Artifici

10 Luglio, 2009 by pontediferro

Finalmente il mio convivente prete americano ha un volto: mi è apparso stamattina sulla porta del bagno con il sorriso  spalancato e la facciona burrosa; oltre al volto ha ovviamente anche un nome (David Perkins) ed un’età (quarantaquattro anni).  E’ prete cattolico a Pittsburg con un incarico rilevante in diocesi, poichè si occupa della formazione dei giovani sacerdoti della Pensylvania. E’ vicino al Vescovo ed ha rapporti pure con l’arcivescovo di Washington DC, che è già pronto per il prossimo conclave.  D’altro canto io ho una certa familiarità coi preti cattolici, per rispetto e per abitudine davanti ad essi tendo a mettermi in ascolto con l’atteggiamento dell’ “atto di dolore”.

Insieme a cena dietro casa al  “Tempio della birra”, con lo stesso passo con cui si andava a Bologna alla mensa universitaria, io prendo un’insalata greca, lui funghi fritti; io birra chiara, lui  scura.  Mi guarda intensamente per costruire fra di noi un silenzio espressivo e fissa le mie dita prive di anelli per dire “non sei sposato”.  Poi domanda cosa fanno i miei genitori, se  ho fratelli oppure sorelle. Mi dice “Dovrai occuparti di tua madre, prima o poi”, ma per ora è ancora lei che si occupa di me,  forza dell’abitudine.

Di ritorno verso casa il cielo si squarcia coi fuochi d’artificio della festa all’ex aeroporto di Tempelhof, musica & fireworks.  In televisione scorrono le immagini di chiusura del summit col gran Silvio maggiordomo in tenuta da sparata.   Se il mondo è diviso fra “pallidi” ed “abbronzati”, mettiamo pure  Obama vicino a  Geddafi: la noia del cabaret italiano mi perseguita anche a Berlino.

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I giornali tedeschi cercano ancora spiegazioni logiche al perchè dell’Italia e al perchè di Berlusconi.

Templari a Tempelhof

8 Luglio, 2009 by pontediferro

Immagine 010Sono ritornato nella casa di Tempelhof coi fiori di Luglio. Ho ritrovato le stesse abitudini di Maggio alleggerite nel corso serale di tedesco, solo tre giorni la settimana,  con studenti stavolta agli antipodi del mondo asiatico, casualmente spagnoli e sudamericani, un pensionato greco newyorkese con la barba da bronzo di Riace ed uno scrittore neozelandese di sceneggiature che desidera parlare tedesco, per motivi che non vuole spiegare. Da ieri nella casa di Tempelhof c’è un altro inquilino, mi hanno detto che è un prete americano  ma non l’ho ancora incontrato, per cui non so se porta il collare bianco e la veste da prete cattolico apostolico romano o se invece rappresenta una setta cristiana multicolore del mid-west, di quelle che vendono la manna miracolosa del profeta Ezechiele in televisione.

Dal tono sobrio e determinato dei suoi passi di notte per un bicchier d’acqua del rubinetto, intuisco tuttavia una marcata propensione teologica, senza compromissioni gospel e teatrali.  Il libro che ha lasciato ieri sul tavolo non può mentire, ha un titolo esplicito che parla della scienza del Cristo, come piace a Ratzinger. Potrebbe trattarsi allora di un novizio dell’Opus Dei oppure di un gesuita,  assegato al quartiere templare di Tempelhof dalla mano invisibile che organizza i pernottamenti del Goethe Insitut di Berlino. A mia insaputa potrei allora trovarmi nel bel mezzo di una congiunzione astrale: sotto la croce di Kreuzberg e davanti al cortile del Tempio, dove volarono i primi aerei sulla faccia della terra con l’auspicio dei cavalieri di Malta.  Effettivamente sulle ali del Barone Rosso c’è disegnata la croce di Malta, ma non ricordo se Malta c’entra coi Templari, devo essermi perso qualche pagina dei libri di Dan Brown.

Ogni cosa ha il suo posto e lascia tracce attorno a sè.  Il Barone Rosso dà il nome alla strada più importante qui attorno, la Manfred von Richtofen Strasse, che ondeggia come un triplano fra le casette ed i giardini fioriti di Tempelhof, mentre il Tempio stampa ancora il suo nome sull’insegna del ristorante “Biertemple” dove, birra a parte, l’eroismo medievale si esprime in porzioni giganti di cotoletta, il martedì sera, e negli stinchi di maiale fumanti tutti i giorni a pranzo e a cena.

Saccharum Ravennae

6 Luglio, 2009 by pontediferro

Immagine 019Nell’orto botanico di Berlino prospera questo interessante esemplare di canna da zucchero che l’immancabile tassonomia didascalica tedesca riferisce all’Italia, anzi esplicitamente alla città di Ravenna.  Il nome di Saccharum Ravennae gli italiani se lo  aspetterebbero da una holding delle barbabietole: un po’ latino, un po’ bizantino, un po’ contadino. Invece   Saccharum Ravennae è una canna da zucchero, per la quale il clima dell’Italia non è evidentemente troppo freddo.   Chi si straccia le vesti per la fine della barbabietola italiana, dovrebbe quindi valutare l’esistenza di questa pianta già assegnata all’Italia per nome o per dileggio, dai tedeschi vittoriosi  nella guerra europea dello zucchero.

La tropicalizzazione del clima potrebbe favorire la Saccharum Ravennae, ma ci vorrà davvero molto caldo per vedere questa  canna che vince sulle barbabietole giganti del Brandeburgo.

Il cielo sopra Forlimpopoli

4 Luglio, 2009 by pontediferro

Finita la festa artusiana, c’è un’ora giusta la sera per tornare a Forlimpopoli e sentirne l’anima murata viva di giorno dal cemento, che d’estate riaffiora fra le fessure degli intonaci, come un fuoco fatuo. Da una finestra al piano terra sui vicoli asfaltati arriva la voce del telegiornale della notte, le notizie rapide e l’immediata sigla sinfonica si sentono in strada fra l’alito caldo dei muri. L’ombra di un uomo in canottiera con gli occhiali, un uomo che potrebbe avere quarantacinque anni, dentro quella stanza siede ad ascoltare con indifferenza, prima il telegiornale poi la sigla che cala come un sipario sull’ultimo atto della giornata. E’ ora di cambiare posizione, oppure canale, e la voce di una vecchia madre fa eco invisibile dall’altra stanza. Per uomini così ci vorrebbe un turno di notte in zuccherificio, con tutto il rumore dello zuccherificio acqueo e scrosciante, basso continuo, uuu-tan-tan-tan: i muri di Forlimpopoli ce l’hanno ancora dentro quel rumore e lo esalano di notte come il calore di san Giovanni e dei santi Pietro e Paolo, che si contendono il calendario al solstizio d’estate.

Una campana dice che sono le undici, un solo rintocco per non disturbare la quiete privata; un’altra campana risponde familiare ed amica della notte, ha la stessa voce di cent’anni fa, come se fosse una sera di cent’anni fa. Allora mi pare di vedere i miei passi bambini insieme a quelli dei vecchi già morti che possono avere qualunque età, perché sono morti, ed allora tanto vale immaginarseli giovani e sorridenti col passo spedito e a cavallo della bicicletta sbucare all’improvviso dalla cantonata: “oh, sei qui! Dove vai? Vieni con me”. Così si rianimano di nascosto, senza dire nulla, le strade del villaggio primitivo, sempre gli stessi muri con poche varianti nei due percorsi usuali fra casa e piazza, piazza e casa: buonasera! Quanta gente, ognuno saluta con un cenno, una smorfia, un grido per cui è attesa una risposta, come un motto da pronunciare a testa alta in un canovaccio già detto e ridetto, che si ripete ancora per la magia del cielo stellato quando comincia il caldo. Sulla strada ritrovo la bottega del falegname, il calzolaio, il tipografo (una porta dopo l’altra) le sarte “in proprio” e le gran dame dei negozi di chincaglieria, dove era consentito prolungare la sosta nell’ozio di un salotto, dentro il negozio. Dalle cantine giungono gli aromi in polvere, morchie, muffe e prosciutto per i giorni di festa. Allora vorrei addormentarmi e sognare la strada di un mondo diverso, come una fioritura delle tecniche nuove del vetro e dell’acciaio: intonaci e microchip permeabili al sapore dell’antico, la natura di sempre, l’eterna natura al posto della crosta di asfalto e di cemento su cui si consumano i pneumatici di tutte le automobili in fila, inclusa quella che mi risveglia da questo sogno, in curva ai novanta all’ora che sembra un bisonte.

L’aereo in partenza da Forlì per Berlino accelera sulla pista e si stacca da terra in direzione del mare. Forlimpopoli appare subito mentre l’aereo ripone il carrello nella carlinga e piega le ali a sinistra per assestare la rotta. La grata diritta delle strade millenarie regge ancora in sottofondo, infiocchettata dalle rotonde moderne agli incroci, dagli svincoli iperbolici di strade che non sono più “vie” ma “varianti”, “assi”, “secanti”. Le vie nuove di questa pianura si snodano sinuose come piste da sci, fra le scatole piatte di cemento prefabbricato, i capannoni e le villette fissate a terra come i moduli di un circuito elettronico, come le memorie di un computer mai grande abbastanza.

Vorrei sentire nostalgia per qualcosa, desiderare il luogo che lascio, ma non so bene cosa desiderare: rimane ben poco di me in quella pianura casalinga mentre l’aereo raddrizza la rotta e punta diritto verso nord. Allora penso a questa terra come ad una donna che mi sarebbe piaciuto amare, prima che il tempo la rendesse irriconoscibile, deforme e ubriaca. Ci penso un po’ e guardo giù, ma vedo solo le immagini di un ricordo.

Feste artusiane

28 Giugno, 2009 by pontediferro

Ricordo d’essere nato a Forlimpopoli quando mi avventuro nelle strade strette del paese riconvertito in città artusiana ogni anno a fine Giugno, con le bancarelle sovraffollate di odori e di gente strillante nei ristoranti posticci sui marciapiedi, dentro i cortili, appesi ai balconi, ovunque c’è posto.  Non so se tutto ciò sia davvero democratico, o se sia una manifestazione di potere popolare: il Forlim-popolo delle Libertà.  L’impeto della gola riesplode comunque ogni anno, con la benedizione della Madonna, del Popolo pure quella.


Week end contro mano

23 Giugno, 2009 by pontediferro

Un altro fine settimana di pioggia, per i bagnini della riviera è un affronto all’intraprendenza degli spiriti liberi, lo leggo negli occhi di Avio bagnino in voga, che condivide il mio pianerettolo e le scale della rampa B, su e giù dal condominio alla spiaggia, mattina, mezzogiorno e sera.  Avio è un nome buffo delle campagne di questa Romagna prodiga di fantasia onomastica, ispirato dal caso oppure chissà, dalla vicinanza della pista di decollo dell’aeroporto militare di  Pisignano.  Sabato sera avevo gente a cena ed Avio, di ritorno dal compito arduo della spiaggia burrascosa, si è fermato ad intrattenere vivacemente i miei ospiti.  Lo ha fatto senza timore, con lo slancio di chi ha già bevuto un caricatore di aperitivi, bottiglie su bottiglie col rastrello in mano prima di avventurarsi sulla via, a cavallo della moto (un cinquantino strombettante).   Gli ho offerto vino bianco in un bicchiere, ovvia abitudine ispirata dai nonni contadini.  Il vino ha funzionato da  supercombustibile ed Avio per mezz’ora ha intrattenuto gli astanti in uno spettacolo di varietà moderatamente smisurato. Per il fine settimana cerca una barista volenterosa e bella “che abbia voglia di lavorare” senza pretendere uno stipendio subito.  Ai soldi ci penseremo, detto in dialetto romagnolo suona piuttosto consolante: ai pinsarèm.   Chi vuole, può rendersi disponibile per un colloquio.

La cena è sgusciata via morbida attraverso la sera fresca ed umida incontro al solstizio d’estate. Quattro antipasti di pesce e gli spaghetti alla marinara avrebbero evocato magie notturne fino all’altro ieri, ma oggi quel rito è logorato dalle abitudini.  Le parole magiche vanno modificate di tanto in tanto, come le password di accesso al web 2.0, sennò si cede alla noia. Così all’indomani ho accettato volentieri di viaggiare controcorrente, dal mare a Milano la domenica mattina.  Fuori dal groviglio di strade e di case litoranee in perenne costruzione ho capito che il brutto è dopotutto relativo.  La gente diretta al mare la domenica mattina riconosce la bellezza per contrasto, dove il brutto è meno brutto.  Il cumulo di cemento litoraneo segna il colmo di una bellezza relativa (o il minimo di una bruttezza) dove la brezza del mare rinfresca il sudore sulla fronte, nei margini di una breve vacanza febbrile fra il sabato e il lunedì.  All’entroterra l’orizzonte avvinghia le tempie in una tenaglia di calore turpe, isotropo e giallo paglierino, senza che le inutili apparizioni di  cemento diano ragione ad una direzione dominante contro le altre ugualmente possibili e vanamente raggiungibili.

Gli amici di un tempo, studenti insieme a Bologna, hanno famiglie a Milano e figli splendidi.  Là affrontano lavoro e vita con energico spontaneo coraggio, come se fosse normale vivere a Milano e come se l’Italia intera fosse un luogo di natura e di storia, dove la vita scorre senza affanno.  Di lunedì mattina ho percorso a piedi Milano, dal quadrante nord al quadrante sud est fino allo scalo merci fantasma di Porta Romana, oltre il quale un recupero edilizio sorprendente ravviva le fabbriche dismesse della Schering farma.   Mi ha accolto un grande filosofo, non faccio per dire, ma  l’amico Giovanni è un filosofo di professione, direttore del dottorato internazionale in bioetica negli uffici ex industriali rinnovati di fresco per IFOM, dove la ricerca si fa sul serio come su astronavi extraterrestri, all’insaputa dell’Italia intera e dell’accademia ivi inclusa.   Giovanni dice d’essere invisibile in Italia, dove di bioetica al posto dei filosofi parlano i giornalisti, dilettanti e delittuosi scrittori d’appendicite, laici ghibellini contro guelfi.  Gli allievi della scuola di Giovanni Boniolo avranno migliore sorte all’estero, lontano lontano dalle fabbriche dismesse riconvertite in astronavi, già pronti per fuggire altrove.

Adesso è martedì e piove ancora, Avio scuote la testa e guarda il cielo come un aruspice di Pinarella: niente astronavi in partenza da questo lembo di costa, solo vacanze, vacanze fangose.

Aria fresca & Mario Resca

15 Giugno, 2009 by pontediferro

Il nome “Mario Resca” fa odore di fritto.  Un brillante curriculum da supermanager del fast food non dovrebbe costituire reato, a patto di non diventare all’improvviso braccio destro del Ministro Sandro Bondi, con l’incarico di rilanciare il patrimonio culturale  italiano.  A che servono i musei? Roba polverosa, ammuffita, insalubre…  Vuoi mettere la fragranza di un cheeseburger! quello sì che risveglia gli appetiti e mette in moto l’economia.  Ecco allora, se la cultura va a nozze col turismo, l’economia resuscita come la carne lurida degli hamburger quando metti il ketchup sopra.   Why not? L’Italia è un bel panino turistico-culturale da gustare tutti insieme, con il “sinistro” Bondi alle friggitrici e la Brambilla in vacanza.

Cultura loves turismo, che idillio, che spettacolo! Ma c’è un imprevisto. Sembrava quasi fatta  e invece… peccato!  Chi  rompe?  La classifica  mondiale delle città a misura d’uomo, ieri sul Sole24ore, non include città italiane. L’Italia non piace più come una volta.  Perchè?   L’hanno chiesto a Mario Resca e lui ha risposto che ci sono troppi capannoni senza stile che deturpano il paesaggio.  Giusto!  Probabilmente ha letto un libro sul paesaggio italiano, fra un panino e l’altro.   Però (il lupo perde soltanto il pelo) dice che il vero problema sta nella comunicazione, gli errori di comunicazione penalizzano l’immagine dell’Italia agli occhi del mondo.  Parliamo dei rifiuti di Napoli e dimentichiamo le campagne, le spiagge, i laghi e le montagne.

L’immagine, per l’appunto, è quella delle cartoline che si possono anche truccare, ma la vacanza è un’esperienza reale, vuole poco stress e tante belle sensazioni da raccogliere nel territorio, città, campagne, autostrade e ferrovie.  Un viaggio assediato dai TIR in autostrada, come cento minuti di ritardo alla stazione Termini, lasciano in bocca un sapore disgustoso.  Quanto ketchup dovremo aggiungere, per dimenticare?

Cena a Kreuzberg (con Maràl)

13 Giugno, 2009 by pontediferro

DSC01287Coi loro nomi neri in caratteri gotici, le stazioni della mètro stampano immagini fugaci di un passato torvo che scorre via rapidamente al di là del finestrino. Moritzplatz è effettivamente vicina, Maràl fa appena in tempo ad abbozzare una risposta a Jonny, che vorrebbe portarla via con sé in un campo dove lui e Maràl giocano la stessa partita: quando rientri a Berlino? Maràl risponde: domenica ”possiamo rivederci domenica sera, non voglio star sola, ho un appartamento con una bella cucina e potremmo trovarci là tutti insieme per mangiare”. Io non aggiungo nulla, per me non è più il tempo delle competizioni aggressive, ma non sono invecchiato invano, i miei quarant’anni parlano anche in silenzio come un capo indiano che aspetta la pioggia. Maràl lancia un’occhiata proprio a me, perché devo ancora spiegarle come si fa la carbonara. Gli spaghetti alla carbonara eccitano la fantasia del mondo intero: è la mescolanza di dolce e di affumicato, di sale e di pepe, ma io aggiungo anche il soffritto di cipolla, che non è un fritto, ma un mistero tutto italiano che sfrigola nell’olio d’oliva e fa spalancare gli occhioni a mandorla di Maràl. Rispondo con un cenno, come per dire: “non me ne sono dimenticato” mentre Maràl parla vivace con Jonny, educatamente.

La corsa nel tunnel si arresta sulla scritta gotica e nera di Moritzplatz, incorniciata dal finestrino di fronte. Siamo dove Jan aveva detto di scendere, lui dovrebbe essere ormai arrivato in bicicletta. A Moritzplatz la stazione della metropolitana è talmente grande che non si affolla neanche alle ore di punta, alle sette di sera soltanto qualcuno si affretta sulle scale e noi scegliamo a caso un’uscita fra le varie possibilità dirette ai quattro angoli della piazza, sperando di vedere in lontananza i capelli e la bicicletta di Jan.  “Ei, boys!” è la voce di Maràl che chiama, lei alle nostre spalle ha cambiato direzione, sta salendo da un’altra parte, dove una carrozzina in stoffa e lega leggera col pargolo dentro fa i gradini uno alla volta, trainata verso l’alto da una giovane mamma compiaciuta. Maràl riconosce l’esigenza e in un attimo prende e solleva l’estremità inferiore della carrozzina, la sorregge e la spinge senza fatica verso l’alto. Scene come questa si vedono spesso a Berlino, per gli abitanti della città non è solo cortesia ma è un segno di cività che mi coglie ogni volta impreparato. In Italia, mamme meno giovani suggeriscono di stare alla larga dalle loro culle, per non incorrere in atti giudiziari come “molestie” e “pedofilia”, qui invece è ancora normale darsi aiuto nei pochi istanti che bastano a sorreggere una culla e sorridere per strada ai bambini, che rispondono divertiti insieme ai loro genitori. Mi aspetto un rimprovero da Maràl per non aver colto al volo la situazione, poichè nelle tribù italiane certi gesti di solidarietà nascondono un rituale galante, appartengono di competenza al maschio anziano del gruppo. Si vede che in Asia funziona diversamente, Maràl non è contrariata, lei l’ha visto e lei l’ha fatto, adesso ha finito e sorride: da quel sorriso arriva l’eco di una civiltà matriarcale vecchia di millenni, matriarcale e nomade della steppa.

DSC01283Il cielo blu senza nuvole sovrasta l’uscita della metropolitana. Il sole della sera ritaglia di giallo le sagome dei palazzi che spuntano davanti a noi sul lato opposto della piazza, mentre saliamo gli ultimi gradini. “Dov’è Jan?” Lo riconosciamo appoggiato alla bicicletta sull’altro lato della strada. Ci ha visti ma ancora non si muove, accenna un passo lentamente per venirci incontro e con la mano indica dove andare. Camminiamo sul marciapiede in ombra, a piedi e con la bicicletta. I semafori si susseguono fra una strada e l’altra, le luci verdi e rosse degli attraversamenti pedonali rompono di tanto in tanto il ritmo blando della passeggiata nel quartiere. “Quanta strada manca?” chiede Jonny. “Non molta, ancora un po’ più avanti…”.  La passeggiata si allunga più del previsto, Jan cammina volentieri ma il suo sguardo si perde mentre noi lo seguiamo incerti. Ad un semaforo indica a sinistra una via perpendicolare, quardiamo tutti da quella parte perchè crediamo che il vietnamita sia là. “No, non è il ristorante” dice Jan “là c’era il muro, quella strada era interrotta e così anche l’altra strada, e pure l’altra, queste strade morivano tutte a sinistra contro il muro.” Il quartiere di Kreuzberg era schiacciato dal muro. Maràl guarda Jan con attenzione come se ascoltasse una lezione di storia: il Muro di Berlino, l’Unione Sovietica, il Patto di Varsavia. Fino a vent’anni fa i Berlinesi dell’Ovest non volevano abitare così vicino alle torri di guardia dell’Est, letteralmente ad un tiro di schioppo. Quante cose sono cambiate in vent’anni: vent’anni fa nessuno immaginava quanto fossero vasti i giacimenti di petrolio del Mar Caspio ed il Kazakistan non aveva ancora una capitale. Dal 1989 ad oggi, per Maràl è già una vita.

I palazzi di Kreuzberg si erano svuotati il 13 Agosto del 1961, quando Berlino si svegliò divisa con la polizia dell’Est in armi che  stendeva centodieci chilometri di cemento e di filo spinato. Alcuni palazzi vennero assorbiti dal muro, le finestre accecate in una sola notte coi mattoni ed il cemento fresco (gli abitanti disperati in fuga) mentre altri edifici furono abbattuti per fare spazio alla terra di nessuno. All’ingresso della città storica, la periferia di inizio Novecento si ribaltò all’improvviso e divenne l’immagine lugubre di un’amputazione violenta.  In quelle case di nessun valore arrivarono subito i Turchi: muratori, manovali e donne al servizio dei ricchi dell’Ovest.  Da allora non se ne sono più andati e molti dei loro figli, che da bambini giocavano a pallone contro il muro, respirano ancora l’aria latina di Kreuzberg.  Oggi condividono il quartiere con altre immigrazioni asiatiche più recenti e con i vietnamiti del nostro ristorante.   Eccolo finalmente!  E’ un posto piccolissimo, caldo umido come una giungla, con la cucina aperta ed i tavoli fitti che traboccano  nel marciapiede. Sulla lavagna nera appesa fuori leggiamo il menù, cioè un elenco di sei possibilità fast-food.  E’ scritto in tedesco, ma è una traduzione (incomprensibile) dalla lingua vietnamita.  Jan suggerisce il piatto numero quattro, dobbiamo fidarci, dentro c’è di tutto: verdura, carne, ma non è piccante.  Nonostante la confusione in cui si agita la cuoca al di là del banco, l’ordinazione arriva fulminea, accompagnata da una birra fresca, vietnamita pure quella.  C’è  solo un tavolo disponibile, è fuori, proprio sotto la lavagna dei menù. Prendiamo posto, Jan davanti a me e Jonny di fianco.  Jonny non molla, vuole Maràl  tutta per sè e le offre addirittura la cena, una ciotola verde da sei euro traboccante di foglie e di semi di soia.

Piove sulla realtà

9 Giugno, 2009 by pontediferro

Ho cominciato a scrivere commenti elettorali, pre-elettorali e post-elettorali,  ma non ho trovato niente che fosse più interessante delle previsioni del tempo di domenica scorsa, che negavano categoricamente la pioggia.  Invece mentre andavo a votare pioveva forte, ed è piovuto anche nei giorni precedenti, durante il ponte di inizio Giugno.  Per non turbare i sogni dei turisti, i canali TV dicevano che al mare non sarebbe piovuto.  La potenza dei telegiornali non ha impedito le precipitazioni, ma le ha rese irrilevanti.  Se riescono a farlo con la pioggia, figuriamoci con il resto.

A Kreuzberg con Maràl (prima di cena)

5 Giugno, 2009 by pontediferro

DSC01145Maràl è la giovane Kazaka di vent’anni con gli occhi cinesi e il profilo scandinavo.  A Berlino era entrata nella nostra classe di tedesco con qualche giorno di ritardo.  La fiducia vivace dei suoi occhi aveva stupito tutti noi, che eravam persi negli sguardi obliqui delle americane stanche, smalti freschi ed unghie mangiate, capelli lunghi e ciabatte infradito.  Le donne del Kazakistan le immaginavo ancora col colbacco, accovacciate in balli pesanti attorno al fuoco, nel vuoto della steppa.  Mi sono dovuto ricredere, l’evoluzione della specie ha fatto passi da gigante in Asia.  A lezione guardavo Maràl, qualche volta mi sedevo al tavolo con lei per i lavori di gruppo.  Nel suo viso brillava una bellezza difficile, istintiva e vitale, lontana un abisso dai modelli estetici dei calciatori e delle veline, sempre a suo agio in vestiti leggeri e svolazzanti, mai pantaloni, mai ciabatte, tanti colori ed il gusto primitivo per la decorazione appariscente: una collana verde di plastica, l’asimmetria di una treccia nera che scende sulla spalla, un solo orecchino, ma lungo, complicato come i gioielli dell’ età del bronzo.  Mi domandavo chi fosse suo padre, a quale mafia del gas o del petrolio appartenesse il suo clan, così ricco da mandarla a Londra per studiare.  Così come è arrivata, Maràl è ripartita, all’improvviso, dicendo che doveva rientrare a Londra per un esame all’università, che si sovrapponeva, purtroppo, col corso di tedesco.  La sera prima che lei partisse nessuno aveva voglia di affrettarsi verso casa. Un gruppo più numeroso si era fermato nella sala da biliardo, insieme a Miroslav c’erano i soliti Henry e Jonny, ma anche il giovane Erka e perfino Jan, il giornalista di Praga, aveva chiuso in anticipo il computer portatile per godersi in pace la serata.  Quel giorno non aveva altro da scrivere per la pagina culturale del kritik, era meglio per lui restare in giro e cercare nuove storie fra la gente.

DSC01196Jan è ancora giovane, non dimostra affatto gli anni che ha.  I suoi lineamenti decisi si stemperano su un viso tutto sommato delicato, con gli occhi e la bocca da etrusco sorridente disteso, di terracotta. E’ quieto e solenne coi quei capelli  “rasta” che porta come un trofeo: non se ne vuole disfare nonostante le perquisizioni aggiuntive che deve subire ogni volta che attraversa la frontiera.  La pazienza di Jan, la quiete, la calma lo assistono soprattutto in quelle circostanze, non gli hanno mai trovato niente di compromettente addosso, così dice. Sullo sgabello più alto, Maràl appoggia un fianco al banco dove in fretta compaiono e spariscono piccoli bicchieri di Tequila. Attorno, i maschi del gruppo parlano educatatamente, a turno come se avessero fissato appuntamenti in sequenza: prima Jan, poi Henry, poi Jonny…  La ragazza dagli occhi a mandorla risponde in inglese col ritmo di Oxford,  appena velato da una cantilena orientale che potrebbe essere solo il ricordo di una filastrocca infantile.   Jonny parla più degli altri.  Anche lui ha studiato a Londra ed ha l’età giusta per corteggiarla senza equivoci: conosci anche tu  il… ? Dice il nome di un posto, una discoteca londinese dove vanno gli universitari, ma non capisco, sono troppo lontano. Nel mezzo ci sono i capelli di Jan, il quale all’improvviso è silenzioso, assorto, forse triste, col bicchiere di birra e la sigaretta accesa.  Mi guarda ancora con un po’ di diffidenza: dice d’essere facile preda dei corteggiatori omosessuali, per cui non si sbilancia con le persone che conosce poco.  Lo rassicuro affermando che i gay hanno altre abitudini, dove vivo io sono ancora una minoranza, non è come a Berlino.   In Romagna quando un uomo sorride ad un altro uomo non è per fotterlo, o forse sì, ma solo metaforicamente.

DSC01156La luce della sera filtra agli angoli della sala attraverso due finestre orizzontali strette contro il soffitto come i lucernai di una cantina.  Il calore dorato del sole entra nella sala ed illumina con una lama il tavolo da biliardo.  Miroslav è concentrato, quella luce lo disturba.  Sul biliardo cerca un’altra posizione per il tiro, gira attorno al tavolo e inventa un colpo di sponda inaspettato.  Un’altra palla in buca.  Henry ha ormai perso la partita ma non si dà pena, dice: fuori il tempo è bello, c’è un ristorante vietnamita verso Charlottenburg, il migliore della città, venite?  E’ l’ora giusta per la cena, dopo la seconda birra il nostro stomaco ha bisogno di qualcosa di solido: chissà com’è questa cucina vietnamita.  Anche Maràl ha fame e sorride, non se ne vergogna.  Pigri e indolenti come un branco, andiamo al pascolo nella luce del cortile con la cena vietnamita in testa. Nel cortile della scuola c’è un gruppo di Italiani, sono appena usciti dalla biblioteca e chiedono dove siamo diretti.  L’idea vietnamita li eccita, c’era da aspettarselo.  Il gruppo si allarga e  tutti insieme usciamo per strada.  Sulle scale della metropolitana cominciamo ad aspettare, quale linea conviene prendere per Charlottenburg?  La U-bahn oppure la S-bahn, prima la 8 poi la 2, oppure la circolare con l’autobus.  Roberto afferra la situazione con il piglio di un generale.  Con due cartine aperte, sui gradini della metropolitana discute i vantaggi e gli svantaggi delle varie possibilità.  Erka il Mongolo si stanca e fugge all’improvviso nel tunnel della linea 8 della U-bahn, rinuncia così al sogno di una cena vietnamita.

Roberto indica sulla carta il punto dove dobbiamo andare. “Ma è lontano!” dice Maràl “devo alzarmi presto domattina e non posso fare tardi”.  E’ vero, è piuttosto lontano, incalza Jan, quel ristorante è quasi fuori città: non ho voglia arrivare fin là, sono in bicicletta.     Jan prende le distanze, vorebbe quasi congedarsi, ma guarda negli occhi Maràl, vuole capire cosa farà lei, è lei l’unica cosa che lo interessa veramente là in mezzo.  Dovendo scegliere fra il gourmet vietnamita e il sorriso di Maràl, Jan e Jonny non hanno dubbi, quel sorriso al chiaro di luna è più interessante del miglior ristorante di Berlino.  Così Jan si fa avanti e dice che c’è un altro posto vietnamita più vicino, non è famoso ma si mangia bene, un self service coi tavolini sul marciapiede lontano appena tre fermate della linea 8, a Kreuzberg.  Si mangia bene e si spende poco, è il posto giusto per il giornalista di Praga che viaggia sempre in bicicletta. Dobbiamo scendere a Moritzplatz,  è semplice dice Jan: “voi in metropolitana e io in bicicletta, impiegheremo pressapoco lo stesso tempo per arrivare, poi raggiungeremo insieme il posto vietnamita dove la cena non vi deluderà, ne sono certo.”   Jan è felice di portare Maràl a Kreuzberg, è là che sente veramente di essere a casa quando viene a Berlino.

DSC01291Kreuzberg era un quartiere diviso fino al 1990. La linea feroce del muro scendeva diritta da nord a sud su un antico confine della cittá, dalla Porta di Brandeburgo fino a Potsdamer Platz.  Poi cominciava l´incertezza, si vedevano i dubbi della storia nel percorso frastagliato, l´avanti e indietro del muro che ritagliava a caso gli isolati urbani per farne bastioni protesi verso ovest e ne dimenticava altri  in una terra di nessuno dispersa fra le torri di guardia ed il filo spinato sul lato cosiddetto socialista: una pazzia che si ingarbugliava proprio a Kreuzberg. Da qui le metropolitane dell’Ovest si inabissavano sotto il muro attraverso il settore orientale, tutto d’un fiato senza fermate fino al 1990.  Weinmaisterstrasse è stata per trent’anni una stazione fantasma, protetta e proibita ai cittadini dell’est che camminavano sopra.  Adesso siamo liberi di scendere i gradini di questa metropolitana, talmente liberi che possiamo addirittura indugiare nella scelta della direzione: verso Charlottenburg con Henry e con gli italiani, oppure a Kreuzberg con Jonny e con Maràl.  Non sto a pensarci, scelgo Maràl.   L’enorme stazione di Weinmaisterstrasse si apre inaspettata sotto i marciapiedi amichevoli della città di oggi: quel tunnel era grande abbastanza per il traffico di una city, settant’anni fa, quando Berlino voleva essere capitale del mondo intero.  Guardo Maràl che sorride,  sta per arrivare il treno nella direzione giusta per noi. Le porte scorrevoli si aprono fluide e si richiudono automaticamente, anche la voce sintetica  zuruck bitte risuona felice. Saliamo al volo e ci sediamo di spalle ai finestrini uno accanto all’altro, Maràl nel mezzo con due uomini di scorta, io e Jonny. Salutiamo gli Italiani rimasti a terra al di là del vetro. Non capiscono: dove state andando?

Ultimo rango a Berlino

30 Maggio, 2009 by pontediferro

La TV tedesca sapeva già da qualche giorno che Marchionne non ce l’avrebbe fatta.   Nel canale satellitare delle News, fra le notizie in breve, scorreva un commento che giudicava addiritura “offensiva” la proposta di acquisto FIAT.   Quel commento sembrava eccessivo pure a me, che non coglievo le ragioni dell’offesa.  Oggi i giornali italiani perlopiù si consolano dicendo che ancora una volta ha vinto lo statalismo contro il libero mercato, una ragione in più per trasmettere la sensazione d’essere ancora accerchiati dai comunisti del vecchio continente, noi Italiani liberi paladini del “liberismo reale”.  Per il governo tedesco è stato difficile accettare i soldi dei Russi arricchiti, ma è stato semplice escludere le alchimie del nostro Amministratore: senza trucco e senza inganno, i soldi chi li mette?

Qualche minuto fa, la  ZDF ha trasmesso l’intervista ad un rappresentante dei lavoratori Opel, il quale ha detto d’essere soddisfatto dell’accordo: non ha parlato delle alternative, per lui non c’erano alternative.  Poco prima la stessa TV aveva trasmesso l’intervista alle veline italiane candidate alle elezioni europee.  La giornalista, una signora bionda,  domandava: “Mi dici qualcosa sulla tua formazione?” La bocca della ragazza culo-e-tette replicava: “…in che senso!?”.  La giornalista tornava a chiedere, avrai fatto qualcosa nella tua vita, raccontalo! “…in che senso” era l’unica espressione verbale della bocca culo-e-tette, tradotta fedelmente in Tedesco dal cronista, impietosamente, tre, quattro volte.

Se in Germania l’Italia non è più credibile, sarà mica colpa dei giornalisti che fanno domande difficili?

60 anni di Repubblica alla Porta di Brandeburgo

26 Maggio, 2009 by pontediferro

DSC01277I festeggiamenti per il sessantesimo anniversario della Repubblica Federale Tedesca sono cominciati con un concerto alla Porta di Brandeburgo, sabato 23 Maggio. Faceva caldo e mi ero attardato con un gruppo di Italiani all´ombra del campanile diroccato della Gedaechtniskirche, monumento alla memoria. Gli Italiani sono sempre gli stessi, non importa se stanno ad aspettare a Roma oppure a Berlino, si annoiano oltremisura nelle attese e rimandano le decisioni: a piedi oppure in autobus? Adesso oppure fra cinque minuti? Ma siamo sicuri di volerci andare veramente? Dov´é il bagno? Voglio una foto, ma non qui…laggiú! I minuti passano e la nona sinfonia di Beethoven sta per cominciare, al di lá del Tiergarten proprio sotto la Porta di Brandeburgo, quando finalmente cominciamo a marciare nella direzione giusta.

Il gruppo di Italiani si sfilaccia ed io mi inoltro nel verde del parco solo con Andrea e con la sorella che é appena arrivata da Londra per il fine settimana: Berlino ha un´anima piú tranquilla, é piú colorata di Londra, Berlino é ancora una cittá del dopoguerra e il Tiergarten é una selva profumata lussureggiante, con gli stagni ed i vialetti tortuosi per perdersi in tutta libertá. Tendo l´orecchio, casomai il vento portasse qualche accento dell´orchestra che alle cinque e mezzo ha cominciato l‘Allegro ma non troppo. L´inizio tumultuoso della nona sinfonia é un´accordatura generale, un universo sonoro che si intonerebbe bene con gli alberi del Tiergarten. Purtroppo nell´aria non c´é nulla di orchestrale, solo le voci della folla sul Viale del 17 Giugno. Il percorso verso la Porta di Brandeburgo é una fiera di bancarelle, wurstel e birra, birra e wurstel, odore di fritto e di farciture a perdita d´olfatto. La folla ristagna ed é difficile camminare lá in mezzo mentre la Porta di Brandeburgo appare minuscola in fondo, per niente monumentale cosí lontana, coperta da tutta quella gente. Come pietre miliari nella strada ci sono i pannelli con la storia della Repubblica Federale Tedesca, anno dopo anno a ritroso dal 2009 fino a sessant´anni fa. Qui davanti la storia é piú pesante che altrove ed il presente diventa subito storia, ormai per abitudine.

Per camminare in fretta rientriamo fra gli alberi del Tiergarten, mentre l´Orchestra é giá sulle note impercettibili di un presunto Allegro vivace chissá dove. Non é facile orientarsi in mezzo a quella vegetazione e cosí ritorniamo nel viale fra la folla, nel punto esatto in cui un pannello della storia tedesca parla dell´ultima visita di Kennedy a Berlino Ovest, nel 1963. Abbiamo giá percorso quarantacinque anni a ritroso, per arrivare al concerto ne mancano ancora quindici sempre piú affollati di bancarelle, wurstel e palloncini. Schermi giganti ai lati del viale mostrano i violini giá impegnati nell´Adagio cantabile, ma la musica dell´orchestra non arriva ancora. Melodie folk affollano lo spazio sonoro delle bancarelle col sottofondo dei generatori elettrici, ma la gente guarda finalmente verso una direzione certa, in fondo al viale, verso il palco che é un hangar trasparente deposto con imbarazzo accanto alle colonne trionfali della Porta di Brandeburgo. Oltre l´ultima bancarella le ondate di fritto si mescolano finalmente con le ventate della nona sinfonia di Beethoven, quando ormai i violini si muovono sull´Andante moderato del terzo movimento. Di tanto in tanto scroscia un applauso fra la folla rumorosa. La gente parla sulla musica in sottofondo come se qualcuno avesse dimenticato la radio accesa.

DSC01275Il coro si alza in piedi sul palco per intonare il canto. Siamo arrivati in tempo per ascoltare l´ultima parte del concerto, quando la sinfonia di Beethoven diventa corale: Allegro assai, Andante maestoso, Allegro energico… Sembra strano ma é proprio l´inno europeo che davanti alla Porta di Brandeburgo fa un´impressione diversa, rivolto al popolo tedesco diventa un inno nazionale. Mi fermo dove la folla é piú densa: davanti a me, due giovanotti robusti si guardano vivacemente, sorridono e giocano con gli occhi prima di perdersi nella femminilitá diffusa di un bacio sulle labbra. E´ una risposta gay all´Inno alla Gioia, anche loro appartengono al popolo tedesco qui a Berlino. Al piú massiccio dei due, che sembra l´uomo, squilla il cellulare. Sulle parole di Schiller e sulla musica di Beethoven parla ad alta voce come se la musica non lo interessasse affatto. Con una spinta mi faccio avanti verso il palco. In prima fila c´é Angela Merkel: una telecamera la inquadra nello schermo gigante, poi sale e mostra con uno zoom ravvicinato la quadriga in bronzo in alto sulla Porta di Brandeburgo. Che strano, é di spalle. I cavalli in marcia sulla porta non guardano verso il Brandeburgo da cui la porta prende il nome ma sono rivolti ad Est, verso il centro della cittá storica. Sono ancora in bilico fra l´est e l´ovest su quella porta a lungo sospesa, come un passaggio rituale senza un dentro e senza un fuori, bifronte come l´arco di Giano.

Dopo la lezione

22 Maggio, 2009 by pontediferro

Appena fuori accanto al portone del Goethe Institut di Berlino c´é l´ingresso della sala da biliardo, un posto interrato, scuro e fumoso, dove di pomeriggio non c´é gente ed i baristi, gestori in affitto, aspettano i primi clienti della sera annoiati davanti ai cartoni animati dei Simpson su un grande divano di pelle messo di traverso, nell´angolo meno buio della sala. Le pareti lunghe bianche piastrellate riflettono ancora l´unto opaco di un dopolavoro operaio, anche se sono state riconvertite in salagiochi dagli attori del cinema americano, con le loro facce compiaciute sui poster appesi a decine, una accanto all´altra in ordine come un catalogo meticoloso dell´occidente che era stato proibito.

Myroslav l´Ucraino l´ha scoperto subito, in quel posto ci é entrato il primo giorno, immediatamente con la sua fretta brusca al termine della lezione del pomeriggio. I suoi occhi blu spalancati hanno afferrato la stecca senza esitazione, come l´arma di un duello che va fatto senza pensarci troppo, come la wodka trangugiata nel bicchiere, aperitivo o digestivo, non c´é differenza. Henry e Jonny hanno accettato la sfida, ma solo dopo qualche istate. Si sono fatti largo nella sala con una falsa esitazione, forse perché il gin-lemon richiede piú tempo della Wodka pura. Il gin-lemon non é un colpo di cannone, va sorseggiato lentamente, con tutte quelle bollicine e la fettina di limone.

Personaggi di un´avvenutura, Henry e Jonny ricordano volentieri la vita che facevano nel College fino a qualche mese fa. I loro nomi sembrano americani ma non é vero. Qualcosa li lega invece all´Italia, in modo diverso l´uno dall´altro. Henry proviene da Melbourne, ma ha un cognome italiano. I suoi bisnonni arrivarono in Argentina ed i suoi nonni, per nulla convinti della nuova destinazione, fecero il passo definitivo fino agli antipodi. Adesso Henry viaggia in aereo fra i continenti come in autostop e sceglie le tariffe piú convenienti, non importa se impiega il triplo del tempo: da Melbourne a Berlino, quattro voli in tre giorni.

Jonny ha il passaporto Olandese ma dell´Olanda non ne sa quasi nulla. Ora vive sul lago di Ginevra, ma é cresciuto in Italia, prima in Liguria poi a Milano, figlio di padre olandese e di madre scozzese. Quando gli chiedo qual´e la sua lingua madre mi risponde che non lo sa, forse l´Inglese, o forse l´Italiano con cui ha imparato a scrivere alle scuole elementari di Rapallo. Con Jonny scambio battute in italiano, come in un dialetto tribale.

Tedesco per stranieri

11 Maggio, 2009 by pontediferro

photoQuando le direzioni sono tutte uguali, quando sembra di tornare alla partenza “senza passare dal via”, mi si accende il desiderio di imparare una lingua nuova. Azzerare il linguaggio é il mio tasto di reset, perché una lingua nuova riaccende lo sguardo e cancella in fretta le abitudini. Ma se vuoi imparare il tedesco sará comunque facile smarrire le lingue vecchie, avendo in cambio tuttavia, tanto per cominciare, solo lunghe settimane dadaiste.

Al Goehte Institut di Berlino c´é aria intercontinentale.  Agli Americani, agli Asiatici, agli Australiani venuti qui per imparare una lingua europea, sembra strano che la Germania sia ancora stretta fra tante lingue diverse che si ignorano a vicenda. Le facce delle giovani asiatiche sono piú belle, sorridenti molto piú delle americane stanche coi capelli lunghi e gli smalti mangiati sulle unghie. Gli occhi asiatici esplorano geometrie ribelli, girati all´insú, ribaltati e nerissimi su visi larghi che paiono capovolti tanto sono larghi. Pensavo che l´Asia fosse soltanto Medio Oriente e Cina: invece é nel mezzo che diventa interessante una razza di nuovi nati, come extraterrestri di moderne cittá fantastiche delle steppe dell´Asia centrale, Kazakistan e Mongolia, dall´est giunti a Berlino.

Deutsch Markionne

8 Maggio, 2009 by pontediferro

Non gli era bastata l´America, adesso il nostro amministratore delegato vuole anche la Germania. Vedremo se almeno qui la spunterá, con il suo risiko di soldi pubblici americani, industrie tedesche e fantasia italiana. Lui continua imperterrito le proposte di baratto, quote aziendali in cambio di promesse tipo: non chiuderemo nessuno stabilimento produttivo ma snelliremo l´intera rete, ridurremo ovunque la produzione facendo leva su amortizzatori sociali e blocco del turn-over. Questo discorso non piace agli Inglesi, che fanno i conti della serva e proprio non capiscono perché una crisi tirata per le lunghe sia piú conveniente di una crisi breve e conclamata. Piú da vicino, visto che in questo momento mi trovo anch´io in Germania, intravvedo imminenti programmi di esodo incentivato per i dipendenti Opel e nuovi spazi professionali per i consulenti di Outplacement che sanno parlare tedesco.

Ma riguardo all´esito delle trattative, ho un brutto presagio quando pronuncio il nome del nostro amministratore nella lingua di Goethe e di Schiller.  Markionne senza kappa si dice Marcione.

Atombunker

5 Maggio, 2009 by pontediferro

Prima di lasciare l´Hotel Plaza a Kurfurstendamm, nel centro occidentale di Berlino, ho pensato di entrare in quel museo della storia di Berlino che é annunciato dall´ala di un piccolo aeroplano piantata verticale, sotto i tigli del Kurfurstendamm. L´esposizione multimediale é un ammasso di oggetti, foto, film, rievocazioni da museo delle cere; tutto é sorprendente come un circo o un luna park, ma é in cantina che si rimane davvero sconvolti. Nei sotterranei dell´edificio dov´ é il museo, nello stesso isolato dov´é anche l´Hotel Plaza, é concessa la visita guidata ad un luogo eccezionale della storia piú recente, un rifugio antiatomico “pubblico” costruito nel 1974 dal governo federale per i berlinesi dell´ Ovest.

La guida che accompagna giú per le scale é una giovane tedesca bionda dalle movenze aggraziate, che parla bene Inglese. Dice che lá dentro c´é ancora posto per tremilaseicento persone, da fare entrare a gruppi di venti, dopo una doccia decontaminante. Le riserve d´aria e di cibo permettono di sopravvivere nella semioscuritá fra i muri di cemento armato per due settimane, tutti stesi stretti su file interminabili di cuccette a quattro piani in caso di guerra termonucleare. Poi, dopo le prime due settimane… Poi? Tutti di nuovo fuori, a farsi illuminare dalle radiazioni ionizzanti, che di certo non si esauriscono in solo due settimane, in caso di attacco nucleare.

Entrando si capisce che questo rifugio é perfettamente inutile oltre che ingestibile. Un´idea cosí poteva venire solo ai tedeschi memori dei campi di sterminio nazisti. Di rifugi siffatti a Berlino ce ne sono ancora venti, nell´ex settore occidentale, tutti costruiti negli anni Settanta del Novecento. Erano una risposta surreale alla minaccia ancor piú surreale di un attacco nucleare da Est. Una storia da guerra fredda.

Tempelhof

4 Maggio, 2009 by pontediferro

DSC01138Ieri sono arrivato a Tempelhof nella casa di Adolf-Scheidt Platz dove mi fermeró tutto il mese di Maggio. La signora Renate era fuori, sapevo che non sarebbe stata in casa, era a Kassel con il marito per un incontro di famiglia. A lei non piace andare a quei raduni con tutti i convenevoli e le frasi di circostanza, ma qualche volta le tocca, almeno due volte l´anno. Il primo maggio mi aveva accolto nel suo giardino per consegnarmi le chiavi di casa. Per un´ora siamo stati a conversare davanti alla torta di mele appena sfornata, la gatta bianconera miagolante ed il fratello sull´uscio in bicicletta, un quarantenne dall´aria un po´sbiadita, i capelli neri e grigi e lo sguardo strisciante di chi non ha voglia di fidarsi subito. Anch´io come Berlusconi ho dovuto affrontare un pregiudizio anti italiano, ma ho preferito tenere il cellulare spento ed ho evitato il gioco del cucú.

La terrazza della signora Renate si affaccia al piano terra su un piccolo giardino verde fiorito ed anche selvatico negli angoli incolti. La recinzione converge all´angolo opposto su un vecchio sempreverde solenne dalla cima spuntata. Di lassú, quella cima senza punta deve aver visto partire molti aerei della storia di Tempelhof, almeno da quando (era il 1949) Berlino ovest circondata dai russi restó indipendente con il supporto degli aerei occidentali avanti e indietro giorno e notte a rifornirla dei beni essenziali. L´aeroporto é a un tiro di schioppo ma il verde lo nasconde, spuntano solo le torrette dismesse dei radar come fabbriche abbandonate. Ora é definitivamente chiuso, per fortuna, dice la signora Renate: l´aeroporto di Tempelhof era troppo vicino al centro di Berlino. Se il vento soffiava dalla parte sbagliata, quando partivano gli aerei sentivi perfino l´odore.

Adesso resta l´architettura monumentale di quell´aeroporto senza nuova destinazione. Le finestre alte e strette, serrate una dopo l´altra come soldati in marcia, sono lunghe il triplo: il razionalismo nazista si eleva su quello fascista, come il gotico sul romanico. Quando nel 1908 i fratelli Wright alzarono per gioco il loro primo aereo dai prati di Tempelhof, non immaginavano cosa sarebbe accaduto nei cent´anni successivi.

Berlino a maggio

2 Maggio, 2009 by pontediferro

DSC01072Mi sono lasciato accogliere dalla cittá di Berlino senza sensi di colpa. Dopo l´attesa invernale infruttuosa col mento appoggiato sui progetti in proroga dell´improbabile riconversione industriale zuccheriera, mi sono risvegliato al sole caldo precoce di questa capitale rinnovata. Cosa aspettare ancora? L´ingenger Parvang e le sue applicazioni industriali dei sistemi di controllo intelligenti mi faranno attendere volentieri la fine dell´estate, e probabilmente anche la fine dell´estate del 2010, prima di un lavoro vero senza false partenze.

D´altro canto non mi si appiccica neppure l´ombra di un rimpianto per l´altra occasione sprecata a Gennaio, quell´ingegner Fabbri e la sua proposta prendere o lasciare, per quarantenni a progetto senza-voglia-di-fare-carriera. Mentre partivo due giorni fa, le locandine della stampa locale all´aeroporto di Forlí strillavano la notizia sconcertante dell´arresto di Piero Stella, noto imprenditore forlivese dell´energia e socio in affari dell´ingegner Fabbri. Non ne avranno di certo colpa, loro che sono “l´energia del mercato”, ma é come se avessero baciato Totó Riina in una nuova faccenda di denaro sporco, tangenti e impianti a biomasse, cominciata come al solito in provincia di Caserta.

E´ stata una fortuna che il mio aereo giovedí scorso sia volato in direzione opposta verso il …cielo sopra Berlino ed é curioso che sia arrivato subito qui, prima che altrove in cittá, davanti ai cancelli dello zoo: ci sono entrato subito come per un appuntamento fissato in una vita precedente. Dal centro americaneggiante dell´ex-Berlino ovest, la strada per la rinata Potsdamer Platz attraversa un coacervo di cittá diverse, perdute e risvegliate, incollate insieme con idee molteplici della stessa cittá. Il muro non c´é piú, ma se ne vede ancora il solco: la forza repulsiva del muro é ancora in tensione nelle cuciture dell´architettura contemporanea.

Berlino é una cittá doppia, come al telescopio certe stelle vicinissime che sembrano una sola ad occhio nudo e che invece diventano due, come per gioco, talvolta di colore diverso attraverso l´inganno delle lenti: una gialla, l´altra azzurra.

Forlí – Berlino

1 Maggio, 2009 by pontediferro

L´odore dei tigli era dappertutto come adesso, quel 30 Aprile del 1945, quando Hitler decise di finire la guerra a modo suo con una dose sufficiente di cianuro sotto i giardini della vecchia Cancelleria di VossStrasse.  Strane coincidenze, ma è solo un caso se sono arrivato a Berlino anch´io  l´ultimo giorno di Aprile nel profumo dilagante dei tigli, per invocare un cambiamento nella notte di Valpurga o solo per sfuggire le raffiche  del garbino, vento di terra e di adriatica pazzia.  Ed è solo un caso se a portarmi fin qua è stato un volo in partenza da Forlì dove i turisti in economy class affollano oggi una pista di decollo che appartenne a Benito Mussolini.

E´ancora bello il paesaggio attorno all´aeroporto di Forlì.   Ci vuole la vastità di un aeroporto  davanti agli occhi per ritrovare il territorio di campagna libero dai grovigli dell´edilizia contemporanea, coronato soltanto dal profilo verdognolo dei primi rilievi dell´appennino.  In cima sul crinale più lontano spunta la torre delle Caminate, diritta come un fuso nero.  Quella torre era la casa delle vacanze di Mussolini ed era dotata di un faro portentoso fino al 1943.  Più vicino, al di lá della recinzione dell´aeroporto spuntano ancora gli alberi di Villa Carpena dove Edda Ciano trascorse la sua lunga vecchiaia, una seconda vita dignitosamente nascosta, disgiunta dal suo passato tragico di figlia e di moglie fascista.

Mi pare di vederlo ancora laggiú nella pista, con la testa pelata, il collo largo fasciato dal bavero dell´impermeabile all´insú.  Fissa il pilota del bimotore che gli fa cenno, in quel fracasso di eliche già in moto la mattina presto.  A guardarlo bene non è proprio contento, sembra preoccupato.  Non sta diritto  come al balcone quando parla , è come se avesse un peso sulle spalle, ma i suoi occhi fanno spavento come al solito, hanno un magnetismo, una diavoleria dentro.  Deve essere il 1942, l´ultimo viaggio privato del Duce a Berlino.

Sullo sfondo il profilo dell´Appennino fa ancora l´eco al profilo del Duce.  Guardo la rupe di Perticara e davvero vedo quello che dicevano i nonni: il naso, la fronte, il mento di Mussolini, come un colosso disteso nell´isola di Pasqua.

Know how

29 Aprile, 2009 by pontediferro

La FIAT si sta aggiudicando il 35% di Crysler, il 55% andrà al sindacato dei lavoratori UAW mentre il 10% finirà nelle mani del governo americano e dei creditori, banche americane, suppongo.  Questa storia non finisce di stupirmi per quello che succede e ancor più per quello che si dice.   Ecco alcune frasi celebri: “siamo tornati all’epoca del baratto”, “nessuno ha soldi veri da investire”, “la FIAT offre organizzazione”,  “Il Know How degli italiani vale di più”.   La storia del Know How mi lascia davvero esterrefatto.  Cos’è che gli italiani sanno fare meglio di tutti gli altri?  Forse la Ferrari, forse, perchè è rossa, bella, scattante, veloce: fumo e arrosto insieme. Ma una FIAT, cosa  offre di più?  Non il cambio e neppure la centralina elettrica.  Neanche il cruscotto: mi pare che il tachimetro, il contachilometri delle automobili FIAT non abbiano niente di speciale da offrire. Sarà allora la moda del restyling, quella nuova Cinquecento tanto amata dagli stranieri che cercano un’Italia immaginaria? Bisognerebbe chiederlo a Lapo Elkan e sentire cosa risponde questo erede di casa Agnelli esperto in viaggi allucinogeni.

E’ evidente che il Know How sbandierato nelle trattative con Crysler è un insieme di competenze poco tecnologiche.  Se è vero che siamo tornati all’epoca del baratto e che nessuno ha più soldi veri da investire, il know how che serve è tutto qui:  è l’abilità di incrociare ricatti, di tenere il concorrente stretto per le palle nelle trattative di un’alleanza fumosa, dove il più furbo (ecco il know how!) massimizza il proprio potere, minimizzandone i rischi.