Le rovine di Pompei

gennaio 11th, 2012 § 1 commento

Nelle strade di Pompei i turisti dimenticano di camminare su un suolo dissepolto e definiscono il loro presente sul piano di calpestio ricollocato dov’era  duemila anni fa.  La via di Nola è stretta fra due rive che salgono ripide a destra e a sinistra fino agli orti, sul piano della campagna agricola dove gli scavi si interrompono nel bel mezzo della città antica.  Trent’anni fa guardavamo con ansia quei terreni cinerei, pensando a quali meraviglie celassero ancora al loro interno: altre residenze di lusso decorate di ocra, rosso e nero, oltre a quelle già numerosissime che inebriavano lo sguardo, nella fresca penombra degli atrii e dei cortili che si ripetevano con poche variazioni sul tema di base. Solo il tempo di una o due campagne di scavo e, nell’arco di qualche decennio, Pompei ci sarebbe stata restituita per intero, in tutto il suo splendore.

Cammino ormai da due ore: sono entrato da Porta Marina e dalla piazza del foro vado diritto in via dell’Abbondanza, per ritrovare qualcosa di familiare.  Cerco i luoghi dove mio padre si fermava a scattare le sue foto: la prima volta -era il 1976- con una vecchia macchina a fuoco fisso, poi, nel 1979, con una Petri manuale che a confronto sembrava già un prodigio della tecnica. La regolazione della macchina fotografica richiedeva tempi lunghi e meditate incertezze che facevano perdere il sorriso a chi veniva ritratto. A guardarle oggi, queste immagini scavano indietro nel tempo come una forma di archeologia e a Pompei diventano un’archeologia dell’archeologia.  L’ultima volta che sono stato qui, nel 1984, ero poco più che un bambino e quasi mi vergogno di non esserci più tornato. Un luogo in cui si ritorna da adulti, dopo esserci stati da bambini, dovrebbe sembrare più piccolo, ma a Pompei mi succede il contrario: sembra tutto più vasto e via dell’Abbondanza è così lunga che non se ne vede la fine. Moderni cancelli di metallo  sbarrano gli accessi laterali alle strade e alle domus. Nastri colorati improvvisano restringimenti della carreggiata e deviazioni del traffico su altre vie laterali. Nei cancelli che chiudono i percorsi laterali, è traforata la scritta “Pompei viva”, ma dietro si vede un abbandono transennato, altro che vita. Come nella Repubblica Democratica del Congo che è democratica solo nel nome, le parole mascherano una realtà di segno opposto, dunque Pompei Viva!  Non saranno le migliaia di turisti distratti, nelle vie di Pompei come l’acqua torrenziale di un fiume tropicale, a farla resuscitare.

A Pompei si capiva che le case dei romani erano girate “a rovescio” rispetto a quelle moderne, con il cortile dentro e le finestre rivolte all’interno: ce ne erano davvero tante ed erano fatte tutte allo stesso modo. I proprietari più ricchi facevano a gara nella decorazione degli interni che non si vedevano da fuori. Verso la strada si aprivano i portoni e solo qualche piccola finestra di servizio. I gesti degli abitanti sopravvivevano ancora nella penombra dei cortili, negli scavi di trent’anni fa. Le strade selciate di Pompei erano vie di passaggio fra i segreti che riaffioravano negli interni, nei riquadri affrescati dove lo sguardo si nutriva di una vita ancora palpitante al centro di campiture gialle, rosse, nere, elegantissime.  Ovunque c’era l’immagine sospesa di una catastrofe che aveva congelato la storia. E’ un ricordo che risale al 1979, non al 79 dopo Cristo. Adesso sono a  piedi in via dell’Abbondanza e la trovo interminabile nella monotonia di ciò che resta: muri compatti, finestrelle e stipiti in laterizio, uno dopo l’altro in fila come sentinelle. Una domus affrescata bisogna conquistarsela, in fondo, come una caccia al tesoro: la pittura di una Venere, con l’aria approssimativa di una parvenue, disseta gli sguardi dei turisti ansiosi di vedere finalmente una immagine antica, ormai all’uscita della città. Poco lontano c’è  l’anfiteatro, così simile ad una Plaza de Toros, e nell’arena mi consolo rievocando la chitarra di David Gilmour, Live at Pompei, 1971.

Vado alla ricerca delle pareti dipinte e salgo a ritroso il pendio, verso porta Vesuvio. Le domus più lussuose sono da questa parte, ma non sembrano accessibili. Lascio correre lo sguardo sul cancello chiuso degli Amorini dorati, un caposaldo della topografia infantile della mia Pompei di trent’anni fa.   Non c’è più il giardino con i tendaggi e le maschere appese ad oscillare. Gli abitanti sembrano fuggiti definitivamente e le pitture del terzo stile pompeiano non li rievocano più.  Non oso guardare oltre: la casa dei Vetti, poco più in là, è circondata da impalcature. Le strade, i marciapiedi, i selciati ed i muri in rovina, offrono l’ultimo contatto con la città archeologica. Suggeriscono un cataclisma diverso, che ha lasciato agli abitanti il tempo di fuggire e di portare con sè il ricordo delle immagine più belle della vita che c’era: le linee evanescenti del quarto stile pompeiano. In salita raggiungo Porta Vesuvio e vado a posare lo sguardo su alcune immagini dipinte che decorano il sepolcro di Vestorio Prisco. In questa piccola città dei morti fuori Porta Vesuvio, il tempo scorre da sempre in un orizzonte di eternità: i monumenti funerari non esigono una rilettura, anche se dissepolti restano quel che erano, vetrine postume di ricordi che sostituiscono le persone scomparse. Il tempo dei sepolcri scorre con naturalezza in un orizzonte di eternità e fa sembrare innaturale, faticoso e stridente, il tempo che scorre nelle strade deserte della città sottostante, dove verrebbe voglia di gridare: “c’è nessuno?”, come in guerra, dopo un bombardamento.

Tiro su gli occhi per seguire il perimetro esterno delle mura. In questo tratto si innalzano tre torri: quella centrale, perfettamente restaurata, trent’anni fa era un belvedere dove i turisti si affacciavano per ammirare il panorama.  Ora lassù non vedo nessuno, anche la torre di Mercurio è diventata un miraggio: perchè dirigersi da quella parte se gli edifici sono tutti inaccessibili? Una famiglia di turisti fuori strada compare all’improviso e senza fare domande imbocca una strada evidentemente sbagliata, che non conduce agli scavi, ma fa salire sulla scarpata degli orti che insistono ancora su vasti tratti della città antica da disseppellire. Mi sembra una buona idea seguirli e perdermi anch’io con loro in un’idea settecentesca di città pompeiana vista dall’alto, che affiora a tratti fra la cenere.  Negli orti, al di sopra delle trincee delle strade antiche e dei muri che affiorano in lontananza, fino al limite della cenere spazzata via, il respiro si allarga ed il tempo ricomincia a scorrere senza l’ambiguità dei falsi storici e dei restauri in rovina. Vedo dall’alto gli “Scavi di Pompei”, che si alzano sull’antico suolo liberato dalla cenere e dai sedimenti del tempo, ma i segnali in lingua inglese tradiscono un altro significato: Pompei ruins, rovine di Pompei.  Ai turisti americani non interessa l’alacre tenacia degli archeologi che scavano e rimettono a nudo gli antichi splendori dell’età romana. Ciò che conta è the remains: quel che rimane e che si innalza contro il cielo in un nuovo ciclo di vita e di morte, liberato dalla cenere dell’oblio durato diciotto secoli. Il mito degli scavi si regge su un’illusione di eternità, ma la città scavata ricomincia a pulsare, mossa da forze disgregative che ne segnano il volto con le tracce di un’incombente rovina. Le prime case di Pompei si sono risvegliate duecent’anni fa.  La loro esistenza alla luce del sole si è giocata per lo più nell’età contemporanea.   Nessun muro, tantomeno una rovina, può  starsene congelata in un istante della storia.  L’apparente sospensione del tempo -l’effetto Pompei-  può rinnovarsi con l’artificio del restauro, con ricostruzioni consapevolmente finte.

Negli orti al di sopra degli scavi ritrovo la familiarità di certe passeggiate archeologiche meno monumentali di Pompei ma immerse nella natura, come Carsulae fra le montagne della provincia di Terni o Amiternum vicino all’Aquila.  Mi riconcilio col sito archeologico più monumentale del mondo proiettandomi altrove e penso a quando, da altre parti, mi è capitato di dire: “sembra d’essere a Pompei” per commentare l’ottimo stato di conservazione di un monumento d’età romana.  La famiglia che vaga allegramente fra i campi con me, non sembra accorgersi d’essere fuori strada, solo un bambino si ribella e piange disperato perchè: “il posto dove siamo entrati non è la strada di Pompei dove vanno tutti gli altri”.  Lo turba che suo padre, ad un bivio della storia, abbia preso una strada diversa, probabilmente sbagliata.  Per rientrare negli scavi chiediamo all’ortolano ricurvo sui campi.  Dice che non dobbiamo preoccuparci, ci siamo già: “Il selciato romano si raggiunge da qui, dopo una scala …un cancello sembra chiuso, ma basta sciogliere il filo di ferro che lo tiene accostato”.  Eccoci di nuovo in Via dell’Abbondanza! L’allegra famiglia si dirige verso l’anfiteatro e mi saluta con diffidenza: ho provato a renderli partecipi della mia percezione settecentesca degli scavi di Pompei, negli orti soprastanti, ma sarebbe stato meglio se avessi offerto loro dello zucchero filato. Nel parco a tema delle Pompei ruins mancano ancora i venditori di caramelle e di palloncini agli angoli delle strade. Qualche ristorante, con menù squisitamente romano antico, potrebbe essere allestito in una replica californiana delle Pompei ruins, mentre nella vastità delle rovine originali, di aspetto post bellico, c’è solo un bar, marchiato autogrill, fra la piazza e le terme del Foro. La Soprintendenza archeologica non concede di più.

Mi dispiace non vedere il rosso pompeiano delle case affrescate, il gioco dei quattro stili che avevo imparato a distiguere da bambino, viste le infinite repliche con poche varianti: il primo stile a riquadri geometrici, il secondo architettonico, con le colonne scanalate trompe l’oeil, il terzo alleggerito e surreale, il quarto etereo, come a voler significare l’evoluzione dello spirito verso forme sempre più astratte ed illusorie della percezione.  Mi guardo attorno in via della Fortuna, un custode sussurra qualche indicazione ad una coppia di turisti bene informati: “in fondo al secondo vicolo a destra, è aperta…”  In quell’angolo nascosto mi aspetto tutt’al più un magazzino, con qualche anfora murata nel pavimento.  Per un attimo non penso alle indicazioni che ho sentito pronunciare all’aria aperta.  Mi allontano ma ritorno subito sui mie passi, in fondo al vicolo c’è la sagoma del custode, lo vedo e gli chiedo da lontano:”si può?” Lui risponde con un cenno della testa:”sì, si può”.  Gli vado incontro sulla soglia di una porta antica: questa è la casa di Marco Lucrezio Frontone ed oggi è aperta, un capolavoro del terzo stile!  Nei muri neri risplendono i quadretti luccicanti con le scene mitiche più belle, i tratti raffinati dei colori come miniature fantastiche.   L’esplorazione archeologica di Pompei ha sete di immagini e quelle che appaiono nella casa di Lucrezio Frontone hanno ancora il potere di risvegliare il sogno di una città viva. Sono delicate ed effervescenti come un bicchiere di champagne.  Ne basta un sorso e già mi gira la testa. Non so come ringraziare il custode, mi sembra quasi di essergli entrato in casa e lui potrebbe aspettarsi una moneta di ricompensa, come dicevano le prime edizioni del Touring Club di cent’anni fa:  ”Un donzello apre; mancia.”

I custodi  degli scavi di Pompei sono sempre piuttosto cordiali e rispondono volentieri alle domande. Nella casa di Lucrezio Frontone il custode è anche filosofo e fa una analisi dei flussi turistici a Pompei.  Così su due piedi, distingue tre categorie di visitatori: i turisti, gli appassionati e gli archeologi.  Gli archeologi sono esperti, ma sono anche un po’ egoisti perchè nascondono le cose più belle, vogliono vederle soltanto loro.  I turisti tengono in piedi l’economia di Pompei, ma se ne vanno in giro a migliaia con la testa di qua e di là, non distinguono una pietra antica da una pietra moderna. Si perde tempo a stargli dietro.  Poi ci sono gli appassionati, che si informano prima, conoscono le aperture straordinarie e tornano a Pompei solo per entrare dove sanno che è aperto. Il custode mi osserva con aria di rimprovero. Lui preferisce gli appassionati. Dovrei appartenere anch’io a questa categoria, perchè allora non sono informato?  All’ingresso non ho trovato indicazioni, mi scuso dicendo che sono di passaggio, ma mi interessa quello che dice: ”Dieci anni fa cercavano gli sponsor per i restauri, ma non hanno trovato nessuno, zero.  Per questo la maggior parte delle case adesso è chiusa, non si possono riaprire con la normativa attuale.  I restauri di sessant’anni fa sono in rovina e andrebbero rifatti. E poi dovremmo ricollocare gli oggetti dove sono stati scoperti, anche sopra la cenere del vulcano… A Pompei ci sono passati in tanti.  Anche gli archeologi di Bologna sono stati qui cinque anni a ripulire uno per uno i muri della casa del Centenario, poi se ne sono andati e non li ho più visti.  Addirittura i Francesi avevano ricostruito una fullonica in via della Fortuna, per tingere i panni, ed ora è rimasto tutto lì, nessuno la usa: è antica o moderna?  Cosa capiranno i turisti fra cinquant’anni?  La malta dei restauri deve imitare i materiali antichi  o deve segnare una differenza?”

Siamo fermi a parlare sotto l’ombrello.  Uno scroscio d’acqua fa fuggire i turisti ed il pomeriggio invernale prosegue sotto un cielo di nuvole espressive.  Prima che sia sera voglio entrare nelle ultime residenze affrescate ancora aperte: la casa del Menandro e la villa dei Misteri.  Una sciatteria trasandata pervade la casa del Menandro.  Frammenti di macerie stendono un velo sul pavimento insieme alla polvere portata dal vento.  Basterebbe una scopa per cambiare l’aspetto di un luogo come questo, nascosto nella penombra di un pomeriggio invernale.  La villa dei Misteri è fuori Porta Ercolano e richiede di allungare il percorso col passo sostenuto attraverso la parte più alta della città, dove le residenze antiche si susseguono con le porte d’ingresso intatte, lasciando percepire al loro interno il logorio polveroso del tempo.  Oltre le mura il percorso scende nella via dei sepolcri, dove altre tombe acquietano l’ansia del tempo che scorre, nell’eternità. La villa dei Misteri appare al limite degli scavi, col rumore del traffico vicino.  L’ingresso laterale immette in un labirinto di cortili e di stanze illuminate a malapena.  La sala affrescata con le storie dei misteri la trovo alla fine, nell’ombra della sera.  La luce del tramonto filtra attraverso le persiane rotte di un bel restauro ormai datato e ritaglia la sagoma illuminata del sileno, su uno sfondo rosso infuocato, nella parete di fronte.  Un gruppo di asiatici occupa tutto lo spazio. Osservano diligentemente al di qua della corda che trattiene i visitatori al di fuori del vano affrescato.  Una guida illustra a lungo i dipinti, parlando una lingua per la quale mi è inutile ogni sforzo di comprensione.  La voce termina e la sala piomba in un silenzio ancora liturgico.  Fuori scorrono i rumori del traffico in lontananza.  Il rito del turista asiatico si conclude nel mistero dei flash che esplodono a centinaia davanti alle pitture, prima di abbandonare la sala. Sullo sfondo rosso pompeiano lampeggiano i frantumi dei volti degli iniziati ai riti misterici, atterriti -parrebbe- dalle schegge di luce improvvisa che li abbaglia.  I turisti si nutrono di immagini.  Il turismo globale le divora. Dovremmo parlare di iconofagia del turismo di massa.  Le pitture della Villa dei Misteri non resteranno ancora a lungo in quel luogo, a farsi divorare dai lampi delle macchine fotografiche. Ciò che non distrusse il Vesuvio, lo dissolviamo noi.

(5 Gennaio 2012)

Tagged: , ,

§ Una Risposta a Le rovine di Pompei

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

What’s this?

You are currently reading Le rovine di Pompei at ...I've got a project!.

meta

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 148 other followers