La doppiezza di Berlino si vede ancora nella ridondanza dei luoghi per la musica che luccicano ovunque: due Teatri dell’Opera, l’Auditorium ed il Konzerthaus, entrambi con due sale, una grande per l’orchestra sinfonica ed una piccola per la musica da camera. L’offerta musicale di Berlino è così abbondante che porterebbe alla rovina chiunque avesse voglia di comperare biglietti per tutto quello che viene offerto. Così, come soggetto a rischio, mi sono dovuto imporre alcune regole: non più di due o al massimo tre concerti la settimana, sempre e rigorosamento con i biglietti più economici. I prezzi che nei teatri italiani darebbero diritto ad un posto nel loggione, nelle sale da concerto berlinesi collocano lo spettatore in posizioni laterali o lontane, piuttosto scomode per la visione, ma non per l’ascolto. Dalle prospettive più bizarre della Philarmonie ho assistito ad alcuni concerti indimenticabili: il Requiem di Brahms, la Messa Salisburgensis di Biber ed ho visto i Berliner Philarmoniker diretti da Simon Rattle.
La prima volta che sono entrato, è stato con un biglietto comperato quasi per caso qualche giorno prima del concerto. Mi sono lasciato guidare dalla gente in attesa davanti al botteghino della prevendita, dov’erano ancora disponibili alcuni biglietti, pochi posti a buon mercato nel settore speciale D della grande sala, prima del tutto esaurito. Ignoravo il programma: i Berliner Philarmoniker avrebbero potuto suonare qualunque cosa, sarebbe stata comunque una grande esperienza. Col mio biglietto conservato come un amuleto nel portafoglio per tre giorni, la sera del concerto mi trovo ad occupare una poltrona del settore speciale, insieme a pochi altri, in un piccolo balcone issato nel punto più alto della Philarmonie, proprio sopra l’orchestra, tanto che mi pare di planare come un angelo sulla testa dei musicisti e del direttore Simon Rattle che vedo chiaramente in faccia: sorrisi, smorfie e capelli ricci candidi.
Musiche di Schoenberg dal titolo complesso e dalle sonorità indistricabili, invadono la sala nella prima parte del concerto. Anche nella seconda parte i Berliner Philarmoniker affrontano Schoenberg, ma in una pagina assai diversa, la trascrizione per orchestra dell’opera venticinque di Brahms. Dopo le alchimie dodecafoniche, il classicismo di Schoenberg suona come un esercizio di stile, non credo che Brahms avrebbe apprezzato questa tardiva reinterpretazione sinfonica del suo capolavoro giovanile per pianoforte ed archi. Certuni parlano della trascrizione di Schoenberg come se si trattasse della quinta sinfonia di Brahms, ma questa versione orchestrale resta lontana dalla tessitura delle sinfonie Brahmsiane: assomiglia di più ad una danza ungherese, soprattutto in quel finale “alla zingarese” che sposta l’orchestra sul ritmo di un grande ballo popolare.
I musicisti sul palco sono davvero tanti, come artigiani indaffarati sui propri strumenti in un laboratorio d’altri tempi, circondati da un pubblico straripante che affolla la sala fin dentro al podio. I movimenti del direttore guizzano al centro della geometria sonora dell’auditorium: Rattle guarda sicuro, sembra davvero felice, saltella e si diverte come se stesse giocando. Dalla punta della sua bacchetta sgorga un portentoso volume. Ondate di ottoni inseguono i violini, i bassi li smorzano, rimproverati dalle percussioni. Nell’alveo ligneo del podio, l’orchestra respira e canta come un solo strumento nelle mani del direttore, potente con le masse sonore, delicato quando abbassa il volume, sempre preciso ed esatto ma senza fatica, apparentemente senza peso.
Avrei desiderato rivedere i Berliner Philarmoniker anche sotto la direzione di Zubin Metha, la sera del cinque dicembre, ma non è stato possibile. Quando a Berlino ci sono i grandi divi, la scritta “tutto esaurito” ai botteghini compare con mesi d’anticipo. Non potendo entrare nella sala grande della Philarmonie, la sera del cinque dicembre varco per la prima volta la soglia del Konzerthaus, nel cuore monumentale di Mitte al Gendarmenmarkt. Probabilmente sono più interessato al luogo che al concerto, nella vigilia piovosa di Santa Klaus, quando scopro l’altra metà dell’anima musicale di Berlino, classica, solenne come tutte le architetture storiche sopravvissute alla guerra ed incantate da quarant’anni di regime comunista. Vado ad appollaiarmi su un palco del secondo ordine, in un terrazzo diritto lungo i lati di una sala rigorosamente rettangolare, coi lampadari enormi di cristallo che prolungano lo stupore del passato. Attorno ci sono i busti dei grandi musicisti, a distanza regolare l’uno dall’altro. Nella parete dietro di me si affaccia Ector Berlioz, lo fisso negli occhi e mi vien quasi da salutarlo quando le luci si abbassano ed il concerto comincia.
L’orchestra del Konzerthaus ha in programma una serata varia e ricca: l’overture di Schumann sulle scene del Faust di Goethe, il bellissimo concerto per violocello di un autore che scopro solo adesso (Frank Martin) e poi, tanto per finire, la settima sinfonia di Bruckner. Alcune persone sedute davanti a me hanno l’aria di chi è a casa propria. Le guardo da dietro, quelle vecchie signore coi capelli bianchi, acconciate in modo antiquato e con tagli approssimativi. Non assomigliano alle frequentatrici dei teatri dell’ovest: chissà da quanti anni hanno un abbonamento qui al Konzerthaus, da trenta? Da quarant’anni? Chissà. Per certa gente dell’est, la caduta del muro non ha cambiato la mappa delle abitudini.
Bruckner dovrebbe essere un autore pesante, ma nella notte magica di Santa, sul podio berlinese del Konzerthaus, la settima sinfonia inanella una dopo l’altra le sue parti come i misteri di un rosario solenne, senza vincoli di spazio e di tempo. Nel 1945 la radio tedesca diffuse nell’aria questa musica per annunciare la fine del grande dittatore. Un bambino in prima fila chiude gli occhi e vorrebbe fuggire, appoggia la testa in braccio al padre e cerca di dormire. Quella musica lo spaventa. I genitori gli sussurrano parole dolci per fargli capire quant’è bello: quel concerto è un regalo di Santa Klaus! Ma il bambino non ne vuole proprio sapere, il padre lo scuote, la madre guarda senza dire nulla e capisce di avere sbagliato. La musica di Bruckner non può occupare i sogni dei piccoli.








Un padre aspetta alla stazione di Paradestrasse ed indica ai suoi figli la mappa appesa alla parete. Racconta che una volta a Berlino c’erano due città, a due passi l’una dall’altra, eppure lontanissime. Appoggia la mano a sinistra e pronuncia la parola “West”, poi dice “Ost” e completa il giro a destra con il braccio disteso. I bambini guardano con gli occhi incantati: non sanno ancora che il sole sorge ad est e va a tramontare ad ovest, imparano così a distinguere le due parole secche della longitudine nella stazione della metropolitana vicino casa, una mattina di Novembre, a Berlino. L’ovest e l’est su questa mappa non hanno una direzione ma indicano due metà avvolte una dentro l’altra, Yin e Yang prima divisi poi ricomposti, il giorno in cui finalmente vissero tutti felici e contenti il nove novembre del 1989. La sesta linea della metropolitana da nord a sud si snoda diritta sotto l’asse di Frederichstrasse ed attraversava due volte il confine fra lo Yin e lo Yang, fuori-dentro, dentro-fuori. Per chi viveva nell’ovest era possibile entrare nell’est con i treni di questa linea che era proibita ai cittadini dell’est. La stazione di Frederichstrasse si apriva sotto terra in mezzo alla città con le bandiere rosse di una potenza straniera ad un chilometro dal Checkpoint Charlie (un nome niente affatto buffo, la terza lettera dell’alfabeto militare internazionale).
Non riesco ad immaginare l’euforia di vent’anni fa, quando i Berlinesi dell’est si accalcarono al Checkpoint Charlie e pretesero l’apertura della frontiera, dopo l’annuncio ufficiale trasmesso in televisione. I militari di controllo ai varchi di passaggio non potevano credere a quel discorso che mandava in frantumi le loro carriere, eppure sentivano di non avere più alcun diritto di sparare sulla folla, che continuava ad addensarsi in massa. Vent’anni dopo, le TV di tutto il pianeta festeggiano in mondovisione il ricordo di questo evento epocale come festa global della libertà. Il governo di Berlino offre in televisione esempi di maestria diplomatica per curare le divisioni del mondo intero (o solo per parlarne) mentre in città la gente non fa chiasso, torna in massa per strada in modo diverso da vent’anni fa, per guardare la recita dei mille monoliti di cemento colorato che cadono uno dopo l’altro come i pezzi di un domino davanti alla Porta di Brandeburgo. C’è tanta gente, così tanta che alle nove di sera i venditori ambulanti hanno già finito le patatine fritte. Alla festa della libertà ci arrivo anch’io, ma in ritardo, dopo il corso di Tedesco al Goethe di Neue Shonauserstrasse: le patatine sono finite, ma ci sono ancora bratwurst in abbondanza, che basterebbero a sfamare tutta l’Alleanza Atlantica. Mi accompagnano due colleghe, una del Cile, l’altra della Bulgaria, sulle dittature ne sanno più di me, ma il loro passato pesante non riaffiora nella nostra conversazione.
Sembra incredibile, ma la festa global della libertà non è ancora una festa nazionale tedesca! Potrebbe diventarlo presto in Italia (…anzichè quel giorno di Aprile) ma troppe contraddizioni gravano sul nove novembre tedesco. Nel 1918 è il giorno della capitolazione che segna la fine della prima guerra mondiale, ma il nove novembre del 1938 ricorda una pagina ancora più nera della storia tedesca, la notte dei cristalli, l’inizio delle persecuzioni antisemite. Nel quartiere attorno alla sinagoga, a due passi dalla scuola, ci sono candele accese alle finestre. Dediche in buste di plastica compaiono appese alle pareti e vengono appoggiate anche sui marciapiedi, accanto ai nomi dei deportati nei campi di sterminio. La caduta del muro, per qualcuno, resta ancora in secondo piano.
Sono entrato per la prima volta nella Philarmonie di Berlino per un concerto di musica da camera una settimana fa. Il programma proponeva brani sublimi del Novecento ed anche il quintetto opera 115 di Brahms, con un musicista nano al clarinetto dotato di energia sorprendente. Il suono degli archi riverberava ipnotico dentro lo spazio architettonico spigoloso dell’auditorium che sa di legno come i teatri antichi. L’auditorium giallo di Hans Scharoun è affascinante dentro, mentre da fuori sembra uno strumento musicale gigante di fantasia cubista. Sono entrato quando ancora non c’era nessuno e mi è parso di sentire, mescolato all’aroma del legno, l’odore di tutti gli inverni trascorsi a due passi dal muro e le corse accaldate della gente in fila al botteghino negli anni della guerra fredda, con i marchi tedeschi nel portafoglio e le mogli bionde marziali, a Berlino ovest, quando la Philarmonie era un bastione dell’occidente in terra di confine. All’uscita dopo lo spettacolo risplendono adesso i grattaceli di Postdamer Platz ed è naturale dirigersi a piedi verso quella piazza che per cinquant’anni non era esistita e dove invece oggi la folla riaffiora dagli ingressi della vecchia metropolitana ripristinata.
Quando Berlino era divisa, la Philarmonie occupava un angolo buio di Berlino-ovest in fondo a Postdamer Strasse, lontano dai quartieri benestanti di Schonenberg e di Charlottemburg. Ci si poteva arrivare in autobus, ma non mancavano i parcheggi per chi voleva guidare l’automobile fin là; lo spazio attorno all’auditorium era largo come la piazza d’armi di una caserma. La luce dei fari e dei lampioni faceva riverberare in fondo alla strada la sagoma sterile del muro di confine a zig zag, rotondo in cima, avanti e indietro fra le strade abbandonate dell’est e dell’ovest. Oltre il muro era come se non ci fosse nulla. Persa fra la foschia bianca delle luci al neon, in lontananza al di là del muro si impennava la torre della televisione comunista, con l’enorme palla metallica sospesa al centro di Berlino est, fuori scala nel profilo della città storica, come il mantello di una Misericordia marziana sulla testa degli abitanti. La torre con la palla e con l’antenna nel cielo di Berlino era stata costruita per essere vista anche dall’ovest, così vicina eppure ad una distanza siderale dai sentimenti della gente che entrava nell’auditorium per ascoltare la musica di Karajan. Le sentinelle del’est, letteralmente ad un tiro di schioppo, erano appostate nella penombra delle torrette, pronte a sparare all’ultimo solitario disperato che dall’est avesse tentato la fuga verso l’ovest. Gli spettatori della Philarmonie non guardavano da quella parte, ma avvertivano ugualmente qualcosa di sospeso nell’aria di piombo lì attorno.
La divisione aveva salvato dall’occupazione sovietica il pezzo di città ad occidente di Postdamer Platz. Della piazza restava solo un improbabile ricordo e, al suo posto, come una fortezza militare, il muro. Negli anni successivi alla divisione, i Berlinesi dell’ovest non vollero rinunciare ad altro spazio oltre a quello che la guerra gli aveva già sottratto e tornarono ad occupare l’area abbandonata nei pressi di Potsdamer Platz, costruendo il più possibile fin quasi a ridosso del muro, non case, ma luoghi di incontro culturale: la biblioteca, l’auditorium, la galleria d’arte contemporanea. I tre edifici disseminati in un’area vasta vicino al confine, sconnessi dall’urbanistica della città divisa, davano continuità in occidente al centro simbolico di Berlino, che era stato sommerso dal muro, ed auspicavano la resurrezione di Potsdamer Platz, nella forma di una rivincita dell’ovest sull’est, contro chi aveva occupato quello spazio per farne una caserma. A vent’anni dalla caduta del muro, la rivincita dell’occidente è in pieno svolgimento e si esprime nell’architettura contemporanea che si affaccia oggi su Postdamer Platz: un intero quartiere rinasce dalla periferia verso il centro, controcorrente rispetto allo sviluppo della città storica. La forza dell’ ovest contro l’est scarica decenni di tensione come una spinta tellurica da cui scaturiscono grattacieli triangolari, prue affilate contro le ferite ancora aperte a Berlino est. La prima volta che arrivo qui, sei mesi fa, mi colpisce il tessuto urbano frammentario, ancora irrisolto vent’anni dopo la riunificazione. C’è indifferenza per gli edifici ancora da ricostruire, mascherati da pannelli pubblicitari a Liepziger Platz, mentre di fronte si innalzano già i grattacieli trasparenti svincolati dal passato, piovuti lì per caso come in una città di periferia del mid-west americano.
Camminando da ovest verso il Mitte attraverso Potsdamer Platz, nel luogo dov’era l’ingresso monumentale di una capitale europea, appare una sequenza di immagini incoerenti e sconnesse della stessa città, vecchia e moderna, in dissolvimento ed in fuga verso il futuro, come una geologia sconvolta da profonde spinte invisibili. L’area dell’auditorium si apre come un accampamento senza direzione, finchè il traffico delle automobili entra all’improvviso nell’imbuto di Potsdamer Strasse, immagine di una metropoli lunga solo poche centinaia di metri. Poi c’è l’ottagono di Lipziger Platz, all’ingresso della città storica, in ricostruzione, con edifici nuovi volutamente dimessi, come un cortile di fronte ai grattacieli occidentali di Potsdamer Platz. Più avanti, dove dovrebbe cominciare Mitte, cioè il centro, la città si perde ancora fra edifici spenti e case da ricostruire, fra le luci fioche dell’edilizia popolare comunista. La città si trasforma all’improvviso in un fantasma del passato, come se la spinta innovatrice dell’ovest si fosse arrestata sul muro che non c’è più, a Potsdamer Platz.
La tensione della storia recente incanala le nuove costruzioni di Potsdamer Platz sui solchi della memoria divisa. E’ difficile alzarsi su Berlino e progettare la nuova città come una cosa sola, cancellando all’improvviso distruzioni e divisioni del secolo passato. Quando qualcuno vince, altri perdono e le città rinascono per opera dei vincitori, che ricostruiscono le strade, i palazzi, le piazze, dal loro punto di vista. Nell’area di Potsdamerplatz Platz il punto di vista non è più quello della città storica dei Kaiser, nè quello ipertrofico del Terzo Reich: più sommessamente, è quello dei Berlinesi dell’ovest che per trent’anni hanno riempito le sale dell’auditorium, sperando tutti insieme di tornare a casa, prima o poi, come prima della guerra, con la metropolitana di Potsdamer Platz. Lo sconquasso urbanistico del quartiere sembra ricomporsi magicamente all’uscita dalla Philarmonie la sera tardi, quando le luci nuove dei grattacieli di Potsdamer Platz guidano i passi degli spettatori in direzione della metropolitana, così comoda all’uscita dal concerto, quando si hanno ancora in mente le melodie cantabili da sussurrare.
In due mesi cambiano molte cose a Berlino. Si accendono le vetrine nuove di negozi con oggetti esclusivi in vendita e cambiano le linee dei tram, mentre le ruspe spostano e rimontano i binari per strada velocemente, come i pezzi di ferrovie giocattolo. Fra le luci della sera riappare finalmente anche l’ultimo dei musei dell’isola, dopo sessant’anni di rovina. Il Neues Museum torna ad affacciarsi sulle rive della Spree nell’Autunno 2009 come un palazzo del potere, per metà neoclassico, per metà rifatto. Era difficile crederci due mesi fa, che sarebbe stato pronto per davvero entro il sedici di Ottobre. In Italia avremmo tollerato un’inaugurazione provvisoria con l’imbiancatura posticcia -tanto per mostrarlo alle autorità- e ci sarebbe stato altro lavoro in seguito: impianti da completare a norma di legge, intonaci da rifare per le infiltrazioni: “eh! con il fiume così vicino!” Invece il Neues Museum è già a posto, fin da subito, pronto per l’assalto quotidiano di orde di visitatori con il biglietto prenotato il giorno prima.
Con tutto quello che c’era già a Berlino, non si sentiva affatto la necessità di un altro museo ed erano comprensibili i vecchi comunisti della DDR, che lasciarono sbriciolare senza imbarazzo sotto il sole e sotto la pioggia il Neues Museum per quarant’anni, dopo le distruzioni della guerra. Quattro musei nell’isola erano già abbastanza: il Pergamon, il Bode, la “nuova” galleria ed il “vecchio” museo affacciato sulla piazza del Duomo. Non si sentiva affatto il bisogno di un altro museo nella metà comunista di Berlino, quando la divisione fra est e ovest spartiva i corredi archeologici come tazzine da caffè in una famiglia di divorziati. I tesori egizi del Neues Museum finirono a Charlottemburg, dall’altra parte del muro, e i Sovietici trovarono nelle distruzioni della guerra un pretesto per portare fino a Mosca, nel Museo Puskin, una parte considerevole dei ritrovamenti di Troia: vasellame e gioielli. Il Neues Museum restò in rovina in mezzo all’isola, schiacciato fra gli altri musei che offrivano prospettive monumentali più appariscenti, a cominciare dal Pergamon, che dagli anni ‘20 del Novecento occupava l’ultimo spazio verde del Lustgarten.
Nell’isola dei Musei, ad occidente del castello di Berlino, c’era in origine soltanto un parco -il Lustgarten- finchè il Keiser Wilhelm nel 1820 ebbe l’idea di erigere, sul lato occidentale della piazza del castello, una grande costruzione porticata da destinare a galleria, ad imitazione di quelle già esistenti in altre capitali europee, che fu chiamata “museo vecchio” per distinguerla dagli altri musei nuovi eretti in seguito, nell’arco di cent’anni, in quello spazio verde del Lustgarten che scomparve poco a poco sotto il peso di edifici sfarzosi, evocanti una classicità sempre più monumentale. Il Neues Museum fu costruito attorno al 1850, nella porzione di Lustgarten adiacente al museo vecchio. Sul lato di un vasto cortile porticato d’ordine dorico fu agganciato l’edificio del museo nuovo, il quale offriva due diverse prospettive monumentali: una interna più ricca ed armoniosa ed un esterna, sul lato visibile oltre il fiume, più sobria e monotona, con ampie finestre di gusto rinascimentale aperte su una parete piatta. Le distruzioni della guerra avevano cancellato la percezione del Neues Museum centrato sul vasto cortile porticato d’ordine dorico. A confronto con la monumentalità schiacciante del Pergamon Museum proiettato sul fiume, la parete diroccata del Neues, lì accanto, appariva ancora più dimessa. L’aggettivo “nuovo” strideva con quella realtà rovinata dalla guerra e sembrava alludere a qualcosa di poco interessante, se è vero che i musei sono tanto più belli quando più hanno a che fare con il vecchio e con l’antico. Ma ora basta affacciarsi all’ingresso del Nueues Museum e dare un’occhiata veloce, per capire l’errore di prospettiva: il nuovo, almeno in questo caso, è più bello del vecchio.
L’architetto David Chipperfield, autore del restauro, e Michele de Lucchi, progettista dell’allestimento del Neues Museum, devono essersi divertiti parecchio nel sistemare le stanze e le vetrine. Chi oggi avesse qualche perplessità sul senso e sull’utilità di un museo archeologico, può trovare in questo allestimento un ventaglio di risposte pirotecniche, non sempre ineccepibili, ma comunque sorprendenti. Le antichità preistoriche ed egiziane conservate nelle vetrine sono eccezionali e sarebbero stupefacenti anche se fossero collocate in camere anonime. Ma le sculture di marmo colorato, le armi di bronzo, i vasi primitivi di terracotta, entrano in risonanza in questo Museo con ambienti fantasmagorici che varrebbe la pena visitare anche se fossero vuoti. Nell’insieme, sembra d’essere dentro ad una installazione d’arte contemporanea. Le architetture di stile classico e le pitture di imitazione antica, risalenti alla fondazione ottocentesca del museo, sono state consolidate con la cura che di solito si riserva alle rovine d’età romana e senza false integrazioni. L’interno riflette consapevolmente il lungo intervallo di tempo della chiusura, dal dopoguerra ad oggi, nella netta distinzione fra le parti antiche classicheggianti e le parti moderne, ricostruite con poche linee sintetiche sulle proporzioni antiche. L’enorme scalone centrale rivolto verso il fume al primo piano, ha l’effetto di una coreografia wagneriana. Questo non è un museo, ma un museo di musei, un metamuseo che contiene al suo interno una molteplicità di pezzi ed una pluralità di scelte espositive, collezionate nelle diverse stanze come un campionario dei musei possibili. E’ un’espressione organica delle teorie di allestimemento museale, una rivincita contro la moda degli eventi e delle mostre temporanee che smontano i musei da dentro, li svuotano ed arrecano più danni dei bombardamenti.