&#8217;ultimo settore alle spalle dell&#8217;orchestra. Quando arriva il mio turno io non chiedo altro se non &#8220;il biglietto più economico&#8221;.  L&#8217;impiegata allo sportello è felicissima di esaudirmi in un attimo, cedendo per venticinque euro un posto del settore K.  L&#8217;ultimo settore dell&#8217;Auditorium di  Berlino non è poi così male.  La gradinata sale alle spalle del coro, tanto che pare d&#8217;essere dentro al coro, con il direttore d&#8217;orchestra davanti agli occhi.  Certo si perde un po&#8217; della voce dei cantanti solisti, che si affacciano verso il pubblico  dalla parte opposta, ma la visibilità è nel complesso eccellente: si vede tutta l&#8217;orchestra e si vedono benissimo i timpani, cruciali nel Requiem di Brahms.   Quando i musicisti entrano nel palcoscenico e le luci si abbassano, in ogni angolo dell&#8217;auditorium sembra d&#8217;essere al centro, magicamente da soli insieme all&#8217;orchestra, con il resto del pubblico in sottofondo.</p>
<p>Conosco già il Requiem di Brahms attraverso un&#8217;incisione dei Berliner Philarmoniker del 1964. Negli anni della guerra fredda, Herbert von Karajan dirige l&#8217;orchestra berlinese come un plotone d&#8217;esecuzione: l&#8217;espressività coincide con il massimo della potenza, secca e decisa, in Brahms  come in Beehtoven.   Il Requiem di Brahms è un inno, come l&#8217;ultimo movimento della nona sinfonia di Beethoven. Vorrebbe esserne la continuazione, ma appare invece complementare, come l&#8217;altra faccia della medaglia, un inno di consolazione contrapposto all&#8217;inno alla gioia.  Quando Brahms comincia a comporre il Requiem è appena trentenne e non porta ancora la barba.  Da un po&#8217; di anni cerca di dare forma ad una sinfonia, ma invano: il confronto con Beethoven incombe sul suo lavoro e lo fa sembrare inadeguato.  Il materiale sonoro già progettato per la sinfonia che egli avrebbe voluto comporre nel solco della tradizione classica, come se si fosse trattato della decima sinfonia di Beethoven, va a finire nel Requiem, in quella seconda parte dove i timpani si fanno sentire con più insistenza.</p>
<p>L&#8217;esecuzione di Marek Janoski comincia morbida, senza i timbri eccessivi di Karajan.   Dopo le prime due parti sinfoniche e corali, le voci soliste si staccano come canti meditativi sulle parole del vecchio e del nuovo testamento, in continuità con i momenti corali che ritornano di tanto in tanto, fino al riepilogo sinfonico finale. Il percorso dal dolore terreno alla pace dello spirito trova compimento in alcuni versi dell&#8217;Apocalisse di San Giovanni Apostolo.  Le sonorità diventano più dolci e rarefatte verso la fine, in un modo che ricorda la poesia di Dante, nel passaggio  dall&#8217;inferno al purgatorio e al paradiso.  Ma nella bibbia di Brahms non c&#8217;è traccia dell&#8217;inferno, nè del purgatorio.   Quando parla tedesco, San Giovanni  racconta un&#8217;altra storia&#8230;</p>
<p>&#8221; <em>Selig sind die Toten, die in dem Herrn sterben, von nun an. Ja der Geist spricht, dass sie ruhen von ihrer Arbeit; denn ihre Werke folgen ihnen nach</em>.&#8221;</p>
<p><em><br />
</em></p>
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		<title>East Side Gallery</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 19:06:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pontediferro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Ha un nome inglese la galleria di dipinti murali a cielo aperto che decora l&#8217;ultimo tratto di muro rimasto intatto a Berlino, lungo il fiume fra Kreuzberg e Fredrichshain, per una lunghezza di oltre un chilometro.  La prospettiva della East Side Gallery, vista dalla nuova strada che costeggia la Spree a Fredrichshain, mette in mostra [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&blog=4704483&post=4882&subd=lorenzoaldini&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:left;"><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/11/dsc01929.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4962" title="DSC01929" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/11/dsc01929.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Ha un nome inglese la galleria di dipinti murali a cielo aperto che decora l&#8217;ultimo tratto di muro rimasto intatto a Berlino, lungo il fiume fra Kreuzberg e Fredrichshain, per una lunghezza di oltre un chilometro.  La prospettiva della <em>East Side Gallery</em>, vista dalla nuova strada che costeggia la Spree a Fredrichshain, mette in mostra ancora il &#8220;Muro di Berlino&#8221; come il mondo occidentale se lo ricorda nelle immagini anteriori al 1989: una parete compatta di cemento uniforme, fatta di moduli alti  tre metri e sessanta centimetri decorati dalla fantasia ribelle degli artisti di strada, a Berlino Ovest.  Ma la East Side Gallery non centra nulla con i ricordi del mondo occidentale, a cominciare dal nome: il lato est non poteva essere dipinto prima dell&#8217;89, perchè chi osava avvicinarsi al muro da quella parte, anche solo per scherzo,  faceva una brutta fine.</p>
<p style="text-align:left;"><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/11/dsc01940.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4963" title="DSC01940" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/11/dsc01940.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>La prospettiva dei ricordi televisivi e cinematografici del mondo occidentale è quella variopinta del lato ovest del muro, accanto al quale camminano  anche i pensosi angeli del &#8220;Cielo sopra Berlino&#8230; <em>Ovest</em>&#8220;.  Visto da est sarebbe stato un&#8217;altra cosa:  non un muro, ma una barriera di aree interdette, filo spinato e  torri di quardia, che sottraevano alla città un&#8217;area vitale profonda centinaia di metri, trasformandola in terra di nessuno, zona inavvicinabile, striscia della morte.  Dicono che i berlinesi dell&#8217;est stessero alla larga da quell&#8221;area militare armata che vietava l&#8217;accesso in occidente.  Le carte di Berlino Est, negli anni della divisione, nascondevano Berlino Ovest con un colore uniforme, come se dall&#8217;altra parte ci fosse stato il mare.  Per la propaganda comunista, Berlino era solo Berlino Est .  Quel pezzo di città che rimaneva al di là del muro era un&#8217;isola nemica in trappola, da cancellare.    Gli americani non avevano voluto lasciare il settore ovest alla Repubblica Democratica Tedesca?  Il settore Est, dal punto di vista sovietico, poteva farne a meno e scrivere la nuova  storia della Berlino comunista senza l&#8217; Ovest, come se i  quartieri al di là del muro non fossero mai esistiti.</p>
<p style="text-align:left;"><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/11/dsc019261.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4976" title="DSC01926" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/11/dsc019261.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>In modo del tutto diverso, invece, nelle carte di Berlino Ovest,  le piante della città non hanno mai nascosto il settore orientale.  Fra il 1961 e il 1989 la divisione appariva come un segno simbolico di frontiera a zig zag sulla carta della città di sempre, spezzata in due.  Le case distrutte dal governo di Berlino Est per fare spazio al muro, rimanevano disegnate  nelle carte occidentali, come promemoria per la città che sarebbe dovuta esistere al posto della Berlino divisa.  L&#8217;area  confinata  entro il recinto  del muro era tutto quello  che il mondo occidentale conservava della capitale tedesca, un&#8217;altra città chiamata Berlino,  in esilio nei quartieri perfiferici che le sorti della guerra mondiale avevano assegnato agli eserciti vincitori dell&#8217;ovest: francesi, inglesi e americani.  Visto da questa parte il muro appariva come un artefatto monotono ed inerte, caduto lì per  caso, oltre il quale si agitavano gli spiriti della rivoluzione comunista.   Per i giovan artisti creativi era normale sfidarlo con i graffiti. Avvicinarsi al limite era una normale consuetudine per tutti, a Berlino Ovest.</p>
<p style="text-align:left;"><a href="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/11/dsc01925.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4977" title="DSC01925" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/11/dsc01925.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a>Dopo il 1989 il muro di dissolve in fretta e scompaiono anche le decorazioni degli anni della divisione.  Ma un pezzo resta intatto a Fredrichshain sulla riva della Spree, dove il passaggio fra l&#8217;est e l&#8217;ovest sarebbe stato comunque impossibile anche senza muro, a causa del fiume.  Gli artisti prendono subito d&#8217;assalto quella parete grigia ed uniforme e la trasformano in una galleria a cielo aperto, sul lato sottoposto, fino a qualche giorno prima, alla sorvaglianza feroce delle guardie  della DDR.  Quell&#8217;angolo triste diventa rapidamente un&#8217;attrazione da non perdere, per vent&#8217;anni, fino ad oggi.  Nei giorni del ventennale della caduta del muro, la East Side Gallery ravviva la sua identità e raccoglie di nuovo l&#8217;intraprendenza degli artisti di strada da tutto il mondo.  C&#8217;è anche un italiano in prima fila.  I suoi colleghi del resto del mondo hanno già finito e se ne sono andati, invece lui resta al lavoro col pennello in mano ed il grembiule imbrattato di colore fino alla vigilia del nove novembre, come se stesse  preparando il presepe per la notte di Natale.  E&#8217; protetto  da un recinto e si lascia fotografare: è lui l&#8217;opera d&#8217;arte.</p>
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		<title>Gente dell&#8217;est, gente dell&#8217;ovest</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 11:22:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pontediferro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Impressioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il signor Martin vive con la signora Renate nella casa di Tempelhof dove io sono ospite. Quando rientro dai festeggiamenti berlinesi, a vent&#8217;anni dal muro, la sera del nove novembre lui è ancora in piedi fra la cucina e la sala da pranzo.  Assonnato ma vigile, mi chiede se ero alla Porta di Brandeburgo: [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&blog=4704483&post=4831&subd=lorenzoaldini&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Il signor Martin vive con la signora Renate nella casa di Tempelhof dove io sono ospite. Quando rientro dai festeggiamenti berlinesi, a vent&#8217;anni dal muro, la sera del nove novembre lui è ancora in piedi fra la cucina e la sala da pranzo.  Assonnato ma vigile, mi chiede se ero alla Porta di Brandeburgo: certamente che c&#8217;ero anch&#8217;io là in mezzo a tutta quella gente, ma è finito molto presto, alle dieci non c&#8217;era più nessuno.  Il  signor Martin ha l&#8217;aria di non essersi mosso da casa, però glielo chiedo ugualmente, se è uscito, e lui mi risponde di no, non ha avuto voglia di mettere il naso fuori dalla porta dopo la giornata di lavoro.  Con tutto quello che aveva già visto ed ascoltato in televisione, la festa non lo interessava più, il rumore, il freddo, la folla: meglio la poltrona. “La festa è per i berlinesi dell&#8217;est” racconta: ”per loro è davvero cambiata la vita, per noi dell&#8217;ovest è rimasto tutto più o meno uguale”. Fra la folla alla porta di Brandeburgo non ho guardato se erano di più i berlinesi dell&#8217;est o quelli dell&#8217;ovest, eppure si distinguono ancora abbastanza bene gli uni dagli altri.  Là in mezzo si sentivano tutte le lingue del mondo: il francese, lo spagnolo, tanto italiano, che complicavano il gioco del riconoscimento.</p>
<p>Distinguere chi viene dall&#8217;est da chi viene dall&#8217;ovest è un passatempo divertente in metropolitana, fra le  stazioni che si rincorrono lente a pochi metri le une dalle altre, in treno hai tutto il tempo di scrutare negli occhi chi sta seduto di fronte.   C&#8217;è una fascia d&#8217;età attorno ai cinquant&#8217;anni sulla quale è davvero facile scommettere, se è gente originaria di Berlino est o di Berlino ovest.  Potrei elencare una serie di indizi esteriori: i baffi ad esempio, o il taglio dei capelli, o la montatura degli occhiali.  Ma non sono tanto i dettagli della persona, quanto piuttosto il portamento complessivo, è l&#8217;alone attorno ai gesti, agli sguardi, ai silenzi, che denuncia inequivocabilmente l&#8217;origine.    La riservatezza dei signori dell&#8217;ovest si riaccende all&#8217;improvviso in un sorriso, in uno sguardo sereno consapevole delle buone relazioni che sussistono nel mondo civile anche in loro assenza.   Il silenzio dei signori dell&#8217;est, al contrario, è una fuga solitaria verso le profondità metafisiche del pensiero, che teme d&#8217;essere disturbato e pertanto esige distanza.  La  stessa distanza brusca si vede ancora nei gesti di certe impiegate secche e biondicce della stazione di Alexanderplatz, che non guardano i clienti negli occhi.</p>
<p>Basta percorrere pochi chilometri in una direzione oppure in un&#8217;altra ed ecco a Berlino si schiudono storie diverse, tenute a distanza dal muro ed ancora oggi divergenti.  Ex quartieri dell&#8217;est operaio senza più fabbriche,    ma ancora proletari, e giardini borghesi dell&#8217;ovest, belli ed addormentati come se fossero ancora protetti dal muro.     Il confine invalicabile di Berlino è stato per quasi trent&#8217;anni la membrana impermeabile di un terribile esperimento di chimica urbana.  Da vent&#8217;anni la membrana non c&#8217;è più, ma l&#8217;esperimento continua ancora oggi nel rimescolamento lento dei fluidi viscosi.  Gente dell&#8217;est si affaccia sull&#8217;ovest e crede di possederlo, solo perchè è libera di attraversarlo.  Ma il ritmo dell&#8217;ovest è differerente, va colto nei movimenti dei suoi abitanti, per entrarci non basta  camminare a testa alta.  Così la gente dell&#8217;est si ritrae e torna da dove è venuta: preferisce ancora oggi le abitudini del quartiere d&#8217;origine, chè è un luogo più intimo della grande città metropolitana.  A maggior ragione gli ex cittadini dell&#8217;ovest non sentono alcuna necessità di mescolarsi ai loro vicini dell&#8217;est.  Se ne stanno tranquilli nelle case affacciate sui giardini con il barbecue pronto per le salsicce. Le abitudini degli  abitanti disegnano nella mappa di Berlino ancora due città diverse.  L&#8217;integrazione è un processo lento, che avviene per lo più ad opera degli interessi commerciali.  I grandi cantieri ridisegnano da dentro il profilo della città storica mentre i negozi di abbigliamento ed i caffé spargono le luci colorate nelle strade di <em>Mitte</em>,  come prima della guerra, soprattutto per i turisti che da tutto il mondo si riversano a Berlino per comperare vestiti, oggetti <em>vintage</em> ed esperienze.  Gli stranieri di passaggio disegnano la nuova città di Berlino, più di quanto oggi non facciano i suoi abitanti.  Non mi stupisce allora che davanti alla porta di Brandeburgo, lunedì nove novembre, i Berlinesi sembrassero una minoranza rispetto ai turisti, giunti qui da tutto il mondo per celebrare l&#8217;anniversario della caduta del muro.</p>
<p>Secondo Martin, il nove novembre del 1989 non ha determintato un cambiamento nella vita dei Berlinesi dell&#8217;Ovest, mentre qualcosa è cambiato radicalmente per quelli dell&#8217;Est.  A me sembra che qualcosa sia cambiato anche all&#8217;ovest, nonostante l&#8217;iimperturbabilità dei barbecue sempre uguali nel  giardino. L&#8217;esperimento di chimica urbana prosegue per tutti.</p>
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		<title>Berlino, vent&#8217;anni dopo</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 14:02:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pontediferro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[
Un padre aspetta alla stazione di Paradestrasse ed indica ai suoi figli la mappa appesa alla parete.  Racconta che una volta a Berlino c’erano due città, a due passi l’una dall’altra, eppure lontanissime.   Appoggia la mano a sinistra e pronuncia la parola “West”, poi dice “Ost” e completa il giro a destra con il braccio [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&blog=4704483&post=4765&subd=lorenzoaldini&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div>
<p style="text-align:left;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4821" title="DSC01964" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/11/dsc01964.jpg?w=300&#038;h=225" alt="DSC01964" width="300" height="225" />Un padre aspetta alla stazione di Paradestrasse ed indica ai suoi figli la mappa appesa alla parete.  Racconta che una volta a Berlino c’erano due città, a due passi l’una dall’altra, eppure lontanissime.   Appoggia la mano a sinistra e pronuncia la parola “West”, poi dice “Ost” e completa il giro a destra con il braccio disteso. I bambini guardano con gli occhi incantati: non sanno ancora che il sole sorge ad est e va a tramontare ad ovest, imparano così a distinguere le due parole secche della longitudine nella stazione della metropolitana vicino casa,  una mattina di Novembre, a Berlino.  L’ovest e l’est su questa mappa non hanno una direzione ma indicano due metà avvolte una dentro l’altra, <em>Yin</em> e <em>Yang</em> prima divisi poi ricomposti, il giorno in cui finalmente vissero tutti felici e contenti il nove novembre del 1989.  La sesta linea della metropolitana da nord a sud si snoda diritta sotto l’asse di  Frederichstrasse ed attraversava due volte il confine fra lo <em>Yin</em> e lo <em>Yang</em>, fuori-dentro, dentro-fuori.  Per chi viveva nell’ovest era possibile entrare nell’est con i treni di questa linea che era proibita ai cittadini dell’est.   La stazione di Frederichstrasse si apriva sotto terra in mezzo alla città con le bandiere rosse di una potenza straniera ad un chilometro dal <em>Checkpoint Charlie</em> (un nome niente affatto buffo, la terza lettera dell’alfabeto militare internazionale).</p>
<p style="text-align:left;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4824" title="DSC01968" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/11/dsc01968.jpg?w=300&#038;h=225" alt="DSC01968" width="300" height="225" />Non riesco ad immaginare l’euforia di vent’anni fa, quando i Berlinesi dell’est si accalcarono al Checkpoint Charlie e pretesero l’apertura della frontiera, dopo l’annuncio ufficiale trasmesso in televisione.  I militari di controllo ai varchi di passaggio non potevano credere a quel discorso che mandava in frantumi le loro carriere, eppure sentivano di non avere più alcun diritto di sparare sulla folla, che continuava ad addensarsi in massa.  Vent’anni dopo, le TV di tutto il pianeta festeggiano in mondovisione il ricordo di questo evento epocale come festa <em>global</em> della libertà.  Il governo di Berlino offre in televisione esempi di maestria diplomatica per curare le divisioni del mondo intero (o solo per parlarne) mentre in città la gente non fa chiasso, torna in massa per strada in modo diverso da vent&#8217;anni fa, per guardare la recita dei mille monoliti di cemento colorato che cadono uno dopo l’altro come i pezzi di un domino davanti alla Porta di Brandeburgo.  C’è tanta gente, così tanta che alle nove di  sera i venditori ambulanti hanno già finito le patatine fritte.  Alla festa della libertà ci arrivo anch’io, ma in ritardo, dopo il corso di Tedesco al Goethe di Neue Shonauserstrasse: le patatine sono finite, ma ci sono ancora <em>bratwurst</em> in abbondanza, che basterebbero a sfamare tutta l’Alleanza Atlantica.   Mi accompagnano due colleghe, una del Cile, l’altra della Bulgaria, sulle dittature ne sanno più di me, ma il loro passato pesante non riaffiora nella nostra conversazione.</p>
<p style="text-align:left;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4828" title="DSC01956" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/11/dsc019561.jpg?w=300&#038;h=225" alt="DSC01956" width="300" height="225" />Sembra incredibile, ma la festa <em>global </em>della libertà non è ancora una festa nazionale tedesca! Potrebbe diventarlo presto in Italia (&#8230;anzichè quel giorno di Aprile) ma troppe contraddizioni gravano sul nove novembre tedesco.  Nel 1918 è il giorno della capitolazione che segna la fine della prima guerra mondiale, ma  il nove novembre del 1938 ricorda una pagina ancora più nera della storia tedesca, la <em>notte dei cristalli</em>, l&#8217;inizio delle persecuzioni antisemite.  Nel quartiere attorno alla sinagoga, a due passi dalla scuola, ci sono candele accese alle finestre.  Dediche in buste di plastica compaiono appese alle pareti e vengono appoggiate anche sui marciapiedi, accanto ai nomi dei deportati nei campi di sterminio. La caduta del muro, per qualcuno, resta ancora in secondo piano.</p>
<p style="text-align:left;">Fra il Reichstag e la Porta di Branderburgo, la gente fugge via, sparisce in fretta, o verso casa, o alla ricerca di una cena alternativa alla monocultura del bratwurst.  La festa è già finita, ma c&#8217;è chi dice che si è solo spostata un poco più in là, a Potsdamer Platz.  Dopo la rappresentazione coreografica dell&#8217;effetto domino, i monoliti colorati restano distesi a terra ed ostacolano il passaggio dei pedoni che devono fare un lungo giro attorno alla Porta per rientrare in centro attraverso le strade laterali.  Alla fine della festa, quella fila rituale di blocchi distesi a terra va ad occupare nella mia memoria lo stesso spazio dei riti propiziatori, delle feste paesane alla fine dell&#8217;inverno nel paese dove sono nato.  L&#8217;odore del vino bollente nella notte fredda è lo stesso che accompagna i fantocci della vecchia di paglia e cartapesta, bruciata in piazza come una strega, coi suoi cattivi pensieri,  prima della nuova stagione.  Qui a Berlino il fantasma dell&#8217;oppressione è come quello dell&#8217;inverno.  Aspettiamo la primavera, dunque, e&#8230; teniamo a bada il fantasma della libertà.</p>
</div>
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		<title>A Berlino c&#8217;era un muro&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 10:33:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pontediferro</dc:creator>
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Sono entrato per la prima volta nella Philarmonie di Berlino per un concerto di musica da camera una settimana fa.  Il programma proponeva brani sublimi del Novecento ed anche il quintetto opera 115 di Brahms, con un musicista nano al clarinetto dotato di energia sorprendente.   Il suono degli archi riverberava ipnotico dentro lo spazio architettonico [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&blog=4704483&post=4583&subd=lorenzoaldini&ref=&feed=1" />]]></description>
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<p style="text-align:left;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4743" title="DSC01892" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/11/dsc01892.jpg?w=300&#038;h=225" alt="DSC01892" width="300" height="225" />Sono entrato per la prima volta nella <em>Philarmonie</em> di Berlino per un concerto di musica da camera una settimana fa.  Il programma proponeva brani sublimi del Novecento ed anche il quintetto opera 115 di Brahms, con un musicista nano al clarinetto dotato di energia sorprendente.   Il suono degli archi riverberava ipnotico dentro lo spazio architettonico spigoloso dell’auditorium che sa di legno come i teatri antichi.  L’auditorium giallo di Hans Scharoun è affascinante dentro, mentre da fuori sembra uno strumento musicale gigante di fantasia cubista.  Sono entrato quando ancora non c’era nessuno e mi è parso di sentire, mescolato all’aroma del legno, l’odore di tutti gli inverni trascorsi a due passi dal muro e le corse accaldate della gente in fila al botteghino negli anni della guerra fredda, con i marchi tedeschi nel portafoglio e le mogli bionde marziali, a Berlino ovest, quando la Philarmonie era un bastione dell’occidente in terra di confine.   All’uscita dopo lo spettacolo risplendono adesso i grattaceli di Postdamer Platz  ed è naturale dirigersi a piedi verso quella piazza che per cinquant’anni non era esistita e dove invece oggi la folla riaffiora dagli ingressi della vecchia  metropolitana ripristinata.</p>
<p style="text-align:left;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4748" title="DSC01895" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/11/dsc01895.jpg?w=300&#038;h=225" alt="DSC01895" width="300" height="225" />Quando Berlino era divisa, la Philarmonie occupava un angolo buio di Berlino-ovest in fondo a Postdamer Strasse, lontano dai quartieri benestanti di  Schonenberg e di Charlottemburg.  Ci si poteva arrivare in autobus, ma non mancavano i parcheggi per chi voleva guidare l’automobile fin là; lo spazio attorno all’auditorium era largo come la piazza d’armi di una caserma.   La luce dei fari e dei lampioni faceva riverberare in fondo alla strada la  sagoma sterile del muro di confine a zig zag, rotondo in cima, avanti e indietro fra le strade abbandonate dell’est e dell’ovest.  Oltre il muro era come se non ci fosse nulla.  Persa fra la foschia bianca delle luci al neon, in lontananza al di là del muro si impennava la torre della televisione comunista, con l’enorme palla metallica sospesa al centro di Berlino est, fuori scala nel profilo della città storica, come il mantello di una Misericordia marziana sulla testa degli  abitanti.  La torre con la palla e con l’antenna nel cielo di Berlino era stata costruita per essere vista anche dall’ovest, così vicina eppure ad una distanza siderale dai sentimenti della gente che entrava nell’auditorium per ascoltare la musica di Karajan.  Le sentinelle del’est, letteralmente ad un tiro di schioppo, erano appostate nella penombra delle torrette, pronte a sparare all’ultimo solitario disperato che dall’est avesse tentato la fuga verso l’ovest.  Gli spettatori della <em>Philarmonie</em> non guardavano da quella parte, ma avvertivano ugualmente qualcosa di sospeso nell’aria di piombo lì attorno.</p>
<p style="text-align:left;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4755" title="DSC01881" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/11/dsc018811.jpg?w=300&#038;h=225" alt="DSC01881" width="300" height="225" />La divisione aveva salvato dall’occupazione sovietica il pezzo di città ad occidente di Postdamer Platz.   Della piazza restava solo un improbabile ricordo e, al suo posto, come una fortezza militare, il muro.  Negli anni successivi alla divisione, i Berlinesi dell’ovest non vollero rinunciare ad altro spazio oltre a quello che la guerra gli  aveva già sottratto e tornarono ad occupare l’area abbandonata nei pressi di Potsdamer Platz, costruendo il più possibile fin quasi a ridosso del muro, non case, ma luoghi di incontro culturale: la biblioteca, l’auditorium, la galleria d’arte contemporanea.  I tre edifici disseminati in un’area vasta vicino al confine, sconnessi dall’urbanistica della città divisa, davano continuità in occidente al centro simbolico di Berlino, che era stato sommerso dal muro, ed auspicavano la resurrezione di Potsdamer Platz, nella forma di una rivincita dell’ovest sull’est, contro chi aveva occupato quello spazio per farne una caserma.  A vent’anni dalla caduta  del muro, la rivincita dell’occidente è in pieno svolgimento e si esprime nell’architettura contemporanea che si affaccia oggi su Postdamer Platz: un intero quartiere rinasce dalla periferia verso il centro, controcorrente rispetto allo sviluppo della città storica. La forza dell’ ovest contro l’est scarica decenni di tensione come una spinta tellurica da cui scaturiscono grattacieli triangolari, prue affilate contro le ferite ancora aperte a Berlino est.  La prima volta che arrivo qui,  sei mesi  fa, mi colpisce il tessuto urbano frammentario, ancora  irrisolto vent’anni dopo la riunificazione.  C’è indifferenza per  gli edifici ancora da ricostruire, mascherati da pannelli pubblicitari a Liepziger Platz, mentre di fronte si innalzano già i grattacieli trasparenti svincolati dal passato, piovuti lì per caso come in una città di periferia del mid-west americano.</p>
<p style="text-align:left;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4758" title="DSC01899" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/11/dsc018991.jpg?w=300&#038;h=225" alt="DSC01899" width="300" height="225" />Camminando da ovest verso il <em>Mitte</em> attraverso Potsdamer Platz, nel luogo dov&#8217;era l’ingresso monumentale di una capitale europea, appare una sequenza di immagini incoerenti e sconnesse della stessa città, vecchia e moderna, in dissolvimento ed in fuga verso il futuro, come una geologia sconvolta da profonde spinte invisibili.  L’area dell’auditorium si apre come un accampamento senza direzione, finchè il traffico delle automobili entra all’improvviso nell’imbuto di Potsdamer Strasse, immagine di una metropoli lunga solo poche centinaia di metri.  Poi c’è l’ottagono di Lipziger Platz, all’ingresso della città storica, in ricostruzione, con edifici nuovi volutamente dimessi, come un cortile di fronte ai grattacieli occidentali di Potsdamer Platz.  Più avanti, dove  dovrebbe cominciare <em>Mitte</em>, cioè il centro, la città si perde ancora fra edifici spenti e case da ricostruire, fra le luci fioche dell’edilizia popolare comunista.  La città si trasforma  all’improvviso in un fantasma del passato, come se la spinta innovatrice dell’ovest si fosse arrestata sul muro che non c’è più, a Potsdamer Platz.</p>
<p style="text-align:left;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4760" title="DSC01902" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/11/dsc01902.jpg?w=300&#038;h=225" alt="DSC01902" width="300" height="225" />La tensione della storia recente incanala le nuove costruzioni di Potsdamer Platz sui solchi della memoria divisa. E’ difficile alzarsi su Berlino e progettare la nuova città come una cosa sola, cancellando all’improvviso distruzioni e divisioni del secolo passato.  Quando qualcuno vince, altri perdono e le città rinascono per opera dei vincitori, che ricostruiscono le strade, i palazzi, le piazze, dal loro punto di vista.  Nell’area di  Potsdamerplatz Platz il punto di vista non è più quello della città storica dei Kaiser, nè quello ipertrofico del Terzo Reich: più sommessamente, è quello dei Berlinesi dell’ovest che per trent’anni hanno riempito le sale dell’auditorium, sperando tutti insieme di tornare a casa, prima o poi, come prima della guerra, con la metropolitana di Potsdamer Platz.  Lo sconquasso urbanistico del quartiere sembra ricomporsi magicamente all’uscita dalla <em>Philarmonie</em> la sera tardi, quando le luci nuove dei grattacieli di Potsdamer Platz guidano i passi degli spettatori in direzione della metropolitana, così comoda all’uscita dal concerto, quando si hanno ancora in mente le melodie cantabili da sussurrare.</p>
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		<title>Neues Museum</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2009 20:09:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pontediferro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In due mesi cambiano molte cose a Berlino.   Si accendono le vetrine nuove di negozi con oggetti esclusivi in vendita e cambiano le linee dei tram, mentre le ruspe spostano e rimontano i binari per strada velocemente, come i pezzi di ferrovie giocattolo.  Fra le luci della sera riappare finalmente anche l&#8217;ultimo dei musei dell&#8217;isola, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenzoaldini.wordpress.com&blog=4704483&post=4479&subd=lorenzoaldini&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:left;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4571" title="DSC01860" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/10/dsc018601.jpg?w=300&#038;h=225" alt="DSC01860" width="300" height="225" />In due mesi cambiano molte cose a Berlino.   Si accendono le vetrine nuove di negozi con oggetti esclusivi in vendita e cambiano le linee dei tram, mentre le ruspe spostano e rimontano i binari per strada velocemente, come i pezzi di ferrovie giocattolo.  Fra le luci della sera riappare finalmente anche l&#8217;ultimo dei musei dell&#8217;isola, dopo  sessant&#8217;anni  di rovina.  Il <em>Neues Museum</em> torna ad affacciarsi sulle rive della Spree nell&#8217;Autunno 2009 come un palazzo del potere, per metà neoclassico, per metà rifatto.  Era difficile crederci due mesi fa, che sarebbe stato pronto per davvero entro il sedici di Ottobre. In Italia avremmo tollerato un&#8217;inaugurazione provvisoria con l&#8217;imbiancatura posticcia -tanto per mostrarlo alle autorità- e ci sarebbe stato altro lavoro in seguito: impianti da completare a norma di legge, intonaci da rifare per le infiltrazioni: &#8220;eh! con il fiume così vicino!&#8221; Invece il Neues Museum è già a posto, fin da subito, pronto per l&#8217;assalto quotidiano di orde di visitatori con il biglietto prenotato il giorno prima.</p>
<p style="text-align:left;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4575" title="DSC01854" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/10/dsc01854.jpg?w=225&#038;h=300" alt="DSC01854" width="225" height="300" />Con tutto quello che c&#8217;era già a Berlino, non si sentiva affatto la necessità di un altro museo ed erano comprensibili i vecchi comunisti della DDR, che lasciarono sbriciolare senza imbarazzo  sotto il sole e sotto la pioggia il <em>Neues Museum</em> per quarant&#8217;anni, dopo le distruzioni della guerra.  Quattro musei nell&#8217;isola erano già abbastanza: il Pergamon, il Bode, la &#8220;nuova&#8221; galleria ed il &#8220;vecchio&#8221; museo affacciato sulla piazza del Duomo. Non si sentiva affatto il bisogno di un altro museo nella metà comunista di Berlino, quando la divisione fra est e ovest spartiva i corredi archeologici come tazzine da caffè in una famiglia di divorziati.  I tesori egizi del <em>Neues Museum</em> finirono a Charlottemburg, dall&#8217;altra parte del muro, e i Sovietici trovarono nelle distruzioni della guerra un pretesto per portare fino a Mosca, nel Museo Puskin, una parte considerevole dei ritrovamenti di Troia: vasellame e gioielli.  Il <em>Neues Museum</em> restò in rovina in mezzo all&#8217;isola, schiacciato fra gli altri musei che offrivano prospettive monumentali più appariscenti, a cominciare dal <em>Pergamon</em>, che dagli anni &#8216;20 del Novecento occupava l&#8217;ultimo spazio verde del <em>Lustgarten</em>.</p>
<p style="text-align:left;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4577" title="DSC01855" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/10/dsc01855.jpg?w=225&#038;h=300" alt="DSC01855" width="225" height="300" />Nell&#8217;isola dei Musei, ad occidente del castello di Berlino, c&#8217;era in origine soltanto un parco -il <em>Lustgarten</em>- finchè il Keiser Wilhelm nel 1820 ebbe l&#8217;idea di erigere, sul lato occidentale della piazza del castello, una grande costruzione porticata da destinare a galleria, ad imitazione di quelle già esistenti in altre capitali europee, che fu chiamata  &#8220;museo vecchio&#8221; per  distinguerla dagli altri musei nuovi eretti in seguito, nell&#8217;arco di cent&#8217;anni, in quello spazio verde del<em> Lustgarten</em> che scomparve poco a poco sotto il peso di edifici sfarzosi,  evocanti una classicità sempre più monumentale. Il <em>Neues Museum</em> fu costruito attorno al 1850, nella porzione di <em>Lustgarten</em> adiacente al museo vecchio.  Sul lato di un vasto cortile porticato d&#8217;ordine dorico fu agganciato l&#8217;edificio del museo nuovo, il quale offriva due diverse prospettive monumentali: una interna più ricca ed armoniosa ed un esterna, sul lato visibile oltre il fiume, più sobria e monotona, con ampie finestre di gusto rinascimentale aperte su una parete piatta.  Le distruzioni della guerra avevano cancellato la percezione del <em>Neues Museum</em> centrato sul vasto cortile porticato d&#8217;ordine dorico.  A confronto con la monumentalità schiacciante del <em>Pergamon Museum</em> proiettato sul fiume, la parete diroccata del <em>Neues</em>, lì accanto, appariva ancora più dimessa.  L&#8217;aggettivo &#8220;nuovo&#8221; strideva con quella realtà rovinata dalla guerra e sembrava alludere a qualcosa di poco interessante, se è vero che i musei sono tanto più belli quando più hanno a che fare con il vecchio e con l&#8217;antico.  Ma ora basta affacciarsi all&#8217;ingresso del <em>Nueues Museum</em> e dare un&#8217;occhiata veloce, per capire l&#8217;errore di prospettiva: il nuovo, almeno in questo caso, è più bello del vecchio.</p>
<p style="text-align:left;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4578" title="DSC01851" src="http://lorenzoaldini.files.wordpress.com/2009/10/dsc01851.jpg?w=300&#038;h=225" alt="DSC01851" width="300" height="225" />L&#8217;architetto David Chipperfield, autore del restauro, e Michele de Lucchi, progettista dell&#8217;allestimento del <em>Neues Museum</em>, devono essersi divertiti parecchio nel sistemare le stanze e le vetrine.   Chi oggi avesse qualche perplessità sul senso e sull&#8217;utilità di un museo archeologico, può trovare in questo allestimento un ventaglio  di risposte pirotecniche, non sempre ineccepibili, ma comunque sorprendenti.  Le antichità preistoriche ed egiziane conservate nelle vetrine sono eccezionali e sarebbero stupefacenti anche se fossero collocate in camere anonime.  Ma le sculture di marmo colorato, le armi di bronzo, i vasi primitivi di terracotta, entrano in risonanza in questo Museo con ambienti fantasmagorici che varrebbe la pena visitare anche se fossero vuoti.  Nell&#8217;insieme, sembra d&#8217;essere dentro ad una installazione d&#8217;arte contemporanea.  Le architetture di stile classico e le pitture di imitazione antica, risalenti alla fondazione ottocentesca del museo, sono state consolidate con la cura che di solito si riserva alle rovine d&#8217;età romana e senza false integrazioni.  L&#8217;interno riflette consapevolmente il lungo intervallo di tempo della chiusura, dal dopoguerra ad oggi, nella netta distinzione fra le parti antiche classicheggianti e le parti moderne, ricostruite con poche linee sintetiche sulle proporzioni antiche.  L&#8217;enorme scalone centrale rivolto verso il fume al primo piano, ha l&#8217;effetto di una coreografia wagneriana.  Questo non è un museo, ma un museo di musei, un <em>metamuseo</em> che contiene al suo interno una molteplicità di pezzi ed una pluralità di scelte espositive, collezionate nelle diverse stanze come un campionario dei musei possibili.  E&#8217; un&#8217;espressione organica delle teorie di allestimemento museale, una rivincita contro la moda degli <em>eventi </em>e delle mostre temporanee che smontano i musei da dentro, li svuotano ed arrecano più danni dei bombardamenti.</p>
<p style="text-align:left;"><em>Guardo il </em><em>Neues Museum di Berlino e penso a quello che sta accadendo al  museo archeologico di Roma, all&#8217;EUR: molti lo vorrebbero chiudere &#8211; Il museo Pigorini- perchè è un museo &#8220;superato&#8221;, i turisti lo snobbano, non porta guadagno.  Un restauro di David Chipperfield forse gioverebbe, ma è meglio aspettare&#8230;  A Roma la guerra non è ancora finita.</em></p>
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