Notizie dal Natale
dicembre 25th, 2011 § 1 commento
Mi dispiace abbandonare la scuola per due settimane, l’ultimo giorno prima delle vacanze, proprio adesso che è Natale e potremmo giocare tutti insieme sotto l’albero, aprire i regali e costruire un bel trenino a vapore, soprattutto con i più piccoli di prima media. Ancor prima d’essere i miei studenti, questi sono i figli d’altra gente, e il Natale -si sa- è una festa di famiglia. Bube, il ragazzone di terza, non ha fatto ancora firmare l’ultima verifica di matematica. Lo rimprovero scherzando: ” Verrò a casa tua insieme a Babbo Natale per vedere la firma!” Lui risponde: “Professore, può venire quando vuole, è il benvenuto, anzi… il giorno di Natale può anche fermarsi a pranzo.” Non sarebbe male un pranzo a casa di Bube. Mi vedo già: il vecchio professore che sorseggia una zuppa calda, ospite di un allievo generoso, a Natale. E’ una storia da romanzo russo dell’Ottocento. Per attenuare la sindrome d’abbandono dell’ultimo giorno di scuola, dovrei farmi una famiglia anch’io .
La notte di Natale vado a messa nella chiesa dell’amico prete di città, mentre il giorno di Natale salgo in collina, dall’amico prete di campagna, in una chiesa piccolissima con le ragnatele appiccicate al soffitto. Nel sonno che precede la festa, sogno una chiesa della mia infanzia invasa da Senegalesi, uomini, donne e bambini neri, tanto pigiati da non lasciare posto ai bianchi che vorrebbero entrare. Io mi faccio largo ugualmente, qualcuno di loro esce perché non ha voglia di restare e dopo un po’ c’è di nuovo posto per tutti. In questo racconto non trovo una facile morale. Avevo sognato qualcosa di strano anche a Pasqua: le periferie invase dagli orti degli arabi, con i confessionali (bei pezzi d’artigianato artistico del millesettecento) sparsi all’aperto e riutilizzati come pollai. Il confessionale a Natale è un distributore automatico di penitenze. L’amico prete di campagna lamenta turni di lavoro massacranti e l’impossibilità di curare adeguatamente tutte le anime, specialmente le più bisognose della misericordia divina. Tocca tutto a lui: non può prescrivere cure specialistiche al Vescovo (il Vescovo non è un primario d’ospedale). Invece l’amico prete di città parla dal pulpito e vorrebbe scuotere gli animi dei suoi fedeli di città, con un richiamo alla sobrietà ai tempi della crisi, mentre il vice parrroco, un nero della Costa d’Avorio, legge una testimonianza toccante della guerra civile che sta insanguinando quella terra.
In cerca di un livello sublime di spiritualità, salgo a La Verna, al tramonto. Qui è limpido e non occorrono tante parole. A San Francesco basta una pagina della bibbia, una a caso. Mi fermo a leggere anch’io una pagina aperta a caso sull’altare. Le terracotte robbiane alle pareti confondono il divino con il bello e mi lasciano vittima di questa felice ambiguità. Di ritorno sul sentiero della Beccia è ormai buio. Nel cielo rosso e blu si accendono per primi i pianeti, Venere e Giove. Di buon passo, dietro di me, tre suore sudamericane recitano un rosario canoro e scivolano per gioco sulla neve. I rami spogli del bosco tessono decorazioni nere contro il cielo ormai nero della notte precoce del venticinque dicembre.