Il signor Martin vive con la signora Renate nella casa di Tempelhof dove io sono ospite. Quando rientro dai festeggiamenti berlinesi, a vent’anni dal muro, la sera del nove novembre lui è ancora in piedi fra la cucina e la sala da pranzo. Assonnato ma vigile, mi chiede se ero alla Porta di Brandeburgo: certamente che c’ero anch’io là in mezzo a tutta quella gente, ma è finito molto presto, alle dieci non c’era più nessuno. Il signor Martin ha l’aria di non essersi mosso da casa, però glielo chiedo ugualmente, se è uscito, e lui mi risponde di no, non ha avuto voglia di mettere il naso fuori dalla porta dopo la giornata di lavoro. Con tutto quello che aveva già visto ed ascoltato in televisione, la festa non lo interessava più, il rumore, il freddo, la folla: meglio la poltrona. “La festa è per i berlinesi dell’est” racconta: ”per loro è davvero cambiata la vita, per noi dell’ovest è rimasto tutto più o meno uguale”. Fra la folla alla porta di Brandeburgo non ho guardato se erano di più i berlinesi dell’est o quelli dell’ovest, eppure si distinguono ancora abbastanza bene gli uni dagli altri. Là in mezzo si sentivano tutte le lingue del mondo: il francese, lo spagnolo, tanto italiano, che complicavano il gioco del riconoscimento.
Distinguere chi viene dall’est da chi viene dall’ovest è un passatempo divertente in metropolitana, fra le stazioni che si rincorrono lente a pochi metri le une dalle altre, in treno hai tutto il tempo di scrutare negli occhi chi sta seduto di fronte. C’è una fascia d’età attorno ai cinquant’anni sulla quale è davvero facile scommettere, se è gente originaria di Berlino est o di Berlino ovest. Potrei elencare una serie di indizi esteriori: i baffi ad esempio, o il taglio dei capelli, o la montatura degli occhiali. Ma non sono tanto i dettagli della persona, quanto piuttosto il portamento complessivo, è l’alone attorno ai gesti, agli sguardi, ai silenzi, che denuncia inequivocabilmente l’origine. La riservatezza dei signori dell’ovest si riaccende all’improvviso in un sorriso, in uno sguardo sereno consapevole delle buone relazioni che sussistono nel mondo civile anche in loro assenza. Il silenzio dei signori dell’est, al contrario, è una fuga solitaria verso le profondità metafisiche del pensiero, che teme d’essere disturbato e pertanto esige distanza. La stessa distanza brusca si vede ancora nei gesti di certe impiegate secche e biondicce della stazione di Alexanderplatz, che non guardano i clienti negli occhi.
Basta percorrere pochi chilometri in una direzione oppure in un’altra ed ecco a Berlino si schiudono storie diverse, tenute a distanza dal muro ed ancora oggi divergenti. Ex quartieri dell’est operaio senza più fabbriche, ma ancora proletari, e giardini borghesi dell’ovest, belli ed addormentati come se fossero ancora protetti dal muro. Il confine invalicabile di Berlino è stato per quasi trent’anni la membrana impermeabile di un terribile esperimento di chimica urbana. Da vent’anni la membrana non c’è più, ma l’esperimento continua ancora oggi nel rimescolamento lento dei fluidi viscosi. Gente dell’est si affaccia sull’ovest e crede di possederlo, solo perchè è libera di attraversarlo. Ma il ritmo dell’ovest è differerente, va colto nei movimenti dei suoi abitanti, per entrarci non basta camminare a testa alta. Così la gente dell’est si ritrae e torna da dove è venuta: preferisce ancora oggi le abitudini del quartiere d’origine, chè è un luogo più intimo della grande città metropolitana. A maggior ragione gli ex cittadini dell’ovest non sentono alcuna necessità di mescolarsi ai loro vicini dell’est. Se ne stanno tranquilli nelle case affacciate sui giardini con il barbecue pronto per le salsicce. Le abitudini degli abitanti disegnano nella mappa di Berlino ancora due città diverse. L’integrazione è un processo lento, che avviene per lo più ad opera degli interessi commerciali. I grandi cantieri ridisegnano da dentro il profilo della città storica mentre i negozi di abbigliamento ed i caffé spargono le luci colorate nelle strade di Mitte, come prima della guerra, soprattutto per i turisti che da tutto il mondo si riversano a Berlino per comperare vestiti, oggetti vintage ed esperienze. Gli stranieri di passaggio disegnano la nuova città di Berlino, più di quanto oggi non facciano i suoi abitanti. Non mi stupisce allora che davanti alla porta di Brandeburgo, lunedì nove novembre, i Berlinesi sembrassero una minoranza rispetto ai turisti, giunti qui da tutto il mondo per celebrare l’anniversario della caduta del muro.
Secondo Martin, il nove novembre del 1989 non ha determintato un cambiamento nella vita dei Berlinesi dell’Ovest, mentre qualcosa è cambiato radicalmente per quelli dell’Est. A me sembra che qualcosa sia cambiato anche all’ovest, nonostante l’iimperturbabilità dei barbecue sempre uguali nel giardino. L’esperimento di chimica urbana prosegue per tutti.
Sono entrato per la prima volta nella Philarmonie di Berlino per un concerto di musica da camera una settimana fa. Il programma proponeva brani sublimi del Novecento ed anche il quintetto opera 115 di Brahms, con un musicista nano al clarinetto dotato di energia sorprendente. Il suono degli archi riverberava ipnotico dentro lo spazio architettonico spigoloso dell’auditorium che sa di legno come i teatri antichi. L’auditorium giallo di Hans Scharoun è affascinante dentro, mentre da fuori sembra uno strumento musicale gigante di fantasia cubista. Sono entrato quando ancora non c’era nessuno e mi è parso di sentire, mescolato all’aroma del legno, l’odore di tutti gli inverni trascorsi a due passi dal muro e le corse accaldate della gente in fila al botteghino negli anni della guerra fredda, con i marchi tedeschi nel portafoglio e le mogli bionde marziali, a Berlino ovest, quando la Philarmonie era un bastione dell’occidente in terra di confine. All’uscita dopo lo spettacolo risplendono adesso i grattaceli di Postdamer Platz ed è naturale dirigersi a piedi verso quella piazza che per cinquant’anni non era esistita e dove invece oggi la folla riaffiora dagli ingressi della vecchia metropolitana ripristinata.
Quando Berlino era divisa, la Philarmonie occupava un angolo buio di Berlino-ovest in fondo a Postdamer Strasse, lontano dai quartieri benestanti di Schonenberg e di Charlottemburg. Ci si poteva arrivare in autobus, ma non mancavano i parcheggi per chi voleva guidare l’automobile fin là; lo spazio attorno all’auditorium era largo come la piazza d’armi di una caserma. La luce dei fari e dei lampioni faceva riverberare in fondo alla strada la sagoma sterile del muro di confine a zig zag, rotondo in cima, avanti e indietro fra le strade abbandonate dell’est e dell’ovest. Oltre il muro era come se non ci fosse nulla. Persa fra la foschia bianca delle luci al neon, in lontananza al di là del muro si impennava la torre della televisione comunista, con l’enorme palla metallica sospesa al centro di Berlino est, fuori scala nel profilo della città storica, come il mantello di una Misericordia marziana sulla testa degli abitanti. La torre con la palla e con l’antenna nel cielo di Berlino era stata costruita per essere vista anche dall’ovest, così vicina eppure ad una distanza siderale dai sentimenti della gente che entrava nell’auditorium per ascoltare la musica di Karajan. Le sentinelle del’est, letteralmente ad un tiro di schioppo, erano appostate nella penombra delle torrette, pronte a sparare all’ultimo solitario disperato che dall’est avesse tentato la fuga verso l’ovest. Gli spettatori della Philarmonie non guardavano da quella parte, ma avvertivano ugualmente qualcosa di sospeso nell’aria di piombo lì attorno.
La divisione aveva salvato dall’occupazione sovietica il pezzo di città ad occidente di Postdamer Platz. Della piazza restava solo un improbabile ricordo e, al suo posto, come una fortezza militare, il muro. Negli anni successivi alla divisione, i Berlinesi dell’ovest non vollero rinunciare ad altro spazio oltre a quello che la guerra gli aveva già sottratto e tornarono ad occupare l’area abbandonata nei pressi di Potsdamer Platz, costruendo il più possibile fin quasi a ridosso del muro, non case, ma luoghi di incontro culturale: la biblioteca, l’auditorium, la galleria d’arte contemporanea. I tre edifici disseminati in un’area vasta vicino al confine, sconnessi dall’urbanistica della città divisa, davano continuità in occidente al centro simbolico di Berlino, che era stato sommerso dal muro, ed auspicavano la resurrezione di Potsdamer Platz, nella forma di una rivincita dell’ovest sull’est, contro chi aveva occupato quello spazio per farne una caserma. A vent’anni dalla caduta del muro, la rivincita dell’occidente è in pieno svolgimento e si esprime nell’architettura contemporanea che si affaccia oggi su Postdamer Platz: un intero quartiere rinasce dalla periferia verso il centro, controcorrente rispetto allo sviluppo della città storica. La forza dell’ ovest contro l’est scarica decenni di tensione come una spinta tellurica da cui scaturiscono grattacieli triangolari, prue affilate contro le ferite ancora aperte a Berlino est. La prima volta che arrivo qui, sei mesi fa, mi colpisce il tessuto urbano frammentario, ancora irrisolto vent’anni dopo la riunificazione. C’è indifferenza per gli edifici ancora da ricostruire, mascherati da pannelli pubblicitari a Liepziger Platz, mentre di fronte si innalzano già i grattacieli trasparenti svincolati dal passato, piovuti lì per caso come in una città di periferia del mid-west americano.
Camminando da ovest verso il Mitte attraverso Potsdamer Platz, nel luogo dov’era l’ingresso monumentale di una capitale europea, appare una sequenza di immagini incoerenti e sconnesse della stessa città, vecchia e moderna, in dissolvimento ed in fuga verso il futuro, come una geologia sconvolta da profonde spinte invisibili. L’area dell’auditorium si apre come un accampamento senza direzione, finchè il traffico delle automobili entra all’improvviso nell’imbuto di Potsdamer Strasse, immagine di una metropoli lunga solo poche centinaia di metri. Poi c’è l’ottagono di Lipziger Platz, all’ingresso della città storica, in ricostruzione, con edifici nuovi volutamente dimessi, come un cortile di fronte ai grattacieli occidentali di Potsdamer Platz. Più avanti, dove dovrebbe cominciare Mitte, cioè il centro, la città si perde ancora fra edifici spenti e case da ricostruire, fra le luci fioche dell’edilizia popolare comunista. La città si trasforma all’improvviso in un fantasma del passato, come se la spinta innovatrice dell’ovest si fosse arrestata sul muro che non c’è più, a Potsdamer Platz.
La tensione della storia recente incanala le nuove costruzioni di Potsdamer Platz sui solchi della memoria divisa. E’ difficile alzarsi su Berlino e progettare la nuova città come una cosa sola, cancellando all’improvviso distruzioni e divisioni del secolo passato. Quando qualcuno vince, altri perdono e le città rinascono per opera dei vincitori, che ricostruiscono le strade, i palazzi, le piazze, dal loro punto di vista. Nell’area di Potsdamerplatz Platz il punto di vista non è più quello della città storica dei Kaiser, nè quello ipertrofico del Terzo Reich: più sommessamente, è quello dei Berlinesi dell’ovest che per trent’anni hanno riempito le sale dell’auditorium, sperando tutti insieme di tornare a casa, prima o poi, come prima della guerra, con la metropolitana di Potsdamer Platz. Lo sconquasso urbanistico del quartiere sembra ricomporsi magicamente all’uscita dalla Philarmonie la sera tardi, quando le luci nuove dei grattacieli di Potsdamer Platz guidano i passi degli spettatori in direzione della metropolitana, così comoda all’uscita dal concerto, quando si hanno ancora in mente le melodie cantabili da sussurrare.
In due mesi cambiano molte cose a Berlino. Si accendono le vetrine nuove di negozi con oggetti esclusivi in vendita e cambiano le linee dei tram, mentre le ruspe spostano e rimontano i binari per strada velocemente, come i pezzi di ferrovie giocattolo. Fra le luci della sera riappare finalmente anche l’ultimo dei musei dell’isola, dopo sessant’anni di rovina. Il Neues Museum torna ad affacciarsi sulle rive della Spree nell’Autunno 2009 come un palazzo del potere, per metà neoclassico, per metà rifatto. Era difficile crederci due mesi fa, che sarebbe stato pronto per davvero entro il sedici di Ottobre. In Italia avremmo tollerato un’inaugurazione provvisoria con l’imbiancatura posticcia -tanto per mostrarlo alle autorità- e ci sarebbe stato altro lavoro in seguito: impianti da completare a norma di legge, intonaci da rifare per le infiltrazioni: “eh! con il fiume così vicino!” Invece il Neues Museum è già a posto, fin da subito, pronto per l’assalto quotidiano di orde di visitatori con il biglietto prenotato il giorno prima.
Con tutto quello che c’era già a Berlino, non si sentiva affatto la necessità di un altro museo ed erano comprensibili i vecchi comunisti della DDR, che lasciarono sbriciolare senza imbarazzo sotto il sole e sotto la pioggia il Neues Museum per quarant’anni, dopo le distruzioni della guerra. Quattro musei nell’isola erano già abbastanza: il Pergamon, il Bode, la “nuova” galleria ed il “vecchio” museo affacciato sulla piazza del Duomo. Non si sentiva affatto il bisogno di un altro museo nella metà comunista di Berlino, quando la divisione fra est e ovest spartiva i corredi archeologici come tazzine da caffè in una famiglia di divorziati. I tesori egizi del Neues Museum finirono a Charlottemburg, dall’altra parte del muro, e i Sovietici trovarono nelle distruzioni della guerra un pretesto per portare fino a Mosca, nel Museo Puskin, una parte considerevole dei ritrovamenti di Troia: vasellame e gioielli. Il Neues Museum restò in rovina in mezzo all’isola, schiacciato fra gli altri musei che offrivano prospettive monumentali più appariscenti, a cominciare dal Pergamon, che dagli anni ‘20 del Novecento occupava l’ultimo spazio verde del Lustgarten.
Nell’isola dei Musei, ad occidente del castello di Berlino, c’era in origine soltanto un parco -il Lustgarten- finchè il Keiser Wilhelm nel 1820 ebbe l’idea di erigere, sul lato occidentale della piazza del castello, una grande costruzione porticata da destinare a galleria, ad imitazione di quelle già esistenti in altre capitali europee, che fu chiamata “museo vecchio” per distinguerla dagli altri musei nuovi eretti in seguito, nell’arco di cent’anni, in quello spazio verde del Lustgarten che scomparve poco a poco sotto il peso di edifici sfarzosi, evocanti una classicità sempre più monumentale. Il Neues Museum fu costruito attorno al 1850, nella porzione di Lustgarten adiacente al museo vecchio. Sul lato di un vasto cortile porticato d’ordine dorico fu agganciato l’edificio del museo nuovo, il quale offriva due diverse prospettive monumentali: una interna più ricca ed armoniosa ed un esterna, sul lato visibile oltre il fiume, più sobria e monotona, con ampie finestre di gusto rinascimentale aperte su una parete piatta. Le distruzioni della guerra avevano cancellato la percezione del Neues Museum centrato sul vasto cortile porticato d’ordine dorico. A confronto con la monumentalità schiacciante del Pergamon Museum proiettato sul fiume, la parete diroccata del Neues, lì accanto, appariva ancora più dimessa. L’aggettivo “nuovo” strideva con quella realtà rovinata dalla guerra e sembrava alludere a qualcosa di poco interessante, se è vero che i musei sono tanto più belli quando più hanno a che fare con il vecchio e con l’antico. Ma ora basta affacciarsi all’ingresso del Nueues Museum e dare un’occhiata veloce, per capire l’errore di prospettiva: il nuovo, almeno in questo caso, è più bello del vecchio.
L’architetto David Chipperfield, autore del restauro, e Michele de Lucchi, progettista dell’allestimento del Neues Museum, devono essersi divertiti parecchio nel sistemare le stanze e le vetrine. Chi oggi avesse qualche perplessità sul senso e sull’utilità di un museo archeologico, può trovare in questo allestimento un ventaglio di risposte pirotecniche, non sempre ineccepibili, ma comunque sorprendenti. Le antichità preistoriche ed egiziane conservate nelle vetrine sono eccezionali e sarebbero stupefacenti anche se fossero collocate in camere anonime. Ma le sculture di marmo colorato, le armi di bronzo, i vasi primitivi di terracotta, entrano in risonanza in questo Museo con ambienti fantasmagorici che varrebbe la pena visitare anche se fossero vuoti. Nell’insieme, sembra d’essere dentro ad una installazione d’arte contemporanea. Le architetture di stile classico e le pitture di imitazione antica, risalenti alla fondazione ottocentesca del museo, sono state consolidate con la cura che di solito si riserva alle rovine d’età romana e senza false integrazioni. L’interno riflette consapevolmente il lungo intervallo di tempo della chiusura, dal dopoguerra ad oggi, nella netta distinzione fra le parti antiche classicheggianti e le parti moderne, ricostruite con poche linee sintetiche sulle proporzioni antiche. L’enorme scalone centrale rivolto verso il fume al primo piano, ha l’effetto di una coreografia wagneriana. Questo non è un museo, ma un museo di musei, un metamuseo che contiene al suo interno una molteplicità di pezzi ed una pluralità di scelte espositive, collezionate nelle diverse stanze come un campionario dei musei possibili. E’ un’espressione organica delle teorie di allestimemento museale, una rivincita contro la moda degli eventi e delle mostre temporanee che smontano i musei da dentro, li svuotano ed arrecano più danni dei bombardamenti.
In autunno il sole sembra inutile alla maggior parte dei bagnini che preferiscono chiudere la spiaggia, dopo le corse forsennate di Luglio e di Agosto. Nonostante l’aria cristallina azzurra e la brezza tiepida sul mare calmo, la costa si spopola; assomiglia di nuovo a quello che era cent’anni fa, prima della storia balneare: persone fuori moda, gente anziana, donne grasse col costume intero risvoltato sopra al seno, stendono teli variopinti come toppe colorate sulla tessitura sabbiosa e guardano da sedute. D’Autunno scompare la passerella nervosa di femmine rinsecchite al sole, finiscono le voci rauche – quelle che sanno il fatto loro e devono ribadirlo di continuo con la sigaretta in bocca. Le cantilene dei dialoghi smarriti sulla riva, in Autunno, consolano come la risacca.
Per ritrovare l’abitudine della messa dovevo venire a Berlino, prima con il prete della Pensylvania, adesso con l’uomo del Gabon, anche lui figlio della Chiesa cattolica apostolica romana. Evariste appartiene al movimento dei Focolarini di Chiara Lubich, attivi in Africa più che in Italia. All’ombra del Vaticano i Focolarini quasi non esistono a confronto coi Ci-Ellini dio-patria-e-famiglia, ma in Africa è un’altra storia, poichè i Ci-Ellini temono le zanzare e la miseria, dal Gabon stanno alla larga. Dopo la messa Evariste saluta tutti: preti barbuti tedeschi, anziane signore con gli occhiali, giovani padri cattolici con un numero di figli in eccesso e le mogli ancora gravide. Chiede gentilmente indicazioni per comperare una Bibbia stampata in tedesco: un mito evidetemente, e non solo per gli africani, fin dai tempi di Gutemberg.
Per salvagurdare il buonumore di Evariste, mi sembra giusto accompagnarlo di domenica al mercato delle pulci, un grande rito primitivo berlinese che allontana il ricordo del muro nei pressi di Bernauer Strasse, con la forza della compravendita spontanea e collettiva. Fra i banchi improvvisati dei venditori che offrono vecchi dischi, lampadari, attrezzi per il giardinaggio, libri, rasoi da barba, servizi-da-te e strumenti musicali, Evariste comincia le trattative: quanto costa questo, quanto costa quell’altro. Trova una chitarra e la comprerebbe anche senza custodia, ma chiedono 180 Euro, davvero troppo per un professore del Gabon. Si ferma qualche istante per suonarla, lui acquirente nero davanti alla venditrice bianca, niente di strano per il Mauer Park di Berlino: non è la spiaggia di Pinarella.
Fra Berlinesi e turisti, al Mauer Park c’è davvero troppa gente. Non troviamo posto nelle sedie a sdraio, neanche nei bar nascosti dietro la prima fila di bancarelle. Per sederci dobbiamo uscire fra i marciapiedi erbosi di Prenzlaunerberg, dove i bar e i ristoranti distendono tavoli, seggiole e dondoli, roba vecchia improvvisata con la scusa del vintage, stile Rimini anni cinquanta. L’ispirazione per il documentario di Carlo parte da qui. Berlino è interessante soprattutto per l’ anarchia organizzata di questi spazi liberi, privi ancora di una destinazione precisa. In modo del tutto inintenzionale la storia ha disegnato a Berlino una città-piena-di-vuoti di cui la gente ora si impossessa piuttosto liberamente, sperimentando nuove forme di aggregazione urbana. Io e Carlo dobbiamo trovare il tempo per esplorare questi “non-luoghi” lungo il perimetro del muro, lo faremo con calma i prossimi giorni. Adesso ci fermiamo in un bar all’ombra su due sedie a sdraio di legno sbilenche: basta prestare un po’ di attenzione, sono comodissime! Guardo il cielo blu e chiudo gli occhi. Davanti sfilano giovani donne tranquille, in abiti leggeri e ciabatte vanno in spiaggia al Mauer Park di Berlino. Del mare, sento quasi l’odore.
Le pale ipnotiche dei mulini a vento in rotazione lenta non spaventano gli ecologisti del Brandeburgo. Da Berlino a Dresda sono due ore di ferrovia in una campagna vasta, fra boschi, villaggi e impianti eolici piantati a grappoli sui dossi e sui pendii, con torri alte più di cento metri. Contrariamente alle aspettative l’arrivo a Dresda in treno non rivela meraviglie, ma tracce ambigue di una periferia in disuso e rarefatta, case basse, fabbriche dismesse con l’odore del carbone: la città sembra poco interessante per chi giunge in treno da nord, dopo il ponte sull’ Elba disteso come un mare nella valle.
Più avanti nel centro della città vecchia lo spazio si allarga in un insieme di piazze esageratemente grandi, nel luogo di precedenti isolati cittadini distrutti dal conflitto mondiale e non più ricostruiti. Le linee dei tram scorrono eleganti in superficie, soprapensiero misurano la vastità con la precisione metronomica delle attese fra un tram e l’altro. Le ruspe al lavoro oggi disselciano e scavano il sottosuolo alla ricerca di una nuova forma da assegnare a questo spazio ambiguo, tutto attorno al palazzo della cultura che nel 1949 aveva sigillato le rovine della guerra. Il palazzo della cultura di Dresda è un parallelepipedo basso, vetrato, comunista, che avrebbe dovuto ricondurre a sè -alle forme semplici di questa architettura razionale- gli occhi smarriti degli abitanti di Dresda all’indomani del bombardamento terribile che aveva ridotto in briciole la cupola della Frauenkirche, capolavoro di architettura mitteleuropea del Settecento.
Il Palazzo della cultura resta impalato là nel mezzo con le decorazioni di propaganda comunista alle pareti: donne operaie armate in difesa della rivoluzione guardano le ruspe e temono una brutta fine con tutto quel polverone. Ma non devono avere paura, finito l’incantesimo, il Palazzo della Cultura diventa “palazzo del turismo” e rimane lì dov’è, nel nuovissimo corso della storia occidentale: biglietteria per i concerti della Frauenkirche ed ufficio informazioni per i vecchi pensionati ricchi in gita, che affollano Dresda estate e inverno.
La sede storica della Humbolt Universität, davanti al Teatro dell’ Opera di Stato, abbraccia un giardino alberato richiuso all’interno ed invisibile dal viale “Unten den Linden” che comincia qui davanti e termina alla Porta di Brandeburgo. Sul viale si allarga il cortile anteriore dell’Università, già abbastanza grande da sembrare esso stesso un giardino monumentale, senza necessità di altro verde nascosto dietro. Una cancellata lo separa dall’ Unten den Linden e lo fa sembrare una reggia, come la sede di un’ambasciata ex-sovietica. Non era così solenne l’Istituto di Fisica di Bologna, ma questo spazio della Humbolt di Berlino ha comunque per me qualcosa di familiare: è la forma dell’edificio a tre ali, è il viale davanti… più probabilmente è la statua di bronzo dedicata a Max Planck, al posto del busto del Righi sotto il quale consumavamo le attese studentesche a Bologna. Una targa di bronzo murata all’esterno spiega in breve l’importanza di Max Planck “scopritore dell’effetto quantistico”: una lettera h corsiva conclude in fondo l’iscrizione come un emblema iniziatico, senza spiegazioni, che a buon diritto fa dire ai più: “non ci capisco un’acca…”
Di domenica nel cortile della Humbolt ci sono libri usati in vendita fin verso le otto. Altri mercati finiscono prima, ma qui la gente può fermarsi a guardare e a comprare più a lungo la sera, testi di storia e di scienza, romanzi, collezioni di appunti universitari. Di fronte alla statua di Planck in prima fila i libri hanno un prezzo che va dai sei ai venti euro. In seconda fila ci sono quelli da cinque euro, mentre dietro sono tutti gli altri in svendita a due Euro. Fra i libri da due soldi capita di trovare alcune annate complete della rivista “Physik in der Schule“, rilegate in ordine per gli scaffali di una biblioteca universitaria. La didattica di scuola comunista non interessa il grande pubblico, è ovvio, ma non interessa neanche l´universitá tedesca riunificata, che si é disfatta di un´intera biblioteca col timbro della vecchia DDR in terza pagina ed il numero di catalogo di una collezione svenduta come souvenir, per chi volesse ficcare il naso negli esperimenti didattici di civiltá sepolte, aztechi, egizi o comunisti.
Max Planck guarda con dignitoso distacco, ricurvo sotto il peso bronzeo dei suoi anni, ha gli occhi fissi ancora piú grandi per effetto delle lenti rotonde che porta come occhiali. Per i marxisti era lui il guardiano dell´oggettivitá scientifica a cui si sarebbe dovuta uniformare prima la storia, poi la meccanica quantistica: quelle onde che non sai dove vanno, oppure non sai dove sono, anzi non sai neppure se sono onde per davvero… Il principio di indeterminazione danneggiava l´ideologia comunista come le vetrine colorate di Berlino Ovest, ma un muro attorno alla funzione d´onda sarebbe stato inutile, perché la meccanica quantistica l´avrebbe superato elegantemente con l´”effetto tunnel”.