————– Berlino ’09 — vent’anni dal muro

La stazione di Friedrichstrasse, in centro a Berlino, è piena di gente accaldata che sale di corsa sul treno. Le porte si richiudono contro i passeggeri stipati dentro, sembra quasi d’essere a Roma. Una coppia di anziani, ex berlinesi dell’Ovest, sopporta con disagio. La signora si lamenta e dice al marito: “Deutsche Demokratische Bundes Republik!”. E’ come dire: Repubblica federal-democratica tedesca… Che strano incrocio, questo abbraccio fra l’est e l’ovest.

_______________________________________LO SPAZIO OLTRE IL MURO__________

Quando arrivo, la signora Renate non c’è: sapevo che non l’avrei trovata, era a Kassel con il marito per un incontro di famiglia. A lei non piace andare a quei raduni con tutti i convenevoli e le frasi di circostanza, ma qualche volta le tocca, almeno due volte l’anno. Il primo maggio mi aveva accolto nel suo giardino per consegnarmi le chiavi. Per un’ora siamo stati a conversare davanti alla torta di mele appena sfornata, la gatta bianconera miagolante ed il fratello sull’uscio in bicicletta, un quarantenne dall’aria un po’ sbiadita, i capelli neri e grigi e lo sguardo strisciante di chi non ha voglia di fidarsi subito.  La terrazza della signora Renate si affaccia su un piccolo giardino verde fiorito ed anche selvatico negli angoli incolti. La recinzione converge su un vecchio sempreverde solenne dalla cima spuntata. Di lassù, quella cima senza punta deve aver visto partire molti aerei della storia di Tempelhof, almeno da quando -era il 1949- Berlino ovest circondata dai russi restò indipendente con il sostegno degli aerei occidentali, avanti e indietro giorno e notte a rifornirla di tutto…

Nella casa di Tempelhof c’è un altro inquilino, mi hanno detto che è un prete americano, ma non l’ho ancora incontrato, per cui non so se porta il collare bianco e la veste da prete cattolico apostolico romano o se invece rappresenta una setta cristiana multicolore del mid-west, di quelle che vendono la manna miracolosa del profeta Ezechiele in televisione. Dal tono sobrio e determinato dei suoi passi di notte, per un bicchier d’acqua del rubinetto, intuisco tuttavia una marcata propensione teologica senza compromissioni gospel e teatrali. Il mio convivente prete americano della Pensylvania è molto felice quando di domenica mattina gli dico che voglio andare a messa con lui. Gli faccio compagnia sulla Manfred Von Richtofen Strasse, a piedi fino a Platz der Luftbrüke, dove il caffè lo servono buono all’istante in un bar pasticceria che rievoca, nel nome e nelle decorazioni alle pareti, il ponte aereo che salvò Berlino ovest dall’occupazione sovietica nel 1949. Vista da qui, la storia del dopoguerra cambia prospettiva. La divisione di Berlino non è più una punizione inflitta ai tedeschi sconfitti, ma diventa subito il palcoscenico di una nuova guerra muro contro muro…-> Lo spazio oltre il muro

______________________________GENTE DELL’EST, GENTE DELL’OVEST_______

Davanti ad una vetrina di Spandauerstrasse, dov’è in mostra l’arredamento di un salotto d’epoca comunista, si avvicina una signora distinta, ex tedesca dell’est, che pensa ad alta voce: “non è vero…le nostre case non erano così!”.  Poi se ne va ed entra in un grande condominio all’angolo della Karl Liebknecht Strasse.  Abita al terzo piano in centro, in quella che un tempo era Berlino est, ma quando apre le  finestre non vede più il palazzo della Repubblica che era proprio di fronte. Da quando è finita la DDR non sa più cosa aspettarsi: dov’era l’architettura del governo socialista, in pieno centro ormai da un anno c’è la voragine di un cantiere che sventra la città. Certe cose non piacciono ai nuovi arrivati, ma ci sono voluti comunque vent’anni per disfarsene. Alla fine l’hanno raso al suolo con la scusa dell’amianto, come  un capannone qualunque -il Palazzo della Repubblica- anche se le cartoline che lo ritraggono ed i modellini  in scatola di montaggio sono ancora in vendita nei negozi di souvenir, simbolo confuso di un presente già remoto.
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Distinguere chi viene dall’est da chi viene dall’ovest è un passatempo divertente in metropolitana, fra le  stazioni che si rincorrono lente a pochi metri le une dalle altre, in treno hai tutto il tempo di scrutare negli occhi chi sta seduto di fronte. C’è una fascia d’età attorno ai cinquant’anni sulla quale è davvero facile scommettere, se è gente originaria di Berlino est o di Berlino ovest. Potrei elencare una serie di indizi esteriori: i baffi ad esempio, o il taglio dei capelli, o la montatura degli occhiali. Ma non sono tanto i dettagli della persona, quanto piuttosto il portamento complessivo, è l’alone attorno ai gesti, agli sguardi, ai silenzi, che denuncia inequivocabilmente l’origine. La riservatezza dei signori dell’ovest si riaccende all’improvviso in un sorriso, in uno sguardo sereno consapevole delle buone relazioni che sussistono nel mondo civile anche in loro assenza. Il silenzio dei signori dell’est, al contrario, è una fuga solitaria verso le profondità metafisiche del pensiero che teme d’essere disturbato e pertanto esige distanza… ->Gente dell’est, gente dell’ovest

Un padre aspetta la linea della mètro a Paradestrasse ed indica ai suoi figli la mappa appesa alla parete. Racconta che una volta a Berlino c’erano due città, a due passi l’una dall’altra, eppure lontanissime. Appoggia la mano a sinistra e pronuncia la parola “West”, poi dice “Ost” e completa il giro a destra con il braccio disteso. I bambini guardano con gli occhi incantati: non sanno ancora che il sole sorge ad est e va a tramontare ad ovest, imparano così a distinguere le due parole secche dei punti cardinali, nella stazione della metropolitana vicino casa, una mattina di Novembre, a Berlino…   ->Berlino vent’anni dopo
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______________________________________ SETTE LUOGHI BERLINESI____________

Porta di BrandeburgoI festeggiamenti per il sessantesimo anniversario della Repubblica Federale Tedesca cominciano con un concerto alla Porta di Brandeburgo, sabato 23 Maggio 2009. Il percorso verso la Porta di Brandeburgo è una fiera di bancarelle, wurstel e birra, odore di fritto e farciture a perdita d’olfatto. La folla ristagna ed è difficile camminare, mentre la Porta di Brandeburgo appare minuscola in fondo, per niente monumentale così lontana, coperta da tutta quella gente. Come pietre miliari nel viale ci sono i pannelli con la storia della Repubblica Federale Tedesca, anno dopo anno, a ritroso dal 2009 fino a sessant’anni fa. Qui davanti la storia è più pesante che altrove ed il presente diventa subito storia, ormai per abitudine… -> 60anni di repubblica alla Porta di Brandeburgo

East side galleryLa prospettiva della East Side Gallery, vista dalla nuova strada che costeggia la Spree a Fredrichshain, mette in mostra ancora il “Muro di Berlino” come il mondo occidentale se lo ricorda nelle immagini anteriori al 1989: una parete compatta di cemento uniforme, fatta di moduli alti  tre metri e sessanta centimetri decorati dalla fantasia ribelle degli artisti di strada, a Berlino Ovest.  Ma la East Side Gallery non centra nulla con i ricordi del mondo occidentale, a cominciare dal nome: il lato est non poteva essere dipinto prima dell’89, perchè chi osava avvicinarsi al muro da quella parte, anche solo per scherzo, faceva una brutta fine… ->East side gallery 

Humbolt UniversitaetNel cortile della Humbolt che si affaccia sul viale Unter den Linden, la statua di uno scienziato guarda con dignitoso distacco. Max Planck, ricurvo sotto il peso bronzeo dei suoi anni, ha gli occhi fissi ancora piú grandi per effetto delle lenti rotonde che porta come occhiali. Per i marxisti era lui il guardiano dell’oggettività scientifica a cui si sarebbe dovuta uniformare prima la storia, poi la meccanica quantistica: quelle onde che non sai dove vanno, oppure non sai dove sono, anzi non sai neppure se sono davvero onde.  Il principio di indeterminazione danneggiava l’ideologia comunista come le vetrine colorate di Berlino Ovest, ma un muro attorno alla funzione d’onda sarebbe stato inutile, perché la meccanica quantistica l’avrebbe superato elegantemente con l’effetto tunnel… ->Max Plank è stato qui

Il Neues Museum torna ad affacciarsi sulle rive della Spree nell’Autunno 2009 come un palazzo del potere, per metà neoclassico, per metà rifatto.  Era difficile crederci due mesi fa, che sarebbe stato pronto entro il sedici di Ottobre.  Quattro musei nell’isola erano già abbastanza: il Pergamon, il Bode, la “nuova” galleria ed il “vecchio” museo affacciato sulla piazza del Duomo. Non si sentiva affatto il bisogno di un altro museo nella metà comunista di Berlino, quando la divisione fra est e ovest spartiva i corredi archeologici come tazzine da caffè in una famiglia di divorziati.  I tesori egizi del Neues Museum finirono a Charlottemburg, dall’altra parte del muro, e i Sovietici trovarono nelle distruzioni della guerra un pretesto per portare fino a Mosca, nel Museo Puskin, una parte considerevole dei ritrovamenti di Troia… -> Neues Museum

Philarmonie. Il suono degli strumenti ad arco riverbera ipnotico nello spazio architettonico spigoloso della Philarmonie che sa di legno come i teatri antichi. L’auditorium giallo di Hans Scharoun è affascinante dentro, mentre da fuori sembra uno strumento musicale gigante, di fantasia cubista. Sono entrato quando ancora non c’era nessuno e mi è parso di sentire, mescolato all’aroma del legno, l’odore di tutti gli inverni trascorsi a due passi dal muro e le corse accaldate della gente in fila al botteghino negli anni della guerra fredda, con i marchi tedeschi nel portafoglio e le mogli bionde marziali, a Berlino ovest, quando la Philarmonie era un bastione dell’occidente in terra di confine…   ->A Berlino c’era un muro
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A Treptower Park, la prima inquadratura del mausoleo dei sovietici è dedicata alla grande madre Russia, una statua di donna robusta e addolorata che indica la via della storia, in direzione del soldato vincitore del nazismo, mezzo chilometro più in là. Militari e civili col colbacco e gli stivali sono raffigurati in atti di eroismo e di sottomissione alla patria: sembrerebbe un romanzo di Tolstoj, se non fossero le armi, i fucili e le bombe a mano scolpite meticolosamente nei dettagli tecnici ad indicare che stiamo parlando di un’altra storia, più recente e più spietata… ->Treptower Park
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Cimitero di Kreuzberg. Ho in tasca la guida Baedecker di Berlino, un’edizione del 1964, la prima che guarda stupita il muro appena sorto fra i quartieri dell’est e quelli dell’ovest. Il Baedecker è una guida minuziosa della città, quasi maniacale. Nel cimitero di Kreuzberg descrive  le tombe di molti personaggi, ma di Felix Mendelssohn-Bartoldy non dice nulla, neanche un cenno. Eppure nel 1964  la tomba di famiglia era già lì, e c’era da più di un secolo… ->La vita postuma dei Mendelsshon-Bartoldy
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______________________ATTRAVERSO BERLINO, LUOGHI E NON LUOGHI______
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Abbiamo percorso Berlino a piedi lungo le fessure delle vecchie divisioni dove emergono i distretti contemporanei, come frammenti di crosta terrestre alla deriva. Siamo entrati negli spazi più interessanti di Berlino, dove un tempo arrivavano i binari delle stazioni ferroviarie e degli scali merci, guardacaso prescelti, proprio loro, come terra di confine nella divisione fra est ed ovest.  Pensavamo di essere in centro e percorrevamo l’unica strada possibile, mentre si infittiva la sensazione d’essere invece in una remota periferia, fra campi incolti e grandi capannoni…   ->Personaggi in cerca d’autore
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Le novità architettoniche del ventunesimo secolo hanno il peso delle fantasie temporanee, fatte per essere ammirate e fotografate come installazioni d’arte.  Dopo i festeggiamenti del ventennale, qualcosa a Berlino è stato subito smontato. A Lipziger Platz non c’è più il fondale posticcio di tubi innocenti e pubblicità, che completava l’ottagono della piazza storica sul lato rivolto ad est.  Adesso, nel vuoto metafisico dell’angolo mancante, è innegabile la sensazione che la ricostruzione dopo l’89 sia avvenuta a rovescio, dalla periferia dell’ovest verso il centro dell’est… -> Arie berlinesi
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La prima volta a Berlino mi è sembrato normale cercare posto in un albergo del Ku’damm, nel cuore dell’ovest.  Era un modo per avvicinarsi alla città senza entrare in contatto con le strade monumentali e spoglie ex-comuniste e senza dover affrontare subito gli enigmi delle successive riconversioni urbane.    Per i turisti stranieri, il Ku’damm è accogliente perchè non mette ancora in discussione la ricchezza  che il mondo occidentale ha accumulato nella seconda metà del Novecento.  Lì sono i marciapiedi larghi con vetrine colorate, tavolini all’aperto, bar, ristoranti con insegne luminose sgargianti, per tenere desta l’attenzione del mondo quando la sera fa buio.  I chilometri alberati del Ku’damm sembrano un viale d’accesso alla città, invece si perdono là dove dovrebbe trovarsi il centro, in vista delle nuove torri di Potsdamer Platz, fra le algide ambasciate del Tiergarten ed i viali più poveri che si incrociano ai confini fra l’est e l’ovest.  Fra tutte le città che ci sono a Berlino, quella che si vede al Ku’damm è ancorata al passato più di ogni altra.  Qui in apparenza non è cambiato molto da quando il quartiere era una vetrina dell’Occidente cresciuto alle spalle del muro.   Questo marciapiede sembra ancora il palcoscenico giusto per i tipi con la giacca di pelle lunga e le mani in tasca, disincantati frequentatori di night club, attori non protagonisti di telefilm che giocano con le slot machines e ascoltano musica elettronica un po’ ossessiva.  Il muro di Berlino non ha mai fatto veramente paura a chi fumava e beveva coi soldi americani nelle birrerie colorate del Ku’damm. Ho impiegato un paio di giorni per raggiungere Alexanderplatz, come se una frontiera virtuale mi trattenesse nei distretti occidentali. Dovevo costruire prima una mappa dell’ovest se non volevo perdermi nell’est, ma mi sono avvicinato subito al confine, raggiungendo Potsdamer Platz sulla scorta di quello che diceva una guida touring del 2006: avrei trovato qui una Berlino nuova ed energica fra magiche architetture contemporanee, teatri e ristoranti di tendenza.  L’effetto di questa novità urbana illuminata dalle luci della sera è quello di una città atterrata all’improvviso in un luogo che non era il suo, come una colonia del far west.  Non bastano le foto in bianco e nero della vecchia Potsdamer Platz, coi tram sferraglianti e le carrozze postali, a ridestare la necessità di un luogo urbano in questo centro sommerso per trent’anni dal vuoto metafisico del “muro”.   La prima volta mi sono fidato della guida e di quello che dicono gli urbanisti: a Potsdamer Platz fingevo d’essere nel nuovo centro di Berlino, in un “Foro” del ventunesimo secolo aperto alle strade che arrivano in città da ogni direzione.  La prima volta non ho oltrepassato la linea del muro disegnata per terra e sono rimasto virtualmente in occidente, tornando subito in albergo al Ku’damm, dopo una cena con Schnitzel e WeissBier in un posto affacciato sulla Alter Potsdamer Strasse, ricostruita per dare forma ad un’anima antica rimasta nascosta nelle macerie per cinquant’anni.

Il giorno dopo passo finalmente oltre e scendo più fra i turisti di Potsdamer Platz.  Con la linea 2 della U-Bahn arrivo fino ad Alexanderplatz ed è stato effettivamente come oltrepassare un confine: non più fra l’est e l’ovest, ma fra la città dell’architettura moderna e la città delle persone che ci abitano.   Alexanderplatz  non è più un invenzione comunista e non ha bisogno del clamore di nuove idee urbanistiche per rivalersi sul passato.  La vita scorre appoggiandosi alle preesistenze architettoniche come ad una scogliera.  Le forme razionali dei palazzi grigi di Alexanderplatz hanno le finestre tutte uguali, scandite sulle facciate come le grate di un’inferriata.  Le costruzioni della metà ex-comunista di Berlino sono quasi sempre realizzate con moduli prefabbricati, ma anche quando non sono fatte così, conservano comunque il rigore razionale delle figure geometriche solide, ampie superfici, pochi alberi attorno, moduli ripetuti senza decorazioni non necessarie.  A guardarle bene, ricordano le costruzioni fatte con i mattoncini lego di una volta, quelli rossi: quando erano disponibili solo poche varianti del parallelepipedo di base, le casette venivano fuori sempre inesorabilmente squadrate.   Nella metà ex-comunista di Berlino c’è una rete artificiale di piazze, di viali, di palazzi semplificati che fanno sembrare la città un plastico di mattoncini lego a grandezza naturale.  Un bel divertimento.  Anche la torre della televisione, con la palla luccicante e l’antenna sospesa in mezzo, sembra in tutta apparenza il gioco di un bambino gigante piantato lì: eppure doveva fare un effetto completamente diverso quando l’hanno costruita, a cominciare da quel nome ambiguo di “torre della televisione”, che in tedesco può anche voler dire “torre per vedere lontano”. Ma per capire cosa poteva essere Alexanderplaz in epoca comunista, bisogna andarci di sera tardi, d’inverno, quando uno strato sottile di neve attenua i rumori e rende uguali le superfici delle strade e della piazza.  Allora può succedere di vedere un tram silenzioso avvicinarsi sui binari. Una persona sale, nessuno scende.  Le finestre serrate, chiudono su tre lati lo spazio che quasi non sembra più una piazza, ma il cortile molto grande di qualcuno che non ama la gente.  Nel tempo che serva al tram per percorrere lo spazio a lui destinato da un capo all’altro della metafisica architettura comunista -prima di vederlo scomparire oltre una piega lontana del paesaggio urbano-  viene da pensare a qualcosa di grande: l’infinito,  l’eternità, l’incarnazione materiale di un Dio che non doveva esistere.

I tram su rotaia viaggiano soltanto nella metà ex-comunista di Berlino.  I binari rimasti nel selciato delle strade permettono di distinguere i quartieri dell’ovest da quelli dell’est: da una parte se ne è persa traccia sotto l’asfalto del dopoguerra, mentre dall’altra i tram continuano a sferragliare sottovoce avanti e indietro sulle strade dell’ex progresso comunista. Verso la fine del novecento il tram è sembrato un mezzo di trasporto lento e d’intralcio allo sviluppo della libertà automobilistica, ma soltanto nella metà occidentale.   Fra chi si muoveva nel traffico urbano della città filosovietica, la rete tranviaria inanellava invece una catena di trasporti pubblici su rotaia, che favoriva la diffusione capillare dell’ideologia comunista fin sulla porta di casa.  Ancora oggi le rotaie partono dalle strade del centro in ogni direzione e, verso ovest, scompaiono sulla linea immaginaria del muro davanti ai grattacieli di Potsdamer Platz, dove avrebbero continuato volentieri la loro corsa se l’occidente non glielo avesse impedito.  Verso est i binari dei tram scorrono felicemente in mezzo alle strade, fra i volumi di quei palazzi parallelepipedi che sembrano fatti di mattonicini lego a grandezza naturale.  A partire dal centro simbolico della torre della televisione, i tram irradiano i loro percorsi ed aggiungono al paesaggio urbano della Berlino ex-comunista un altro giocattolo, che rinforza l’impressione iniziale di una città su misura per il divertimento di un bambino gigante.  Il gioco di un bambino non ha bisogno di rifiniture o di inutili dettagli: vuole forme accattivante e appariscenti, facilmente riconoscibili come le chiese col tetto a punta e tanto spazio attorno, come la torre della televisione che sembra un missile piantato in mezzo alla città.  La curiosità di un bambino si sazia guardando i tram che si rincorrono a vicenda, fra un capo e l’altro di un itinerario imprevedibilmente curvilineo.  Sembra un paradosso vedere un giocattolo di fantasia in questa città segnata dal vuoto delle distruzioni della guerra e dal grigio monumentale delle costruzioni comuniste, eppure la forma artificiale dell’involucro urbano resta lì in piedi come la conchiglia fantasmagorica di un mollusco mostruoso che non la abita più.  Vent’anni fa questa città era pronta per altri esseri viventi più colorati che l’hanno accolta come l’eredità ingombrante di un parente scomparso all’improvviso.  Giovani in arrivo da occidente hanno ricolonizzato gli angoli di Berlino est, accettandone le forme, l’ingombro, i vuoti.  Ci hanno aggiunto i colori: campiture brillanti di giallo e di viola sul grigio di sottofondo, nei viali incompiuti senza alberi del progresso comunista.

La quinta linea della metropolitana segue ad est il percorso della Frankfurter Allee, ricostruita in età staliniana col nome di Karl Marx Allee, monumentale e tagliente come una freccia lanciata nel cuore dell’Europa dal Politburo di MoscaLe architetture simmetriche dei palazzi si inseguono per chilometri verso il punto di fuga di una prospettiva centrale su cui lo sguardo converge senza alternativa: sembra l’ingresso di una città asiatica erede di BabiloniaNel cosmo berlinese, la Karl Marx Allee è agli antipodi del Ku’damm. Sulla Karl Marx Allee viene da camminare con lo sguardo diritto in avanti ed il passo spedito: niente mani in tasca, niente kocktail colorati al bar. Eppure entrambi i viali, sia quello marxista monumentale dell’est sia quello alberato filoamericano dell’ovest, hanno in comune un’assolutezza che li svincola dal circuito di strade attorno. Non conducono da qualche parte, bastano a se stesse queste strade che cominciano e finiscono senza un’adeguata continuazione in una città dissestata e ricomposta in forma cubista. La Karl Marx Allee attraversa il distretto operaio di Friedrichschain e crea attorno a sè una coreografia artificiale, che rivela una spettacolare finzione quando la si intercetta per caso, provenendo dalle fabbriche dismesse e dai condomini popolari delle strade laterali.  Appena sopra, la periferia di Prenzlauerberg non è poi così diversa da Friedrichschain.  In un bar si può stare seduti a bere mezzo litro di coca-cola per un euro e cinquanta. Al Ku’damm una bottiglia così costerebbe quattro euro e non verrebbe offerta con lo stesso stile da un giovanotto in maglietta cool-minimalista e pantaloni corti al ginocchioFra Prenzaleuerberg e Friedrichshain i bar alla moda offrono l’immagine di un presente che è ancora moderatamente benestante, sebbene a contatto con vecchie povertà dell’est e nuove povertà globali. I prezzi bassi hanno l’effetto di attirare qui i giovanissimi, che ridipingono gli infissi e si trasferiscono a coppie o in gruppo negli appartamenti popolari del vecchio regime, con il desiderio di avere dei figli. Il vuoto ed il grigio dell’edilizia preesistente non li rattrista. Il passato diventa un monumento vintage che, anzichè spaventare, dà l’impronta al gusto contemporaneo: essenziale ancora oggi nel legno, nel vetro e nei materiali da costruzione, così come nella stoffa colorata dei vestiti leggeri delle ragazze che percorrono chilometri in bicicletta – braccia tese sul manubrio, al semaforo distendono i muscoli: il piede appoggiato per terra, d’estate senza calze, esprime una forza elegante, rimodellata dalle forme fantasiose del cuoio, in scarpe robuste dall’aria primitiva.


§ Una Risposta a ————– Berlino ’09 — vent’anni dal muro

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