Sono entrato per la prima volta nella Philarmonie di Berlino per un concerto di musica da camera una settimana fa. Il programma proponeva brani sublimi del Novecento ed anche il quintetto opera 115 di Brahms, con un musicista nano al clarinetto dotato di energia sorprendente. Il suono degli archi riverberava ipnotico dentro lo spazio architettonico spigoloso dell’auditorium che sa di legno come i teatri antichi. L’auditorium giallo di Hans Scharoun è affascinante dentro, mentre da fuori sembra uno strumento musicale gigante di fantasia cubista. Sono entrato quando ancora non c’era nessuno e mi è parso di sentire, mescolato all’aroma del legno, l’odore di tutti gli inverni trascorsi a due passi dal muro e le corse accaldate della gente in fila al botteghino negli anni della guerra fredda, con i marchi tedeschi nel portafoglio e le mogli bionde marziali, a Berlino ovest, quando la Philarmonie era un bastione dell’occidente in terra di confine. All’uscita dopo lo spettacolo risplendono adesso i grattaceli di Postdamer Platz ed è naturale dirigersi a piedi verso quella piazza che per cinquant’anni non era esistita e dove invece oggi la folla riaffiora dagli ingressi della vecchia metropolitana ripristinata.
Quando Berlino era divisa, la Philarmonie occupava un angolo buio di Berlino-ovest in fondo a Postdamer Strasse, lontano dai quartieri benestanti di Schonenberg e di Charlottemburg. Ci si poteva arrivare in autobus, ma non mancavano i parcheggi per chi voleva guidare l’automobile fin là; lo spazio attorno all’auditorium era largo come la piazza d’armi di una caserma. La luce dei fari e dei lampioni faceva riverberare in fondo alla strada la sagoma sterile del muro di confine a zig zag, rotondo in cima, avanti e indietro fra le strade abbandonate dell’est e dell’ovest. Oltre il muro era come se non ci fosse nulla. Persa fra la foschia bianca delle luci al neon, in lontananza al di là del muro si impennava la torre della televisione comunista, con l’enorme palla metallica sospesa al centro di Berlino est, fuori scala nel profilo della città storica, come il mantello di una Misericordia marziana sulla testa degli abitanti. La torre con la palla e con l’antenna nel cielo di Berlino era stata costruita per essere vista anche dall’ovest, così vicina eppure ad una distanza siderale dai sentimenti della gente che entrava nell’auditorium per ascoltare la musica di Karajan. Le sentinelle del’est, letteralmente ad un tiro di schioppo, erano appostate nella penombra delle torrette, pronte a sparare all’ultimo solitario disperato che dall’est avesse tentato la fuga verso l’ovest. Gli spettatori della Philarmonie non guardavano da quella parte, ma avvertivano ugualmente qualcosa di sospeso nell’aria di piombo lì attorno.
La divisione aveva salvato dall’occupazione sovietica il pezzo di città ad occidente di Postdamer Platz. Della piazza restava solo un improbabile ricordo e, al suo posto, come una fortezza militare, il muro. Negli anni successivi alla divisione, i Berlinesi dell’ovest non vollero rinunciare ad altro spazio oltre a quello che la guerra gli aveva già sottratto e tornarono ad occupare l’area abbandonata nei pressi di Potsdamer Platz, costruendo il più possibile fin quasi a ridosso del muro, non case, ma luoghi di incontro culturale: la biblioteca, l’auditorium, la galleria d’arte contemporanea. I tre edifici disseminati in un’area vasta vicino al confine, sconnessi dall’urbanistica della città divisa, davano continuità in occidente al centro simbolico di Berlino, che era stato sommerso dal muro, ed auspicavano la resurrezione di Potsdamer Platz, nella forma di una rivincita dell’ovest sull’est, contro chi aveva occupato quello spazio per farne una caserma. A vent’anni dalla caduta del muro, la rivincita dell’occidente è in pieno svolgimento e si esprime nell’architettura contemporanea che si affaccia oggi su Postdamer Platz: un intero quartiere rinasce dalla periferia verso il centro, controcorrente rispetto allo sviluppo della città storica. La forza dell’ ovest contro l’est scarica decenni di tensione come una spinta tellurica da cui scaturiscono grattacieli triangolari, prue affilate contro le ferite ancora aperte a Berlino est. La prima volta che arrivo qui, sei mesi fa, mi colpisce il tessuto urbano frammentario, ancora irrisolto vent’anni dopo la riunificazione. C’è indifferenza per gli edifici ancora da ricostruire, mascherati da pannelli pubblicitari a Liepziger Platz, mentre di fronte si innalzano già i grattacieli trasparenti svincolati dal passato, piovuti lì per caso come in una città di periferia del mid-west americano.
Camminando da ovest verso il Mitte attraverso Potsdamer Platz, nel luogo dov’era l’ingresso monumentale di una capitale europea, appare una sequenza di immagini incoerenti e sconnesse della stessa città, vecchia e moderna, in dissolvimento ed in fuga verso il futuro, come una geologia sconvolta da profonde spinte invisibili. L’area dell’auditorium si apre come un accampamento senza direzione, finchè il traffico delle automobili entra all’improvviso nell’imbuto di Potsdamer Strasse, immagine di una metropoli lunga solo poche centinaia di metri. Poi c’è l’ottagono di Lipziger Platz, all’ingresso della città storica, in ricostruzione, con edifici nuovi volutamente dimessi, come un cortile di fronte ai grattacieli occidentali di Potsdamer Platz. Più avanti, dove dovrebbe cominciare Mitte, cioè il centro, la città si perde ancora fra edifici spenti e case da ricostruire, fra le luci fioche dell’edilizia popolare comunista. La città si trasforma all’improvviso in un fantasma del passato, come se la spinta innovatrice dell’ovest si fosse arrestata sul muro che non c’è più, a Potsdamer Platz.
La tensione della storia recente incanala le nuove costruzioni di Potsdamer Platz sui solchi della memoria divisa. E’ difficile alzarsi su Berlino e progettare la nuova città come una cosa sola, cancellando all’improvviso distruzioni e divisioni del secolo passato. Quando qualcuno vince, altri perdono e le città rinascono per opera dei vincitori, che ricostruiscono le strade, i palazzi, le piazze, dal loro punto di vista. Nell’area di Potsdamerplatz Platz il punto di vista non è più quello della città storica dei Kaiser, nè quello ipertrofico del Terzo Reich: più sommessamente, è quello dei Berlinesi dell’ovest che per trent’anni hanno riempito le sale dell’auditorium, sperando tutti insieme di tornare a casa, prima o poi, come prima della guerra, con la metropolitana di Potsdamer Platz. Lo sconquasso urbanistico del quartiere sembra ricomporsi magicamente all’uscita dalla Philarmonie la sera tardi, quando le luci nuove dei grattacieli di Potsdamer Platz guidano i passi degli spettatori in direzione della metropolitana, così comoda all’uscita dal concerto, quando si hanno ancora in mente le melodie cantabili da sussurrare.
In due mesi cambiano molte cose a Berlino. Si accendono le vetrine nuove di negozi con oggetti esclusivi in vendita e cambiano le linee dei tram, mentre le ruspe spostano e rimontano i binari per strada velocemente, come i pezzi di ferrovie giocattolo. Fra le luci della sera riappare finalmente anche l’ultimo dei musei dell’isola, dopo sessant’anni di rovina. Il Neues Museum torna ad affacciarsi sulle rive della Spree nell’Autunno 2009 come un palazzo del potere, per metà neoclassico, per metà rifatto. Era difficile crederci due mesi fa, che sarebbe stato pronto per davvero entro il sedici di Ottobre. In Italia avremmo tollerato un’inaugurazione provvisoria con l’imbiancatura posticcia -tanto per mostrarlo alle autorità- e ci sarebbe stato altro lavoro in seguito: impianti da completare a norma di legge, intonaci da rifare per le infiltrazioni: “eh! con il fiume così vicino!” Invece il Neues Museum è già a posto, fin da subito, pronto per l’assalto quotidiano di orde di visitatori con il biglietto prenotato il giorno prima.
Con tutto quello che c’era già a Berlino, non si sentiva affatto la necessità di un altro museo ed erano comprensibili i vecchi comunisti della DDR, che lasciarono sbriciolare senza imbarazzo sotto il sole e sotto la pioggia il Neues Museum per quarant’anni, dopo le distruzioni della guerra. Quattro musei nell’isola erano già abbastanza: il Pergamon, il Bode, la “nuova” galleria ed il “vecchio” museo affacciato sulla piazza del Duomo. Non si sentiva affatto il bisogno di un altro museo nella metà comunista di Berlino, quando la divisione fra est e ovest spartiva i corredi archeologici come tazzine da caffè in una famiglia di divorziati. I tesori egizi del Neues Museum finirono a Charlottemburg, dall’altra parte del muro, e i Sovietici trovarono nelle distruzioni della guerra un pretesto per portare fino a Mosca, nel Museo Puskin, una parte considerevole dei ritrovamenti di Troia: vasellame e gioielli. Il Neues Museum restò in rovina in mezzo all’isola, schiacciato fra gli altri musei che offrivano prospettive monumentali più appariscenti, a cominciare dal Pergamon, che dagli anni ‘20 del Novecento occupava l’ultimo spazio verde del Lustgarten.
Nell’isola dei Musei, ad occidente del castello di Berlino, c’era in origine soltanto un parco -il Lustgarten- finchè il Keiser Wilhelm nel 1820 ebbe l’idea di erigere, sul lato occidentale della piazza del castello, una grande costruzione porticata da destinare a galleria, ad imitazione di quelle già esistenti in altre capitali europee, che fu chiamata “museo vecchio” per distinguerla dagli altri musei nuovi eretti in seguito, nell’arco di cent’anni, in quello spazio verde del Lustgarten che scomparve poco a poco sotto il peso di edifici sfarzosi, evocanti una classicità sempre più monumentale. Il Neues Museum fu costruito attorno al 1850, nella porzione di Lustgarten adiacente al museo vecchio. Sul lato di un vasto cortile porticato d’ordine dorico fu agganciato l’edificio del museo nuovo, il quale offriva due diverse prospettive monumentali: una interna più ricca ed armoniosa ed un esterna, sul lato visibile oltre il fiume, più sobria e monotona, con ampie finestre di gusto rinascimentale aperte su una parete piatta. Le distruzioni della guerra avevano cancellato la percezione del Neues Museum centrato sul vasto cortile porticato d’ordine dorico. A confronto con la monumentalità schiacciante del Pergamon Museum proiettato sul fiume, la parete diroccata del Neues, lì accanto, appariva ancora più dimessa. L’aggettivo “nuovo” strideva con quella realtà rovinata dalla guerra e sembrava alludere a qualcosa di poco interessante, se è vero che i musei sono tanto più belli quando più hanno a che fare con il vecchio e con l’antico. Ma ora basta affacciarsi all’ingresso del Nueues Museum e dare un’occhiata veloce, per capire l’errore di prospettiva: il nuovo, almeno in questo caso, è più bello del vecchio.
L’architetto David Chipperfield, autore del restauro, e Michele de Lucchi, progettista dell’allestimento del Neues Museum, devono essersi divertiti parecchio nel sistemare le stanze e le vetrine. Chi oggi avesse qualche perplessità sul senso e sull’utilità di un museo archeologico, può trovare in questo allestimento un ventaglio di risposte pirotecniche, non sempre ineccepibili, ma comunque sorprendenti. Le antichità preistoriche ed egiziane conservate nelle vetrine sono eccezionali e sarebbero stupefacenti anche se fossero collocate in camere anonime. Ma le sculture di marmo colorato, le armi di bronzo, i vasi primitivi di terracotta, entrano in risonanza in questo Museo con ambienti fantasmagorici che varrebbe la pena visitare anche se fossero vuoti. Nell’insieme, sembra d’essere dentro ad una installazione d’arte contemporanea. Le architetture di stile classico e le pitture di imitazione antica, risalenti alla fondazione ottocentesca del museo, sono state consolidate con la cura che di solito si riserva alle rovine d’età romana e senza false integrazioni. L’interno riflette consapevolmente il lungo intervallo di tempo della chiusura, dal dopoguerra ad oggi, nella netta distinzione fra le parti antiche classicheggianti e le parti moderne, ricostruite con poche linee sintetiche sulle proporzioni antiche. L’enorme scalone centrale rivolto verso il fume al primo piano, ha l’effetto di una coreografia wagneriana. Questo non è un museo, ma un museo di musei, un metamuseo che contiene al suo interno una molteplicità di pezzi ed una pluralità di scelte espositive, collezionate nelle diverse stanze come un campionario dei musei possibili. E’ un’espressione organica delle teorie di allestimemento museale, una rivincita contro la moda degli eventi e delle mostre temporanee che smontano i musei da dentro, li svuotano ed arrecano più danni dei bombardamenti.
Una volta al mese varco i cancelli dello zuccherificio. Della fabbrica è rimasto solo un cumulo di macerie, ma ci sono ancora gli uffici nell’edificio d’ingresso, e le voci rarefatte di pochi impiegati superstiti addetti alla spedizione di uno zucchero prodotto altrove, in transito nei vecchi magazzini dell’ex-fabbrica. Nonostante le rovine in primo piano, dietro, in un capannone nascosto dal cumulo di macerie, lavorano operai salariati. Si avvicendano giorno e notte davanti a macchine stantuffanti e appiccicano etichette colorate su scatole di zucchero e sacchetti da un chilogrammo. Il confezionamento sostituisce la produzione, durante la crisi, e dice d’essere riconversione industriale, salvezza per le anime del purgatorio sospese in bilico, in attesa del tempo che verrà.
Chi si avvicina ai cancelli della fabbrica non intuisce là dentro l’esistenza di operai lavoranti; vede solo recinzioni divelte, tettoie scoperchiate, aree interdette; vede erbe fiorite a grappoli, alte fino al ginocchio, forare la crosta d’asfalto. Le officine ritagliano uno spazio di reimpiego nella vastità medievale delle rovine, come botteghe romane imperiali all’arrivo dei barbari. Quando torno, ogni mese, chiedo a me stesso cosa vado a fare, mentre il cumulo di macerie si avvicina. Esco dall’automobile e salgo i pochi gradini fino alla porta vetrata, stretta, d’ingresso, da cui passano gli operai per entrare, impiegati, dirigenti e padroni, senza toccarsi. Il portiere si accorge subito di me ed estrae con sollecitudine dal cassetto una busta sigillata, rapidamente, per non farmi perdere tempo. E’ contento di vedermi e chiede se ci sono novità.
Ci conosciamo da quindici anni, io e Casadio. Lui era addetto al reparto filtrazione, prima che lo riconvertissero in portineria, un mestiere di privilegio affidato di solito a chi, per motivi di salute, non poteva affrontare la fatica. Quando lo zuccherificio era una fabbrica rumorosa e sbuffante, il compito di portiere era affidato a Sansavini, un giovane cardiopatico che non avrebbe potuto svolgere altre mansione nei reparti: eravamo stati compagni di scuola alle medie e l’avevo ritrovato seduto in portineria, nello zuccherificio di Forlimpopoli, con il telefono in mano, a dirigere il traffico degli autotrasportatori e dei fornitori di passaggio, sempre in silenzio, discreto, quasi timido, fino al giorno di chiusura. Quando i motori dello zuccherificio si fermarono per l’ultima volta, il nove novembre del 2005, la cardiopatia ebbe un sussulto. Mentre le caldaie esalavano l’ultimo vapore, il suo cuore cessò di battere. Con l’andirivieni di gente preoccupata, quel giorno, l’affanno in portineria era più doloroso che nei reparti di fabbrica, davvero troppo. Ai funerali di Sansavini nella chiesa parrocchiale c’erano dipendenti, operai, impiegati e pensionati, lavoratori di tre generazioni richiamati al cospetto dell’eternità. Non erano solo i funerali di un giovane stroncato da un malore; quel giorno si celebravano le esequie di un’intera tradizione industriale giunta al capolinea.
Adesso in portineria c’è Casadio, ma non è più lo stesso, sembra un’altra persona. Quando lavorava nel reparto filtrazione, col sudore in fronte e la mani annerite dalla morchia, aveva un aspetto truce. Zittito dal clamore dei macchinari, con la tuta blu attorno alla pancia prominente, non parlava mai. Si eclissava dietro ai filtri rotativi sottovuoto, apriva e chiudeva rubinetti fra gli odori organici dei fanghi color argilla, belli da guardare mentre si staccano a brandelli dai cilindri in rotazione lenta, schizzati di continuo con sottili getti d’acqua. Casadio lavorava bene, non parlava ma aveva sempre la risposta pronta con il suggerimento opportuno, se proprio lo doveva dire. Prima o poi si sarebbe trovato a ricoprire il ruolo di caporeparto, prima o poi, al terminare della sua carriera ai filtri, e non immaginava di diventare il portiere di una fabbrica dismessa e riconvertita, piccola stella senza luce dopo l’espansione gigante.
Casadio appare magro, seduto in portineria col maglione chiaro di fattura casalinga, mentre estrae la busta dal cassetto e me la porge dalle mani morbide, tutto d’un tratto. Non sembrano mani d’operaio, così bianche e delicate, e mi domando se mai lo siano state -d’operaio- quelle dita intelligenti che ricordavo in fabbrica, mascherate col fango e con la morchia. Con quelle dita rinnovate, Casadio estrae tre fogli dalla busta, il riepilogo dell’ultimo stipendio e due moduli aggiuntivi che devo firmare ogni mese dopo il dodici, tassativamente. Per ora il mio contratto di lavoro non richiede altro, se non una firma al mese. Il tempo di arrivare e di dire poche parole, il tempo di prendere la penna in mano e di autografare due fogli prestampati con data e firma: ecco, sono di nuovo libero fino al prossimo stipendio!
Mentre scrivo il mio nome, Casadio mi guarda con rispetto, ancora con stima, nonostante l’inutilità apparente della mia presenza senza incarichi, io che vago, mentre altri sono ancora al loro posto, indaffarati a girare e a rigirare carta sulla scrivania. Quella firma è una cosa seria, vale un intero stipendio, per cui ho imparato a farla bene, con cura, come un’opera d’arte: un pezzo unico del valore di milletrecentosettanta Euro. Se col rinnovo del contratto questa somma dovesse pure aumentare, mi procurerò una penna speciale, d’avorio o d’argento, per dare al gesto della firma ancor più valore, con tutto quello che si merita in cambio. Per esperienza, so quanto è difficile farsi pagare in Italia per un lavoro che è stato fatto, conosco gli stipendi di chi è impiegato e resto stupefatto ogni mese per tanta grazia, come Mosè nel deserto. Dopo l’azione solenne, restituisco i due fogli firmati e trattengo il terzo, col riepilogo dello stipendio.
I ministri ed il “Premier” sono soliti apparire in TV con un dipinto solenne sullo sfondo, che ispira riconoscenza per il potere meritevole del ruolo che riveste, vista la bellezza circostante. Nel quadro c’è una donna accanto ad un vecchio, un’immagine dipinta dal Tiepolo che deve essere piaciuta a Silvio Berlusconi, se l’ha scelta come sfondo telegenico per se stesso e per i suoi ministri parlanti in TV. Quel quadro decorava il soffitto di una residenza nobile di Vicenza con l’immagine allegorica del “Tempo che scopre la Verità”. Il Tiepolo si addice alla vittoria, ma non funziona con la guerra, così negli ultimi giorni il “Premier” non ha voluto mettersi in posa davanti al tempo ed alla verità. Mentre lanciava anatemi rancorosi più del solito, lo sfondo evocava opportunamente altre scene raffiguranti cavalli e scudi di una battaglia storica. Senza aspettare i comunicati di regime i quali, all’occorrenza, mettono il Tiepolo in sottofondo come quinta ingannevole, chiunque può vedere il quadro originale a Vicenza, nell’orario di apertura della pinacoteca cittadina. “Il Tempo che scopre la Verità” occupa la penultima sala di un museo poco noto, dove i visitatori possono avvalersi della guida dei volontari di Italia Nostra, se lo desiderano.
Nei musei di solito mi piace guardare da solo, ma a Vicenza è difficile dire di no al Signor Gasperi, a disposizione dei pochi visitatori che scelgono di vedere la pinacoteca, dopo aver affollato in massa il Teatro Olimpico sul lato opposto della piazza. Con discrezione il signor Gasperi racconta sempre le stesse storie, ogni volta con nuovo fervore: “La Repubblica Veneta esprimeva la migliore civiltà in Italia. Se non fosse arrivato Napoleone, forse oggi avremmo ancora un Doge!” E ancora: “I Savoia hanno occupato l’Italia, centocinquant’anni fa, con i risultati che adesso vediamo.” Parla italiano il signor Gasperi -un italiano perfetto- ma conosce altrettanto bene il dialetto veneto, che contrariamente agli altri dialetti italiani, non era un gergo popolare bensì la lingua di un’elite raffinatissima, che costruiva navi ineguagliabili e governava le acque dei fiumi per preservare l’equilibrio della laguna attraverso i secoli, un miracolo ancora sotto gli occhi di tutti.
In autunno il sole sembra inutile alla maggior parte dei bagnini che preferiscono chiudere la spiaggia, dopo le corse forsennate di Luglio e di Agosto. Nonostante l’aria cristallina azzurra e la brezza tiepida sul mare calmo, la costa si spopola; assomiglia di nuovo a quello che era cent’anni fa, prima della storia balneare: persone fuori moda, gente anziana, donne grasse col costume intero risvoltato sopra al seno, stendono teli variopinti come toppe colorate sulla tessitura sabbiosa e guardano da sedute. D’Autunno scompare la passerella nervosa di femmine rinsecchite al sole, finiscono le voci rauche – quelle che sanno il fatto loro e devono ribadirlo di continuo con la sigaretta in bocca. Le cantilene dei dialoghi smarriti sulla riva, in Autunno, consolano come la risacca.
Il mercatino di Cervia va in piazza fino a metà Settembre, quando il buio della sera arriva presto e stende una quiete casalinga sui banchi dei venditori abitudinari che espongono, per l’ultima volta, libri ed altri oggetti strani, presumibilmente antichi, sotto la luce calda dei generatori elettrici. Mi fermo a guardare, ma la voce affettuosa di un saluto mi prende subito alle spalle. Chi vedo? Una faccia luminosa, la fronte tonda allargata nella calvizie solenne coi capelli arricciati e diritti, come il sole che sorge nei disegni dei bambini. Mi saluta e urla forte: “sei ancora dentro?” Che cosa vuol dire… non sono mai stato in prigione! Quella buon’anima di Rinaldini mi sorprende davanti ai libri della sua bancarella e vuole sapere se, anch’io come lui, sono ancora un dipendente della SFIR in cassa integrazione, in cerca di miglior vita dopo la crisi dello zucchero nazionale. Rinaldini lavorava come me in zuccherificio, ma in piazza a Cervia spiega che non eravamo proprio uguali, lui era un operaio, io un “capo”.
“Presto ci chiamano di nuovo ” dice dispiaciuto: “ci chiamano sempre alla fine dell’anno. E’ già successo l’anno scorso ed anche l’anno prima”. Il capo del personale convoca tutti e comunica che è pronta la riconversione: “avete bisogno di lavorare? Bene, è finita la vacanza: è pronta la fabbrica nuova, venite a lavorare oppure state a casa finalmente con quei due soldi di buonuscita sindacale che abbiamo concordato per voi. Di più non si può.” Drogato da mesi ed anni di cassa integrazione, qualche operaio abbocca e decide di uscire volontariamente in mobilità, per non perdere la libertà e la liquidazione dello zucchero: “tanto prima o poi un altro lavoro si trova”. Qualcun altro decide invece di restare, vuoi per un estremo gesto di affetto nei riguardi del proprio posto di lavoro, vuoi per un atteggiamento di sfida o soltanto per la profonda incertezza che goccia a goccia permea gli animi dei cassintegrati, anno dopo anno.
Rinaldini vorrebbe andarsene definitivamente, ma non sa quanto gli manca alla pensione, sei, otto oppure dieci anni, davvero troppi: “dipende dalla legge sull’amianto, chissà…”. Ha tentato una riconversione privata, ma gli è riuscita solo in parte. I mobili e i libri vecchi non sono sufficienti per vivere: due, tre, quattro euro ogni libro, era meglio quando c’era la lira. Fra qualche giorno lo chiameranno probabilmente in fabbrica e forse sarà l’ultimo appello, se vuole andarsene con la buonuscita sindacale davanti al contegno compiaciuto del direttore barbuto: finalmente! Non è possibile che dopo quattro anni ci sia ancora dell’altra cassa integrazione: “non è possibile!” Ma sembrava impossibile anche l’anno scorso e pure l’anno prima.
Nella bancarella ci sono libri in scatole di cartone, alcune delle quali restano chiuse appoggiate per terra, altre sono aperte coi libri impilati dentro, tanto che è necessario estrarli uno alla volta per capire cosa c’è. Vedo titoli molto vecchi: edizioni scolastiche fasciste, opere ottocentesche dimenticate come L’Angelo di Bontà di Ippolito Nievo. Rinaldini va a sgomberare le cantine, i solai, gli appartamenti delle persone anziane che morendo lasciano in eredità il valore dei muri con quello che c’è dentro. E’ incredibile quanta cultura libraria sia rimasta sepolta nelle case degli italiani, all’insaputa della dittatura televisiva. Chi sgombra viene pagato in proporzione al peso, ma qualche volta è Rinaldini che deve pagare, per esempio quando trova mobili antichi. Non è facile stabilire il prezzo dei libri, bisogna essere davvero esperti: “i titoli del Settecento puoi provare a venderli a 30 euro: se qualcuno li compra subito, capisci che potevi chiedere di più.”
Mi è sempre piaciuto mettere le mani fra le carte vecchie, Rinaldini se ne accorge e mi accompagna dietro al banco dove tiene nascoste altre scatole che contengono decine e decine di libri del Touring Club, fra cui, numerosissime, le prime edizioni della Guida d’Italia. Affondo le mani nelle scatole e mi viene in mente l’ultima volta che ho incontrato Rinaldini in zuccherifico, nell’autunno del 2007. La fabbrica era ferma già da due anni ed io avevo avuto il tempo di lavorare altrove, in un cantiere di Ravenna che costruiva impianti petroliferi da spedire sul Mar Caspio. Alla fine dell’estate ero rimasto a casa, sospinto dell’incertezza mia e del mercato, mentre i ministri italiani portavano sul Mar Caspio tarallucci e vino, per convincere il dittatore Kazako che era opportuno proseguire con l’ENI e con Scaroni, un po’ furbetti ma, si sa, pur sempre brava gente. In quei giorni arrivò per me, inattesa, la convocazione in zuccherificio a Forlimpopoli, come se la fabbrica fosse stata di nuovo pronta per la partenza. Mi presentai bello pettinato alle otto del mattino, un lunedì di Settembre, e mi fu detto che era finita la vacanza e che dovevo ricominciare anch’io a lavorare. Bene! Cosa devo fare? Non era chiaro, potevo sistemare l’archivio, tanto per cominciare: di lì a poco sarebbero arrivati i facchini per il trasloco. La demolizione era ormai imminente ed era prioritario sgomberare gli uffici.
La chiara foschia autunnale, ancora calda a mezzogiorno, risplendeva di nuovo sugli operai in fila, come nei momenti più concitati della campagna saccarifera, che si svolgeva fra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Ma proprio il ricordo della stagione delle barbabitole rendeva più sinistro il corpo morto della fabbrica dove mancavano già alcune macchine, prelevate con precisione chirurgica e rivendute a metà prezzo in qualche mercato asiatico, forse in India. Non c’era più il sibilo vitale dell’aria compressa in sottofondo, perchè i tubi pneumatici erano stati tagliati. Nel silenzio tamburellavano i gorgoglii dei piccioni, come nei palazzi antichi abbandonati. Il loro volo pigro imperversava ovunque negli spazi ariosi fra le grandi finestre sempre aperte. Nessuno si preoccupava più di allontanarli, nè di pulire i pavimenti. Nelle lunghe pause in cui potevo attardarmi, vista la vaghezza del mio incarico, scendevo le scale e incontravo gli operai, a frotte davanti al distributore del caffè, animali vaganti, beffardi e stralunati, sospesi nel nulla. “Lo sai che Gianni è morto?” diceva qualcuno. “E’ morto anche Frank!” replicava un altro. “Anni e anni di cassa integrazione funzionano davvero: qualcuno se ne va con l’incentivo, qualcun altro se ne va perchè muore. E alla fine non rimane più nessuno.”
Mi era dispiaciuto per Gianni, uomo mite, un po’ pavido ma buono. Manovrava l’impianto di diffusione. Quando lavoravamo insieme al sistema esperto, mi ascoltava e applicava fedelmente quello che dicevo. Per questo i suoi colleghi lo prendevano in giro, ma lui era abituato, non si offendeva e bilanciava l’incertezza del suo carattere con la voglia di parlare. Ricordava fatti e persone con una vividezza impressionante e raccontava volentieri storie sulla gente di Ravenna: lo zuccherificio di Classe, l’esperienza terribile della chiusura di quella fabbrica dove aveva cominciato a lavorare trent’anni fa. Aveva paura di trovarsi ancora senza lavoro, senza sapere cosa fare, a cinquant’anni. Ma la soluzione, la più estrema, questa volta era arrivata da sè, un ictus senza scampo, nel 2006, dopo l’annuncio della cassa integrazione.
Ogni giorno da un armadio diverso riesumavo i fogli sparsi di storie profanate: disegni di fabbriche dismesse mescolati ad appunti recenti, corsivi affrettati, come ossa accumulate alla rinfusa. La crisi era cominciata vent’anni fa per opera di dirigenti con nome e cognome, gli stessi che adesso cavalcano la riconversione, ma solo per i propri figli. Il lavoro in archivio era bello, anche se il freddo dell’autunno precoce, senza riscaldamento, si faceva sentire pungente. Passavo parecchio tempo negli spogliatoi accanto alle stufe elettriche; qualche volta arrivava un operaio, spalancava all’improvviso la porta e chiedeva: “Non so cosa fare, cosa devo fare?”. Gli dicevo di spostare un tavolo o una scala -non perchè ce ne fosse davvero bisogno- ma per dare la parvenza di uno scopo a quelle giornate umide e inutili, dove neanche una partita a carte aveva più senso. In poche settimane ero riuscito ad organizzare il lavoro per un paio di persone fino a Natale, con lo scopo di preparare il trasloco dell’archivio. Ma nelle stesse poche settimane il capo del personale aveva capito l’unica cosa che lo interessava veramente, cioè che io non avevo intenzione di scegliere la mobilità volontaria. La mia prestazione professionale era ancora una volta fuori luogo: “chissenefrega dell’archivio, roba per vecchi che hanno tempo da perdere!” Da un giorno all’altro ero di nuovo a casa, al caldo, in cassa integrazione.
Rinaldini se lo ricorda ancora bene, quell’autunno freddo senza niente da fare, fra le ruspe che demolivano la fabbrica. Ma adesso non è più così, ormai ci sono le riconversioni e torneremo a lavorare per davvero. “Quali riconversioni?” chiedo: “l’impianto di confezionamento è già a regime con venti operai e ce ne sono più del doppio ancora da sistemare, dove li mettiamo?” Rinaldini non sa rispondere, ma ha paura. Teme di perdere la buonuscita e la libertà della cassa integrazione. Ma teme di più per il suo posto di lavoro. Cosa deve fare? Gli consiglio di aspettare. Non è cambiato nulla in questo gioco dissennato dove le uniche mosse vincenti sono il bluff e l’attesa. Chissà se è davvero così, ma Rinaldini vuole credermi, si rasserena e dice: “prendi su i libri che vuoi, te li regalo”. Nel mercatino di Cervia è già notte e gli ambulanti cenano per strada: una pizza tagliata a spicchi nei cartoni da asporto.
L’aeroporto di Tegel è quasi in centro a Berlino, ci arrivo in tre quarti d’ora dalla casa di Tempelhof e dall’altro aeroporto Zentral Flughafen che è chiuso già da un anno. Anche Tegel dovrebbe chiudere entro breve, sostituito dal moderno Hub di Schoenefeld, nella lontana periferia sud-est dell’ex Berlino comunista. Per adesso gli aerei si alzano ancora in volo da Tegel sulle case di Wedding e di Pankow, con la pancia metallica rigonfia di passeggeri e di bagagli sui tetti e sulle strade come ai tempi del ponte aereo. Gli abitanti del quartiere sollevano il naso per guardarli ingigantire mentre sibilano oscurando il sole, prima di atterrare. Gli aerei che sessant’anni fa hanno salvato Berlino Ovest dall’occupazione sovietica disturbano la gente meno che altrove. In città mi colpisce il manifesto elettorale di un candidato che si fa fotografare su un aereo accanto al finestrino. Un manifesto come questo in Italia farebbe pensare ai voli di stato per uso privato, ai cantanti ed alle ballerine che rallegrano le feste imperiali in Sardegna. Invece a Berlino è l’immagine giusta per un messaggio elettorale scritto a chiare lettere: “sicurezza e libertà”.
Abbiamo percorso Berlino a piedi lungo le fessure delle vecchie divisioni dove emergono i distretti contemporanei, come frammenti di crosta terrestre alla deriva. Siamo entrati negli spazi più interessante di Berlino, dove un tempo arrivavano i binari delle stazioni ferroviarie e degli scali merci, guardacaso prescelti, proprio loro, come terra di confine nella divisione fra est ed ovest. Ripensandoci, siamo entrambi sicuri di aver colto l’anima di Berlino un venerdì pomeriggio d’agosto, camminando a piedi fra Ostbanhof e Warschauerstrasse. Pensavamo di essere in centro e percorrevamo l’unica strada possibile, mentre si infittiva la sensazione d’essere invece in una remota periferia, fra campi incolti e grandi capannoni. Davanti a noi emergeva chiaramente il ponte di Warschauerstrasse, con le automobili in marcia ed il passo spedito delle ragazze sospese sulla città incolta sottostante, dov’era un grande scalo merci smantellato. In fondo, la nostra strada terminava in una rotonda a pochi passi dal ponte, da cui era comunque possibile proseguire a piedi attraverso un sentiero, vicino ad un casello abbandonato della ferrovia. Appollaiati sul tetto, alcuni giovani con la birra in mano prendevano il sole. Un ferroviere dal locomotore in manovra sull’unico binario superstite faceva sentire il suo fischio. Fra le sterpaglie noi proseguivamo con maggiore incertezza, ormai a due passi dalla stazione della metropolitana che in questo tratto è alla luce del sole. Con un balzo tornavamo all’improvvisto fra gli abitanti del venerdì pomeriggio, da un bordo del marciapiede della metropolitana, accolti da un tipo augurante bonario schoene Wochenende, con la birra in mano, ai margini della società.