Un padre aspetta alla stazione di Paradestrasse ed indica ai suoi figli la mappa appesa alla parete. Racconta che una volta a Berlino c’erano due città, a due passi l’una dall’altra, eppure lontanissime. Appoggia la mano a sinistra e pronuncia la parola “West”, poi dice “Ost” e completa il giro a destra con il braccio disteso. I bambini guardano con gli occhi incantati: non sanno ancora che il sole sorge ad est e va a tramontare ad ovest, imparano così a distinguere le due parole secche della longitudine nella stazione della metropolitana vicino casa, una mattina di Novembre, a Berlino. L’ovest e l’est su questa mappa non hanno una direzione ma indicano due metà avvolte una dentro l’altra, Yin e Yang prima divisi poi ricomposti, il giorno in cui finalmente vissero tutti felici e contenti il nove novembre del 1989. La sesta linea della metropolitana da nord a sud si snoda diritta sotto l’asse di Frederichstrasse ed attraversava due volte il confine fra lo Yin e lo Yang, fuori-dentro, dentro-fuori. Per chi viveva nell’ovest era possibile entrare nell’est con i treni di questa linea che era proibita ai cittadini dell’est. La stazione di Frederichstrasse si apriva sotto terra in mezzo alla città con le bandiere rosse di una potenza straniera ad un chilometro dal Checkpoint Charlie (un nome niente affatto buffo, la terza lettera dell’alfabeto militare internazionale).
Non riesco ad immaginare l’euforia di vent’anni fa, quando i Berlinesi dell’est si accalcarono al Checkpoint Charlie e pretesero l’apertura della frontiera, dopo l’annuncio ufficiale trasmesso in televisione. I militari di controllo ai varchi di passaggio non potevano credere a quel discorso che mandava in frantumi le loro carriere, eppure sentivano di non avere più alcun diritto di sparare sulla folla, che continuava ad addensarsi in massa. Vent’anni dopo, le TV di tutto il pianeta festeggiano in mondovisione il ricordo di questo evento epocale come festa global della libertà. Il governo di Berlino offre in televisione esempi di maestria diplomatica per curare le divisioni del mondo intero (o solo per parlarne) mentre in città la gente non fa chiasso, torna in massa per strada in modo diverso da vent’anni fa, per guardare la recita dei mille monoliti di cemento colorato che cadono uno dopo l’altro come i pezzi di un domino davanti alla Porta di Brandeburgo. C’è tanta gente, così tanta che alle nove di sera i venditori ambulanti hanno già finito le patatine fritte. Alla festa della libertà ci arrivo anch’io, ma in ritardo, dopo il corso di Tedesco al Goethe di Neue Shonauserstrasse: le patatine sono finite, ma ci sono ancora bratwurst in abbondanza, che basterebbero a sfamare tutta l’Alleanza Atlantica. Mi accompagnano due colleghe, una del Cile, l’altra della Bulgaria, sulle dittature ne sanno più di me, ma il loro passato pesante non riaffiora nella nostra conversazione.
Sembra incredibile, ma la festa global della libertà non è ancora una festa nazionale tedesca! Potrebbe diventarlo presto in Italia (…anzichè quel giorno di Aprile) ma troppe contraddizioni gravano sul nove novembre tedesco. Nel 1918 è il giorno della capitolazione che segna la fine della prima guerra mondiale, ma il nove novembre del 1938 ricorda una pagina ancora più nera della storia tedesca, la notte dei cristalli, l’inizio delle persecuzioni antisemite. Nel quartiere attorno alla sinagoga, a due passi dalla scuola, ci sono candele accese alle finestre. Dediche in buste di plastica compaiono appese alle pareti e vengono appoggiate anche sui marciapiedi, accanto ai nomi dei deportati nei campi di sterminio. La caduta del muro, per qualcuno, resta ancora in secondo piano.
Fra il Reichstag e la Porta di Branderburgo, la gente fugge via, sparisce in fretta, o verso casa, o alla ricerca di una cena alternativa alla monocultura del bratwurst. La festa è già finita, ma c’è chi dice che si è solo spostata un poco più in là, a Potsdamer Platz. Dopo la rappresentazione coreografica dell’effetto domino, i monoliti colorati restano distesi a terra ed ostacolano il passaggio dei pedoni che devono fare un lungo giro attorno alla Porta per rientrare in centro attraverso le strade laterali. Alla fine della festa, quella fila rituale di blocchi distesi a terra va ad occupare nella mia memoria lo stesso spazio dei riti propiziatori, delle feste paesane alla fine dell’inverno nel paese dove sono nato. L’odore del vino bollente nella notte fredda è lo stesso che accompagna i fantocci della vecchia di paglia e cartapesta, bruciata in piazza come una strega, coi suoi cattivi pensieri, prima della nuova stagione. Qui a Berlino il fantasma dell’oppressione è come quello dell’inverno. Aspettiamo la primavera, dunque, e… teniamo a bada il fantasma della libertà.
Una volta al mese varco i cancelli dello zuccherificio. Della fabbrica è rimasto solo un cumulo di macerie, ma ci sono ancora gli uffici nell’edificio d’ingresso, e le voci rarefatte di pochi impiegati superstiti addetti alla spedizione di uno zucchero prodotto altrove, in transito nei vecchi magazzini dell’ex-fabbrica. Nonostante le rovine in primo piano, dietro, in un capannone nascosto dal cumulo di macerie, lavorano operai salariati. Si avvicendano giorno e notte davanti a macchine stantuffanti e appiccicano etichette colorate su scatole di zucchero e sacchetti da un chilogrammo. Il confezionamento sostituisce la produzione, durante la crisi, e dice d’essere riconversione industriale, salvezza per le anime del purgatorio sospese in bilico, in attesa del tempo che verrà.
Chi si avvicina ai cancelli della fabbrica non intuisce là dentro l’esistenza di operai lavoranti; vede solo recinzioni divelte, tettoie scoperchiate, aree interdette; vede erbe fiorite a grappoli, alte fino al ginocchio, forare la crosta d’asfalto. Le officine ritagliano uno spazio di reimpiego nella vastità medievale delle rovine, come botteghe romane imperiali all’arrivo dei barbari. Quando torno, ogni mese, chiedo a me stesso cosa vado a fare, mentre il cumulo di macerie si avvicina. Esco dall’automobile e salgo i pochi gradini fino alla porta vetrata, stretta, d’ingresso, da cui passano gli operai per entrare, impiegati, dirigenti e padroni, senza toccarsi. Il portiere si accorge subito di me ed estrae con sollecitudine dal cassetto una busta sigillata, rapidamente, per non farmi perdere tempo. E’ contento di vedermi e chiede se ci sono novità.
Ci conosciamo da quindici anni, io e Casadio. Lui era addetto al reparto filtrazione, prima che lo riconvertissero in portineria, un mestiere di privilegio affidato di solito a chi, per motivi di salute, non poteva affrontare la fatica. Quando lo zuccherificio era una fabbrica rumorosa e sbuffante, il compito di portiere era affidato a Sansavini, un giovane cardiopatico che non avrebbe potuto svolgere altre mansione nei reparti: eravamo stati compagni di scuola alle medie e l’avevo ritrovato seduto in portineria, nello zuccherificio di Forlimpopoli, con il telefono in mano, a dirigere il traffico degli autotrasportatori e dei fornitori di passaggio, sempre in silenzio, discreto, quasi timido, fino al giorno di chiusura. Quando i motori dello zuccherificio si fermarono per l’ultima volta, il nove novembre del 2005, la cardiopatia ebbe un sussulto. Mentre le caldaie esalavano l’ultimo vapore, il suo cuore cessò di battere. Con l’andirivieni di gente preoccupata, quel giorno, l’affanno in portineria era più doloroso che nei reparti di fabbrica, davvero troppo. Ai funerali di Sansavini nella chiesa parrocchiale c’erano dipendenti, operai, impiegati e pensionati, lavoratori di tre generazioni richiamati al cospetto dell’eternità. Non erano solo i funerali di un giovane stroncato da un malore; quel giorno si celebravano le esequie di un’intera tradizione industriale giunta al capolinea.
Adesso in portineria c’è Casadio, ma non è più lo stesso, sembra un’altra persona. Quando lavorava nel reparto filtrazione, col sudore in fronte e la mani annerite dalla morchia, aveva un aspetto truce. Zittito dal clamore dei macchinari, con la tuta blu attorno alla pancia prominente, non parlava mai. Si eclissava dietro ai filtri rotativi sottovuoto, apriva e chiudeva rubinetti fra gli odori organici dei fanghi color argilla, belli da guardare mentre si staccano a brandelli dai cilindri in rotazione lenta, schizzati di continuo con sottili getti d’acqua. Casadio lavorava bene, non parlava ma aveva sempre la risposta pronta con il suggerimento opportuno, se proprio lo doveva dire. Prima o poi si sarebbe trovato a ricoprire il ruolo di caporeparto, prima o poi, al terminare della sua carriera ai filtri, e non immaginava di diventare il portiere di una fabbrica dismessa e riconvertita, piccola stella senza luce dopo l’espansione gigante.
Casadio appare magro, seduto in portineria col maglione chiaro di fattura casalinga, mentre estrae la busta dal cassetto e me la porge dalle mani morbide, tutto d’un tratto. Non sembrano mani d’operaio, così bianche e delicate, e mi domando se mai lo siano state -d’operaio- quelle dita intelligenti che ricordavo in fabbrica, mascherate col fango e con la morchia. Con quelle dita rinnovate, Casadio estrae tre fogli dalla busta, il riepilogo dell’ultimo stipendio e due moduli aggiuntivi che devo firmare ogni mese dopo il dodici, tassativamente. Per ora il mio contratto di lavoro non richiede altro, se non una firma al mese. Il tempo di arrivare e di dire poche parole, il tempo di prendere la penna in mano e di autografare due fogli prestampati con data e firma: ecco, sono di nuovo libero fino al prossimo stipendio!
Mentre scrivo il mio nome, Casadio mi guarda con rispetto, ancora con stima, nonostante l’inutilità apparente della mia presenza senza incarichi, io che vago, mentre altri sono ancora al loro posto, indaffarati a girare e a rigirare carta sulla scrivania. Quella firma è una cosa seria, vale un intero stipendio, per cui ho imparato a farla bene, con cura, come un’opera d’arte: un pezzo unico del valore di milletrecentosettanta Euro. Se col rinnovo del contratto questa somma dovesse pure aumentare, mi procurerò una penna speciale, d’avorio o d’argento, per dare al gesto della firma ancor più valore, con tutto quello che si merita in cambio. Per esperienza, so quanto è difficile farsi pagare in Italia per un lavoro che è stato fatto, conosco gli stipendi di chi è impiegato e resto stupefatto ogni mese per tanta grazia, come Mosè nel deserto. Dopo l’azione solenne, restituisco i due fogli firmati e trattengo il terzo, col riepilogo dello stipendio.
Il mercatino di Cervia va in piazza fino a metà Settembre, quando il buio della sera arriva presto e stende una quiete casalinga sui banchi dei venditori abitudinari che espongono, per l’ultima volta, libri ed altri oggetti strani, presumibilmente antichi, sotto la luce calda dei generatori elettrici. Mi fermo a guardare, ma la voce affettuosa di un saluto mi prende subito alle spalle. Chi vedo? Una faccia luminosa, la fronte tonda allargata nella calvizie solenne coi capelli arricciati e diritti, come il sole che sorge nei disegni dei bambini. Mi saluta e urla forte: “sei ancora dentro?” Che cosa vuol dire… non sono mai stato in prigione! Quella buon’anima di Rinaldini mi sorprende davanti ai libri della sua bancarella e vuole sapere se, anch’io come lui, sono ancora un dipendente della SFIR in cassa integrazione, in cerca di miglior vita dopo la crisi dello zucchero nazionale. Rinaldini lavorava come me in zuccherificio, ma in piazza a Cervia spiega che non eravamo proprio uguali, lui era un operaio, io un “capo”.
“Presto ci chiamano di nuovo ” dice dispiaciuto: “ci chiamano sempre alla fine dell’anno. E’ già successo l’anno scorso ed anche l’anno prima”. Il capo del personale convoca tutti e comunica che è pronta la riconversione: “avete bisogno di lavorare? Bene, è finita la vacanza: è pronta la fabbrica nuova, venite a lavorare oppure state a casa finalmente con quei due soldi di buonuscita sindacale che abbiamo concordato per voi. Di più non si può.” Drogato da mesi ed anni di cassa integrazione, qualche operaio abbocca e decide di uscire volontariamente in mobilità, per non perdere la libertà e la liquidazione dello zucchero: “tanto prima o poi un altro lavoro si trova”. Qualcun altro decide invece di restare, vuoi per un estremo gesto di affetto nei riguardi del proprio posto di lavoro, vuoi per un atteggiamento di sfida o soltanto per la profonda incertezza che goccia a goccia permea gli animi dei cassintegrati, anno dopo anno.
Rinaldini vorrebbe andarsene definitivamente, ma non sa quanto gli manca alla pensione, sei, otto oppure dieci anni, davvero troppi: “dipende dalla legge sull’amianto, chissà…”. Ha tentato una riconversione privata, ma gli è riuscita solo in parte. I mobili e i libri vecchi non sono sufficienti per vivere: due, tre, quattro euro ogni libro, era meglio quando c’era la lira. Fra qualche giorno lo chiameranno probabilmente in fabbrica e forse sarà l’ultimo appello, se vuole andarsene con la buonuscita sindacale davanti al contegno compiaciuto del direttore barbuto: finalmente! Non è possibile che dopo quattro anni ci sia ancora dell’altra cassa integrazione: “non è possibile!” Ma sembrava impossibile anche l’anno scorso e pure l’anno prima.
Nella bancarella ci sono libri in scatole di cartone, alcune delle quali restano chiuse appoggiate per terra, altre sono aperte coi libri impilati dentro, tanto che è necessario estrarli uno alla volta per capire cosa c’è. Vedo titoli molto vecchi: edizioni scolastiche fasciste, opere ottocentesche dimenticate come L’Angelo di Bontà di Ippolito Nievo. Rinaldini va a sgomberare le cantine, i solai, gli appartamenti delle persone anziane che morendo lasciano in eredità il valore dei muri con quello che c’è dentro. E’ incredibile quanta cultura libraria sia rimasta sepolta nelle case degli italiani, all’insaputa della dittatura televisiva. Chi sgombra viene pagato in proporzione al peso, ma qualche volta è Rinaldini che deve pagare, per esempio quando trova mobili antichi. Non è facile stabilire il prezzo dei libri, bisogna essere davvero esperti: “i titoli del Settecento puoi provare a venderli a 30 euro: se qualcuno li compra subito, capisci che potevi chiedere di più.”
Mi è sempre piaciuto mettere le mani fra le carte vecchie, Rinaldini se ne accorge e mi accompagna dietro al banco dove tiene nascoste altre scatole che contengono decine e decine di libri del Touring Club, fra cui, numerosissime, le prime edizioni della Guida d’Italia. Affondo le mani nelle scatole e mi viene in mente l’ultima volta che ho incontrato Rinaldini in zuccherifico, nell’autunno del 2007. La fabbrica era ferma già da due anni ed io avevo avuto il tempo di lavorare altrove, in un cantiere di Ravenna che costruiva impianti petroliferi da spedire sul Mar Caspio. Alla fine dell’estate ero rimasto a casa, sospinto dell’incertezza mia e del mercato, mentre i ministri italiani portavano sul Mar Caspio tarallucci e vino, per convincere il dittatore Kazako che era opportuno proseguire con l’ENI e con Scaroni, un po’ furbetti ma, si sa, pur sempre brava gente. In quei giorni arrivò per me, inattesa, la convocazione in zuccherificio a Forlimpopoli, come se la fabbrica fosse stata di nuovo pronta per la partenza. Mi presentai bello pettinato alle otto del mattino, un lunedì di Settembre, e mi fu detto che era finita la vacanza e che dovevo ricominciare anch’io a lavorare. Bene! Cosa devo fare? Non era chiaro, potevo sistemare l’archivio, tanto per cominciare: di lì a poco sarebbero arrivati i facchini per il trasloco. La demolizione era ormai imminente ed era prioritario sgomberare gli uffici.
La chiara foschia autunnale, ancora calda a mezzogiorno, risplendeva di nuovo sugli operai in fila, come nei momenti più concitati della campagna saccarifera, che si svolgeva fra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Ma proprio il ricordo della stagione delle barbabitole rendeva più sinistro il corpo morto della fabbrica dove mancavano già alcune macchine, prelevate con precisione chirurgica e rivendute a metà prezzo in qualche mercato asiatico, forse in India. Non c’era più il sibilo vitale dell’aria compressa in sottofondo, perchè i tubi pneumatici erano stati tagliati. Nel silenzio tamburellavano i gorgoglii dei piccioni, come nei palazzi antichi abbandonati. Il loro volo pigro imperversava ovunque negli spazi ariosi fra le grandi finestre sempre aperte. Nessuno si preoccupava più di allontanarli, nè di pulire i pavimenti. Nelle lunghe pause in cui potevo attardarmi, vista la vaghezza del mio incarico, scendevo le scale e incontravo gli operai, a frotte davanti al distributore del caffè, animali vaganti, beffardi e stralunati, sospesi nel nulla. “Lo sai che Gianni è morto?” diceva qualcuno. “E’ morto anche Frank!” replicava un altro. “Anni e anni di cassa integrazione funzionano davvero: qualcuno se ne va con l’incentivo, qualcun altro se ne va perchè muore. E alla fine non rimane più nessuno.”
Mi era dispiaciuto per Gianni, uomo mite, un po’ pavido ma buono. Manovrava l’impianto di diffusione. Quando lavoravamo insieme al sistema esperto, mi ascoltava e applicava fedelmente quello che dicevo. Per questo i suoi colleghi lo prendevano in giro, ma lui era abituato, non si offendeva e bilanciava l’incertezza del suo carattere con la voglia di parlare. Ricordava fatti e persone con una vividezza impressionante e raccontava volentieri storie sulla gente di Ravenna: lo zuccherificio di Classe, l’esperienza terribile della chiusura di quella fabbrica dove aveva cominciato a lavorare trent’anni fa. Aveva paura di trovarsi ancora senza lavoro, senza sapere cosa fare, a cinquant’anni. Ma la soluzione, la più estrema, questa volta era arrivata da sè, un ictus senza scampo, nel 2006, dopo l’annuncio della cassa integrazione.
Ogni giorno da un armadio diverso riesumavo i fogli sparsi di storie profanate: disegni di fabbriche dismesse mescolati ad appunti recenti, corsivi affrettati, come ossa accumulate alla rinfusa. La crisi era cominciata vent’anni fa per opera di dirigenti con nome e cognome, gli stessi che adesso cavalcano la riconversione, ma solo per i propri figli. Il lavoro in archivio era bello, anche se il freddo dell’autunno precoce, senza riscaldamento, si faceva sentire pungente. Passavo parecchio tempo negli spogliatoi accanto alle stufe elettriche; qualche volta arrivava un operaio, spalancava all’improvviso la porta e chiedeva: “Non so cosa fare, cosa devo fare?”. Gli dicevo di spostare un tavolo o una scala -non perchè ce ne fosse davvero bisogno- ma per dare la parvenza di uno scopo a quelle giornate umide e inutili, dove neanche una partita a carte aveva più senso. In poche settimane ero riuscito ad organizzare il lavoro per un paio di persone fino a Natale, con lo scopo di preparare il trasloco dell’archivio. Ma nelle stesse poche settimane il capo del personale aveva capito l’unica cosa che lo interessava veramente, cioè che io non avevo intenzione di scegliere la mobilità volontaria. La mia prestazione professionale era ancora una volta fuori luogo: “chissenefrega dell’archivio, roba per vecchi che hanno tempo da perdere!” Da un giorno all’altro ero di nuovo a casa, al caldo, in cassa integrazione.
Rinaldini se lo ricorda ancora bene, quell’autunno freddo senza niente da fare, fra le ruspe che demolivano la fabbrica. Ma adesso non è più così, ormai ci sono le riconversioni e torneremo a lavorare per davvero. “Quali riconversioni?” chiedo: “l’impianto di confezionamento è già a regime con venti operai e ce ne sono più del doppio ancora da sistemare, dove li mettiamo?” Rinaldini non sa rispondere, ma ha paura. Teme di perdere la buonuscita e la libertà della cassa integrazione. Ma teme di più per il suo posto di lavoro. Cosa deve fare? Gli consiglio di aspettare. Non è cambiato nulla in questo gioco dissennato dove le uniche mosse vincenti sono il bluff e l’attesa. Chissà se è davvero così, ma Rinaldini vuole credermi, si rasserena e dice: “prendi su i libri che vuoi, te li regalo”. Nel mercatino di Cervia è già notte e gli ambulanti cenano per strada: una pizza tagliata a spicchi nei cartoni da asporto.
L’aeroporto di Tegel è quasi in centro a Berlino, ci arrivo in tre quarti d’ora dalla casa di Tempelhof e dall’altro aeroporto Zentral Flughafen che è chiuso già da un anno. Anche Tegel dovrebbe chiudere entro breve, sostituito dal moderno Hub di Schoenefeld, nella lontana periferia sud-est dell’ex Berlino comunista. Per adesso gli aerei si alzano ancora in volo da Tegel sulle case di Wedding e di Pankow, con la pancia metallica rigonfia di passeggeri e di bagagli sui tetti e sulle strade come ai tempi del ponte aereo. Gli abitanti del quartiere sollevano il naso per guardarli ingigantire mentre sibilano oscurando il sole, prima di atterrare. Gli aerei che sessant’anni fa hanno salvato Berlino Ovest dall’occupazione sovietica disturbano la gente meno che altrove. In città mi colpisce il manifesto elettorale di un candidato che si fa fotografare su un aereo accanto al finestrino. Un manifesto come questo in Italia farebbe pensare ai voli di stato per uso privato, ai cantanti ed alle ballerine che rallegrano le feste imperiali in Sardegna. Invece a Berlino è l’immagine giusta per un messaggio elettorale scritto a chiare lettere: “sicurezza e libertà”.
Abbiamo percorso Berlino a piedi lungo le fessure delle vecchie divisioni dove emergono i distretti contemporanei, come frammenti di crosta terrestre alla deriva. Siamo entrati negli spazi più interessante di Berlino, dove un tempo arrivavano i binari delle stazioni ferroviarie e degli scali merci, guardacaso prescelti, proprio loro, come terra di confine nella divisione fra est ed ovest. Ripensandoci, siamo entrambi sicuri di aver colto l’anima di Berlino un venerdì pomeriggio d’agosto, camminando a piedi fra Ostbanhof e Warschauerstrasse. Pensavamo di essere in centro e percorrevamo l’unica strada possibile, mentre si infittiva la sensazione d’essere invece in una remota periferia, fra campi incolti e grandi capannoni. Davanti a noi emergeva chiaramente il ponte di Warschauerstrasse, con le automobili in marcia ed il passo spedito delle ragazze sospese sulla città incolta sottostante, dov’era un grande scalo merci smantellato. In fondo, la nostra strada terminava in una rotonda a pochi passi dal ponte, da cui era comunque possibile proseguire a piedi attraverso un sentiero, vicino ad un casello abbandonato della ferrovia. Appollaiati sul tetto, alcuni giovani con la birra in mano prendevano il sole. Un ferroviere dal locomotore in manovra sull’unico binario superstite faceva sentire il suo fischio. Fra le sterpaglie noi proseguivamo con maggiore incertezza, ormai a due passi dalla stazione della metropolitana che in questo tratto è alla luce del sole. Con un balzo tornavamo all’improvvisto fra gli abitanti del venerdì pomeriggio, da un bordo del marciapiede della metropolitana, accolti da un tipo augurante bonario schoene Wochenende, con la birra in mano, ai margini della società.
La prima volta che per colazione ho ordinato una grosses fruestuck, ho creduto che per errore la cameriera mi avesse portato gli ingredienti crudi del ragù di carne di mezzogiorno ancora da preparare. Fra il burro e la mortadella, nel piatto troneggiava un grumo di carne macinata con sopra un battutto fresco di cipolla. Tutta quella roba mi aveva impressionato, tanto che quattro mesi fa ero riuscito a malapena ad assaggiarla. Adesso mi sorprendo invece la mattina con il coltello in mano, mentre spalmo su panini ancora caldi, burro, cipolla e carne cruda delicatissima. E’ proprio vero che ci si abitua a tutto.
Quello che ho imparato finora della lingua tedesca è sufficiente per organizzare una convivenza amichevole con un professore di tedesco del Gabon, senza gli equivoci della pronuncia inglese. Evariste è arrivato a Berlino dal Gabon il 3 Agosto con l’entusiasmo di un bambino ed un piccolo regalo per i padroni di casa che lo ospitano, una sagoma smaltata a forma di Africa, montata su un supporto come un soprammobile, per mostrare in breve dov’è il Gabon e dove sono gli altri stati africani tutti ugualmente degni della nostra civile attenzione, divenuta tuttavia pregiudizio, a causa dell’apocalisse di fame e guerra che ha luogo da quelle parti. Il Gabon è ancora un posto tranquillo, pochi abitanti, quasi una località turistica sulla costa occidentale, vicino al Camerum più intraprendente. Le città del Gabon hanno nomi francesi che vorrebbero augurare a questa terra un destino di pace e di prosperità. Libreville è la capitale, Port Gentil è la città di Evariste, seconda per numero di abitanti, un’isola sabbiosa vicina alla costa africana ma lontana cinque ore di traghetto dal porto più vicino che è Libreville.
Carlo, il regista, vorrebbe fare un documentario su Berlino. Non gli mancano le idee, ma non è gli è facile riconoscere quelle giuste. Berlino è una città iper-rappresentata, con un immaginario cinematografico traboccante. E’ difficile scrivere qualcosa che sia al tempo stesso nuovo e significativo, ma Carlo non si spaventa e pensa ossessivamente ad un documentario su Berlino, come ha già fatto per Atene e per Lisbona. Per cominciare gli bastano due pagine che raccontino, con suoni e con parole, una storia, oppure la città protagonista di se stessa senza discorsi umani fuorvianti. Un lavoro interessante potrebbe riguardare gli spazi vuoti che danno a Berlino un’identità frammentaria e rimescolata, con molte periferie confuse fra molti centri. Cominciamo a guardare insieme questi spazi vuoti una mattina d’agosto col tempo grigio e le nuvole già autunnali in cielo a Treptower Park. Carlo non è mai stato qui, dove i sovietici hanno costruito due quinte monumentali di marmo e di alberi, per una lunghezza di mezzo chilometro circa dentro al parco, memoriale della “guerra di liberazione dal nazismo”.
Sono le nove e mezza quando usciamo dalla stazione della metropolitana incerti sulla direzione. Carlo ha dormito male a causa di un cuscino morbido, un maledetto cuscino largo e schiacciato, tedesco. Vorremmo un caffè, ma i bar lungo il fiume sono chiusi mentre le baracche sull’altro lato della stazione esalano un rancido fritto che piace solo ai ferrovieri baffuti in pausa fra un lavoro e l’altro. Gli operai si svegliano col bratwurst, il caffè in quelle baracche servirebbe soltanto per sciacquare lo stomaco, così andiamo a cercare un bar più serio un po’ più in là, in un ex palazzone dell’est dall’altra parte della strada. Idee confuse si intrecciano senza una direzione precisa, fuori e dentro di noi, ma a Berlino ci sentiamo entrambi a casa. Per Carlo è come Catania, una città provvisoria su un suolo magmatico. La storia del Novecento ha agito su Berlino con la violenza di un vulcano che si è affrettato a distruggere i sogni di grandezza di tre imperi. A me invece Berlino ricorda chissà perchè Ferrara. Forse per l’umidità palpabile dei giardini fioriti che spuntano ad ogni angolo di strada, per i cimiteri sparsi sulle ultime tracce del muro, per la vastità di un piano urbanistico mozzato dalla storia. Il disordine razionale di Berlino ha l’effetto di una macchia di inchiostro da cui emergono desideri e paure da esorcizzare, come un laboratorio di psicologia sperimentale
Per il caffè ci fermiamo più del necessario. Guardiamo il cielo grigio traditore dell’estate, ma almeno non piove. Camminiamo pigri fino al fiume e seguiamo la riva, dove le barche all’ormeggio dormono ancora: battelli turistici, case sull’acqua con le aiuole sulla prua, simili alle case vere sull’altra riva del fiume. Carlo maledice la borsa con la telecamera. Era troppo assonnato quando ha deciso di portarla con sè questa mattina, ma ormai ce l’ha, tanto vale utilizzarla. In meno di un quarto d’ora arriviamo all’ingresso del memoriale, dalla parte del fiume. E’ un arco solenne, non enorme ma imponente come le porte trionfali della Divina Commedia che annunciano mondi ultraterreni. Il monumento ai caduti sovietici comincia come un film, con la colonna sonora degli alberi frondosi ripiegati a piangere sotto le raffiche di vento leggero.
La prima inquadratura è dedicata alla grande madre Russia, una statua di donna robusta e addolorata che indica la via della storia in direzione del soldato vincitore del nazismo, mezzo chilometro più in là. Nel mezzo, due statue colossali armate ed inginocchiate aprono un sipario immaginario, fra due quinte di marmo rosso inclinate come ali. Il marmo è quello del palazzo della cancelleria di Hitler, smontato pezzo per pezzo dopo la guerra e riutilizzato in gran parte proprio qui nel mausoleo dei comunisti, per il sarcasmo della storia. Nello spazio antistante, la narrazione prende corpo in grandi parallelepipedi scolpiti a bassorilievo con le scene della guerra, come i pezzi di una moderna colonna traiana. Militari e civili col colbacco e gli stivali, sono raffigurati in atti di eroismo e di sottomissione alla patria. Sembrerebbe un romanzo di Tolstoj, se non fossero le armi, i fucili e le bombe a mano scolpite meticolosamente nei dettagli tecnici ad indicare che stiamo parlando di un’altra storia, più recente e più spietata.
A Berlino è arrivato l’amico Carlo, il documentarista catanese vincitore della “Vela d’Argento” al festival di Bellaria. Quel premio l’avevo ritirato io con le mie mani dalla giuria, un sabato di giugno, perchè lui era dovuto ripartire con il volo di ritorno la sera della cerimonia conclusiva, nel pieno della festa, quando sul palco sfilavano uno dopo l’altro gli artisti del sottobosco cinematografico italiano e gli amministratori locali di sinistra, un po’ spaventati dal sorriso di Berlusconi e dalle imminenti elezioni comunali.
Arrivando in bicicletta dopo una traversata esplorativa di dodici chilometri da Potsdamer Platz fino a Zehlendorf, mi fermo davanti ad una casa a due piani bifamiliare, trascurata negli infissi e nel giardino, diversa delle altre più curate dei vicini. Carlo mi viene incontro per aprire il cancello, ma non trova la chiave. Deve fare molti tentativi per avere successo e gli servono i chiarimenti del padrone di casa, che è nascosto oltre il garage da qualche parte dietro. Finalmente il cancello si apre. Seguo Carlo nel cortile in un passaggio stretto fra la casa, il garage ed i bidoni della spazzatura, finchè sbuchiamo in un orto retrostante piuttoso grande, erboso e con gli alberi da frutto sparpagliati, una specie paradiso terrestre pieno di insetti. Alle sei del pomeriggio Jorg è nel giardino indaffarato con il Barbecue. Nel piatto ci sono spiedini di verdura e bratwurst già pronti per la brace, mentre un cilindro di metallo riempito di carta e di carbone funziona da ciminiera portatile che affumica l’aria e le persone nel giardino. “E’ un’idea americana, la carta e ed il carbone insieme in un cilindro!”. Jorge racconta che aveva sposato una donna americana: lui si sarebbe trasferito volentieri negli Stati Uniti per vivere e per lavorare dall’altra parte dell’Oceano, ma sua moglie se ne è andata senza di lui, lasciandogli, oltre alla ciminiera portatile, una figlia ed una casa da pagare, quell’incredibile residenza di legno nel giardino dei nonni polacchi che vivevano a Zehlendorf -in una casa di mattoni, loro- prima della seconda guerra.
Per la brace ci vuole un po’ di tempo e Jorg mi accompagna volentieri subito dentro, nella casa di legno, per mostrarmi le idee più stravaganti dell’ex moglie americana che ha architettato il tutto. Mi pare d’entrare nella capanna dei bambini tirata su nel terreno dei genitori dietro casa. Ma è come se la capanna di legno per i giochi nel cortile avesse assunto le fattezze di una villa d’autore, con accorgimenti stravaganti ecologisti e vintage. Al piano terra c’è un unico grande ambiente, sala da una parte, cucina dall’altra. Nel mezzo la scala per il piano superiore. Le vetrate di quattro porte uguali tutte sullo stesso lato diaframmano lo spazio sul giardino, così che pare d’essere proiettati all’aperto, anche quando si resta chiusi in casa. Jorg indica orgogliosamente i pezzi di recupero installati in casa e prelevati gratuitamente fra le macerie delle demolizioni berlinesi. Ad esempio i caloriferi sono oggetti vintage provenienti da non-so-quale-palazzo della città storica andato distrutto e rimontati con cura negli angoli della casa di legno. Analogamente le piastrelle messe al centro fra le assi dei due pavimenti di sala e cucina, sono pezzi di recupero che assortiscono variamente il selciato, come pietre medievali. Anche le lastre di marmo rosso che ricoprono il camino sono pezzi di recupero ed assomigliano ai rivestimenti del palazzo della cancelleria di Hitler, ma ogni riferimento almeno in questo caso è puramente casuale.
Il prete americano David è partito stamattina con un giorno d’anticipo sulla fine del corso di Luglio. Ieri sera non è tornato a casa, dopo la festa nella sede estiva del Goethe Institut a Charlottenburg è andato direttamente all’aeroporto di Tegel dove ha trascorso la notte in attesa del volo Air France delle sei del mattino, prima Parigi poi Pittsburgh. Ero abituato a vederlo in casa, tanto che adesso il pianerottolo fra il bagno e la cucina mi sembra tristemente vuoto. Di mattina lo sentivo rumoreggiare con colpi di tosse e gargarismi, un modo per dare corpo all’anima, probabilmente.