Archivio per la categoria ‘Spot’

La verità in mutande

9 Ottobre, 2009

DSC01759I ministri ed il “Premier” sono soliti apparire in TV con un dipinto solenne sullo sfondo, che ispira riconoscenza per il potere meritevole del ruolo che riveste, vista la bellezza circostante.  Nel quadro c’è una donna accanto ad un vecchio, un’immagine dipinta dal Tiepolo che deve essere piaciuta a Silvio Berlusconi, se l’ha scelta come sfondo telegenico per se stesso e per i suoi ministri parlanti in TV.  Quel quadro decorava  il soffitto di una residenza nobile di Vicenza con l’immagine allegorica del “Tempo che scopre la Verità”.    Il Tiepolo si addice alla vittoria, ma non funziona con la guerra, così negli ultimi giorni il “Premier” non ha voluto mettersi in posa davanti al tempo ed alla verità.  Mentre lanciava anatemi rancorosi più del solito, lo sfondo evocava opportunamente altre scene raffiguranti cavalli e scudi di una battaglia storica.    Senza aspettare i comunicati di regime i quali, all’occorrenza, mettono il Tiepolo in sottofondo come quinta ingannevole, chiunque può vedere il quadro originale  a Vicenza, nell’orario di apertura della pinacoteca cittadina. “Il Tempo che scopre la Verità” occupa la penultima sala di un museo poco noto, dove i visitatori possono avvalersi della guida dei volontari di Italia Nostra, se lo desiderano.

DSC01754Nei musei di solito mi piace guardare da solo, ma a Vicenza è difficile dire di no al Signor Gasperi, a disposizione dei pochi visitatori che scelgono di vedere la pinacoteca, dopo aver affollato in massa il Teatro Olimpico sul lato opposto della piazza.  Con discrezione il signor Gasperi racconta sempre le stesse storie, ogni volta con nuovo fervore: “La Repubblica Veneta esprimeva la migliore civiltà in Italia. Se non fosse arrivato Napoleone, forse oggi avremmo ancora un Doge!”  E ancora: “I Savoia hanno occupato l’Italia, centocinquant’anni fa, con i risultati che adesso vediamo.”  Parla italiano il signor Gasperi -un italiano perfetto- ma conosce altrettanto bene il dialetto veneto, che contrariamente agli altri dialetti italiani, non era un gergo popolare bensì la lingua di un’elite raffinatissima, che costruiva navi ineguagliabili e governava le acque dei fiumi per preservare l’equilibrio della laguna attraverso i secoli, un miracolo ancora sotto gli occhi di tutti.

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Dalle  finestre del museo appare la città di Vicenza, raggomitolata attorno alle piazze del centro storico.  Il classicismo antico di Andrea Palladio non ha sventrato l’anima della città, ancora medievale nel respiro dei portici e delle strade ricurve, dove le facciate gotiche di gusto veneziano si contendono lo sguardo dei passanti.  Con la magia dei rivestimenti marmorei, Palladio ha teatralizzato lo spazio urbano, senza mutarne il ritmo e le proporzioni originali.  Un classicismo di facciata, solo per gli occhi, senza il peso oppressivo del potere imperiale antico o recente.   Dicono che Andrea Palladio non fosse ricco.  Anche la piccola casa che la tradizione cittadina gli assegna, quasi certamente non era sua.  Lui viveva probabilmente in affitto, senza marmi, in una casa di legno, intonaco e stucco: materiali poveri che gli permisero di giocare con la classicità al massimo livello, nel Teatro Olimpico di Vicenza.  Dopo Palladio la storia procede ed il signor Gasperi parla di Goethe che raggiunge Vicenza nel Settembre del 1786, all’inizio del viaggio in Italia.   Il genio tedesco rimane stupefatto dalla bellezza dell’architettura classica, ma anche da una razza di donne more coi capelli ricci, che in Germania non aveva mai visto.  A Vicenza Goethe avrebbe voluto visitare il famoso orto botanico ed ha una brutta sorpresa nel trovarlo coltivato con l’insalata, dopo che era morto il vescovo patrocinatore dell’impresa.   Anche in questo caso il tempo scopre la verità: ai Vicentini non importava nulla della scienza botanica, era meglio un piatto di verdure.

Ecco finalmente la penultima sala, dove i quadri del Tiepolo attirano su di sè lo sguardo dei visitatori. Il tempo e la verità si inseguono in un abbraccio allegorico davvero affascinante.  Pare che Berlusconi avesse chiesto il prezzo di quel quadro, ma i vicentini hanno spiegato gentilmente che l’originale  non era in vendita.  Gli hanno offerto la possibilità di riprodurlo e di servirsi liberamente della copia, che adesso vediamo nelle dirette televisive da Palazzo Chigi, con una piccola significativa variante. La verità a Palazzo Chigi non è più nuda ma è coperta con un drappo.  I Vicentini si sono indignati:  se le allegorie significano qualcosa, quel drappo parla in modo esplicito.  Ma per recuperare il senso complessiovo dell’opera del Tiepolo bisogna aspettare l’azione del “Tempo”.   Arriverà come un vecchio con la falce, un giorno, ed allora non ci saranno più mutande per nessuno.

Un anno di …project!

2 Settembre, 2009

Sembra una vita, invece è solo un anno fa che raccontavo per la prima volta la città di Houston in una domenica downtown texana, metafisica, calda da morire.  Ad un anno di distanza mi trovo oggi a parlare di Berlino, organismo vitale pullulante agli antipodi dell’astrazione cristallina da cui ero partito quasi per caso il 2 Settembre 2008.  Nel mezzo sono cambiate altre cose: la crisi al posto dello sviluppo, Barack al posto di George doppio W,  Berlusconi ‘09 al posto di Berlusconi ‘08.

Per scrivere cose interessanti ci vuole tempo, denaro e lucidità, oppure una cassa integrazione straordinaria di cui non si vede la fine, come quella in cui navigo a vista ancora oggi per il quarto anno consecutivo.  Si può stare fermi per raccontare quello che gira attorno e girare per raccontare quello che succede dentro, ma si può anche attendere il mondo sulla porta di casa: prima o poi qualcuno passa e ti porta via!

In un anno ho contato quasi seimila visite a questo sito. Fra uragani, società di outplacement e corsi di tedesco, spero di avere fornito un lieto diversivo alla noia delle chiacchiere in ufficio per chi mi legge dopo il caffè fra una scartoffia e l’altra. Cercherò di continuare, come in principio… ma è difficile fare previsioni sul futuro in generale, figuriamoci sul futuro di un sito come questo: potrebbe vivere a lungo, ma potrebbe anche terminare brevemente i suoi giorni, coi tempi che corrono!

Nota romantica

5 Agosto, 2009

Immagine 137Non sapevo che Robert Schumann fosse a Dresda, quando per la prima volta manifestó i segni del suo squilibrio mentale (un accordo di “LA” fisso ininterrotto dentro la testa) che in pochi anni lo portarono alla pazzia. Visse a Dresda dal 1846 al 1849, quando a Dresda abitava pure Wagner. In quegli anni in cittá non mancavano di certo le idee per un concerto in piazza, ma la sinfonia piú rumorosa la fecero i rivoluzionari che incendiarono tutto nel 1849: da uscirne pazzi, per l´appunto. Schumann si trasferí quindi a Düsseldorf con la famiglia e lá ebbe il tempo per comporre le ultime sinfonie,  prima di essere internato, mentre sua moglie Clara intratteneva amabilmente Johannes Brahms.

Avrei dovuto capire subito la vocazione musicale di Dresda dalla forma inequivocabile della Frauenkirche, dove il concetto medievale di “matroneo” si moltiplica in una serie di logge e di palchi a piú ordini, come un teatro dell´Ottocento. Nei fine settimana d´estate questa chiesa-teatro torna ad animarsi come sede di concerti turistici ma non troppo.

Sabato scorso ho ascoltato il violino di Pinchas Zuckerman accompagnato dalla English Chamber Orchestra, Vivaldi, un doppio concerto di Bach e la sinfonia numero 29 di Mozart. Dopo aver suonato da solista, Zuckerman ha diretto l´orchestra inglese con precisione, distacco e nonchalance come avrebbe fatto in casa, davanti ad un gruppo di amici. La gente ha applaudito, l´orchestra ha raccolto gli applausi come una squadra di specialisti consapevoli di aver fatto un buon lavoro. E´ questo lo spirito autentico dell´orchestra da camera: niente fuochi d´artificio, niente premiazioni, niente divi. Niente di quello che piace ai coniugi Mazzavillani e Muti di Ravenna.

Wenderismi

22 Luglio, 2009

Davanti alla vetrina di SpandauerStrasse dov’è in mostra l’arredamento di un salotto d’epoca comunista, si avvicina una signora che pensa ad alta voce:  “non è vero…le nostre case non erano così!”.  Poi se ne va  ed entra in un grande condominio all’angolo della Karl Liebknecht Strasse.  Abita al terzo  piano nel centro di Berlino “est” , ma quando apre le  finestre non vede più il palazzo della Repubblica che era proprio lì  davanti.  Da quando è finita la DDR non sa più cosa aspettarsi: al  posto dell’architettura del governo socialista in pieno centro ormai  da  un anno c’è la voragine di un cantiere che sventra la città.     Certe cose non piacciono ai nuovi arrivati,  ma ci hanno messo comunque vent’anni per disfarsene.  Alla fine l’hanno raso al suolo con la scusa dell’amianto, come  un capannone qualunque -il Palazzo della Repubblica- anche se le cartoline che lo ritraggono ed i modellini  in scatola di montaggio sono ancora in vendita nei negozi di souvenir, simbolo confuso di un presente già remoto.

Quando torno a casa la sera racconto al prete americano quello che ho visto e quello che ho ascoltato durante il giorno.  Lui fa la stessa cosa col taccuino in mano.  Poi usciamo insieme col passo spedito, entrambi assorti con lo sguardo rivolto al marciapiede fra la gente che non ci vede.  Potremmo incontrare da qualche parte Peter Falck  oppure Nick Cave prima dell’ultimo spettacolo del circo accampato qui dietro.  Allora penso, sai, questa vita spirituale non mi basta:  vorrei tornare a casa stanco la sera dopo un giorno di duro lavoro, abbracciare i bambini, sentire finalmente il peso degli anni…   ma cambio subito idea: dopotutto non ho le ali di Bruno Ganz, meglio per me restare sulle nuvole della cassa integrazione finchè dura.

Al ristorante ritorniamo finalmente visibili quando le cameriere  si accorgono di noi.  Sono donne già mature, bionde, biondissime, castane e rosse fra i trenta e i quarant’anni, stanche un po’ tristi, comunque sorridenti e al lavoro.  Ce n’è una che parla un po’ di italiano e si diverte a dirmi: “come stai, tutto bene, ti è piaciuto?”   Da bambina andava in vacanza al mare  a “Rikkione” ed a “Rikkione” ha imparato le prime parole di Italiano, probabilmente con l’aiuto di un bagnino romagnolo.  Poi è stata in Italia come ragazza alla pari nella villa di Paolo Frajese (!),  ma non deve essere piaciuta al padrone di casa avvezzo a donne di altro tipo, tanto che ha interrotto subito il rapporto alla pari  per rientrare in Germania.     Forse è colpa del riscaldamento globale o forse c’è dell’altro, se  le tedesche non vanno più al mare a Riccione.  Ma se i Romagnoli trascorrono l’estate a Berlino, vuol proprio dire che il mondo s’è capovolto.

DD(Bundes)R

17 Luglio, 2009

A Berlino la stazione di Friedrichstrasse è piena di gente accaldata che sale di corsa sul treno. Le porte si richiudono contro i passeggeri stipati dentro, sembra quasi d’essere a Roma. Una coppia tedesca anziana, ex berlinesi dell’Ovest, sopporta con disagio. La signora si lamenta col marito e dice: “Deutsche Demokratische Bundes Republik!”, che strano incrocio, questo abbraccio fra l’est e l’ovest.

Saccharum Ravennae

6 Luglio, 2009

Immagine 019Nell’orto botanico di Berlino prospera questo interessante esemplare di canna da zucchero che l’immancabile tassonomia didascalica tedesca riferisce all’Italia, anzi esplicitamente alla città di Ravenna.  Il nome di Saccharum Ravennae gli italiani se lo  aspetterebbero da una holding delle barbabietole: un po’ latino, un po’ bizantino, un po’ contadino. Invece   Saccharum Ravennae è una canna da zucchero, per la quale il clima dell’Italia non è evidentemente troppo freddo.   Chi si straccia le vesti per la fine della barbabietola italiana, dovrebbe quindi valutare l’esistenza di questa pianta già assegnata all’Italia per nome o per dileggio, dai tedeschi vittoriosi  nella guerra europea dello zucchero.

La tropicalizzazione del clima potrebbe favorire la Saccharum Ravennae, ma ci vorrà davvero molto caldo per vedere questa  canna che vince sulle barbabietole giganti del Brandeburgo.

Feste artusiane

28 Giugno, 2009

Ricordo d’essere nato a Forlimpopoli quando mi avventuro nelle strade strette del paese riconvertito in città artusiana ogni anno a fine Giugno, con le bancarelle sovraffollate di odori e di gente strillante nei ristoranti posticci sui marciapiedi, dentro i cortili, appesi ai balconi, ovunque c’è posto.  Non so se tutto ciò sia davvero democratico, o se sia una manifestazione di potere popolare: il Forlim-popolo delle Libertà.  L’impeto della gola riesplode comunque ogni anno, con la benedizione della Madonna, del Popolo pure quella.


Aria fresca & Mario Resca

15 Giugno, 2009

Il nome “Mario Resca” fa odore di fritto.  Un brillante curriculum da supermanager del fast food non dovrebbe costituire reato, a patto di non diventare all’improvviso braccio destro del Ministro Sandro Bondi, con l’incarico di rilanciare il patrimonio culturale  italiano.  A che servono i musei? Roba polverosa, ammuffita, insalubre…  Vuoi mettere la fragranza di un cheeseburger! quello sì che risveglia gli appetiti e mette in moto l’economia.  Ecco allora, se la cultura va a nozze col turismo, l’economia resuscita come la carne lurida degli hamburger quando metti il ketchup sopra.   Why not? L’Italia è un bel panino turistico-culturale da gustare tutti insieme, con il “sinistro” Bondi alle friggitrici e la Brambilla in vacanza.

Cultura loves turismo, che idillio, che spettacolo! Ma c’è un imprevisto. Sembrava quasi fatta  e invece… peccato!  Chi  rompe?  La classifica  mondiale delle città a misura d’uomo, ieri sul Sole24ore, non include città italiane. L’Italia non piace più come una volta.  Perchè?   L’hanno chiesto a Mario Resca e lui ha risposto che ci sono troppi capannoni senza stile che deturpano il paesaggio.  Giusto!  Probabilmente ha letto un libro sul paesaggio italiano, fra un panino e l’altro.   Però (il lupo perde soltanto il pelo) dice che il vero problema sta nella comunicazione, gli errori di comunicazione penalizzano l’immagine dell’Italia agli occhi del mondo.  Parliamo dei rifiuti di Napoli e dimentichiamo le campagne, le spiagge, i laghi e le montagne.

L’immagine, per l’appunto, è quella delle cartoline che si possono anche truccare, ma la vacanza è un’esperienza reale, vuole poco stress e tante belle sensazioni da raccogliere nel territorio, città, campagne, autostrade e ferrovie.  Un viaggio assediato dai TIR in autostrada, come cento minuti di ritardo alla stazione Termini, lasciano in bocca un sapore disgustoso.  Quanto ketchup dovremo aggiungere, per dimenticare?

Piove sulla realtà

9 Giugno, 2009

Ho cominciato a scrivere commenti elettorali, pre-elettorali e post-elettorali,  ma non ho trovato niente che fosse più interessante delle previsioni del tempo di domenica scorsa, che negavano categoricamente la pioggia.  Invece mentre andavo a votare pioveva forte, ed è piovuto anche nei giorni precedenti, durante il ponte di inizio Giugno.  Per non turbare i sogni dei turisti, i canali TV dicevano che al mare non sarebbe piovuto.  La potenza dei telegiornali non ha impedito le precipitazioni, ma le ha rese irrilevanti.  Se riescono a farlo con la pioggia, figuriamoci con il resto.

Ultimo rango a Berlino

30 Maggio, 2009

La TV tedesca sapeva già da qualche giorno che Marchionne non ce l’avrebbe fatta.   Nel canale satellitare delle News, fra le notizie in breve, scorreva un commento che giudicava addiritura “offensiva” la proposta di acquisto FIAT.   Quel commento sembrava eccessivo pure a me, che non coglievo le ragioni dell’offesa.  Oggi i giornali italiani perlopiù si consolano dicendo che ancora una volta ha vinto lo statalismo contro il libero mercato, una ragione in più per trasmettere la sensazione d’essere ancora accerchiati dai comunisti del vecchio continente, noi Italiani liberi paladini del “liberismo reale”.  Per il governo tedesco è stato difficile accettare i soldi dei Russi arricchiti, ma è stato semplice escludere le alchimie del nostro Amministratore: senza trucco e senza inganno, i soldi chi li mette?

Qualche minuto fa, la  ZDF ha trasmesso l’intervista ad un rappresentante dei lavoratori Opel, il quale ha detto d’essere soddisfatto dell’accordo: non ha parlato delle alternative, per lui non c’erano alternative.  Poco prima la stessa TV aveva trasmesso l’intervista alle veline italiane candidate alle elezioni europee.  La giornalista, una signora bionda,  domandava: “Mi dici qualcosa sulla tua formazione?” La bocca della ragazza culo-e-tette replicava: “…in che senso!?”.  La giornalista tornava a chiedere, avrai fatto qualcosa nella tua vita, raccontalo! “…in che senso” era l’unica espressione verbale della bocca culo-e-tette, tradotta fedelmente in Tedesco dal cronista, impietosamente, tre, quattro volte.

Se in Germania l’Italia non è più credibile, sarà mica colpa dei giornalisti che fanno domande difficili?