A Berlino c’era un muro…

6 Novembre, 2009 di pontediferro

DSC01892Sono entrato per la prima volta nella Philarmonie di Berlino per un concerto di musica da camera una settimana fa.  Il programma proponeva brani sublimi del Novecento ed anche il quintetto opera 115 di Brahms, con un musicista nano al clarinetto dotato di energia sorprendente.   Il suono degli archi riverberava ipnotico dentro lo spazio architettonico spigoloso dell’auditorium che sa di legno come i teatri antichi.  L’auditorium giallo di Hans Scharoun è affascinante dentro, mentre da fuori sembra uno strumento musicale gigante di fantasia cubista.  Sono entrato quando ancora non c’era nessuno e mi è parso di sentire, mescolato all’aroma del legno, l’odore di tutti gli inverni trascorsi a due passi dal muro e le corse accaldate della gente in fila al botteghino negli anni della guerra fredda, con i marchi tedeschi nel portafoglio e le mogli bionde marziali, a Berlino ovest, quando la Philarmonie era un bastione dell’occidente in terra di confine.   All’uscita dopo lo spettacolo risplendono adesso i grattaceli di Postdamer Platz  ed è naturale dirigersi a piedi verso quella piazza che per cinquant’anni non era esistita e dove invece oggi la folla riaffiora dagli ingressi della vecchia  metropolitana ripristinata.

DSC01895Quando Berlino era divisa, la Philarmonie occupava un angolo buio di Berlino-ovest in fondo a Postdamer Strasse, lontano dai quartieri benestanti di  Schonenberg e di Charlottemburg.  Ci si poteva arrivare in autobus, ma non mancavano i parcheggi per chi voleva guidare l’automobile fin là; lo spazio attorno all’auditorium era largo come la piazza d’armi di una caserma.   La luce dei fari e dei lampioni faceva riverberare in fondo alla strada la  sagoma sterile del muro di confine a zig zag, rotondo in cima, avanti e indietro fra le strade abbandonate dell’est e dell’ovest.  Oltre il muro era come se non ci fosse nulla.  Persa fra la foschia bianca delle luci al neon, in lontananza al di là del muro si impennava la torre della televisione comunista, con l’enorme palla metallica sospesa al centro di Berlino est, fuori scala nel profilo della città storica, come il mantello di una Misericordia marziana sulla testa degli  abitanti.  La torre con la palla e con l’antenna nel cielo di Berlino era stata costruita per essere vista anche dall’ovest, così vicina eppure ad una distanza siderale dai sentimenti della gente che entrava nell’auditorium per ascoltare la musica di Karajan.  Le sentinelle del’est, letteralmente ad un tiro di schioppo, erano appostate nella penombra delle torrette, pronte a sparare all’ultimo solitario disperato che dall’est avesse tentato la fuga verso l’ovest.  Gli spettatori della Philarmonie non guardavano da quella parte, ma avvertivano ugualmente qualcosa di sospeso nell’aria di piombo lì attorno.

DSC01881La divisione aveva salvato dall’occupazione sovietica il pezzo di città ad occidente di Postdamer Platz.   Della piazza restava solo un improbabile ricordo e, al suo posto, come una fortezza militare, il muro.  Negli anni successivi alla divisione, i Berlinesi dell’ovest non vollero rinunciare ad altro spazio oltre a quello che la guerra gli  aveva già sottratto e tornarono ad occupare l’area abbandonata nei pressi di Potsdamer Platz, costruendo il più possibile fin quasi a ridosso del muro, non case, ma luoghi di incontro culturale: la biblioteca, l’auditorium, la galleria d’arte contemporanea.  I tre edifici disseminati in un’area vasta vicino al confine, sconnessi dall’urbanistica della città divisa, davano continuità in occidente al centro simbolico di Berlino, che era stato sommerso dal muro, ed auspicavano la resurrezione di Potsdamer Platz, nella forma di una rivincita dell’ovest sull’est, contro chi aveva occupato quello spazio per farne una caserma.  A vent’anni dalla caduta  del muro, la rivincita dell’occidente è in pieno svolgimento e si esprime nell’architettura contemporanea che si affaccia oggi su Postdamer Platz: un intero quartiere rinasce dalla periferia verso il centro, controcorrente rispetto allo sviluppo della città storica. La forza dell’ ovest contro l’est scarica decenni di tensione come una spinta tellurica da cui scaturiscono grattacieli triangolari, prue affilate contro le ferite ancora aperte a Berlino est.  La prima volta che arrivo qui,  sei mesi  fa, mi colpisce il tessuto urbano frammentario, ancora  irrisolto vent’anni dopo la riunificazione.  C’è indifferenza per  gli edifici ancora da ricostruire, mascherati da pannelli pubblicitari a Liepziger Platz, mentre di fronte si innalzano già i grattacieli trasparenti svincolati dal passato, piovuti lì per caso come in una città di periferia del mid-west americano.

DSC01899Camminando da ovest verso il Mitte attraverso Potsdamer Platz, nel luogo dov’era l’ingresso monumentale di una capitale europea, appare una sequenza di immagini incoerenti e sconnesse della stessa città, vecchia e moderna, in dissolvimento ed in fuga verso il futuro, come una geologia sconvolta da profonde spinte invisibili.  L’area dell’auditorium si apre come un accampamento senza direzione, finchè il traffico delle automobili entra all’improvviso nell’imbuto di Potsdamer Strasse, immagine di una metropoli lunga solo poche centinaia di metri.  Poi c’è l’ottagono di Lipziger Platz, all’ingresso della città storica, in ricostruzione, con edifici nuovi volutamente dimessi, come un cortile di fronte ai grattacieli occidentali di Potsdamer Platz.  Più avanti, dove  dovrebbe cominciare Mitte, cioè il centro, la città si perde ancora fra edifici spenti e case da ricostruire, fra le luci fioche dell’edilizia popolare comunista.  La città si trasforma  all’improvviso in un fantasma del passato, come se la spinta innovatrice dell’ovest si fosse arrestata sul muro che non c’è più, a Potsdamer Platz.

DSC01902La tensione della storia recente incanala le nuove costruzioni di Potsdamer Platz sui solchi della memoria divisa. E’ difficile alzarsi su Berlino e progettare la nuova città come una cosa sola, cancellando all’improvviso distruzioni e divisioni del secolo passato.  Quando qualcuno vince, altri perdono e le città rinascono per opera dei vincitori, che ricostruiscono le strade, i palazzi, le piazze, dal loro punto di vista.  Nell’area di  Potsdamerplatz Platz il punto di vista non è più quello della città storica dei Kaiser, nè quello ipertrofico del Terzo Reich: più sommessamente, è quello dei Berlinesi dell’ovest che per trent’anni hanno riempito le sale dell’auditorium, sperando tutti insieme di tornare a casa, prima o poi, come prima della guerra, con la metropolitana di Potsdamer Platz.  Lo sconquasso urbanistico del quartiere sembra ricomporsi magicamente all’uscita dalla Philarmonie la sera tardi, quando le luci nuove dei grattacieli di Potsdamer Platz guidano i passi degli spettatori in direzione della metropolitana, così comoda all’uscita dal concerto, quando si hanno ancora in mente le melodie cantabili da sussurrare.

Neues Museum

31 Ottobre, 2009 di pontediferro

DSC01860In due mesi cambiano molte cose a Berlino.   Si accendono le vetrine nuove di negozi con oggetti esclusivi in vendita e cambiano le linee dei tram, mentre le ruspe spostano e rimontano i binari per strada velocemente, come i pezzi di ferrovie giocattolo.  Fra le luci della sera riappare finalmente anche l’ultimo dei musei dell’isola, dopo  sessant’anni  di rovina.  Il Neues Museum torna ad affacciarsi sulle rive della Spree nell’Autunno 2009 come un palazzo del potere, per metà neoclassico, per metà rifatto.  Era difficile crederci due mesi fa, che sarebbe stato pronto per davvero entro il sedici di Ottobre. In Italia avremmo tollerato un’inaugurazione provvisoria con l’imbiancatura posticcia -tanto per mostrarlo alle autorità- e ci sarebbe stato altro lavoro in seguito: impianti da completare a norma di legge, intonaci da rifare per le infiltrazioni: “eh! con il fiume così vicino!” Invece il Neues Museum è già a posto, fin da subito, pronto per l’assalto quotidiano di orde di visitatori con il biglietto prenotato il giorno prima.

DSC01854Con tutto quello che c’era già a Berlino, non si sentiva affatto la necessità di un altro museo ed erano comprensibili i vecchi comunisti della DDR, che lasciarono sbriciolare senza imbarazzo  sotto il sole e sotto la pioggia il Neues Museum per quarant’anni, dopo le distruzioni della guerra.  Quattro musei nell’isola erano già abbastanza: il Pergamon, il Bode, la “nuova” galleria ed il “vecchio” museo affacciato sulla piazza del Duomo. Non si sentiva affatto il bisogno di un altro museo nella metà comunista di Berlino, quando la divisione fra est e ovest spartiva i corredi archeologici come tazzine da caffè in una famiglia di divorziati.  I tesori egizi del Neues Museum finirono a Charlottemburg, dall’altra parte del muro, e i Sovietici trovarono nelle distruzioni della guerra un pretesto per portare fino a Mosca, nel Museo Puskin, una parte considerevole dei ritrovamenti di Troia: vasellame e gioielli.  Il Neues Museum restò in rovina in mezzo all’isola, schiacciato fra gli altri musei che offrivano prospettive monumentali più appariscenti, a cominciare dal Pergamon, che dagli anni ‘20 del Novecento occupava l’ultimo spazio verde del Lustgarten.

DSC01855Nell’isola dei Musei, ad occidente del castello di Berlino, c’era in origine soltanto un parco -il Lustgarten- finchè il Keiser Wilhelm nel 1820 ebbe l’idea di erigere, sul lato occidentale della piazza del castello, una grande costruzione porticata da destinare a galleria, ad imitazione di quelle già esistenti in altre capitali europee, che fu chiamata  “museo vecchio” per  distinguerla dagli altri musei nuovi eretti in seguito, nell’arco di cent’anni, in quello spazio verde del Lustgarten che scomparve poco a poco sotto il peso di edifici sfarzosi,  evocanti una classicità sempre più monumentale. Il Neues Museum fu costruito attorno al 1850, nella porzione di Lustgarten adiacente al museo vecchio.  Sul lato di un vasto cortile porticato d’ordine dorico fu agganciato l’edificio del museo nuovo, il quale offriva due diverse prospettive monumentali: una interna più ricca ed armoniosa ed un esterna, sul lato visibile oltre il fiume, più sobria e monotona, con ampie finestre di gusto rinascimentale aperte su una parete piatta.  Le distruzioni della guerra avevano cancellato la percezione del Neues Museum centrato sul vasto cortile porticato d’ordine dorico.  A confronto con la monumentalità schiacciante del Pergamon Museum proiettato sul fiume, la parete diroccata del Neues, lì accanto, appariva ancora più dimessa.  L’aggettivo “nuovo” strideva con quella realtà rovinata dalla guerra e sembrava alludere a qualcosa di poco interessante, se è vero che i musei sono tanto più belli quando più hanno a che fare con il vecchio e con l’antico.  Ma ora basta affacciarsi all’ingresso del Nueues Museum e dare un’occhiata veloce, per capire l’errore di prospettiva: il nuovo, almeno in questo caso, è più bello del vecchio.

DSC01851L’architetto David Chipperfield, autore del restauro, e Michele de Lucchi, progettista dell’allestimento del Neues Museum, devono essersi divertiti parecchio nel sistemare le stanze e le vetrine.   Chi oggi avesse qualche perplessità sul senso e sull’utilità di un museo archeologico, può trovare in questo allestimento un ventaglio  di risposte pirotecniche, non sempre ineccepibili, ma comunque sorprendenti.  Le antichità preistoriche ed egiziane conservate nelle vetrine sono eccezionali e sarebbero stupefacenti anche se fossero collocate in camere anonime.  Ma le sculture di marmo colorato, le armi di bronzo, i vasi primitivi di terracotta, entrano in risonanza in questo Museo con ambienti fantasmagorici che varrebbe la pena visitare anche se fossero vuoti.  Nell’insieme, sembra d’essere dentro ad una installazione d’arte contemporanea.  Le architetture di stile classico e le pitture di imitazione antica, risalenti alla fondazione ottocentesca del museo, sono state consolidate con la cura che di solito si riserva alle rovine d’età romana e senza false integrazioni.  L’interno riflette consapevolmente il lungo intervallo di tempo della chiusura, dal dopoguerra ad oggi, nella netta distinzione fra le parti antiche classicheggianti e le parti moderne, ricostruite con poche linee sintetiche sulle proporzioni antiche.  L’enorme scalone centrale rivolto verso il fume al primo piano, ha l’effetto di una coreografia wagneriana.  Questo non è un museo, ma un museo di musei, un metamuseo che contiene al suo interno una molteplicità di pezzi ed una pluralità di scelte espositive, collezionate nelle diverse stanze come un campionario dei musei possibili.  E’ un’espressione organica delle teorie di allestimemento museale, una rivincita contro la moda degli eventi e delle mostre temporanee che smontano i musei da dentro, li svuotano ed arrecano più danni dei bombardamenti.

Guardo il Neues Museum di Berlino e penso a quello che sta accadendo al  museo archeologico di Roma, all’EUR: molti lo vorrebbero chiudere – Il museo Pigorini- perchè è un museo “superato”, i turisti lo snobbano, non porta guadagno.  Un restauro di David Chipperfield forse gioverebbe, ma è meglio aspettare…  A Roma la guerra non è ancora finita.

Dottor Lorenz e Mister Ald

27 Ottobre, 2009 di pontediferro

Non so se sia meglio pensare e scrivere sentimenti profondi e imbarazzanti,  o se sia invece meglio  raccontare quel che passa, quando passa, tanto da sembrare stanco,  con un filo di voce avvolto alla rinfusa nel gomitolo del web.  Non so se conviene soffrire per aggiungere significato a quello che si dice, o se sia meglio lasciare correre, volare, saltare, fino a perdersi al  di là dall’orizzonte.  Quando parto per Berlino, è come se mi afferrasse una volontà estranea che mi fa cambiare l’ esistenza attraverso lo spazio: da un’identità casalinga ed introversa ad un’altra, impalpabile fino a che non ci sei dentro, come l’aria che respiri.  Insomma mi trasformo da dottor Lorenz a Mister Ald, o viceversa, come preferite.

Una strana concitazione regna all’aeroporto di Forlì, preso d’assalto la Domenica mattina da massaie polacche vocianti addensate al check-in del nuovo volo su Varsavia, fra gente rancorosa addetta ai controlli di sicurezza,  come attori di un film sulle deportazioni.  Il tassista per strada spiega che suo figlio per fortuna non ha voglia di studiare, meno male: “se studia, vanno in crisi tutti, lui e la sua famiglia!”.  I manifesti alle pareti pubblicizzano gli elettricisti tuttofare degli impianti, della domotica, delle energie alternative, vera forza dell’economia di questa città artigianale a cui servono soltanto i consulenti della CNA.   Nella tribù degli autisti e degli elettricisti io sono in pentola già da un po’ di tempo  e l’acqua ha ormai raggiunto il bollore.  Se non volo via subito, mi fanno lesso.

A Berlino mi coglie impreparato il sorriso dell’autista, la cordialità del bigliettaio, l’efficienza rilassata dell’aria che respiro contro l’ipertrofica tensione del luogo di partenza.  Sono in anticipo. Per perdere tempo mi attardo davanti ai bar, ma la staffetta di autobus e di metropolitana è velocissima, tanto che in mezz’ora arrivo a Tempelhof quando in casa non c’ è ancora nessuno.  Me l’avevano detto i padroni di casa,  che avrebbero trascorso la mattina al Müritznationalpark: vanno là tutti gli anni in questa stagione, per osservare i cervi e i trampolieri in amore.  Li devo aspettare fino alle tre fuori dalla porta, non ho molta fame, ma vado a sedermi lo stesso al Biertemple, per una schnitzel wiener art con patatine fritte. Foglie gialle e rosse colorano i marciapiedi e nei cespugli brillano bacche delle stesse tinte.  Quando entro in casa alle tre del pomeriggio, ho già addosso il calore di un autunno più bello dell’estate, interessante, forse, soltanto perchè nuovo.

Quella parte della mia personalità che io libero a Berlino, sente d’essere di nuovo a casa nella stanza mansardata con il letto, il tavolino, la televisione all’angolo e la finestra sul giardino invaso dai colori dell’autunno.  Quando di notte mi sveglio e vedo attorno a me la stanza berlinese, sento d’essere al sicuro, concentrato, senza i clamori inutili di Forlimpopoli, dove le pareti aperte ai quattro venti disperdono i pensieri e i buoni sentimenti.

La firma

18 Ottobre, 2009 di pontediferro

DSC01927Una volta al mese varco i cancelli dello zuccherificio.  Della fabbrica è rimasto solo un cumulo di macerie, ma ci sono ancora gli uffici nell’edificio d’ingresso, e le voci rarefatte di pochi impiegati superstiti addetti alla spedizione di uno zucchero prodotto altrove, in transito nei vecchi magazzini dell’ex-fabbrica.  Nonostante le rovine in primo piano, dietro, in un capannone nascosto dal cumulo di macerie, lavorano operai salariati.   Si avvicendano giorno e notte davanti a macchine stantuffanti e appiccicano etichette colorate su scatole di zucchero e sacchetti da un chilogrammo.   Il confezionamento sostituisce la produzione, durante la crisi, e dice d’essere riconversione industriale, salvezza per le anime del purgatorio sospese in bilico, in attesa del tempo che verrà.

DSC00310Chi si avvicina ai cancelli della fabbrica non intuisce là dentro l’esistenza di operai lavoranti; vede solo recinzioni divelte, tettoie scoperchiate, aree interdette; vede erbe fiorite a grappoli, alte fino al ginocchio, forare la crosta d’asfalto. Le officine ritagliano uno spazio di reimpiego nella vastità medievale delle rovine, come botteghe romane imperiali all’arrivo dei barbari. Quando torno, ogni mese, chiedo a me stesso cosa vado a fare, mentre il cumulo di macerie si avvicina.  Esco dall’automobile e salgo i pochi gradini fino alla porta vetrata, stretta, d’ingresso, da cui  passano gli operai per entrare, impiegati, dirigenti e padroni, senza toccarsi.  Il portiere si accorge subito di me ed estrae con sollecitudine dal cassetto  una busta sigillata, rapidamente, per non farmi perdere tempo.  E’ contento di vedermi e chiede se ci sono novità.

DSC01921Ci conosciamo da quindici anni, io e Casadio.  Lui era addetto al reparto filtrazione, prima che lo riconvertissero in portineria, un mestiere di privilegio affidato di solito a chi, per motivi di salute, non poteva affrontare la fatica.  Quando lo zuccherificio era una fabbrica rumorosa e sbuffante, il compito di portiere era affidato a Sansavini, un giovane cardiopatico che non avrebbe potuto svolgere altre mansione nei reparti: eravamo stati compagni di scuola alle medie e l’avevo ritrovato seduto in portineria, nello zuccherificio di Forlimpopoli, con il telefono in mano, a dirigere il traffico degli autotrasportatori e dei fornitori di passaggio, sempre in silenzio, discreto, quasi timido, fino al giorno di chiusura.  Quando i motori dello zuccherificio si fermarono per l’ultima volta, il nove novembre del 2005, la cardiopatia ebbe un sussulto.  Mentre le caldaie esalavano l’ultimo vapore, il suo cuore cessò di battere.  Con l’andirivieni di gente preoccupata, quel giorno, l’affanno in portineria era più doloroso che nei reparti di fabbrica, davvero troppo.  Ai funerali di Sansavini nella chiesa parrocchiale c’erano dipendenti, operai, impiegati e pensionati,  lavoratori di tre generazioni richiamati al cospetto dell’eternità.   Non erano solo i funerali di  un giovane stroncato da un malore; quel giorno si celebravano le esequie di un’intera tradizione industriale giunta al capolinea.

DSC00506Adesso in portineria c’è Casadio, ma non è più lo stesso, sembra un’altra persona. Quando lavorava nel reparto filtrazione, col sudore in fronte e la mani annerite dalla morchia, aveva un aspetto truce. Zittito dal clamore dei macchinari, con la tuta blu attorno alla pancia prominente, non parlava mai. Si eclissava dietro ai filtri rotativi sottovuoto, apriva e chiudeva rubinetti fra gli odori organici dei fanghi color argilla, belli da guardare mentre si staccano a brandelli dai cilindri in rotazione lenta, schizzati di continuo con sottili getti d’acqua. Casadio lavorava bene, non parlava ma aveva sempre la risposta pronta con il suggerimento opportuno, se proprio lo doveva dire. Prima o poi si sarebbe trovato a ricoprire il ruolo di caporeparto, prima o poi, al terminare della sua carriera ai filtri, e non immaginava di diventare il portiere di una fabbrica dismessa e riconvertita, piccola stella senza luce dopo l’espansione gigante.

DSC01929Casadio appare magro, seduto in portineria col maglione chiaro di fattura casalinga, mentre estrae la busta dal cassetto e me la porge dalle mani morbide, tutto d’un tratto. Non sembrano mani d’operaio, così bianche e delicate, e mi domando se mai lo siano state -d’operaio- quelle dita intelligenti che ricordavo in fabbrica, mascherate col fango e con la morchia. Con quelle dita rinnovate, Casadio estrae tre fogli dalla busta, il riepilogo dell’ultimo stipendio e due moduli aggiuntivi che devo firmare ogni mese dopo il dodici, tassativamente.  Per ora il mio contratto di lavoro non richiede altro, se non una firma al mese. Il tempo di arrivare e di dire poche parole, il tempo di prendere la penna in mano e di autografare due fogli prestampati con data e firma: ecco, sono di nuovo libero fino al prossimo stipendio!

DSC00068Mentre scrivo il mio nome, Casadio mi guarda con rispetto, ancora con stima, nonostante l’inutilità apparente della mia presenza senza incarichi, io che vago, mentre altri sono ancora al loro posto, indaffarati a girare e a rigirare carta sulla scrivania. Quella firma è una cosa seria, vale un intero stipendio, per cui ho imparato a farla bene, con cura, come un’opera d’arte: un pezzo unico del valore di milletrecentosettanta Euro.  Se col rinnovo del contratto questa somma dovesse pure aumentare, mi procurerò una penna speciale, d’avorio o d’argento, per dare al gesto della firma ancor più valore, con tutto quello che si merita in cambio.  Per esperienza, so quanto è difficile farsi pagare in Italia per un lavoro che è stato fatto, conosco gli stipendi di chi è impiegato e resto stupefatto ogni mese per tanta grazia, come Mosè nel deserto.  Dopo l’azione solenne,  restituisco i due fogli firmati e trattengo il terzo, col riepilogo dello stipendio.

Casadio racconta poi qualcosa, un fatto, una novità che di solito io conosco già, anche se trascorro il mio tempo a Berlino, perchè le informazioni oggi viaggiano veloci, con internet, i social network e tutte quelle storie.  Infine mi fermo in piedi qualche istante a guardare oltre la porta, dov’era la fabbrica, dove adesso c’è un cumulo di macerie in movimentazione per obbligo di legge, e sento di appartenere ancora a quella cosa là, anche se non c’è più, come se l’anima della manifattura fosse rimasta nell’aria e nel suolo, in attesa d’essere ricostruita.

La verità in mutande

9 Ottobre, 2009 di pontediferro

DSC01759I ministri ed il “Premier” sono soliti apparire in TV con un dipinto solenne sullo sfondo, che ispira riconoscenza per il potere meritevole del ruolo che riveste, vista la bellezza circostante.  Nel quadro c’è una donna accanto ad un vecchio, un’immagine dipinta dal Tiepolo che deve essere piaciuta a Silvio Berlusconi, se l’ha scelta come sfondo telegenico per se stesso e per i suoi ministri parlanti in TV.  Quel quadro decorava  il soffitto di una residenza nobile di Vicenza con l’immagine allegorica del “Tempo che scopre la Verità”.    Il Tiepolo si addice alla vittoria, ma non funziona con la guerra, così negli ultimi giorni il “Premier” non ha voluto mettersi in posa davanti al tempo ed alla verità.  Mentre lanciava anatemi rancorosi più del solito, lo sfondo evocava opportunamente altre scene raffiguranti cavalli e scudi di una battaglia storica.    Senza aspettare i comunicati di regime i quali, all’occorrenza, mettono il Tiepolo in sottofondo come quinta ingannevole, chiunque può vedere il quadro originale  a Vicenza, nell’orario di apertura della pinacoteca cittadina. “Il Tempo che scopre la Verità” occupa la penultima sala di un museo poco noto, dove i visitatori possono avvalersi della guida dei volontari di Italia Nostra, se lo desiderano.

DSC01754Nei musei di solito mi piace guardare da solo, ma a Vicenza è difficile dire di no al Signor Gasperi, a disposizione dei pochi visitatori che scelgono di vedere la pinacoteca, dopo aver affollato in massa il Teatro Olimpico sul lato opposto della piazza.  Con discrezione il signor Gasperi racconta sempre le stesse storie, ogni volta con nuovo fervore: “La Repubblica Veneta esprimeva la migliore civiltà in Italia. Se non fosse arrivato Napoleone, forse oggi avremmo ancora un Doge!”  E ancora: “I Savoia hanno occupato l’Italia, centocinquant’anni fa, con i risultati che adesso vediamo.”  Parla italiano il signor Gasperi -un italiano perfetto- ma conosce altrettanto bene il dialetto veneto, che contrariamente agli altri dialetti italiani, non era un gergo popolare bensì la lingua di un’elite raffinatissima, che costruiva navi ineguagliabili e governava le acque dei fiumi per preservare l’equilibrio della laguna attraverso i secoli, un miracolo ancora sotto gli occhi di tutti.

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Dalle  finestre del museo appare la città di Vicenza, raggomitolata attorno alle piazze del centro storico.  Il classicismo antico di Andrea Palladio non ha sventrato l’anima della città, ancora medievale nel respiro dei portici e delle strade ricurve, dove le facciate gotiche di gusto veneziano si contendono lo sguardo dei passanti.  Con la magia dei rivestimenti marmorei, Palladio ha teatralizzato lo spazio urbano, senza mutarne il ritmo e le proporzioni originali.  Un classicismo di facciata, solo per gli occhi, senza il peso oppressivo del potere imperiale antico o recente.   Dicono che Andrea Palladio non fosse ricco.  Anche la piccola casa che la tradizione cittadina gli assegna, quasi certamente non era sua.  Lui viveva probabilmente in affitto, senza marmi, in una casa di legno, intonaco e stucco: materiali poveri che gli permisero di giocare con la classicità al massimo livello, nel Teatro Olimpico di Vicenza.  Dopo Palladio la storia procede ed il signor Gasperi parla di Goethe che raggiunge Vicenza nel Settembre del 1786, all’inizio del viaggio in Italia.   Il genio tedesco rimane stupefatto dalla bellezza dell’architettura classica, ma anche da una razza di donne more coi capelli ricci, che in Germania non aveva mai visto.  A Vicenza Goethe avrebbe voluto visitare il famoso orto botanico ed ha una brutta sorpresa nel trovarlo coltivato con l’insalata, dopo che era morto il vescovo patrocinatore dell’impresa.   Anche in questo caso il tempo scopre la verità: ai Vicentini non importava nulla della scienza botanica, era meglio un piatto di verdure.

Ecco finalmente la penultima sala, dove i quadri del Tiepolo attirano su di sè lo sguardo dei visitatori. Il tempo e la verità si inseguono in un abbraccio allegorico davvero affascinante.  Pare che Berlusconi avesse chiesto il prezzo di quel quadro, ma i vicentini hanno spiegato gentilmente che l’originale  non era in vendita.  Gli hanno offerto la possibilità di riprodurlo e di servirsi liberamente della copia, che adesso vediamo nelle dirette televisive da Palazzo Chigi, con una piccola significativa variante. La verità a Palazzo Chigi non è più nuda ma è coperta con un drappo.  I Vicentini si sono indignati:  se le allegorie significano qualcosa, quel drappo parla in modo esplicito.  Ma per recuperare il senso complessiovo dell’opera del Tiepolo bisogna aspettare l’azione del “Tempo”.   Arriverà come un vecchio con la falce, un giorno, ed allora non ci saranno più mutande per nessuno.

Bagni d’Autunno

4 Ottobre, 2009 di pontediferro

DSC01723In autunno il sole sembra inutile alla maggior parte dei bagnini che preferiscono chiudere la spiaggia, dopo le corse forsennate di Luglio e di Agosto. Nonostante l’aria cristallina azzurra e la brezza tiepida sul mare calmo, la costa si spopola; assomiglia di nuovo a quello che era cent’anni fa, prima della storia balneare: persone fuori moda, gente anziana, donne grasse col costume intero risvoltato sopra al seno, stendono teli variopinti come toppe colorate sulla tessitura sabbiosa e guardano da sedute. D’Autunno scompare la passerella nervosa di femmine rinsecchite al sole, finiscono le voci rauche – quelle che sanno il fatto loro e devono ribadirlo di continuo con la sigaretta in bocca. Le cantilene dei dialoghi smarriti sulla riva, in Autunno, consolano come la risacca.

Avio raccoglie gli ombrelloni senza fretta: prima le cinque file a riva, poi le file laterali, infine tutti i pali piantati nella sabbia, quelli che sorreggono l’asta infilata con il tavolino rotondo di cemento per appoggiare le borse di plastica, il giornale e l’orologio quando al mare vai a fare il bagno. Dopo averli estratti con vigore uno ad uno dalla sabbia, come denti, il bagnino li carica a coppie su una carriola, quei pezzi prodigiosi e al tempo stesso banali, tubi di plastica riempiti col cemento . Un cane, un po’ lupo un po’ no, scorazza liberamente attorno: “Chissà da dove viene…”, ma non c’è tempo per fare domande, Avio è indaffarato e il cane diventa subito un amico: ”Yoghi! Corri, prendi la pallina!” In bocca al lupo bastardo, che ha le gambe tese in una frenata sdrucciolevole, la palla da tennis torna subito fra i piedi di chi l’ha lanciata.

Scompaiono all’improvviso gli ombrelloni e restano solo i lettini blu di plastica e di alluminio, attorno al campo da gioco per le partite a racchettoni. Gli edifici bassi dei bar e delle cabine colorate in fila anarchica fra il mare e la pineta, serrano di nuovo il passaggio uno dopo l’altro con le chiusure di metallo ondulato, baracche indegne della ricchezza estiva. Ricurvi sulla sabbia, a riva, sciamano i cercatori d’oro con i metal detector, professionisti solitari e muti a cui nessuno osa domandare mentre scavano i corredi sepolti lì, per sbaglio, dalla recentissima dinastia delle vacanze. Di tanto in tanto arrivano cercatori d’oro più giovani, rumorosi in gruppo o a coppie, maschio e femmina, si divertono ma non trovano nulla.

Dalla sabbia spuntano i germogli della flora endemica, come barba incolta dopo mesi di rasatura. Sull’acqua calma galleggiano infiniti gabbiani, rincuorati finalmente dall’assenza umana. La radio accesa al bagno numero sessantasette rimbomba con una canzone di Luciano Ligabue. Avio parla ad un collega, due bagni più in là; grida per farsi capire ed altrettanto forte giunge la risposta, un urlo che toglierebbe il fiato a chiunque, ma non ai bagnini di Pinarella. Il lavoro di gola non li stanca e continuano a parlare, cento metri l’uno dall’altro, come se fossero seduti allo stesso tavolo.

Se chiedete ad Avio quando ha intenzione di chiudere, lui risponde: “per i Morti!” Lo dice un po’ per scherzo un po’ per sfida, ma il sole d’Ottobre svela effettivamente una nuova stagione balneare dopo l’estate appena trascorsa. Se è vero che navi coreane per la prima volta nel 2009 hanno raggiunto il porto di Amsterdam seguendo la rotta polare senza ghiacci, nell’alto Adriatico potremo continuare con i bagni fino a Novembre, fin quando le nebbie occulteranno la linea di costa. Dopo i vivi, prima o poi, arrivano i morti. Basta aspettare, chi ha fretta?

La riconversione

21 Settembre, 2009 di pontediferro
    DSC00275Il mercatino di Cervia va in piazza fino a metà Settembre, quando il buio della sera arriva presto e stende una quiete casalinga sui banchi dei venditori abitudinari che espongono, per l’ultima volta, libri ed altri oggetti strani, presumibilmente antichi, sotto la luce calda dei generatori elettrici.  Mi fermo a guardare, ma la voce affettuosa di un saluto mi prende subito alle spalle.  Chi vedo?  Una faccia luminosa, la fronte tonda allargata nella calvizie solenne coi capelli arricciati e diritti, come il sole che sorge nei disegni dei bambini.   Mi saluta e urla forte:  “sei ancora dentro?”  Che cosa vuol dire… non sono mai stato in prigione! Quella buon’anima di Rinaldini mi sorprende davanti ai  libri della sua bancarella e vuole sapere se, anch’io come lui, sono ancora un dipendente della SFIR in cassa integrazione, in cerca di miglior vita  dopo la crisi dello zucchero nazionale.  Rinaldini lavorava come me in zuccherificio, ma in piazza a Cervia spiega che non eravamo proprio uguali, lui era un operaio, io un “capo”.

    DSC00625“Presto ci chiamano di nuovo ” dice dispiaciuto:  “ci chiamano sempre alla fine dell’anno. E’ già successo l’anno scorso ed anche l’anno prima”.   Il capo del personale convoca tutti e comunica che è pronta la riconversione: “avete bisogno di lavorare? Bene,  è finita la vacanza: è pronta la fabbrica nuova, venite a lavorare oppure state a casa finalmente con quei due soldi di buonuscita sindacale che abbiamo concordato per voi. Di più non si può.”  Drogato da mesi ed anni di cassa integrazione, qualche operaio abbocca e decide di uscire volontariamente in mobilità, per non perdere la libertà e la liquidazione dello zucchero: “tanto prima o poi un altro lavoro si trova”.   Qualcun altro decide invece di restare,  vuoi per un estremo gesto di affetto nei riguardi del proprio posto di lavoro, vuoi per un atteggiamento di sfida o soltanto per la profonda incertezza che goccia a goccia permea gli animi dei cassintegrati, anno dopo anno.

    DSC00254Rinaldini vorrebbe andarsene definitivamente, ma non sa quanto gli manca alla pensione, sei, otto oppure dieci anni, davvero troppi: “dipende dalla legge sull’amianto, chissà…”.   Ha tentato una riconversione privata, ma gli è riuscita solo in parte.  I mobili e i libri vecchi non sono sufficienti per vivere: due, tre, quattro euro ogni libro, era meglio quando c’era la lira.  Fra qualche giorno lo chiameranno probabilmente in fabbrica e forse sarà l’ultimo appello, se vuole andarsene con la buonuscita sindacale davanti al contegno compiaciuto del direttore barbuto: finalmente!    Non è possibile che dopo quattro anni ci sia ancora dell’altra cassa integrazione: “non è possibile!”  Ma sembrava impossibile anche l’anno scorso e pure l’anno prima.

    DSC01369Nella bancarella ci sono libri in scatole di cartone, alcune delle quali restano chiuse appoggiate per terra, altre sono aperte coi libri impilati dentro, tanto che è necessario estrarli uno alla volta per capire cosa c’è.  Vedo titoli molto vecchi: edizioni scolastiche fasciste, opere ottocentesche dimenticate come L’Angelo di Bontà di Ippolito Nievo.  Rinaldini va a sgomberare le cantine, i solai, gli appartamenti delle persone anziane che morendo lasciano in eredità il valore dei muri con quello che c’è dentro.   E’ incredibile quanta cultura libraria sia rimasta sepolta nelle case degli italiani, all’insaputa della dittatura televisiva.   Chi sgombra viene pagato in proporzione al peso, ma qualche volta è Rinaldini che deve pagare, per esempio quando trova mobili antichi.  Non è facile stabilire il prezzo dei libri, bisogna essere davvero esperti: “i titoli del Settecento puoi provare a venderli a 30 euro: se qualcuno li compra subito, capisci che potevi chiedere di più.”

    DSC01437Mi è sempre piaciuto mettere le mani  fra le carte vecchie, Rinaldini se ne accorge e mi accompagna dietro al banco dove tiene nascoste altre scatole che contengono decine e decine di libri del Touring Club, fra cui, numerosissime, le prime edizioni della Guida d’Italia.  Affondo le mani nelle scatole e mi viene in mente l’ultima volta che ho incontrato Rinaldini in zuccherifico, nell’autunno del 2007. La fabbrica era ferma già da due anni ed io avevo avuto il tempo di lavorare altrove, in un cantiere di Ravenna che costruiva impianti petroliferi da spedire sul Mar Caspio.  Alla fine dell’estate ero rimasto a casa, sospinto dell’incertezza mia e del mercato, mentre i ministri italiani portavano sul Mar Caspio tarallucci e vino, per convincere il dittatore Kazako che era opportuno proseguire con l’ENI e con Scaroni, un po’ furbetti ma, si sa, pur sempre brava gente. In quei giorni arrivò per me, inattesa, la convocazione in zuccherificio a Forlimpopoli, come se la fabbrica fosse stata di nuovo pronta per la partenza. Mi presentai bello pettinato alle otto del mattino, un lunedì di Settembre, e mi fu detto che era finita la vacanza e che dovevo ricominciare anch’io a lavorare. Bene! Cosa devo fare? Non era chiaro, potevo sistemare l’archivio, tanto per cominciare: di lì a poco sarebbero arrivati i facchini per il trasloco. La demolizione era ormai imminente ed era prioritario sgomberare gli uffici.

    DSC00746La chiara foschia autunnale, ancora calda a mezzogiorno, risplendeva di nuovo sugli operai in fila, come nei momenti più concitati della campagna saccarifera, che si svolgeva fra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Ma proprio il ricordo della stagione delle barbabitole rendeva più sinistro il corpo morto della fabbrica dove mancavano già alcune macchine, prelevate con precisione chirurgica e rivendute a metà prezzo in qualche mercato asiatico, forse in India. Non c’era più il sibilo vitale dell’aria compressa in sottofondo, perchè i tubi pneumatici erano stati tagliati. Nel silenzio tamburellavano i gorgoglii dei piccioni, come nei palazzi antichi abbandonati. Il loro volo pigro imperversava ovunque negli spazi ariosi fra le grandi finestre sempre aperte. Nessuno si preoccupava più di allontanarli, nè di pulire i pavimenti. Nelle lunghe pause in cui potevo attardarmi, vista la vaghezza del mio incarico, scendevo le scale e incontravo gli operai, a frotte davanti al distributore del caffè, animali vaganti, beffardi e stralunati, sospesi nel nulla. “Lo sai che Gianni è morto?” diceva qualcuno. “E’ morto anche Frank!” replicava un altro. “Anni e anni di cassa integrazione funzionano davvero: qualcuno se ne va con l’incentivo, qualcun altro se ne va perchè muore. E alla fine non rimane più nessuno.”

    DSC01433Mi era dispiaciuto per Gianni, uomo mite, un po’ pavido ma buono. Manovrava l’impianto di diffusione. Quando lavoravamo insieme al sistema esperto, mi ascoltava e applicava fedelmente quello che dicevo. Per questo i suoi colleghi lo prendevano in giro, ma lui era abituato, non si offendeva e bilanciava l’incertezza del suo carattere con la voglia di parlare. Ricordava fatti e persone con una vividezza impressionante e raccontava volentieri storie sulla gente di Ravenna: lo zuccherificio di Classe, l’esperienza terribile della chiusura di quella fabbrica dove aveva cominciato a lavorare trent’anni fa. Aveva paura di trovarsi ancora senza lavoro, senza sapere cosa fare, a cinquant’anni. Ma la soluzione, la più estrema, questa volta era arrivata da sè, un ictus senza scampo, nel 2006, dopo l’annuncio della cassa integrazione.

    DSC01338Ogni giorno da un armadio diverso riesumavo i fogli sparsi di storie profanate: disegni di fabbriche dismesse mescolati ad appunti recenti, corsivi affrettati, come ossa accumulate alla rinfusa. La crisi era cominciata vent’anni fa per opera di dirigenti con nome e cognome, gli stessi che adesso cavalcano la riconversione, ma solo per i propri figli. Il lavoro in archivio era bello, anche se il freddo dell’autunno precoce, senza riscaldamento, si faceva sentire pungente. Passavo parecchio tempo negli spogliatoi accanto alle stufe elettriche; qualche volta arrivava un operaio, spalancava all’improvviso la porta e chiedeva: “Non so cosa fare, cosa devo fare?”. Gli dicevo di spostare un tavolo o una scala -non perchè ce ne fosse davvero bisogno- ma per dare la parvenza di uno scopo a quelle giornate umide e inutili, dove neanche una partita a carte aveva più senso. In poche settimane ero riuscito ad organizzare il lavoro per un paio di persone fino a Natale, con lo scopo di preparare il trasloco dell’archivio. Ma nelle stesse poche settimane il capo del personale aveva capito l’unica cosa che lo interessava veramente, cioè che io non avevo intenzione di scegliere la mobilità volontaria. La mia prestazione professionale era ancora una volta fuori luogo: “chissenefrega dell’archivio, roba per vecchi che hanno tempo da perdere!” Da un giorno all’altro ero di nuovo a casa, al caldo, in cassa integrazione.

    DSC00215Rinaldini se lo ricorda ancora bene, quell’autunno freddo senza niente da fare, fra le ruspe che demolivano la fabbrica. Ma adesso non è più così, ormai ci sono le riconversioni e torneremo a lavorare per davvero. “Quali riconversioni?” chiedo: “l’impianto di confezionamento è già a regime con venti operai e ce ne sono più del doppio ancora da sistemare, dove li mettiamo?” Rinaldini non sa rispondere, ma ha paura. Teme di perdere la buonuscita e la libertà della cassa integrazione. Ma teme di più per il suo posto di lavoro. Cosa deve fare? Gli consiglio di aspettare. Non è cambiato nulla in questo gioco dissennato dove le uniche mosse vincenti sono il bluff e l’attesa. Chissà se è davvero così, ma Rinaldini vuole credermi, si rasserena e dice: “prendi su i libri che vuoi, te li regalo”. Nel mercatino di Cervia è già notte e gli ambulanti cenano per strada: una pizza tagliata a spicchi nei cartoni da asporto.

Ultime spiagge

14 Settembre, 2009 di pontediferro

Dormo agitato, colpa della cena sullo stomaco: cosa ho fatto ieri sera?  Mi sveglio all’alba e ficco il naso nel terrazzo per cogliere il chiarore settembrino, l’aria nè calda nè fredda alle prime luci del giorno.  Il cielo impasta velature grige, frammenti di azzurro sfumato e bagliori mattutini.  Aria incerta, potrebbe piovere, potrebbe risplendere il sole.   Ho quattro ore di sonno sulle spalle e la testa pesante.  Non torno a letto, sono sveglio: mi vesto e vado in spiaggia alle sette del mattino, domenica 13 Settembre.  Esco a piedi sulla pista sabbiosa fra gli orti dietro casa dove gli impianti di irrigazione schizzano rilassatamente acqua in sottofondo. Un lavorante nero senegalese è già all’opera col decespugliatore in mano.  Lui mi vede e io lo saluto: mi risponde felice, forse sorpreso per la mia presenza là nel mezzo così presto, come se fosse in Senegal.  Continuo a camminare e in un attimo raggiungo la pineta.

Mi fermo all’edicola per confermare l’abitudine domenicale del Sole24 ore.  Leggo due titoli e capisco che sono tornato in Italia: “Per Tremonti la crisi ha fatto diminuire il conflitto sociale”…” Il governo accelera sul piano nucleare. Presto i criteri dei siti”.  Quando vedo certe scritte, vorrei non saper leggere l’Italiano.  Per rimettere in circolo la digestione mi serve un caffè.  Ci vorrebbe il caffè di Avio, al bagno numero sessantasette. Non è lontano, solo cinque minuti a piedi passando attraverso la pineta.  Quando arrivo, le saracinesche sono ancora abbassate -non è più il mese di Agosto- ma Avio è già sveglio e sta armeggiando nel retrobottega, dove ha allestito una camera da letto estiva, quando non ha tempo per tornare a casa a dormire nel suo appartamento che è proprio sopra al mio, fra gli orti e i campi  sportivi di Pinarella.  In spiaggia non c’è nessuno, fuori orario e fuori stagione vedo Avio sbucare dalla porta come lo Zio Tom dalla capanna, alle otto del mattino.

“Hai scelto proprio la giornata giusta” mi dice allusivo indicando il cielo annuvolato.  Cos’è giusto e cos’è sbagliato, è solo questione di gusto, Avio l’ha capito bene dopo una stagione di lavoro al mare nel bagno numero sessantasette di Pinarella.  L’estate ha dato i suoi frutti, un sacco di gente soprattutto nei fine settimana, ma quasi tutti del posto, romagnoli e bolognesi stremati dal lavoro e dai viaggi in autostrada, agognanti la spiaggia purificatrice: partite a racchettoni sulla sabbia, i gavettoni a ferragosto, il gran premio di formula uno la domenica pomeriggio.  Avio non ha visto neanche un tedesco, di quelli che affollavano la riviera in bassa stagione trent’anni fa.  Oggi gli stranieri del  “tutto compreso” vanno in altre spiagge.  In primavera un giornale locale diceva che i tedeschi snobbano Cervia, chissà perchè.  I cartelli plurilingue affissi alle pareti degli stabilimenti balneari con le regole e i divieti per i turisti sono gli stessi di trent’anni fa;  nella scritta tedesca vedo un vistoso errore: and am strand, che lingua è?

Alle otto e mezzo arriva la barista che fa anche la cuoca.  Per Avio è stata una fortuna trovarla, italiana garbata quarantenne sorridente, fra le giovani rumene dallo sguardo truce che affollano le liste di collocamento.  In uno stabilimento balneare il bar è fondamentale: è la linea del fronte nei rapporti con il cliente che deve essere conquistato oppure respinto, se è troppo maleducato.   Certe domeniche d’Agosto la gente si accalca davanti al bar e spinge per non fare la fila, grida e vorrebbe subito quello che cerca senza aspettare.  Col caldo torrido dell’estate il lavoro al bar diventa una prova di resistenza, ma nelle domeniche di settembre è diverso: in spiaggia restano solo gli amici ed i parenti come alla fine di una festa.  Verso mezzogiorno arriva Valerio, costruttore di condomini e fratello di Avio, con la bici da corsa fino in spiaggia.   Senza togliersi il casco e con la divisa da ciclista siede al tavolo fra la gente in costume da bagno.  Comincia a parlare come se fosse in ufficio.

Nel frattempo spunta un raggio di sole, quel tanto che basta per stendersi in spiaggia senza aver freddo e recuperare un po’ del sonno che manca all’appello di questa notte. Mi stendo su un lettino del bagno numero sessantasette,  chiudo gli occhi e sento addosso l’aria dolce di Settembre, come una culla. Lo stomaco è ancora sottosopra dalla cena di ieri sera.   Mi addormento e penso: cosa ho fatto ieri sera? Mi riaffiorano ricordi sparsi come i pezzi di un sogno. Ero stato invitato al compleanno di Cristiano,  ore 21 in villa a Santa Maria Nuova, giardino con piscina & altra gente.  Dopo l’aperitivo mi ero accomodato su uno sdraio a bordo vasca e non chiedevo altro, se non la brezza ed il riverbero dell’acqua in sottofondo, mentre parlavo con un’amica ritrovata lì quasi per caso, dopo dieci anni.  Ma l’inquietudine del padrone di casa era già in agguato sul cancello con un altro programma più consono, a suo avviso, alla santificazione romagnola della festa di compleanno.   Così alle dieci di sera saliamo tutti in automobile: due SUV normali, il super SUV  Audi A7 di Cristiano, la Porsche dell’amico dentista e la Porsche dell’odontotecnico, tutti in fila nelle strade buie di campagna fino al luogo dei festeggiamenti, una vecchia casa da contadino trasformata in ristorante, la Cà Erbosa.

Siamo in forte ritardo, ma i nostri tavoli sono pronti per la cena di compleanno, la quarta della serata. Altri tre compleanni si stanno svolgendo in contemporanea nello stesso ristorante, fra i lazzi del piano bar, dove un cantante grassoccio stempiato cinquantenne  storpia le parole delle canzoni con allusioni sexi.  Il rumore è assordante, parlo anzi grido nelle orecchie del mio vicino:”per favore passami l’acqua gassata!”.   Ai camerieri mancano le nozioni più elementari di geometria e per il nostro gruppo accostano due tavoli rotondi. Io sto nel mezzo coi gomiti su due tavoli diversi, un po’ di qua e un po’ di là, come al solito.  Senza che nessuno ordini alcunchè, i camerieri servono in ordine decrescente di qualità: salame, prosciutto e formaggi con piadina e bruschette come antipasto, tortelli e tagliatelle come primi piatti, poi grigliata mista di carne con patate e pomodori, pollo alla cacciatora, mascarpone con una candelina sopra per il compleanno.  Davanti a noi, i nostri vicini di tavolo sono più avanti. Un tipo moro, bianco di carnagione, si toglie la camicia e comincia a ballare sulla sedia come Michael Jackson. Un paio di amiche in piena forma, con le gambe corte insaccate dentro Jeans sottovuoto, lo trascinano in danze sfrenate davanti al piano bar.  Dal nostro tavolo guardiamo a bocca aperta i palpeggiamenti erotici della loro danza.  Il cantante si compiace e al microfono rincara la dose vocale dei doppi sensi.

A mezzanotte dividiamo la spesa della cena, sovrabbondante, rimasta in gran parte nel piatto e per il resto sullo stomaco: sono ventiquattro euro a testa.   Non vedo l’ora di tornare a casa.  Penso con rammarico alle bottiglie di vino in frigorifero che avrei bevuto volentieri sottovoce, solo con pochi amici e con due noccioline attorno alla piscina, nella villa del festeggiato, senza la paura del vuoto.

Personaggi in cerca d’autore

8 Settembre, 2009 di pontediferro

Immagine 295L’aeroporto di Tegel è quasi in centro a Berlino, ci arrivo in  tre quarti d’ora dalla casa di Tempelhof  e dall’altro aeroporto Zentral Flughafen che è chiuso già da un anno.  Anche Tegel dovrebbe chiudere entro breve, sostituito dal moderno Hub di Schoenefeld, nella lontana periferia  sud-est dell’ex Berlino comunista.  Per adesso gli aerei si alzano ancora in volo da Tegel sulle case di Wedding e di Pankow, con la pancia metallica rigonfia di passeggeri e di bagagli sui tetti e sulle strade come ai tempi del ponte aereo. Gli abitanti del  quartiere sollevano il naso per guardarli ingigantire mentre sibilano oscurando il sole, prima di atterrare.   Gli aerei che sessant’anni fa hanno salvato Berlino Ovest dall’occupazione sovietica disturbano la gente meno che altrove.  In città mi colpisce il manifesto elettorale di un candidato che si fa fotografare su un aereo accanto al finestrino.   Un manifesto come questo in Italia farebbe pensare ai voli di stato per uso privato, ai cantanti ed alle ballerine che rallegrano le feste imperiali in Sardegna.  Invece a Berlino è l’immagine giusta per un messaggio elettorale scritto a chiare lettere: “sicurezza e libertà”.

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Io e il regista Carlo arriviamo insieme all’aeroporto di Tegel in buon anticipo sul volo Windjet diretto a Forlì.  A Forlì io sono praticamente a casa, pronto a raccogliere gli ultimi spasimi dell’estate romagnola, mentre Carlo deve proseguire con la coincidenza per Catania, dove lo aspetta un periodo di fuoco: corsi di regia, lezioni all’università e la ricerca di nuovo lavoro per l’ordinaria sopravvivenza.  Arriviamo all’aeroporto sovraccarichi di bagagli.   E’ incredibile quanta carta -libri, giornali e depliant- si possano accumulare in appena due mesi, ma il limite di venti chilogrammi delle compagnie aeree low cost impone un esercizio di pulizia mentale, come il gioco dei dieci libri che salveresti dal diluvio universale.  Ho fatto pulizia per un giorno intero riempiendo sacchi della spazzatura, ho anche scelto di indossare le scarpe più pesanti per alleggerire il più possibile la valigia. Ma il peso, così, a braccio, continua a superare abbondantemente il limite perentorio dei venti chili, tanto che mi sarei aspettato uno stop, con conseguente pagamento di soprattassa.  Invece al check-in la bilancia è spenta,  WindJet ringrazia i clienti e strizza l’occhio per le ferie d’agosto.

Carlo è finalmente contento della sua vacanza.  Ha trascorso gli ultimi dieci giorni in un appartamento di Charlottemburg, prima in compagnia della sorella e del cognato, poi da solo.  Nell’ultimo fine settimana si è lasciato coinvolgere da una intraprendente vicina di casa, una signora tedesca che ha conosciuto al tavolino di un bar.    Con lei è stato all’ inaugurazione di mostre d’arte, al ristorante ed anche in discoteca a Charlottenburg, un posto indimenticabile, quasi commovente per lo stile retrò, franco e senza malizia.    In attesa dell’aereo Carlo preferisce ricordare, senza pensare al putiferio che lo aspetta a Catania.

Immagine 305Abbiamo percorso Berlino a piedi lungo le fessure delle vecchie divisioni dove emergono i distretti contemporanei, come frammenti di crosta terrestre alla deriva.  Siamo entrati negli spazi più interessante di Berlino, dove un tempo arrivavano i binari delle stazioni ferroviarie e degli scali merci, guardacaso prescelti, proprio loro, come terra di confine nella divisione fra est ed ovest.  Ripensandoci, siamo entrambi sicuri di aver colto l’anima di Berlino un venerdì pomeriggio d’agosto, camminando a piedi fra Ostbanhof e Warschauerstrasse.  Pensavamo di essere in centro e percorrevamo l’unica strada possibile, mentre si infittiva la sensazione d’essere invece in una remota periferia, fra campi incolti e grandi capannoni.  Davanti a noi emergeva chiaramente il ponte di Warschauerstrasse,  con le automobili in marcia ed il passo spedito delle ragazze sospese sulla città incolta sottostante, dov’era un grande scalo merci smantellato.  In fondo, la nostra strada terminava in una rotonda a pochi passi dal ponte, da cui era comunque possibile proseguire a piedi attraverso un sentiero, vicino ad un casello abbandonato della ferrovia.  Appollaiati sul tetto, alcuni giovani con la birra in mano prendevano il sole. Un ferroviere dal locomotore in manovra sull’unico binario superstite faceva sentire il suo fischio.  Fra le sterpaglie noi proseguivamo con maggiore incertezza, ormai a due passi dalla stazione della metropolitana che in questo tratto è alla luce del sole.  Con un balzo tornavamo all’improvvisto fra gli abitanti del venerdì pomeriggio, da un bordo del marciapiede della metropolitana, accolti da un tipo augurante bonario schoene Wochenende, con la birra in mano, ai margini della società.

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Carlo è ormai convinto dell’inutilità di un documentario su Berlino. Con tutto quello che è stato già detto su questa città, nessun produttore si entusiasma più.   Per Carlo è arrivato ormai il momento di girare un film vero, un lungometraggio, dove la multiforme personalità di Berlino fa da sfondo ai mutevoli  stati d’animo del protagonista: un fisico quarantenne in fuga dall’Italia, espulso prima dall’Università, poi dal mercato del lavoro.   Chiedo: “come ti è venuta in mente un’idea così?”    Mi risponde che da parecchio tempo pensa alla storia di un “fisico quantistico” a cui non è permesso di fare ricerca, ed allora comincia ad applicare la meccanica quantistica alla vita quotidiana: il principio di indeterminazione nelle strade in città e con gli amici. Il comportamento del “fisico quantistico”, anzichè apparire stravagante, suggerisce un nuovo stile di pensiero, vincente, negli anni ambigui della crisi.  Mi sembra una trama interessante, è giusto che il regista la sviluppi, …non lo accuserò di plagio!

Un anno di …project!

2 Settembre, 2009 di pontediferro

Sembra una vita, invece è solo un anno fa che raccontavo per la prima volta la città di Houston in una domenica downtown texana, metafisica, calda da morire.  Ad un anno di distanza mi trovo oggi a parlare di Berlino, organismo vitale pullulante agli antipodi dell’astrazione cristallina da cui ero partito quasi per caso il 2 Settembre 2008.  Nel mezzo sono cambiate altre cose: la crisi al posto dello sviluppo, Barack al posto di George doppio W,  Berlusconi ‘09 al posto di Berlusconi ‘08.

Per scrivere cose interessanti ci vuole tempo, denaro e lucidità, oppure una cassa integrazione straordinaria di cui non si vede la fine, come quella in cui navigo a vista ancora oggi per il quarto anno consecutivo.  Si può stare fermi per raccontare quello che gira attorno e girare per raccontare quello che succede dentro, ma si può anche attendere il mondo sulla porta di casa: prima o poi qualcuno passa e ti porta via!

In un anno ho contato quasi seimila visite a questo sito. Fra uragani, società di outplacement e corsi di tedesco, spero di avere fornito un lieto diversivo alla noia delle chiacchiere in ufficio per chi mi legge dopo il caffè fra una scartoffia e l’altra. Cercherò di continuare, come in principio… ma è difficile fare previsioni sul futuro in generale, figuriamoci sul futuro di un sito come questo: potrebbe vivere a lungo, ma potrebbe anche terminare brevemente i suoi giorni, coi tempi che corrono!