I ministri ed il “Premier” sono soliti apparire in TV con un dipinto solenne sullo sfondo, che ispira riconoscenza per il potere meritevole del ruolo che riveste, vista la bellezza circostante. Nel quadro c’è una donna accanto ad un vecchio, un’immagine dipinta dal Tiepolo che deve essere piaciuta a Silvio Berlusconi, se l’ha scelta come sfondo telegenico per se stesso e per i suoi ministri parlanti in TV. Quel quadro decorava il soffitto di una residenza nobile di Vicenza con l’immagine allegorica del “Tempo che scopre la Verità”. Il Tiepolo si addice alla vittoria, ma non funziona con la guerra, così negli ultimi giorni il “Premier” non ha voluto mettersi in posa davanti al tempo ed alla verità. Mentre lanciava anatemi rancorosi più del solito, lo sfondo evocava opportunamente altre scene raffiguranti cavalli e scudi di una battaglia storica. Senza aspettare i comunicati di regime i quali, all’occorrenza, mettono il Tiepolo in sottofondo come quinta ingannevole, chiunque può vedere il quadro originale a Vicenza, nell’orario di apertura della pinacoteca cittadina. “Il Tempo che scopre la Verità” occupa la penultima sala di un museo poco noto, dove i visitatori possono avvalersi della guida dei volontari di Italia Nostra, se lo desiderano.
Nei musei di solito mi piace guardare da solo, ma a Vicenza è difficile dire di no al Signor Gasperi, a disposizione dei pochi visitatori che scelgono di vedere la pinacoteca, dopo aver affollato in massa il Teatro Olimpico sul lato opposto della piazza. Con discrezione il signor Gasperi racconta sempre le stesse storie, ogni volta con nuovo fervore: “La Repubblica Veneta esprimeva la migliore civiltà in Italia. Se non fosse arrivato Napoleone, forse oggi avremmo ancora un Doge!” E ancora: “I Savoia hanno occupato l’Italia, centocinquant’anni fa, con i risultati che adesso vediamo.” Parla italiano il signor Gasperi -un italiano perfetto- ma conosce altrettanto bene il dialetto veneto, che contrariamente agli altri dialetti italiani, non era un gergo popolare bensì la lingua di un’elite raffinatissima, che costruiva navi ineguagliabili e governava le acque dei fiumi per preservare l’equilibrio della laguna attraverso i secoli, un miracolo ancora sotto gli occhi di tutti.

Dalle finestre del museo appare la città di Vicenza, raggomitolata attorno alle piazze del centro storico. Il classicismo antico di Andrea Palladio non ha sventrato l’anima della città, ancora medievale nel respiro dei portici e delle strade ricurve, dove le facciate gotiche di gusto veneziano si contendono lo sguardo dei passanti. Con la magia dei rivestimenti marmorei, Palladio ha teatralizzato lo spazio urbano, senza mutarne il ritmo e le proporzioni originali. Un classicismo di facciata, solo per gli occhi, senza il peso oppressivo del potere imperiale antico o recente. Dicono che Andrea Palladio non fosse ricco. Anche la piccola casa che la tradizione cittadina gli assegna, quasi certamente non era sua. Lui viveva probabilmente in affitto, senza marmi, in una casa di legno, intonaco e stucco: materiali poveri che gli permisero di giocare con la classicità al massimo livello, nel Teatro Olimpico di Vicenza. Dopo Palladio la storia procede ed il signor Gasperi parla di Goethe che raggiunge Vicenza nel Settembre del 1786, all’inizio del viaggio in Italia. Il genio tedesco rimane stupefatto dalla bellezza dell’architettura classica, ma anche da una razza di donne more coi capelli ricci, che in Germania non aveva mai visto. A Vicenza Goethe avrebbe voluto visitare il famoso orto botanico ed ha una brutta sorpresa nel trovarlo coltivato con l’insalata, dopo che era morto il vescovo patrocinatore dell’impresa. Anche in questo caso il tempo scopre la verità: ai Vicentini non importava nulla della scienza botanica, era meglio un piatto di verdure.
Ecco finalmente la penultima sala, dove i quadri del Tiepolo attirano su di sè lo sguardo dei visitatori. Il tempo e la verità si inseguono in un abbraccio allegorico davvero affascinante. Pare che Berlusconi avesse chiesto il prezzo di quel quadro, ma i vicentini hanno spiegato gentilmente che l’originale non era in vendita. Gli hanno offerto la possibilità di riprodurlo e di servirsi liberamente della copia, che adesso vediamo nelle dirette televisive da Palazzo Chigi, con una piccola significativa variante. La verità a Palazzo Chigi non è più nuda ma è coperta con un drappo. I Vicentini si sono indignati: se le allegorie significano qualcosa, quel drappo parla in modo esplicito. Ma per recuperare il senso complessiovo dell’opera del Tiepolo bisogna aspettare l’azione del “Tempo”. Arriverà come un vecchio con la falce, un giorno, ed allora non ci saranno più mutande per nessuno.
Non sapevo che Robert Schumann fosse a Dresda, quando per la prima volta manifestó i segni del suo squilibrio mentale (un accordo di “LA” fisso ininterrotto dentro la testa) che in pochi anni lo portarono alla pazzia. Visse a Dresda dal 1846 al 1849, quando a Dresda abitava pure Wagner. In quegli anni in cittá non mancavano di certo le idee per un concerto in piazza, ma la sinfonia piú rumorosa la fecero i rivoluzionari che incendiarono tutto nel 1849: da uscirne pazzi, per l´appunto. Schumann si trasferí quindi a Düsseldorf con la famiglia e lá ebbe il tempo per comporre le ultime sinfonie, prima di essere internato, mentre sua moglie Clara intratteneva amabilmente Johannes Brahms.
Nell’orto botanico di Berlino prospera questo interessante esemplare di canna da zucchero che l’immancabile tassonomia didascalica tedesca riferisce all’Italia, anzi esplicitamente alla città di Ravenna. Il nome di Saccharum Ravennae gli italiani se lo aspetterebbero da una holding delle barbabietole: un po’ latino, un po’ bizantino, un po’ contadino. Invece Saccharum Ravennae è una canna da zucchero, per la quale il clima dell’Italia non è evidentemente troppo freddo. Chi si straccia le vesti per la fine della barbabietola italiana, dovrebbe quindi valutare l’esistenza di questa pianta già assegnata all’Italia per nome o per dileggio, dai tedeschi vittoriosi nella guerra europea dello zucchero.