Maràl è la giovane Kazaka di vent’anni con gli occhi cinesi e il profilo scandinavo. A Berlino era entrata nella nostra classe di tedesco con qualche giorno di ritardo. La fiducia vivace dei suoi occhi aveva stupito tutti noi, che eravam persi negli sguardi obliqui delle americane stanche, smalti freschi ed unghie mangiate, capelli lunghi e ciabatte infradito. Le donne del Kazakistan le immaginavo ancora col colbacco, accovacciate in balli pesanti attorno al fuoco, nel vuoto della steppa. Mi sono dovuto ricredere, l’evoluzione della specie ha fatto passi da gigante in Asia. A lezione guardavo Maràl, qualche volta mi sedevo al tavolo con lei per i lavori di gruppo. Nel suo viso brillava una bellezza difficile, istintiva e vitale, lontana un abisso dai modelli estetici dei calciatori e delle veline, sempre a suo agio in vestiti leggeri e svolazzanti, mai pantaloni, mai ciabatte, tanti colori ed il gusto primitivo per la decorazione appariscente: una collana verde di plastica, l’asimmetria di una treccia nera che scende sulla spalla, un solo orecchino, ma lungo, complicato come i gioielli dell’ età del bronzo. Mi domandavo chi fosse suo padre, a quale mafia del gas o del petrolio appartenesse il suo clan, così ricco da mandarla a Londra per studiare. Così come è arrivata, Maràl è ripartita, all’improvviso, dicendo che doveva rientrare a Londra per un esame all’università, che si sovrapponeva, purtroppo, col corso di tedesco. La sera prima che lei partisse nessuno aveva voglia di affrettarsi verso casa. Un gruppo più numeroso si era fermato nella sala da biliardo, insieme a Miroslav c’erano i soliti Henry e Jonny, ma anche il giovane Erka e perfino Jan, il giornalista di Praga, aveva chiuso in anticipo il computer portatile per godersi in pace la serata. Quel giorno non aveva altro da scrivere per la pagina culturale del kritik, era meglio per lui restare in giro e cercare nuove storie fra la gente.
Jan è ancora giovane, non dimostra affatto gli anni che ha. I suoi lineamenti decisi si stemperano su un viso tutto sommato delicato, con gli occhi e la bocca da etrusco sorridente disteso, di terracotta. E’ quieto e solenne coi quei capelli “rasta” che porta come un trofeo: non se ne vuole disfare nonostante le perquisizioni aggiuntive che deve subire ogni volta che attraversa la frontiera. La pazienza di Jan, la quiete, la calma lo assistono soprattutto in quelle circostanze, non gli hanno mai trovato niente di compromettente addosso, così dice. Sullo sgabello più alto, Maràl appoggia un fianco al banco dove in fretta compaiono e spariscono piccoli bicchieri di Tequila. Attorno, i maschi del gruppo parlano educatatamente, a turno come se avessero fissato appuntamenti in sequenza: prima Jan, poi Henry, poi Jonny… La ragazza dagli occhi a mandorla risponde in inglese col ritmo di Oxford, appena velato da una cantilena orientale che potrebbe essere solo il ricordo di una filastrocca infantile. Jonny parla più degli altri. Anche lui ha studiato a Londra ed ha l’età giusta per corteggiarla senza equivoci: conosci anche tu il… ? Dice il nome di un posto, una discoteca londinese dove vanno gli universitari, ma non capisco, sono troppo lontano. Nel mezzo ci sono i capelli di Jan, il quale all’improvviso è silenzioso, assorto, forse triste, col bicchiere di birra e la sigaretta accesa. Mi guarda ancora con un po’ di diffidenza: dice d’essere facile preda dei corteggiatori omosessuali, per cui non si sbilancia con le persone che conosce poco. Lo rassicuro affermando che i gay hanno altre abitudini, dove vivo io sono ancora una minoranza, non è come a Berlino. In Romagna quando un uomo sorride ad un altro uomo non è per fotterlo, o forse sì, ma solo metaforicamente.
La luce della sera filtra agli angoli della sala attraverso due finestre orizzontali strette contro il soffitto come i lucernai di una cantina. Il calore dorato del sole entra nella sala ed illumina con una lama il tavolo da biliardo. Miroslav è concentrato, quella luce lo disturba. Sul biliardo cerca un’altra posizione per il tiro, gira attorno al tavolo e inventa un colpo di sponda inaspettato. Un’altra palla in buca. Henry ha ormai perso la partita ma non si dà pena, dice: fuori il tempo è bello, c’è un ristorante vietnamita verso Charlottenburg, il migliore della città, venite? E’ l’ora giusta per la cena, dopo la seconda birra il nostro stomaco ha bisogno di qualcosa di solido: chissà com’è questa cucina vietnamita. Anche Maràl ha fame e sorride, non se ne vergogna. Pigri e indolenti come un branco, andiamo al pascolo nella luce del cortile con la cena vietnamita in testa. Nel cortile della scuola c’è un gruppo di Italiani, sono appena usciti dalla biblioteca e chiedono dove siamo diretti. L’idea vietnamita li eccita, c’era da aspettarselo. Il gruppo si allarga e tutti insieme usciamo per strada. Sulle scale della metropolitana cominciamo ad aspettare, quale linea conviene prendere per Charlottenburg? La U-bahn oppure la S-bahn, prima la 8 poi la 2, oppure la circolare con l’autobus. Roberto afferra la situazione con il piglio di un generale. Con due cartine aperte, sui gradini della metropolitana discute i vantaggi e gli svantaggi delle varie possibilità. Erka il Mongolo si stanca e fugge all’improvviso nel tunnel della linea 8 della U-bahn, rinuncia così al sogno di una cena vietnamita.
Roberto indica sulla carta il punto dove dobbiamo andare. “Ma è lontano!” dice Maràl “devo alzarmi presto domattina e non posso fare tardi”. E’ vero, è piuttosto lontano, incalza Jan, quel ristorante è quasi fuori città: non ho voglia arrivare fin là, sono in bicicletta. Jan prende le distanze, vorebbe quasi congedarsi, ma guarda negli occhi Maràl, vuole capire cosa farà lei, è lei l’unica cosa che lo interessa veramente là in mezzo. Dovendo scegliere fra il gourmet vietnamita e il sorriso di Maràl, Jan e Jonny non hanno dubbi, quel sorriso al chiaro di luna è più interessante del miglior ristorante di Berlino. Così Jan si fa avanti e dice che c’è un altro posto vietnamita più vicino, non è famoso ma si mangia bene, un self service coi tavolini sul marciapiede lontano appena tre fermate della linea 8, a Kreuzberg. Si mangia bene e si spende poco, è il posto giusto per il giornalista di Praga che viaggia sempre in bicicletta. Dobbiamo scendere a Moritzplatz, è semplice dice Jan: “voi in metropolitana e io in bicicletta, impiegheremo pressapoco lo stesso tempo per arrivare, poi raggiungeremo insieme il posto vietnamita dove la cena non vi deluderà, ne sono certo.” Jan è felice di portare Maràl a Kreuzberg, è là che sente veramente di essere a casa quando viene a Berlino.
Kreuzberg era un quartiere diviso fino al 1990. La linea feroce del muro scendeva diritta da nord a sud su un antico confine della cittá, dalla Porta di Brandeburgo fino a Potsdamer Platz. Poi cominciava l´incertezza, si vedevano i dubbi della storia nel percorso frastagliato, l´avanti e indietro del muro che ritagliava a caso gli isolati urbani per farne bastioni protesi verso ovest e ne dimenticava altri in una terra di nessuno dispersa fra le torri di guardia ed il filo spinato sul lato cosiddetto socialista: una pazzia che si ingarbugliava proprio a Kreuzberg. Da qui le metropolitane dell’Ovest si inabissavano sotto il muro attraverso il settore orientale, tutto d’un fiato senza fermate fino al 1990. Weinmaisterstrasse è stata per trent’anni una stazione fantasma, protetta e proibita ai cittadini dell’est che camminavano sopra. Adesso siamo liberi di scendere i gradini di questa metropolitana, talmente liberi che possiamo addirittura indugiare nella scelta della direzione: verso Charlottenburg con Henry e con gli italiani, oppure a Kreuzberg con Jonny e con Maràl. Non sto a pensarci, scelgo Maràl. L’enorme stazione di Weinmaisterstrasse si apre inaspettata sotto i marciapiedi amichevoli della città di oggi: quel tunnel era grande abbastanza per il traffico di una city, settant’anni fa, quando Berlino voleva essere capitale del mondo intero. Guardo Maràl che sorride, sta per arrivare il treno nella direzione giusta per noi. Le porte scorrevoli si aprono fluide e si richiudono automaticamente, anche la voce sintetica zuruck bitte risuona felice. Saliamo al volo e ci sediamo di spalle ai finestrini uno accanto all’altro, Maràl nel mezzo con due uomini di scorta, io e Jonny. Salutiamo gli Italiani rimasti a terra al di là del vetro. Non capiscono: dove state andando?